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Persecuzioni

I cristiani sempre più perseguitati

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La fondazione cattolica di diritto pontificio, Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), ha appena pubblicato il suo rapporto annuale sulla persecuzione dei cristiani nel mondo per l’anno 2021, dal titolo «Perseguitati più che mai – Rapporto sui cristiani perseguitati per la loro fede, 2020-2022».

 

Il primo dato del rapporto è chiaro: nel 75% dei Paesi studiati, l’oppressione o la persecuzione dei cristiani è aumentata rispetto all’anno precedente.

 

In Africa, la situazione dei cristiani è peggiorata in tutti i paesi presi in esame, e stanno aumentando le prove di un forte incremento della violenza genocida da parte di attori non statali, compresi i jihadisti.

 

 

La grande minaccia: gli islamisti

I cristiani del continente affrontano la minaccia del crescente islamismo. Gruppi come Boko Haram (Nigeria) e lo Stato Islamico della provincia dell’Africa occidentale (ISWAP) stanno ancora cercando di stabilire califfati nella regione del Sahel, con un proprio wali (governatore) e una struttura governativa.

 

Lo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS) ha regolamentato pesantemente eventi sociali come i matrimoni. Nel giugno 2021, i combattenti dell’ISGS hanno giustiziato cinque civili cristiani, sequestrati a un posto di blocco tra il Mali e il Niger.

 

In Mozambico, Al-Shabab ha intensificato la sua campagna di terrore, uccidendo cristiani, attaccando villaggi cristiani e bruciando chiese.

 

Il jihadismo sta scuotendo lo stato di diritto in Nigeria: rapimenti, sacerdoti uccisi e attacchi mortali a chiese sempre più regolari. Tra gennaio 2021 e giugno 2022 sono stati uccisi più di 7.600 cristiani. Il presidente dell’Associazione cristiana del Nigeria, ha affermato che c’era un programma pianificato per «spazzare via il cristianesimo».

 

Due gravi incidenti hanno fatto notizia a livello internazionale. La prima è la lapidazione e cremazione della 25enne Deborah Samuel nel maggio 2022 per aver condiviso messaggi «blasfemi» su WhatsApp. Ma anche il micidiale attentato alla chiesa di San Francesco Saverio a Owo, nello stato di Ondo, durante la messa della domenica di Pentecoste, che ha provocato almeno 40 morti.

 

 

Persecuzioni da parte dei governi

In Sudan, dopo il colpo di stato militare che ha estromesso Omar Al-Bashir che era favorevole all’islamismo, il nuovo governo non ha mostrato segni di miglioramento. Ha fatto imprigionare sacerdoti, ha accusato una coppia di adulterio perché il marito si era convertito al cristianesimo e ha operato arresti per apostasia.

 

Le truppe eritree ed etiopi hanno attaccato il clero e le chiese nella regione del Tigrè. Le truppe eritree sono accusate di aver condotto una campagna di «pulizia culturale» di natura etnica, e di aver partecipato a massacri di cristiani etiopi, come quello di Aksum, e alla distruzione di antichi monasteri ed edifici religiosi.

 

In Medio Oriente, la continua migrazione ha acuito la crisi che minaccia la sopravvivenza di tre delle comunità cristiane più antiche e più grandi del mondo, situate in Iraq, Siria e Palestina.

 

Ci sono segnali che in alcune parti del Medio Oriente la situazione dei cristiani sia peggiore che sotto Daesh (ISIS). Il calo è più marcato in Siria dove, in un decennio, i cristiani sono passati da 1,5 milioni (il 10% della popolazione) nel 2011, a forse 300mila. Dopo le esplosioni del 4 agosto 2020 a Beirut, che hanno colpito il quartiere cristiano, la sopravvivenza a lungo termine della comunità cristiana in Libano è in questione.

 

In Iraq, la comunità è passata da 300.000 nel 2014 a soli 150.000 nella primavera del 2022. In alcune aree, la comunità non è altro che l’ombra di se stessa. Tuttavia, l’Iraq è l’unico ad aver visto un miglioramento: è stato intrapreso un programma che prevede la ricostruzione di città e villaggi cristiani, case, scuole, chiese e altre strutture pubbliche.

 

 

Cristiani visti come cittadini inferiori

Ma la minaccia estremista persiste in tutta la regione. Una ripresa del jihadismo potrebbe infliggere un colpo mortale alla cristianità, perché il numero dei fedeli è diventato molto basso, ma anche perché la loro fiducia è molto fragile: per molti di loro l’attrazione della migrazione è quasi irresistibile.

