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Tra quanto assassineranno Donald Trump?

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È un periodo dove stanno saltando fuori verità sempre più indicibili. In particolare, negli ultimi giorni questioni di importanza immane sono saltate fuori lungo lo strano asse Trump-Carlson-Musk.

 

Tucker Carlson, come sa il lettore di Renovatio 21, aveva il programma di news più seguito di tutta la TV via cavo USA. Il suo show, in genere aperto da monologhi memorabili lunghi anche 20 minuti, andava in onda cinque giorni alla settimana alle otto di sera, tenendo incollati non solo tutti gli americani di tendenza conservatrice, ma pure, i numeri non mentono, anche molti democrat: i suoi ascolti erano multipli di quelli della CNN.

 

Rupert Murdoch, il padrone della rete dove trionfava Carlson, Fox News, lo ha, per ragioni ancora avvolte nel mistero (ma sulle quali Renovatio 21 ha avanzato una tetra ipotesi…), licenziato in tronco.

 

Dopo settimane, Carlson è riapparso su Twitter, ora comprato da Elon Musk, con il quale Tucker aveva fatto una densa intervista (rivelatrice di tante cose rispetto al mondo di Big Tech e dell’Intelligenza Artificiale) qualche giorno prima di essere licenziato. Il popolare giornalista decide dunque di far partire una sorta di embrione di programma, ancora poco definito nella tempistica e nel calendario, sul social network muskiano.

 

Il risultato è clamoroso: i suoi video vengono visti decine di milioni, a volte centinaia di milioni di volte. Di fatto, siamo a multipli del pubblico da record che raggiungeva su Fox, che era già a sua volta un ordine di grandezza superiore alle reti dell’establishment come CNN, MSNBC, etc.

 

Carlson quando era su Fox già aveva iniziato ad essere preso come un oracolo: la sincerità con cui affrontava ogni tema, rifiutando nel caso la vulgata imposta dal suo editore – un caso su tutti, quello dei vaccini, attaccati da Tucker sin dalla prima ora – lo avevano reso una rarissima figura di giornalista a cui il pubblico americano dava la sua fiducia. Probabilmente, l’unico.

 

Ora, tale potere oracolare è moltiplicano: tutto quello che viene detto nel programma di Carlson ha un valore immenso.

 

L’intervista fatta a Budapest a Orban dell’altro giorno è qualcosa di epocale: con le parole del premier magiaro a Carlson, si apre un fronte interno alla NATO, di cui l’Ungheria è parte. Al contempo, nello stesso spezzone, oltre che la lode a Trump come unica soluzione al rischio di distruzione totale che stiamo vivendo, Orban ha rivelato di essere pronto alla guerra contro chiunque toccherà il gasdotto che gli porta il combustibile russo. Una decisione presa con la Serbia, ha detto il primo ministro ungherese.

 

Aggiungiamo che prima di pubblicare il video con l’intervista ad Orban, Carlson aveva postato una breve clip in cui veniva accolto in modo regale all’ambasciata della Serbia a Budapest, dove era in visita il presidente serbo Vucic, che gli ha fatto trovare a riceverlo mezzo governo di Belgrado, tutti entusiasti di incontrare Tucker. Nel video, che non si è capito se prelude ad una prossima intervista, si vedeva ad un certo punto Carlson che, in auto per le strade della capitale magiara, diceva che era particolarmente interessante sentire Vucic, in quanto la Serbia è un Paese che la NATO ha bombardato…

 

 

Si sta aprendo, in modo definito, una nuova ondata di NATO-scetticismo in America? Ed è pure possibile parlarne liberamente, grazie al Twitter di Musk?

 

Come riportato da Renovatio 21, a dispetto delle apparenze, grandi nomi della politica e dell’amministrazione americana, presidenti e senatori, funzionari e politologi, hanno espresso negli anni avversione nei confronti del Patto Atlantico, visto più come un fattore di destabilizzazione per il mondo che non come strumento di pace.

 

Va rammentato qui qualcosa che Carlson dichiarò in un’intervista anni fa, quando gli chiesero che cosa lo avesse «svegliato» rispetto alla narrazione dei media dominanti, di cui Carlson (già reporter e presentatore per la CNN) era parte integrante: figlio di un diplomatico (e giornalista), Carlson è praticamente cresciuto a Washington, educato in scuole di élite, frequentando il gotha politico-mediatico.

