Storia
Quegli americani che si sono opposti alla NATO
È un errore pensare che la NATO abbia trovato sempre d’accordo tutti gli americani – a partire da grandi figure della politica e dell’amministrazione degli Stati Uniti.
Donald Trump, come noto, ebbe un rapporto duro con l’Alleanza Atlantica, trattando non sempre benissimo il suo segretario Stoltenberg e arrivando, già prima di essere eletto presidente, a fare una domanda semplice quanto inaudita a Washington: a cosa serve la NATO oggi? Perché gli USA la finanziano? Perché gli altri Stati alleati non pagano altrettanto?
Queste semplici domande, a cui in pochi in realtà avevano mai pensato, gli costarono l’odio assoluto da parte dello Stato profondo americano. Come ha detto Tucker Carlson – che ha con onestà riconosciuto di non essersi posto nemmeno lui la questione prima che lo svegliassero le uscite elettorali del futuro presidente – le conversazioni riguardo il sostegno al candidato Trump, perfino tra repubblicani, divennero impossibili dal momento in cui The Donald toccò la NATO. Carlson osserva che chi cominciò a mostrare disprezzo cieco per Trump tuttavia non rispondeva mai alle domande di cui sopra: perché la NATO, oggi?
In realtà, vi furono grandi figure politiche americane che rifiutarono la NATO prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale politologo capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti dall’accademico John Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».
Kennan si oppose alla NATO sin dalla sua creazione: la sua idea di contenimento dell’URSS non prevedeva mezzi militari – in quanto, ripeteva, non aveva la sensazione che Mosca volesse invadere militarmente l’Europa occidentale – non si basava su soldati ed armi ma su fattori politici, ideologici, economici e se vogliamo pure spionistici.
Approfondì la sua idiosincrasia per il Patto Atlantico decenni dopo in un celeberrimo editoriale sul tema dell’allargamento della NATO pubblicato dal New York Times nel 1997: «è in gioco qualcosa della massima importanza. E forse non è troppo tardi per avanzare un punto di vista che, credo, non è solo mio, ma è condiviso da un certo numero di altri con una vasta e nella maggior parte dei casi più recente esperienza nelle questioni russe» scriveva Kennan oramai 93enne. «L’opinione, dichiarata senza mezzi termini, è che l’espansione della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-guerra fredda».
Sono parole che oggi suonano tragicamente profetiche: con il rischio della guerra termonucleare alle porte – e i politologi russi che davvero cominciano a discuterne, potrebbe proprio essere così, allargare la NATO a Est potrebbe portare all’annientamento stesso degli Stati Uniti.
Vogliamo tuttavia qui ricordare anche il senatore americano Robert Taft (1889-1953). Repubblicano dell’Ohio, Taft fu uno dei soggetti descritto nel libro di John Kennedy Ritratti del coraggio (1955), dove JFK lo descrive come uno dei cinque più importanti senatori nella storia degli Stati Uniti d’America.
Il 26 luglio 1949 il senatore di Cincinnati fece questo discorso in opposizione al Trattato del Nord Atlantico:
«Perché ho votato contro il Patto Atlantico? Volevo votare a favore, almeno volevo votare per far sapere alla Russia che se avesse attaccato l’Europa occidentale, gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra. Credo che sarebbe un deterrente alla guerra».
«Abbiamo emesso proprio questo avvertimento nella Dottrina Monroe [l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, ndr], e sebbene fossimo una nazione molto meno potente, ha impedito l’aggressione contro l’America centrale e meridionale. Quello era solo un messaggio del presidente al Congresso, e non c’erano obblighi di trattato e armi per altre Nazioni. Ma è stata una delle misure di pace più efficaci nella storia del mondo. Preferirei una Dottrina Monroe per l’Europa occidentale. Ma il Patto Atlantico va ben oltre. Ci obbliga ad andare in guerra se in qualsiasi momento durante i prossimi 20 anni qualcuno effettua un attacco armato contro una qualsiasi delle 12 Nazioni».
«Sotto la Dottrina Monroe potremmo cambiare la nostra politica in qualsiasi momento. Potremmo giudicare se forse uno dei Paesi avesse dato la causa dell’attacco. Solo il Congresso poteva dichiarare guerra in virtù della dottrina. Con il nuovo patto il presidente può portarci in guerra senza il Congresso. Ma, soprattutto, il trattato fa parte di un programma molto più ampio con il quale armiamo tutte queste Nazioni contro la Russia».