 

Questo desiderio di partire è amplificato in un contesto culturale che rimane ostile ai cristiani. Trattati come cittadini di seconda classe, discriminati a scuola e sul posto di lavoro, salari bassi o disoccupazione spingono molti di loro a cercare una vita fuori dal Paese.

 

Questa minaccia è reale. Quasi 75 anni dopo la costituzione dello Stato di Israele, i cristiani in Cisgiordania sono scesi dal 18% a meno dell’1%. I continui attacchi di frange hanno portato i vertici della Chiesa a parlare di «tentativo sistematico di cacciare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa».

 

 

Cala la libertà di praticare la propria religione nei Paesi che aderiscono alla Sharia

In Arabia Saudita e altrove, manca la volontà politica di sostenere gli impegni costituzionali per la libertà religiosa. L’adesione alla Sharia prevale sui requisiti legali riguardanti i diritti di tutti. In questi Paesi i cristiani sono una minoranza silenziosa e invisibile. Questi paesi proibiscono ancora la costruzione di chiese, l’esposizione pubblica di croci e altri simboli cristiani, così come l’importazione di Bibbie e altri testi cristiani.

 

In Asia, l’autoritarismo di stato è stato il fattore determinante nell’aggravarsi dell’oppressione contro i cristiani in Birmania (Myanmar), Cina, Vietnam e altrove. Nel peggiore dei casi, la libertà di religione e di coscienza viene soffocata, come in Corea del Nord.

 

Altrove in Asia, il nazionalismo religioso ha portato a una crescente persecuzione dei cristiani in Afghanistan, India e Pakistan in particolare.

 

 

Persecuzione di Stato

A vari livelli, da un inasprimento delle limitazioni in Vietnam a un divieto quasi totale in Corea del Nord, l’autoritarismo di stato limita – persino soffoca – la possibilità dei credenti di praticare liberamente il loro culto. I tentativi del governo di regolamentare la pratica della fede sono caratteristici di un certo numero di paesi asiatici.

 

La Cina continua a vessare e tentare di controllare cristiani e altri gruppi religiosi che non accettano la linea ufficiale del Partito Comunista: è il Paese più restrittivo dal punto di vista religioso.

 

In Birmania l’esercito ha ripreso i suoi attacchi contro i cristiani, dopo una pausa durante l’amministrazione di Aung San Suu Kyi. Sebbene la giunta in precedenza avesse promosso il buddismo come norma sociale del Paese, ora sta perseguitando pagode e chiese, così come chiunque sia percepito come contrario al colpo di stato del 2021.

 

Anche il nazionalismo religioso ha svolto un ruolo importante nella repressione. L’Afghanistan è il più grande oppositore, con i talebani che impongono una rigida interpretazione della Sharia alla società. Anche le Maldive applicano rigidamente l’Islam, negando persino la cittadinanza ai non musulmani. In questi due Paesi è praticamente impossibile stimare la popolazione cristiana.

 

Nello Sri Lanka gruppi nazionalisti hindutva e buddisti hanno preso di mira i cristiani e i loro luoghi di culto, coinvolgendo anche la polizia, arrestando fedeli o interrompendo le funzioni religiose. Le vittorie politiche dei partiti religioso-nazionalisti – Podujana Peramuna in Sri Lanka e Bharatiya Janata Party (BJP) in India – rafforzano e incoraggiano questi atteggiamenti.

 

In Pakistan, i cristiani e i membri di altre fedi non musulmane sono vulnerabili nella società e corrono un rischio maggiore di molestie, arresti e violenze, inclusi rapimenti, percosse e stupri. Le credenze religiose maggioritarie sono considerate la norma e il Pakistan deve essere uno stato musulmano.

 

 

La strumentalizzazione della pandemia contro i cristiani

Durante le restrizioni dovute alla pandemia, la filiale locale del Saylani Welfare International Trust non ha distribuito cibo alle famiglie cristiane povere nel distretto di Korangi a Karachi (Pakistan), poiché le ONG islamiche non hanno aiutato i non musulmani quando l’aiuto è arrivato dalle offerte della Zakat, l’elemosina religiosa dei seguaci dell’Islam.

 

Le violazioni statali della libertà religiosa durante la pandemia di coronavirus andavano da quelle intenzionali ma draconiane a quelle calcolate e decisamente repressive.