 

Alla domanda riguardo cosa lo avesse allontanato dal suo mondo washingtoniano (fatto di cene e feste, dove ha peraltro avuto modo di incontrare Hunter Biden), Carlson diede una risposta inaspettata: fu, nel 2015, il candidato presidente Donald Trump, quando, ancora considerato una sorta di disturbo flamboyant che sarebbe stato espulso con le primarie, si chiese: a cosa serve ora la NATO?

 

Tucker, essendo uomo di TV, conosceva Trump, e, dice, non ne aveva quest’opinione altissima. Eppure la domanda risuonava in lui fortissima: già, a cosa serve ora la NATO? La domanda era più che legittima…

 

Il giornalista tentò di parlarne ai suoi amici e vicini di Washington. Notò una reazione scomposta, irrazionale. Tutti quelli con cui tentava di parlarne, dicevano, si irritavano, e cominciavano ad attaccare il «buffone» Trump, senza tuttavia fornire la minima risposta alla domanda. A cosa serve la NATO?

 

Qui, dice, si è svegliato. È stato, come si dice ora, redpillato. C’era qualcosa che non si poteva toccare, anche se era perfettamente legittimo, in teoria, e logico, farlo. Carlson si era già amaramente pentito, anni prima, di aver sostenuto la guerra in Iraq: dopo aver fatto da tamburista per i neocon nell’invasione del 2003, era andato a Baghdad per scrivere un articolo sul campo riguardo ad un amico reporter morto lì qualche mese prima. Vide una situazione talmente allucinante che, tornato a casa, trovò la forza per rimangiarsi tutto quello che aveva scritto sulle operazioni di Bush in Medio Oriente.

 

Ora, con Trump, il quadro era divenuto ancora più netto: sì, c’è un potere americano, che puoi chiamare Deep State o anche Permanent Washington, che vuole la guerra, vuole morte e distruzione, come fosse indemoniata. Tale potere è dominante nei circoli della capitale (quelli in cui lui era cresciuto, e in cui ha vissuto per anni) ma è per molti versi antitetico all’America reale che trovi appena esci dalle metropoli, che, sotto la guida dei democrat, sono oramai zone di guerra, territori falliti senza più legge né sicurezza.

 

Ottenuto il programma nell’ora di punta su Fox, e portatolo in vetta come trasmissione di quel genere più vista del Paese, Carlson ottenne di spostare lo studio di registrazione in una casa del Maine, in mezzo ai boschi, dove si era ritirato allontanandosi da Washington.

 

È da qui, dallo studio domestico che Fox ha abbandonato, che Trump ha giocato una delle sue ultime, geniali mosse elettorali. Invece che presentarsi a Milwaukee per il primo dibattito fra candidati presidenti repubblicani – la corsa per le primarie – lui, forte di un margine sugli inseguitori che i sondaggi dicono essere di 40, 50 o financo 60 punti, l’ex presidente decide di chiamare Carlson, e proporgli un’intervista da mettere online su Twitter esattamente cinque minuti prima della diretta del dibattito fra i suoi concorrenti repubblicani.

 

Le conseguenze di questa manovra hanno proporzioni da sisma: la videointervista Carlson-Trump viene vista 260 milioni di volte, il dibattito delle primarie repubblicane mandato in onda da Fox News (sì, la stessa azienda che ha cacciato Tucker) ha invece 12,8 milioni di telespettatori.

 

In pratica, Trump demolisce ogni speranza, se ne avevano, di essere sostituito come candidato Repubblicano. Al contempo il social di Musk dimostra di essere un veicolo migliore per la politica delle TV tradizionali con i loro riti politici, come il debate per le primarie di partito.

 

La politica e i media vengono, ancora una volta dopo il 2016, disintermediati da Trump. Carlson lo ha capito, e lo ha capito anche Musk: Twitter ora diviene un attore mediatico centrale, non solo un deposito di dichiarazioni (i tweet di questo o quel politico, di questo o quell’ente) ma un teatro live che sbaraglia la TV.

 

È davanti a questa ulteriore, sottile rivoluzione in corso che vanno ascoltate le parole che Carlson, tornato dall’Ungheria, ha proferito durante il podcast del comico Adam Corolla, che era spesso ospite di Tucker Carlson Tonight ai tempi di Fox News.