Come Kennan, Taft non vedeva la forza militare come principale strumento per la politica estera americana. Anche lui, temeva l’errore fatale di una prossima guerra ultradistruttiva.
«È già stato fatto un programma militare congiunto (…) Diventa così un’alleanza militare offensiva e difensiva contro la Russia. Credo che la nostra politica estera debba mirare principalmente alla sicurezza e alla pace, e credo che una tale alleanza abbia più probabilità di produrre la guerra che la pace. Una terza guerra mondiale sarebbe la più grande tragedia che il mondo abbia mai sofferto. Anche se vincessimo la guerra, questa volta probabilmente subiremmo un’enorme distruzione, il nostro sistema economico verrebbe paralizzato e perderemmo le nostre libertà e il nostro sistema libero proprio come la seconda guerra mondiale ha distrutto i sistemi liberi dell’Europa. Potrebbe facilmente distruggere la civiltà su questa terra».
Il senatore già 70 anni fa vedeva il pericolo di quello che era ed è, de facto, un accerchiamento malevolo della Russia da parte degli USA e dei loro alleati, ancora oggi pienamente visibile nei documenti della RAND Corporation, il controverso think tank che crea la politica militare americana – oggi più che mai.
«C’è un’altra considerazione. Se ci impegniamo ad armare tutte le Nazioni intorno alla Russia, dalla Norvegia a nord alla Turchia a sud, e la Russia si vede circondata gradualmente dalle cosiddette armi difensive dalla Norvegia e dalla Danimarca alla Turchia e alla Grecia, potrebbe formarsi un’opinione diversa. Può decidere che l’armamento dell’Europa occidentale, indipendentemente dal suo scopo attuale, preveda un attacco alla Russia. Il suo punto di vista può essere irragionevole, e penso che lo sia. Ma dal punto di vista russo potrebbe non sembrare irragionevole. Potrebbero benissimo decidere che se la guerra è il risultato certo, è meglio che la guerra avvenga ora piuttosto che dopo che l’armamento dell’Europa sarà completato».
Con estrema chiarezza, Taft prevedeva la crisi di missili di Cuba.
«Come ci sentiremmo se la Russia si impegnasse ad armare un paese al nostro confine; Il Messico, per esempio? (…), infine, credo che ci sia solo una vera speranza di pace nel mondo a venire: un’associazione di Nazioni che si obblighi a rispettare una legge che governi le nazioni e sia amministrata da una corte di giustizia legale. Tale risultato giudiziario non deve essere soggetto al veto di nessuna Nazione e deve esserci una forza internazionale per far rispettare il decreto del tribunale. Un tale piano può avere successo solo se l’opinione pubblica mondiale è educata a insistere sull’applicazione della giustizia».
Anche le parole di Taft, come quelle di Kennan e pure di Trump, sono oggi davvero di attualità estrema.
Immagine di George Kennan di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata con AI
Intelligence
Decapitazioni di massa in Manciuria: crimini giapponesi della Seconda Guerra Mondiale emergono dai docuimenti sovietici
Il 9 agosto 1945, una famigerata unità dell’esercito giapponese giustiziò decine di prigionieri civili nella città di Hailar, proprio il giorno in cui l’Unione Sovietica lanciò un’offensiva contro lo stato fantoccio imperiale giapponese del Manciukuò. La storia è stata rilanciata in questi giorni da testate governative russe.
In occasione della Giornata della Vittoria sul Giappone, le autorità russe hanno pubblicato per la prima volta documenti storici che descrivono dettagliatamente gli eccidi. I documenti furono compilati dal servizio di controspionaggio militare sovietico (SMERSH), che indagò sui crimini e assicurò alla giustizia alcuni dei responsabili.
I documenti provengono dagli archivi sono custoditi da tre istituzioni distinte: l’Archivio Centrale del Servizio di Sicurezza Federale (CA FSB) conserva le trascrizioni degli interrogatori, i fascicoli personali e le dichiarazioni relative al passato di ufficiali e personale medico giapponesi; l’Archivio Militare Statale Russo (RGVA) conserva i documenti operativi militari relativi all’offensiva transbaikaliana dell’Armata Rossa sovietica in Manciuria nell’agosto del 1945; l’Archivio di Stato della Federazione Russa (GARF) conserva i documenti ufficiali dello Stato, le raccolte di prove e la documentazione legale internazionale relativi ai 12 principali criminali di guerra giapponesi processati dall’Unione Sovietica per crimini contro l’umanità nella Cina nord-orientale.