 

Lo Sri Lanka rientra nella prima categoria: cristiani e musulmani hanno protestato contro l’obbligo della cremazione per chi è morto, o si sospettava che fosse morto, a causa del COVID-19, una misura che andava ben oltre le raccomandazioni dell’OMS e si opponeva alle tradizionali norma di sepoltura delle due comunità.

 

Nel frattempo, il Vietnam ha usato il coronavirus come pretesto per reprimere i credenti e ha fatto di almeno una comunità cristiana un capro espiatorio per la diffusione del virus a Ho Chi Minh.

 

 

Conclusione

Nel periodo in esame, la persecuzione dei cristiani ha continuato ad aggravarsi nei principali Paesi interessati. Il nazionalismo religioso e l’autoritarismo hanno intensificato i problemi dei fedeli, compreso il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan, che ha spinto cristiani e altre minoranze a tentare una fuga disperata.

 

La violenza sistematica e un clima di controllo hanno fatto sì che in paesi così diversi come la Corea del Nord, la Cina, l’India e la Birmania, l’oppressione dei cristiani sia aumentata.

 

Altrove, l’escalation della violenza – spesso intenzionata a cacciare i cristiani – a fatto subite delle campagne di intimidazione, orchestrate da attori militanti non statali.

 

L’Africa è particolarmente preoccupante a questo proposito, poiché l’estremismo minaccia comunità cristiane precedentemente forti. In Nigeria e in altri paesi, questa violenza supera chiaramente la soglia del genocidio.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

 

Immagine di All India Christian Council via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

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Persecuzioni

Cardinale concede segretamente al governo socialista spagnuolo il potere di riprogettare una basilica madrilena

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Il cardinale madrileno José Cobo Cano avrebbe firmato un accordo segreto che permette al governo spagnolo di trasformare parti della basilica della Valle de los Caídos di Madrid per finalità politiche e ideologiche. Lo riporta il quotidiano spagnolo El Débate.

 

Secondo la testata, il 4 e 5 marzo 2025 il cardinale José Cobo Cano avrebbe sottoscritto un accordo riservato con il ministro Félix Bolaños sul futuro della Valle de los Caídos a Madrid, senza coinvolgere la comunità benedettina responsabile della basilica, la Conferenza Episcopale Spagnola né la Santa Sede.

 

«All’interno della Basilica, solo l’area occupata dall’altare e dai banchi adiacenti sarà conservata come spazio di culto», si legge nell’accordo recentemente rinvenuto. «Il resto degli spazi interni della basilica (il vestibolo, l’atrio, la navata non occupata e la cupola) non sono destinati al culto e possono essere oggetto di interventi artistici e museografici a scopo di reinterpretazione», inclusa la Cappella del Santissimo Sacramento.

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L’accordo sarebbe stato siglato un mese e mezzo prima che il governo spagnolo annunciasse il bando per la presentazione di idee per la «reinterpretazione» della basilica, smentendo così le dichiarazioni del cardinale, il quale aveva assicurato che il suo ruolo si sarebbe limitato a «accompagnare» il processo. I documenti sono stati resi pubblici il 20 gennaio 2026 da El Débate e sono diventati centrali nelle controversie legali legate al concorso di architettura indetto dal governo per la «riprogettazione» del sito.

 

La Valle de los Caídos è un vasto complesso monumentale eretto durante il regime di Francisco Franco, situato poco fuori Madrid. Concepito come memoriale della «pacificazione» successiva alla guerra civile spagnola, è da tempo considerato un simbolo del franchismo. Il complesso comprende una basilica scavata nella roccia e affidata ai benedettini, una croce monumentale e un cimitero che accoglie i resti dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti del conflitto.

 

La basilica della Valle è basilica minore di diritto pontificio, come stabilito da Papa Giovanni XXIII nella Lettera Apostolica Salutiferae Crucis del 7 aprile 1960. In tale documento, il papa afferma che «ogni atto contrario sarà considerato nullo e invalido, qualora qualcuno, con qualsiasi autorità, consapevolmente o inconsapevolmente, tenti di agire in modo contrario a quanto stabilito».

 

La controversia sulla riprogettazione della Valle de los Caídos nasce dal tentativo del governo goscista spagnuolo di trasformare il sito in un centro museale, in linea con la «Legge sulla Memoria Democratica», riducendone di fatto il carattere sacro. Il progetto ha generato un ampio dibattito in Spagna, poiché rappresenta un’ingerenza statale in una basilica pontificia. La disputa ruota attorno alla difesa dell’inviolabilità della Chiesa, della libertà religiosa e del rispetto degli accordi con la Santa Sede – principi ritenuti minacciati dalle interferenze politiche e ideologiche all’interno dell’edificio sacro.