 

Come riportato da Renovatio 21, durante l’ora di conversazione con Corolla ha detto senza mezzi termini che si aspetta «una guerra calda tra USA e Russia entro un anno».

 

«Siamo già in guerra con la Russia, ovviamente, stiamo finanziando i loro nemici (…) Penso che potrebbe accadere facilmente (…) Penso che potremmo fare una cosa del tipo “Golfo del Tonchino” farci strada, dove all’improvviso i missili atterrano in Polonia, e “Sono stati i russi! Il nostro alleato NATO è stato attaccato! Stiamo andando in guerra!” Vedo ciò accadere molto facilmente».

 

Qui l’allusione è ad un attacco false flag – cioè un’operazione sotto copertura per fingere di essere attaccati, come accadde con l’incidente del Golfo del Tonchino per mandare le truppe USA contro il Vietnam del Nord – di cui abbiamo già visto un esempio proprio qualche mese fa con il missile ucraino che uccide due polacchi nella loro fattoria in territorio della Polonia.

 

Nella stessa intervista, Carlson sgancia un’altra bomba. Con espressione perfettamente seria, dice di aspettarsi l’assassinio di Donald Trump.

 

«Nessuno lo dirà, ma non so come si possa non arrivare a questa conclusione. Capisci cosa intendo? Hanno deciso, Permanent Washington ed entrambi i partiti, hanno deciso che c’è qualcosa in Trump che è troppo minaccioso per loro. Semplicemente non possono permettere che succeda» dice Carlson a Carolla.

 

«Inizi con le critiche, poi passi alla protesta, poi passi all’impeachment, ora passi alle accuse in tribunale, e nessuno di queste cose funziona, cosa succede dopo? Facci un disegnino, amico. Stiamo accelerando verso l’assassinio, ovviamente».

 

 

La spiegazione di tale enorme affermazione è, in realtà, piuttosto logica.

 

«Una volta che inizi a incriminare i tuoi avversari politici, sai che devi vincere altrimenti ti incrimineranno se vincono. Quindi non possono perdere. Faranno di tutto per vincere. Allora come fanno? Non tireranno fuori di nuovo il COVID, so che tutti a destra hanno paura rifaranno il COVID e l’obbligo di mascherine: non possono farlo. Sono già stati smascherati. Non funzionerà».

 

E quindi «Cosa faranno? Andranno in guerra con la Russia, ecco cosa faranno».

E chi è, come giustamente ricordato da Orban durante l’intervista sempre di Carlson, l’unico uomo che può riportare la pace?

 

Anzi, chi è l’uomo che ha detto che farà cessare la guerra in 24 ore una volta tornato presidente?

 

Sì, Donald Trump. Per continuare la guerra, estenderla, globalizzarla, hanno bisogno di rimuovere questo ostacolo. Minacciarlo con più di mezzo millennio di carcere non serve a nulla: lui continua e, soprattutto, il suo indice di gradimento sale. Non solo: ora anche i tiepidi sono convinti che contro The Donald, vi sia una cospirazione, perché i processi sempre più sbilenchi, con evidenza lo comprovano. Gli fanno la foto segnaletica: e la popolazione esplode, è l’immagine più iconica dell’anno, forse del decennio.

 

Qualcuno chiederà: se è così pericoloso per l’establishment, perché non lo hanno ammazzato prima?

 

La risposta che possiamo dare è che nel 2016 nessuno si aspettava che divenisse presidente, secondo alcune ricostruzioni nemmeno lui, la moglie e parte del team. Rammenterete i sondaggi che davano Hillary in testa con distacchi abissali, le previsioni di possibilità di vittoria di oltre il 90% per la Clinton pubblicate anche sui giornali italiani. Recentemente Trump ha ricordato che, alle ore 17 del giorno delle elezioni, Hillary e i suoi già stavano festeggiando, prima ancora che le urne fossero chiuse…

 

Del resto, Trump era solo un clown messo lì per dare un tono all’ambiente. E non è mai stata smentita, neanche dal diretto interessato, la storia secondo cui la candidatura presidenziale fosse stata suggerita a Trump proprio dai Clinton, che volevano gettare un petardo nelle primarie repubblicane 2015 e magari mandare fuori scena quello che credevano essere il candidato più pericoloso contro cui doveva correre Hillary, Jeb Bush.