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Hailar, all’epoca una città di circa 40.000 abitanti, oggi parte della regione cinese della Mongolia Interna, fu teatro di alcuni dei combattimenti più feroci del conflitto sovietico-giapponese, iniziato il 9 agosto 1945. Un importante complesso fortificato giapponese nella zona, costruito con il lavoro forzato dei cinesi durante l’occupazione, è stato in seguito trasformato in un parco commemorativo.
I crimini descritti nei documenti diffusi dal Servizio di sicurezza federale russo (FSB) si sono verificati altrove, in una prigione segreta della polizia dove le autorità giapponesi detenevano residenti locali sospettati di nutrire simpatie filo-sovietiche.
La Manciuria aveva una storia complessa di insediamenti russi. La sua popolazione comprendeva operai ferroviari, monarchici fuggiti dalla rivoluzione bolscevica e persino «fascisti» russi convinti, desiderosi di allearsi con le potenze dell’Asse.
Nonostante si trovassero su fronti opposti durante la Seconda Guerra Mondiale, l’URSS e il Giappone evitarono lo scontro militare diretto per gran parte del conflitto più sanguinoso della storia umana. Le forze sovietiche fermarono un tentativo giapponese di espansione in Mongolia nel 1939, ma in seguito entrambe le potenze si concentrarono sui rispettivi nemici principali: la Germania nazista per Mosca e gli Stati Uniti per Tokyo.
La sconfitta delle potenze dell’Asse in Europa nel maggio del 1945 modificò gli equilibri strategici, mentre Mosca era anche sotto pressione per onorare l’impegno preso con i suoi alleati di entrare in guerra nella regione Asia-Pacifico.
Nel giro di poche settimane, le forze dell’Armata Rossa, sopraffecero l’Armata del Kwantung giapponese in Manciuria, creando una credibile minaccia di invasione delle isole principali del Giappone.
Il Giappone alla fine scelse di arrendersi agli americani, complici le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che alcuni, anche a Tokyo, sostengono fossero degli avvertimenti diretti ai russi di modo da impedire l’invasione sovietica dell’Hokkaido che avrebbe quantomeno spezzato in due il Paese, come poi avvenuto in Germania e in Corea.
Con l’aggravarsi della prospettiva di una guerra con l’URSS nel 1944, le autorità di occupazione giapponesi in Manciuria compilarono liste di cittadini sovietici e altri «sovversivi» e iniziarono ad arrestare coloro che erano considerati una minaccia. Il 9 agosto, un’altra ondata di arresti fu seguita da esecuzioni sommarie.
L’organizzazione incaricata dell’operazione era il Tokumu Kikan, o Organizzazioni di Servizio Speciale, una rete di unità militari e civili d’élite specializzate in Intelligence umana e attività di quinta colonna. L’organizzazione decentralizzata traeva origine da una forza creata nel 1904 dall’ufficiale dei servizi segreti giapponesi Akashi Motojiro per condurre operazioni segrete contro l’Impero russo. Fu ristabilita nel 1919, quando Tokyo perseguì i suoi piani di espansione nel continente asiatico.
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Il tenente colonnello Amano Isamu, a capo della sezione Tokumu Kikan di Hailar, ordinò l’uccisione di 43 persone il 9 agosto 1945, con l’assistenza della polizia locale comandata dai giapponesi.
Tre settimane dopo, in seguito al crollo del regime di occupazione, gli abitanti del luogo riesumarono i corpi per poter seppellire i propri parenti. Gli investigatori dello SMERSH hanno accertato che molti dei uccisi erano cittadini sovietici residenti ad Hailar.
Il rapporto completo, redatto dal generale di divisione Pyotr Popov, comandante dello SMERSH a Hailar, conteneva oltre 100 pagine di documenti e una raccolta di fotografie. L’FSB ha declassificato e pubblicato circa il 20% del materiale, inclusi estratti del referto del medico legale, trascrizioni di interrogatori di testimoni e sospettati, una descrizione della prigione segreta e gli aggiornamenti che Popov inviò a Mosca nel corso delle indagini.