 

Le lettere di accordo sono emerse nel corso del procedimento di appello avviato dai benedettini contro il governo socialista di Pedro Sánchez. Il governo ha presentato i documenti come prova a sostegno della tesi che la Chiesa appoggiasse il piano di riassegnazione della funzione della basilica.

 

Tuttavia, la pubblicazione delle lettere pone sia il governo che l’arcidiocesi di Madrid in una posizione più scomoda: l’arcivescovo di Madrid non ha giurisdizione sulla chiesa della Valle, che, in quanto basilica minore, dipende direttamente dal Papa in virtù del suo status di diritto pontificio. Firmando l’accordo, Cobo Cano avrebbe fornito al governo spagnolo una copertura legale inesistente, creando l’apparenza di un’autorizzazione che non aveva il potere di concedere.

 

L’accordo è considerato problematico sia sul piano delle intese tra Chiesa e Stato spagnolo, sia dal punto di vista del diritto canonico. Dal primo aspetto, il documento viola il quadro giuridico stabilito dagli Accordi del 1979, che garantiscono l’autonomia della Chiesa nella gestione dei luoghi di culto e limitano l’ingerenza dello Stato nelle questioni ecclesiali. Dal secondo aspetto, l’accordo sarebbe anche canonicamente invalido, non solo perché la basilica è soggetta al diritto pontificio, ma anche perché una chiesa destinata al culto non può essere «frammentata» in aree sacre e profane all’interno dello stesso edificio (cfr. can. 1210 e 1214). Qualsiasi eventuale riduzione all’uso profano si applica all’intero edificio, non alle singole sezioni (can. 1222).

 

Nell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola del novembre 2025, i vescovi hanno dichiarato di non essere a conoscenza del contenuto dell’accordo e hanno invitato i giornalisti a rivolgersi direttamente al cardinale Cobo Cano. «Non abbiamo partecipato, nemmeno come spettatori silenziosi, e per qualsiasi informazione vogliate avere su questa vicenda, rivolgetevi direttamente al Cardinale Cobo», ha dichiarato il loro segretario generale e portavoce, il vescovo ausiliare di Toledo César García Magán.

 

Il portale cattolico in lingua spagnola InfoVaticana ha apertamente messo in dubbio l’idoneità del cardinale Cobo Cano a guidare l’arcidiocesi di Madrid, alla luce del suo ruolo nella gestione della Valle dei Caduti e del modo in cui ha esercitato l’autorità ecclesiastica negli ultimi anni.

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Il cardinale Cobo Cano è noto come un leader ecclesiastico progressista e modernista, una figura fedele all’era di Francesco, e descritto da diversi analisti come persino più «progressista» del defunto papa, scrive LifeSite. È conosciuto non solo per aver mostrato «obbedienza e sostegno» alla dichiarazione Fiducia Supplicans e per aver rimproverato i sacerdoti della sua diocesi che si opponevano al documento, ma anche per il suo forte impegno a favore della «trasformazione sinodale» della Chiesa spagnola.

 

Come i cardinali Matteo Zuppi e Jean-Marc Aveline, Cobo Cano è vicino alla Comunità di Sant’Egidio, orientata all’ecumenismo, e, come loro, sostiene che la perdita di influenza sociale della Chiesa rappresenti un’«opportunità» e che la Chiesa non debba essere vista come un «fornitore di servizi» per i sacramenti, ma come un luogo che «offre significato».

 

Cobo Cano è anche tra gli autori del controverso rapporto redatto dal Gruppo di Studio 4 del Sinodo sulla Sinodalità, istituito da Papa Francesco e incentrato sulla formazione sacerdotale. Il rapporto sostiene che si dovrebbe dare maggiore peso ai laici – in particolare alle donne – non solo nella formazione, ma anche nell’ammissione dei candidati agli Ordini Sacri.