 

È opinione di molti sostenitori di Trump che anche le elezioni del 2016 fossero truccate, ma i brogli non furono abbastanza da fermare la valanga di voti per il biondo appaltatore del Queens star della reality TV.

 

Quell’elezione già aveva fatto emergere pattern sociopolitici (e geopolitici) che sarebbero divenuti drammaticamente centrali negli anni a venire.

 

Da una parte, la demonizzazione della Russia, indicata dai democratici, in quella che è davvero una teoria del complotto senza alcuna base, come artefice dell’elezione di Trump, pupazzo di Putin. L’isteria russofobica ha generato conseguenze enormi: ha guastato i rapporti con Mosca anche una volta eletto Trump, che non poteva fare accordi con Putin senza essere linciato dalla stampa e dalla politica goscista come marionetta del Cremlino.

 

Di più: recentemente il giornalista Glenn Greenwald, quello che portò alla ribalta il caso Snowden, ha dato una lettura psicanalitica non improbabile del conflitto russo-ucraino: i miliardi e le armi che i democratici USA stanno dando a Kiev per combattere la Russia sono una sorta di risposta al più grande trauma psicopolitico della loro esistenza, cioè la mancata elezione a presidente di Hillary Clinton nel 2016.

 

Dall’altra parte, era emersa in quella corsa elettorale la demonizzazione dell’avversario, un astio estremo nei confronti del personaggio che è rimasto invariato durante la presidenza e dopo, anzi è cresciuto. Anche qui si è parlato di un fenomeno psicologico specifico, la Trump Derangement Syndrome, la «sindrome da disturbo Trump», che è una bella definizione che avremmo voluto avere durante i quasi trenta anni di «sindrome da disturbo Berlusconi» che lo Stato-partito italiano con i suoi politici goscisti, i suoi media venduti,  i suoi oligarchi ci ha inflitto senza pietà continuativamente.

 

Infine, in quella fatale campagna elettorale venne a galla forse il fenomeno più rilevante, ed inquietante, che avremo visto poi concretarsi tragicamente nell’era Biden: la demonizzazione della stessa popolazione che vota, che Hillary definì «basket of deplorables» – il «cestino di miserabili».

 

Si tratta di un salto di paradigma, politicamente: puoi attaccare l’avversario, ma non i suoi elettori. Quelli devi portarli a te, sedurli… saranno comunque i tuoi cittadini quando salirai al potere… Invece no. Non più.

 

I deplorables che non votavano per lei, vennero insultati da Hillary, e poi programmaticamente perseguitati da Biden. Lo dichiarò, con una scenografia stile Albert Speer e due Marines ai lati, nel famoso discorso chiamato «Dark Brandon», in cui si scagliava non contro Trump, ma contro gli americani MAGA, cioè i suoi sostenitori. E non si trattava di retorica, per quanto perversa: appena eletto, era cominciato la traslazione del concetto di terrorismo, per cui le agenzie di sicurezza non dovevano più occuparsi degli islamisti, ma dei genitori che protestano per l’insegnamento del gender o della Critical Race Theory a scuola, per i papà e le mamme che rifiutano i lockdown, le mascherine e i vaccini per i loro figli: tutti questi miserabili erano divenuti, concretamente, potenziali domestic terrorists.

 

Ecco che si spiegano le persecuzioni contro i pro-life, con padri di famiglia prelevati da squadre d’assalto in casa per aver protestato fuori dalle cliniche degli aborti.

 

Ecco che si comprende perché l’FBI abbia cominciato a istituire un sistema di spie contro i cattolici che vanno alla Santa Messa in latino.

 

Ecco che capiamo da dove venga la persecuzione contro chiunque fosse in Campidoglio quel fatale 6 gennaio.

 

È un mutamento immane che abbiamo tante volte cercato di spiegare su Renovatio 21: lo Stato non cerca più la convivenza fra i suoi cittadini, ma l’eliminazione del segmento cui non riesce a dare a bere la sua narrativa. Tale porzione di cittadini è considerata come sacrificabile: il senso della pandemia, dell’apartheid biotica che avete subito, del green pass che vi impedisce di lavorare e vivere, è tutto qua.