Secondo i documenti, le forze sovietiche vennero a conoscenza di due fosse comuni riesumate dalla popolazione locale, mentre 19 corpi erano ancora in attesa di sepoltura, consentendo agli investigatori di effettuare le dovute autopsie. Tutti i uccisi furono identificati come russi ed ebrei, ad eccezione di un uomo di etnia mongola.
I messaggi lasciati sui muri delle celle offrono uno spaccato della vita delle persone detenute nel Tokumu Kikan. Molte iscrizioni contengono semplicemente i nomi delle vittime, tra cui una con la scritta «Gosha K». Altre includono dettagli biografici, date di incarcerazione e denunce di torture, malnutrizione e morti all’interno del carcere.
Un giovane di nome Vinokhodov ha lasciato un messaggio di addio dicendo: «Morire per la causa, provo un certo sollievo», lasciando intendere di simpatizzare con l’Unione Sovietica.
Secondo il referto forense, i prigionieri sono stati uccisi mediante decapitazione netta, eseguita con mano ferma da un professionista. Le prove suggeriscono che almeno uno dei carnefici fosse un abile spadaccino.
I documenti affermano che diverse vittime non furono completamente decapitate, con la testa rimasta attaccata al corpo tramite un lembo di pelle all’altezza della gola. Sebbene gli investigatori sovietici non abbiano commentato questo fatto, esso riveste un significato nella tradizione culturale giapponese.
Il seppuku tradizionale, una forma cerimoniale di auto-sventramento che fungeva anche da pena capitale tra i samurai, veniva solitamente eseguito con l’aiuto di una seconda persona. L’assistente tagliava la testa al morente per porre fine alle sue sofferenze. Un taglio tecnicamente difficile, che lasciava la testa parzialmente attaccata, era considerato prova di eccezionale abilità con la spada e aveva lo scopo di preservare la dignità della persona giustiziata.
Il seppuku era stato messo al bando già nel 1945, ed è altamente improbabile che un ufficiale dell’Impero giapponese intendesse concedere ai suoi prigionieri una morte onorevole. Una spiegazione più plausibile è che il boia volesse mettersi in mostra, pensano ora i russi.
Un episodio tristemente noto durante il massacro di Nanchino del 1937 coinvolse due ufficiali giapponesi che, secondo alcune fonti, si sfidarono a chi riuscisse a uccidere per primo 100 persone con una spada. I giornali giapponesi dell’epoca ritrassero le vittime come combattenti sul campo di battaglia, sebbene i ricercatori abbiano concluso che si trattasse quasi certamente di prigionieri di guerra.
Nel novembre del 1945, un tribunale militare sovietico condannò a morte il personale militare e di polizia giapponese coinvolto negli arresti di massa e nelle esecuzioni di Hailar. Tra i giustiziati tramite fucilazione figuravano Amano, capo del Tokumu Kikan, e il maggiore generale Haseki Kageyama, comandante della gendarmeria provinciale.
Il loro destino contrastava con quello di molti altri ufficiali giapponesi, compresi gli ex allievi della Tokumu Kikan, che furono in seguito integrati nell’ordine postbellico sostenuto dagli Stati Uniti. Ex nemici, tra cui individui implicati in crimini di guerra, offrirono le loro conoscenze ed esperienze a Washington all’inizio della Guerra Fredda.
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Un esempio è quello del capo dei servizi segreti imperiali giapponesi Arisue Seizo. Il generale Charles Willoughby, che dirigeva l’intelligence militare statunitense sotto il generale Douglas MacArthur, reclutò Arisue per dare il via alle operazioni anticomuniste in Asia.
La Russia si impegnò a fondo nello sviluppo della Manciuria alla fine del XIX secolo, nel tentativo di ottenere un maggiore accesso ai mercati cinesi. Tuttavia, la sconfitta russa nella guerra russo-giapponese e il crollo dell’Impero russo durante la prima guerra mondiale ridussero drasticamente l’influenza del paese in Estremo Oriente.
Harbin, uno dei principali centri di insediamento russo in Manciuria, divenne un polo di attrazione sia per coloro che non volevano avere nulla a che fare con il nuovo Stato sovietico, sia per chi cercava attivamente di minarlo. Alcuni giovani emigrati russi in Manciuria giunsero a credere che il fascismo potesse offrire una via per la restaurazione della Russia, creando un’organizzazione che al suo apice, negli anni ’30, contava circa 20.000 membri.