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Immagine di Fotografías Archimadrid.es via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

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Persecuzioni

Sacerdote cattolico ucciso da un bombardamento israeliano in Libano

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Un sacerdote cattolico è stato dichiarato morto a causa dei bombardamenti israeliani nella sua città a maggioranza cristiana di Qlayaa, in Libano, dove la stragrande maggioranza dei residenti appartiene alla comunità cattolica maronita. Lo riporta LifeSiteNews.   La testata The Cradle ha riferito che padre Pierre al-Rahi «è morto a causa delle ferite riportate dopo essere stato colpito da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha preso di mira un quartiere residenziale della città».   «Dopo che Israele ha annunciato lo sfollamento forzato del villaggio, padre al-Rahi è rimasto per prendersi cura dei suoi parrocchiani», ha riferito l’agenzia di stampa. Il villaggio cristiano non era mai stato colpito dalla guerra di Israele contro Hezbollah, ma secondo la National News Agency (NNA) lunedì un’abitazione del villaggio è stata «colpita due volte di seguito da colpi di artiglieria da un carro armato nemico Merkava». Il carro armato Merkava (che in ebraico significa «carro») è il carro armato da combattimento principale israeliano utilizzato nella regione.   In quello che è stato definito un «double tap»(tattica militare in cui si sferrano due attacchi consecutivi nello stesso luogo per colpire chi interviene dopo il primo impatto), il primo bombardamento ha ferito il marito e la moglie, proprietari della casa, e poi, dopo che al-Rahi, altri vicini e i paramedici della Croce Rossa sono accorsi sul posto, gli israeliani hanno colpito di nuovo la casa, ferendo il sacerdote e altre tre persone.   Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Asharq Al-Awsat, una fonte medica ha rivelato che il sacerdote maronita è morto a causa delle ferite riportate.   Non è rimasta alcuna indicazione sul movente dell’attacco alla casa residenziale situata alla periferia della città.   Venerdì, al-Rahi ha partecipato a un raduno locale tenutosi nella vicina città di Marjayoun. Durante l’evento, i partecipanti hanno espresso la loro ferma determinazione a rimanere nelle proprie case, nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano diretti a tutti i residenti che vivono a sud del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine con Israele.   Si dice che durante il suo discorso all’evento, al-Rahi abbia incoraggiato i suoi concittadini libanesi dicendo: «Quando difendiamo la nostra terra, la difendiamo pacificamente e portiamo con noi solo le armi della pace, della bontà, dell’amore e della preghiera».    

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In seguito agli attacchi congiunti israelo-americani contro l’Iran, iniziati il 28 febbraio con l’assassinio della Guida Suprema aitollà Ali Khamenei e il bombardamento di una scuola elementare iraniana in cui sono morte oltre 150 ragazze, il gruppo militante Hezbollah in Libano ha reagito lanciando missili contro Israele.   Secondo Drop Site News, la rappresaglia del 2 marzo ha rappresentato la prima grave violazione dell’accordo di cessate il fuoco con Israele del novembre 2024. Nello stesso periodo, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) e altre organizzazioni avevano registrato oltre 15.000 violazioni israeliane dell’accordo, tra cui bombardamenti quasi quotidiani, operazioni con droni, incursioni terrestri e violazioni dello spazio aereo, che hanno causato la morte di oltre 340 persone.   Nel corso della sua risposta di escalation, rivolta principalmente ai quartieri residenziali del Libano, mercoledì scorso Israele ha colpito un hotel in un quartiere a maggioranza cristiana di Beirut, nelle immediate vicinanze dell’ospedale del Sacro Cuore e della cattedrale cristiana caldea di San Raffaele, uccidendo almeno 11 persone.   Oltre agli attacchi a Beirut, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione per praticamente l’intera regione del Libano a sud del fiume Litani, che comprende circa 50 villaggi e centinaia di migliaia di persone.   Secondo Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), con l’esercito israeliano che avanzava da sud, questi ordini hanno intasato le autostrade nel Libano meridionale, mentre migliaia di persone cercavano di fuggire verso nord, bloccando le famiglie nel traffico per molte ore.   A Sidone, la terza città più grande del Libano, il vescovo greco-melchita Elie Haddad ha descritto l’atmosfera tesa, affermando: «I missili volano sopra le nostre teste».   ACN ha spiegato come le scuole pubbliche e i centri parrocchiali cristiani siano stati aperti e utilizzati come rifugi per le popolazioni sfollate in fuga dai bombardamenti israeliani.   A Tiro, il vescovo greco-melchita Georges Iskandar ha stimato che circa 800 famiglie cristiane della sua diocesi potrebbero presto aver bisogno di assistenza se l’escalation dovesse continuare.   Deplorando il costo umano della rinnovata violenza, il prelato ha affermato che «le persone sono esauste; temono per i propri figli e per il loro futuro; desiderano una vita semplice e ordinaria: che un bambino possa andare a scuola senza paura, che un anziano possa dormire tranquillo nella sua casa, che un padre e una madre possano lavorare dignitosamente per guadagnarsi il pane quotidiano».