 

Nel nuovo concetto di Stato, voi non siete più inclusi. Voi sarete sacrificati. E le aziende private, lo sapete, sono allineate: ecco perché Facebook vi censura, perché il negozio non vi fa entrare senza certificato verde e mascherina. Come dimostrano chiaramente anni di World Economic Forum a Davos, la convergenza tra multinazionale e Stato, tra pubblico e privato è oramai totale – lo chiamano Grande Reset.

 

Perché, entrati oramai in questa nuova era, a chi vi sta sopra non interessa più il vostro voto, né il vostro danaro. Ecco perché è così facile emarginarvi, eliminarvi.

 

Donald Trump rappresenta un immenso ostacolo a questa trasformazione in atto. Va in cerca di voti con manifestazioni oceaniche, ama la gente. È ricco, ma più che con i grandi donatori, ora pare stia facendo soldi con le t-shirt della sua foto segnaletica. Si oppone alla globalizzazione, mette in riga la Cina.  Si oppone all’immigrazione selvaggia dal confine meridionale – cioè il piano Kalergi in versione USA. Pare avere a cuore la classe media, quella che il partito di Davos vuole eliminare, e che il mandarinato pandemico ha ferito a morte.

 

Aggiungiamoci pure, come dicevamo sopra, che non ama molto la NATO. Quell’organizzazione di superpotenza militare, anche atomica, basata a Bruxelles, che è per coincidenza la stessa città di Marc Dutroux, cioè, pardon, la stessa città dell’Unione Europea. (Scusate, ci eravamo per un attimo confusi, è stato un lapsus)

 

Il lettore capisce da sé che, non sarà mai un pazzo solitario, né i soli nemici politici, a tentare di ucciderlo: dietro il suo assassinio ci sarà un piano immenso, un sistema globale in via di realizzazione, un mondo intero, un potere planetario in grado di schiacciare perfino un presidente americano.

 

È già successo. Uccisero Kennedy che era un uomo di pace, un uomo in grado disinnescare con Krushev la più tremenda crisi atomica, quella dei missili sovietici a Cuba. Per evitare di ritrovarsi ancora una volta ad avere a che fare con un così, sei anni dopo uccisero il fratello, Robert Kennedy, quando era ancora candidato alle primarie democratiche, con ampie prospettive di vittoria. (Il figlio di Robert, Robert Kennedy jr., anche lui candidato democratico, sappiamo prende sul serio la possibilità di essere assassinato anche lui)

 

 

Non che Trump non conosca la situazione, anzi.

 

Uno dei momenti più incredibili offerti dalla trasmissione di Tucker Carlson quando era su Fox fu la puntata in cui disse – forte di una fonte che non poteva nominare ma che, assicurava, conosceva la realtà delle cose – che il presidente John Kennedy fu ammazzato con il coinvolgimento della CIA. Era la prima volta che, dopo 60 anni di bisbigli impubblicabili, qualcuno lo diceva forte e chiaro.

 

Sì, la CIA ha ucciso il presidente degli USA, quello che avrebbe dovuto servire. Le implicazioni di questo sono gigantesche: la storia degli USA, apprendiamo, non la fanno i presidenti, ma un potere non eletto che può trucidarli a piacere…

 

«È un Paese completamente diverso da quello che pensavamo fosse. È tutto falso» aveva confessato a Carlson la sua fonte.

 

Ora, è probabile che il lettore sia giunto con rapidità alla conclusione a cui sono arrivati in tanti: la fonte di Tucker non può che essere Donald Trump.

 

È una situazione di significato profondo davvero. Siamo a livelli di una tragedia, di un racconto mitico.

 

L’eroe sa quale può essere il suo destino. Sa che può essere ucciso, magari dai suoi stessi uomini. Eppure non desiste, e porta avanti la sua battaglia senza fermarsi, pienamente conscio del fato che incombe.

 

Dio salvi Donald Trump.

 

Signore, riporta la pace nel mondo.

 

Lettore, fallo anche tu: prega. Perché ne abbiamo davvero bisogno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

Geopolitica

I pensieri di Putin sull’«imprevedibile» guerra in Iran

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Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin giovedì ha rilasciato alcuni rari, ampi e franchi commenti sulla guerra israelo-americana contro l’Iran.