La comunità russa in Manciuria rimase tuttavia profondamente divisa sull’Unione Sovietica. Secondo lo storico Sergej Smirnov, negli anni Venti circa 120.000 persone nella regione erano cittadini sovietici o simpatizzavano con il nuovo stato, mentre oltre 100.000 avevano opinioni opposte.
Questa divisione si riflette anche nei documenti recentemente desecretati, che identificano un «emigrato bianco» di cognome Kaevich come membro della polizia giapponese che prese parte al massacro di Hailar.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Storia
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Intelligence
Le basi del pensiero dei fratelli Dulles
L’armistizio della prima guerra mondiale venne deciso iniziare evocativamente alle ore undici dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 1918. Il presidente americano Woodrow Wilson (1856-1924) decise di partecipare personalmente alla conferenza di pace a Parigi, un fatto eccezionale all’epoca, in quanto, l’unico altro esempio di presidente statunitense in visita all’estero, fu Theodore Roosevelt (1858–1919) all’appena annesso Canale di Panama.
Dopo le dimissioni nel 1915 di William Jennings Bryan (1860-1925), il segretario di Stato di Wilson divenne il consigliere Robert Lansing (1864–1928). Bryan decise di lasciare in seguito alle note di protesta, troppo bellicose secondo il segretario, inviate da Wilson alla Germania in seguito all’affondamento del RMS Lusitania da parte di alcuni U-Boot tedeschi. Venne Scelto Lansing, su suggerimento del consigliere privato di Wilson, il colonnello Edward M. House, (1858-1938) perché persona tecnicamente preparata sulla giurisprudenza internazionale e perché facilmente indirizzabile e controllabile.
Robert Lansing aveva sposato, Eleanor, la figlia di John Watson Foster (1836-1917), segretario di stato durante il governo Harrison e una vita nella diplomazia in particolare in Russia, Messico e Spagna. Foster rimarrà nella storia americana per essere il primo segretario di stato ad aver organizzato la conquista di una nazione estera, assecondando i coloni americani alle Hawaii, inviando i marines a supporto e prontamente annettendo le isole oceaniche dopo l’avvenuto rovesciamento della monarchia.
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La figlia di Foster sposò un pastore presbiteriano Allen Macy Dulles e i loro figli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Welsh Dulles (1893-1969) divennero relativamente il segretario di Stato e il direttore della CIA del futuro governo Eisenhower. I nipoti crebbero ascoltando le storie del nonno materno, subendone la fascinazione e assumendone gli ideali. Assieme al nonno vissero anche le discussioni tra il nonno e il suo genero, Lansing, sempre presente alla corte di nonno Foster.
Entrambi i fratelli Dulles, laureati coi massimi voti a Princeton dove Wilson, prima di diventare governatore del New Jersey e in seguito presidente degli States, aveva lavorato come professore dal 1890 al 1902 per poi assumerne la presidenza fino al 1910, idolatravano Wilson. John Foster, 5 anni più grande del fratello, con una carriera nella Sullivan & Cromwell, cercò immediatamente di fare leva su Lansing per farsi portare come assistente a Parigi ma senza riuscirci.
Ottenne però lo stesso un biglietto attraverso la sua stretta conoscenza personale con Bernard Baruch (1870-1965) come suo assistente. Baruch, ricchissimo finanziere e presidente della War Industries Board, organismo incaricato di organizzare l’economia di guerra statunitense, venne chiamato da Wilson come delegato delle riparazioni di guerra, cioè colui che decideva sulla gravità della punizione verso i tedeschi. Foster si ritrovò di li a poco a condividere lunghe partite a bridge sul ponte della nave George Washington con il segretario della marina dell’epoca Franklin Delano Roosevelt (1882-1945).
Il valore dei contatti che maturò in quei mesi furono incalcolabili, si trovò allo stesso tavolo con il famoso economista John Maynard Keynes (1883-1946) e colui che metterà le basi dell’Unione Europea, Jean Monnet (1888-1979). Condivise il tavolo con il presidente del Brasile, Epitàcio Pessoa, cliente della sua firm per la riorganizzazione delle ferrovie brasiliane, e con il finanziere George Sheldon tesoriere del partito repubblicano.