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«Come pastore di questa Chiesa locale, la mia preoccupazione principale è quella di restare vicino a queste persone innocenti: essere presente tra loro, ascoltare la loro sofferenza, pregare con loro e ricordare loro che la loro dignità è salvaguardata agli occhi di Dio e che la speranza cristiana non si fonda su equilibri di potere, ma sulla fede nel Signore della storia, che vuole la pace per il suo popolo».   E più a nord, a Deir El Ahmar, il vescovo maronita Hanna Rahme ha spiegato come stanno fornendo rifugio alle famiglie musulmane e cristiane sfollate nelle scuole pubbliche e nella chiesa di Santa Nohra.   Con risorse molto limitate, il vescovo ha ribadito il suo impegno a non abbandonare queste persone in queste terribili circostanze. «Sono la nostra gente; ci prenderemo cura di loro con ciò che abbiamo».   Mentre gli attacchi israeliani si intensificano, il bilancio delle vittime della guerra in corso contro il Libano continua a crescere rapidamente. Secondo il rapporto del ministero della Salute libanese di domenica, nell’ultima settimana sono state uccise 394 persone, tra cui almeno 83 bambini.   Tra questi, gli ultimi attacchi nel centro di Beirut nel fine settimana, in cui l’esercito israeliano ha bombardato un hotel che ospitava diversi civili sfollati in fuga dalle incursioni israeliane nel sud. Questo e altri attentati hanno ucciso almeno 15 persone e ne hanno ferite altre 15.

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Persecuzioni

Da Ginevra a Tokyo, la Chiesa è preoccupata per gli ostacoli alla fede

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Il cappio si stringe attorno alla fede. Tra le offensive diplomatiche alle Nazioni Unite e la silenziosa emarginazione sociale in Giappone, la libertà di credo sembra essere solo un’ingombrante reliquia della modernità. Ma la Chiesa intende difendere le sue libertà.

 

A Ginevra, il tono non è sempre quello della diplomazia sommessa dei salotti lussuosi. Davanti al Consiglio per i diritti umani, la Santa Sede lancia l’allarme: la libertà di coscienza sta diventando un diritto di «seconda classe».

 

L’ ONU e la dittatura dei «nuovi diritti»

L’osservazione è cruda: un’ondata di «nuovi diritti», alimentata da agende ideologiche occidentali, sta saturando lo spazio giuridico internazionale. Sotto la maschera del progresso, queste norme stanno trasformando convinzioni secolari in ostacoli da superare.

 

Per il Vaticano, il pericolo è chiaro: l’etica della vita e la struttura familiare vengono sacrificate sull’altare di un conformismo globalizzato che non tollera più il dissenso religioso. La tolleranza, un tempo baluardo per le minoranze, è diventata lo strumento per mettere a tacere la fede.

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Giappone: «Persecuzione educata» o l’ arte dell’esclusione

Mentre i diplomatici si scontrano all’ONU , i cristiani in Giappone vivono una realtà più insidiosa. Il cardinale Manyo Maeda non parla di spargimento di sangue o di prigione, ma di «persecuzione educata».

 

In questo arcipelago dove l’armonia sociale regna sovrana, la fede cristiana è percepita come un granello di sabbia nella macchina. Non c’è violenza fisica, ma un rullo compressore invisibile: quello del conformismo. Le carriere sono ostacolate, le famiglie sono divise e prevale il disprezzo culturale…

 

Il credente non viene bandito, viene neutralizzato. In questa società ultra-secolarizzata, testimoniare il Vangelo equivale a commettere un passo falso sociale. È una lenta morte civile, orchestrata con spietata cortesia.

 

Il soffocamento globale

Il paradosso del nostro secolo è messo a nudo. Da un lato, le istituzioni internazionali propugnano la libertà individuale assoluta ; dall’altro, orchestrano la cancellazione delle identità religiose, principalmente quelle cristiane. Che sia attraverso la legge a Ginevra o la pressione sociale a Tokyo, l’obiettivo è lo stesso: la neutralizzazione della fede nella sfera pubblica.

 

È tempo di riscoprire la voce di un sant’Ambrogio di Milano per ricordare al Principe i suoi doveri temporali verso la religione fondata da Gesù Cristo: ma per questo sarà necessario porre fine a una falsa concezione della libertà religiosa nata sulla scia di una modernità che ha mostrato chiaramente i suoi limiti.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Ludovic Courtès via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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