 

Il presidente russo paragonato la guerra e la chiusura dello Stretto di Ormuzzo, con il successivo impatto sull’energia globale, all’enorme impatto su larga scala della pandemia di COVID-19, tuttavia affermando che gli esiti della guerra sono, a questo punto, troppo difficili da prevedere.

 

Il conflitto, ha spiegato Putin, sta ora causando danni significativi alla logistica internazionale, alla produzione e alle catene di approvvigionamento, esercitando al contempo una forte pressione sulle aziende di idrocarburi, metalli e fertilizzanti,.

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«Le conseguenze del conflitto in Medio Oriente sono ancora difficili da prevedere con precisione», ha detto Putin prima di una conferenza di leader aziendali a Mosca. «Mi sembra che coloro che sono coinvolti nel conflitto non possano prevedere nulla nemmeno loro, ma per noi è ancora più difficile», ha osservato.

 

«Tuttavia, ci sono già stime che possono essere paragonate all’epidemia di coronavirus», ha detto Putin. «Ricordo che ha rallentato drammaticamente lo sviluppo di tutte le regioni e di tutti i continenti, senza eccezioni».

 

All’inizio di questa settimana Putin ha evidenziato il doppio standard dell’Occidente riguardo all’Ucraina, in confronto alla guerra in corso in Iran, che sta per raggiungere il suo primo mese. In riferimento agli alleati occidentali, Putin ha dichiarato: «hanno firmato ogni tipo di lettera all’inizio del conflitto in Ucraina. Eppure questi amanti dell’arte epistolare non hanno scritto nulla sugli attuali eventi tragici».

 

Il portavoce di Putin ha intanto affrontato giovedì molte di quelle che ha definito «bugie» relative al ruolo di Mosca nella guerra in Iran. «Ci sono così tante bugie diffuse dai media… Non fateci caso», ha detto ai giornalisti il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov in risposta a una domanda dell’agenzia AFP sulla fornitura di droni russi a Teheran riporta dal Wall Street Journal.

 

Peskov ha colto anche l’occasione per commentare le affermazioni dei media sul approccio di Mosca ai colloqui di pace e all’Ucraina, in connessione con la guerra in Iran. Alla domanda riguardo l’editoriale del New York Times secondo cui Putin era vicino a raggiungere un accordo di pace con l’Ucraina a febbraio, ma che l’operazione USA e israeliana contro l’Iran ha cambiato tutto e ora non è più interessato alla pace, Peskov ha risposto che «è completamente falso e non riflette la realtà. È vero che durante i round di colloqui trilaterali c’è stato qualche movimento verso una soluzione. Ma le questioni chiave che contano criticamente per la Russia non sono state ancora concordate».

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«Fin dall’inizio è stato chiaro, e lo abbiamo detto molte volte, che tra queste ci sono le questioni territoriali» ha continuato il portavoce del Cremlino. «Questo è il principale tema in discussione. Non c’è ancora stato alcun progresso su quel fronte. Allo stesso tempo, ciò non significa che la Russia abbia perso interesse nei negoziati. Al contrario, rimaniamo aperti ai colloqui, siamo in contatto con gli americani e ci aspettiamo che il prossimo round di negoziati si tenga non appena le circostanze lo permetteranno».

 

Intanto, numerosi titoli sui media occidentali hanno continuato a sostenere che la Russia sia stata la vera vincitrice in seguito alla più recente avventura di cambio di regime di Washington in Medio Oriente, descrivendo come Putin stia incassando almeno 760 milioni di dollari al giorno grazie alla crescente domanda di petrolio russo.

 

Ciò avviene anche in concomitanza con le deroghe alle sanzioni statunitensi, con il Telegraph di Londra che riporta che «le vendite del Cremlino di petrolio e gas raddoppieranno da circa 12 miliardi a quasi 24 miliardi di dollari questo mese, mentre Putin trae profitto da un enorme aumento dei prezzi e dalle deroghe alle sanzioni di Donald Trump».

