Geopolitica
L’Ungheria contro Kiev: Ucraina «cinicamente» disinteressata ai diritti delle minoranze
L’Ucraina non ha intenzione di risolvere le preoccupazioni sul trattamento delle minoranze che vivono nelle sue province occidentali, ha detto ai giornalisti il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto in un incontro trasmesso lunedì sulla sua pagina Facebook.
Il ministro magiaro ha detto che Kiev si è concentrata sull’ingannare il resto del mondo facendogli credere che la questione dei diritti delle minoranze sia «risolta o quasi risolta» – anche se la situazione per gli ungheresi che vivono nella provincia della Transcarpazia «si sta deteriorando».
«Penso che sia molto cinico da parte degli ucraini che, come si vede chiaramente, non vogliono in alcun modo risolvere le questioni che sono importanti per noi, non vogliono in alcun modo restituire i diritti tolti agli ungheresi della Transcarpazia», ha detto.
Per illustrare il peggioramento della situazione della minoranza, Szijjarto ha descritto una lettera inviata dal Ministero dell’Istruzione ucraino in cui si ordina alle scuole che la lingua ucraina «dovrebbe essere utilizzata come lingua di stato non solo durante le lezioni, ma anche durante le pause tra insegnanti e studenti», anche nelle scuole dove la maggioranza degli studenti – e degli insegnanti – sono di etnia ungherese.
Il mese scorso, lo Szijjarto aveva chiesto all’Ucraina di abrogare diverse leggi considerate lesive dei diritti degli ungheresi, avvertendo che Budapest avrebbe bloccato gli sforzi di Kiev di aderire all’UE finché la discriminazione fosse continuata.
Il presidente ungherese Viktor Orban due mesi fa aveva fatto un ulteriore passo avanti, dichiarando che l’Ungheria non sosterrà il suo vicino «su nessuna questione della vita internazionale fino a quando non ripristinerà le leggi che garantiscono i diritti degli ungheresi della Transcarpazia».
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Secondo lo Szijjarto, circa 156.000 cittadini di etnia ungherese che vivono in Ucraina hanno visto la loro situazione peggiorare drasticamente dal 2015. In Ucraina vi sono anche altre minoranze etniche, tra cui 150.000 rumeni e 250.000 moldavi, che hanno subito la medesima una serie di leggi che impongono l’uso della lingua ucraina negli ambienti ufficiali.
La legislazione, che è stata criticata dai gruppi per i diritti umani e dal Consiglio d’Europa, ha portato alla chiusura di circa 100 scuole ungheresi in Ucraina, lasciando solo il 20% della popolazione ungherese del paese a ricevere lezioni nella propria lingua, riporta il sito governativo russo Russia Today.
In un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha esortato l’Ucraina a migliorare il riconoscimento delle sue minoranze nazionali se spera di entrare nell’UE. Le riforme proposte includono la pubblicazione di documenti ufficiali statali nelle lingue minoritarie, il ritardo dell’introduzione dell’ucraino come lingua principale nelle scuole, la fornitura di servizi di interpretariato in occasione di eventi pubblici ucraini e l’abbandono delle quote di contenuti in lingua ucraina per i media minoritari.
Attualmente solo il 10% dei contenuti di un media può essere trasmesso nella lingua minoritaria.
La scorsa settimana Orban ha dichiarato che l’Ucraina non è pronta ad entrare nella UE.
Lo stesso premier magiaro aveva parlato della condizione degli ungheresi etnici della Transcarpazia durante un’intervista con il giornalista statunitense Tucker Carlson a settembre, sostenendo che essi venivano mandati a combattere al fronte, suggerendo quindi ulteriori motivazioni dietro la sensibilità dell’Ungheria riguardo al conflitto con la Russia.
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Immagine di Estonian Foreign Ministry via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Geopolitica
Trump: le difese della Groenlandia sono «due slitte trainate da cani»
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Geopolitica
Trump lancia un ultimatum a Cuba
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Cuba non riceverà più né petrolio né denaro dal Venezuela, esortando l’isola a concludere un accordo con Washington «prima che sia troppo tardi».
Cuba, storico alleato del Venezuela e tra i principali destinatari del suo petrolio a prezzi agevolati, non riceve più forniture dal paese OPEC a partire dai primi giorni di gennaio. Secondo i dati sulle spedizioni, da quando il presidente Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi, nessun carico di greggio è più partito dai porti venezuelani diretti verso l’isola, in seguito al blocco delle consegne imposto dagli Stati Uniti.
«NON CI SARANNO PIÙ PETROLIO O DENARO A CUBA – ZERO!» ha scritto Trump domenica sulla sua piattaforma Truth Social, precisando che «Cuba ha vissuto, per molti anni, grazie a grandi quantità di PETROLIO e DENARO provenienti dal Venezuela».
«Suggerisco vivamente di raggiungere un accordo, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI», ha aggiunto.
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Nel corso del raid statunitense di inizio mese, decine di membri delle forze di sicurezza venezuelane e cubane sono rimasti uccisi. In quell’occasione Trump aveva dichiarato che Cuba era «pronta a cadere», sottolineando la gravissima crisi economica che attanaglia l’isola e avvertendo che l’Avana difficilmente sarebbe sopravvissuta senza le forniture di petrolio venezuelano a condizioni di favore.
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha respinto con fermezza la minaccia di Trump, sostenendo che Washington non possiede alcuna legittimità morale per imporre accordi all’Avana. «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare», ha scritto Díaz-Canel domenica su X, aggiungendo che l’isola subisce attacchi statunitensi da decenni e che saprà difendersi se necessario.
Intanto, tra Caracas e Washington è in corso di definizione un accordo del valore di 2 miliardi di dollari, in virtù del quale il Venezuela fornirà agli Stati Uniti fino a 50 milioni di barili di greggio; i relativi proventi verranno depositati in conti sotto il controllo del Tesoro americano.
Diversi alti esponenti dell’amministrazione Trump, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio, ritengono che l’intervento statunitense in Venezuela possa precipitare Cuba in una situazione di collasso. Nelle ultime settimane la retorica americana nei confronti dell’Avana si è fatta via via più dura.
Gli Stati Uniti mantengono un embargo commerciale totale sull’isola caraibica dagli anni Sessanta. Se le presidenze Obama e Biden avevano introdotto misure di normalizzazione dei rapporti, Trump ha invece reintrodotto Cuba nella lista americana degli stati sponsor del terrorismo.
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Geopolitica
Trump: «Zelens’kyj non aveva carte fin dal primo giorno»
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