La portata dell’evento attrasse anche Allen Dulles che, di stanza a Berna, trovò modo di partecipare assicurandosi un lavoro nella boundary commission. Il fratello, di natura più incline rispetto a Foster alla vita sociale, divenne resident al La Sphinx il bordello più in voga di Parigi. Tra le tante conoscenze nel mondo dello spettacolo, della letteratura e dell’arte vi aggiunse anche quella del suo futuro capo, il generale americano Walter Bedell Smith (1895-1961).
Pure la sorella Eleanor Dulles (1895-1996), figlia del segretario di Stato Lansing, partecipò al periodo storico lavorando in un’organizzazione umanitaria quacchera di soccorso lungo le devastate rive della Marna. La sorella anch’essa estremamente dotata e preparata partecipò quanto potè alla vita del periodo, l’unico che non riuscì a trarne beneficio fu Lansing che venne gradualmente lasciato da parte da Wilson.
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Wilson gestì il periodo della delegazione americana Parigi con una grandeur tale da far invidia ai francesi stessi. Gli americani personificavano la vittoria degli ideali a stelle e strisce sul resto del mondo e lo facevano da padroni. Wilson ripeté svariate volte il suo slogan sull’autodeterminazione dei popoli: national aspirations must be respected. Il suo principio sull’autodeterminazione però si rifaceva solamente alla parte dell’globo di cui facevano parte lui e i suoi amici bianchi senza avvicinarsi nemmeno a considerare papabili a rientrare all’interno dello stesso discorso tutti coloro che vivevano nelle colonie degli stessi suoi amici.
Scrive Stephen Kinzer nel suo ottimo The Brothers di come Ho Chi Minh non venne riconosciuto degno di essere ascoltato e, di li a poco, dopo essere transitato per Mosca e introdotto al Comintern, divenne il fondatore del Partito Comunista Francese e si impegnò in una guerra di tre decadi che arrivò fino al governo dei fratelli Dulles.
Lo stesso accadde dopo alcuni mesi in diversi punti del mondo: una rivoluzione contro gli inglesi in Egitto, una rivolta coreana verso i giapponesi, l’inizio della campagna gandhiana in india e un movimento di protesta antimperialista in Cina.
Rifiutandosi di mettersi al tavolo con i rappresentanti del mondo al di fuori del teatro europeo, i leader che si incontrarono a Parigi gettarono le basi per decenni di disordini. La determinazione nel garantire i loro possessi superò di gran lunga la loro volontà di rendere reali gli slogan sull’autodeterminazione che enunciavano con tanto orgoglio. Questo valse per Wilson quanto per tutta la compagnia cantante a seguito.
Non esiste traccia di rimpianti da parte dei fratelli Dulles sul fallimento della delegazione di Parigi però entrambi lasciarono un segno del loro passaggio sulle firme finali a Versailles. Foster cercò di imbonire la commissione sulla punizione verso la Germania anche senza riuscire del tutto a modificare la volontà degli Europei. Allen contribuì a determinare i confini dei Sudeti scorporati dalla Germania a favore della neonata Repubblica Ceca. Ambo le questioni concorsero al riarmo sfrenato della Germania e alla preparazione per la seconda ecatombe europea.
Entrambi i fratelli, nel loro tempo a Parigi, subirono la fascinazione di Wilson che li prese sotto la sua ala protettiva. Una figura che si aggiungeva a quella di nonno Foster, la quintessenza del missionario diplomatico: freddo, pontificante, fortemente moralista e totalmente convinto di essere uno strumento della volontà divina.
L’idealismo di Wilson rifletteva una concezione estremamente orientata al commercio, un altro tratto caratteristico che si accomodò perfettamente nella visione del mondo dei due fratelli.
Wilson era un uomo del sud, era un ammiratore del Ku Klux Klan e considerava la segregazione un beneficio. Nei suoi anni al governo ordinò più interventi di chiunque altro: Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Mexico, Nicaragua e pure nell’Unione Sovietica nel periodo successivo alla rivoluzione.
Nessuno come lui prima però aveva portato come motivazione l’esportazione della democrazia verso i popoli oppressi. Questa era un’operazione politica assolutamente nuova che diventerà un tratto dominante per i futuri governi degli Stati Uniti, soprattutto quelli con al loro interno i fratelli Dulles.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine: negativo su vetro di foto di Woodrow Wilson (1910), Collezione George Grantham Bain, Biblioteca del Congresso, Washington.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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