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

 

 

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I primi negoziati tra legislatori russi e statunitensi a Washington sono stati eccellenti, dice il vicepresidente della Duma

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L’inizio dei negoziati tra la delegazione parlamentare russa e le sue controparti statunitensi è andato notevolmente bene e le parti hanno già ottenuto buoni risultati, ha dichiarato giovedì all’agenzia di stampa governativa russa Sputnik il vicepresidente della Duma di Stato russa, Boris Chernyshov.   «È stata un’esperienza meravigliosa, una negoziazione meravigliosa… Ringrazio innanzitutto la deputata Luna per il dialogo aperto, onesto e proficuo. Abbiamo discusso di moltissime questioni e credo che i risultati siano positivi», ha dichiarato il Chernyshov.   La delegazione della Duma di Stato russa è arrivata negli Stati Uniti per difendere gli interessi della Russia in un dialogo aperto, che è necessario, ha affermato il vicepresidente della Duma di Stato russa, Boris Chernyshov.   «Siamo venuti per difendere gli interessi della Russia e lo faremo in un dialogo aperto, che è comunque necessario», ha affermato Chernyshov. Il compito della delegazione russa è quello di costruire la cooperazione parlamentare tra i paesi, ha affermato il funzionario. «Sono certo che i risultati dei negoziati saranno molto interessanti per il mondo intero», ha affermato Chernyshov.

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C’è speranza per la ripresa del dialogo tra gli organi legislativi di Russia e Stati Uniti, ha affermato l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Alexander Darchiev. «C’è la speranza che il dialogo venga strutturato e ripristinato, forse non nelle stesse forme di prima», ha affermato il Darchiev.   La delegazione parlamentare russa proseguirà le riunioni di lavoro venerdì, nell’ambito della sua visita a Washingtone, ha aggiunto Darchiev.   L’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Alexander Darchiev, si è detto soddisfatto dei colloqui tenuti tra i legislatori russi e statunitensi. «Sono soddisfatto. I colloqui sono andati a buon fine», ha dichiarato Darchiev.   In precedenza, il presidente della Commissione per gli Affari Internazionali della Duma di Stato russa, Leonid Slutsky, aveva annunciato che la delegazione della Duma di Stato negli Stati Uniti comprendeva il vicepresidente Boris Chernyshov, nonché i parlamentari Vjacheslav Nikonov e Svetlana Zhurova. Successivamente, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha affermato che tale dialogo bilaterale tra parlamentari, precedentemente sospeso, è importante e necessario.   Come riportato da Renovatio 21, nel mentre, il Wall Street Journal ha pubblicato un reportaggio sulla fornitura di armi agli iraniani da parte della Federazione Russa.

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Immagine di Eurasian Women’s Forum via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0.
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Israele bombarda il «cuore di Teheran», Trump valuta l’invio di altri 10.000 soldati di terra

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Il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che i colloqui con Teheran «stanno andando molto bene» e ha rinviato di altri dieci giorni gli attacchi contro le centrali elettriche iraniane, mentre Israele ha intensificato i suoi attacchi e, secondo alcune fonti, il Pentagono sta valutando ulteriori dispiegamenti nella regione.

 

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno condotto un’incursione aerea su vasta scala «nel cuore di Teheran» e in altre zone dell’Iran durante la notte, prendendo di mira infrastrutture non specificate.

 

La Mezzaluna Rossa iraniana ha dichiarato che gli attacchi hanno colpito diversi edifici civili e che sono in corso operazioni di ricerca e soccorso nella capitale, nella città centrale di Qom e a Urmia, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale.

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Sebbene giovedì, durante una riunione di gabinetto alla Casa Bianca, Trump abbia ribadito che si stanno compiendo progressi nei negoziati, il dipartimento della Guerra starebbe valutando la possibilità di schierare fino a 10.000 soldati di terra aggiuntivi in Medio Oriente. Se approvato, questo nuovo dispiegamento si aggiungerebbe ai 2.000 paracadutisti d’élite e ai 5.000 Marines già in viaggio verso la regione.

 

«Il dipartimento della Guerra continuerà a negoziare riguardo alle bombe», ha affermato Pete Hegseth, in un contesto di crescenti preoccupazioni per un’imminente invasione di terra.

 

Teheran ha negato di essere impegnata in colloqui diretti con gli Stati Uniti e, secondo quanto riportato, ha delineato le proprie rigide condizioni per un cessate il fuoco, rifiutandosi di negoziare alle condizioni di Washington, dopo che Stati Uniti e Israele avevano già «pugnalato alle spalle» l’Iran per ben due volte durante i negoziati.

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