Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Pensiero
Volodymyr Zelensky e l’etnopolitica
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Time Magazine ha proclamato Volodymyr Zelensky «uomo dell’anno 2022»; scelta ovvia per la redazione del settimanale: il presidente ucraino è l’incarnazione del coraggio pervasivo che ha consentito al popolo di resistere all’invasore russo.
Ma, a cominciare dal 25 luglio scorso, il potere in Ucraina si è trasferito dalle mani di Zelensky a quelle del vicepresidente del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa nazionale, Oleksiy Danilov. Zelensky si concentra sul compito di portavoce del regime, delegando a Danilov la stesura dei decreti che poi il presidente firma. I due hanno instaurato un regime di terrore.
Il 17 e 25 luglio tre membri del Consiglio sono stati silurati per diversi fatti di tradimento, riportati da funzionari ai loro ordini:
– il diplomatico Ruslan Demchenko;
– il capo del servizio d’intelligence, lo SBU, Ivan Bakanov, amico d’infanzia di Zelensky;
– infine, l’ex consigliera giuridica di Zelensky, la procuratrice generale Irina Venediktova.
A proposito di questi giorni cruciali, Rinat Akhmetov, prima della guerra l’uomo più ricco dell’Ucraina, ha dichiarato che Zelensky si è impadronito del potere, di tutti i poteri, sotto l’apparenza di riforme.
Il 26 agosto, sul canale NTA, Oleksiy Danilov ha rivelato che il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa a novembre 2021, vale a dire quattro mesi prima dell’intervento militare russo, aveva adottato un piano per la difesa del Paese.
Il documento è stato preparato dopo che Zelensky aveva respinto il piano per un Minsk III, proposto l’8 e 9 dicembre 2019 da Parigi. «È un documento fondamentale, nonché voluminoso, che descrive le attività di tutti i corpi delle forze armate, senza eccezioni: chi deve agire e come in una situazione di legge marziale», ha precisato Danilov il 7 settembre a Left Bank.
Assassinio gli oppositori politici
Gli assassinii politici sono in genere prerogativa dei nazionalisti integralisti, non di organismi governativi. In ogni momento possono sequestrare e fare sparire, persino giustiziare nella pubblica via sotto gli occhi di tutti, gli oppositori politici. Le vittime sono innanzitutto giornalisti e politici eletti. Non si tratta di un’innovazione: queste uccisioni hanno cadenzato la guerra civile iniziata nel 2014.
Si pensi al deputato Oleg Kalashnikov, ucciso nel 2015 sulla soglia della sua abitazione con undici pallottole alla testa. La polizia non ha mai accertato né l’esecutore né il mandante dell’assassinio.
In alcuni casi sono azioni dello SBU (servizio d’intelligence). Come, per esempio, l’esecuzione del negoziatore ufficiale Denis Kireev, di ritorno da Gomel [in Bielorussia], dove aveva partecipato agli incontri, infruttuosi, con la Russia. È stato ucciso per strada il 6 marzo 2022 perché durante i negoziati aveva osato menzionare i legami storici tra Kiev e Mosca.
I dirigenti politici non si assumono la responsabilità di queste operazioni, ma le fomentano. Affermano che il Paese deve essere «epurato»; che si devono uccidere non solo gli agenti della Federazione di Russia, ma chiunque diffonda la cultura russa o ne riconosca il valore.
Procedimenti penali sono stati avviati contro alti funzionari di Stato, come il deputato Yevhen Murayev, l’ex ministro degli Esteri Arsen Avakov, l’ex primo ministro Arseni Iatseniouk, l’ex segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Oleksandr Truchynov, nonché contro l’ex presidente Poroshenko.
Lo SBU ora arresta anche molti civili, accusati di aver collaborato con i russi.
Vietare la lingua russa
Secondo gli Accordi di Minsk II (articolo 11, nota esplicativa) (1) del 12 febbraio 2015, spettava alle regioni del Donbass scegliersi la loro lingua ufficiale.
Il 1° settembre 2022 Danilov ha invece dichiarato: «Sono loro [gli abitanti del Donbass] che devono trovare una lingua comune con noi, non noi con loro. Abbiamo dei confini e se qualcuno non è soddisfatto delle leggi e delle norme che regolano il territorio del nostro Paese, noi non tratteniamo nessuno»,
Il 21 ottobre ha precisato meglio: «La lingua russa dovrebbe sparire completamente dal nostro territorio perché strumento di propaganda ostile e di lavaggio del cervello della nostra popolazione».
Controllare i media
Il 20 luglio, in piena crisi del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa, Danilov ha dichiarato che molti personaggi, che prima dell’«aggressione russa» comparivano abitualmente in televisione, ora non si vedono più. «Non si sa dove siano finiti. Lo SBU farà dichiarazioni pesanti su di loro».
Danilov li ha accusati di riferire il punto di vista russo: «Da noi inculcare le versioni russe è una cosa molto, molto pericolosa. A quanto pare dovremmo sforzarci di capire. Sapete cosa vi dico? Non abbiamo bisogno di loro. Lasciate che se ne vadano, che tornino nei loro acquitrini a gracchiare nella loro lingua russa.»
Il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa aveva già assunto la sorveglianza di tutti i media sia scritti sia radiotelevisivi. Aveva inoltre vietato un centinaio di canali Telegram, definendoli «filorussi».
Distruggere 100 milioni di libri russi
Il 19 maggio, ossia prima della crisi del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa, l’Istituto del Libro Ucraino, ente che sovrintende alle biblioteche pubbliche, è stato incaricato di distruggere 100 milioni di opere. (2)
Tutti i libri di autori russi, oppure pubblicati in lingua russa, oppure stampati in Russia dovevano essere distrutti.
È stata nominata una Commissione parlamentare per la verifica dell’attuazione di questa epurazione intellettuale. È emerso che la stragrande maggioranza dei libri delle biblioteche erano manuali di cucina, di cucito e così via.
Queste pubblicazioni hanno dovuto attendere prima di andare al macero, perché la priorità è stata riservata ad autori perniciosi come Aleksandr Puskin e Lev Tolstoj.
Vietare partiti politici
Uno alla volta, tutti i 12 partiti politici di opposizione sono stati dichiarati illegali. L’ultimo è stato sanzionato il 22 ottobre (3). Gli eletti sono stati destituiti dai loro incarichi.
Solo l’oblast’ di Transcarpazia, vicino all’Ungheria, rifiuta di estromettere gli eletti locali provenienti dai partiti politici ora fuori legge.
Confiscare i patrimoni degli oppositori e dei russi
Da fine febbraio l’Agenzia Ucraina di Ricerca e Gestione degli Averi (ARMA), organo della lotta alla corruzione voluto dall’Unione Europea, ha sequestrato beni per 1,5 miliardi di grivnia, ossia 41 milioni di dollari.
Gli oligarchi proprietari di media sono stati costretti uno dopo l’altro a cederli. Si è trattato dell’esecuzione di un piano deliberato, finalizzato a sottrarre il Paese alla loro influenza. Conservano però il diritto di possedere altri tipi di società.
Secondo una legge ucraina del 2021, gli oligarchi sono gli 86 cittadini che hanno un patrimonio di almeno 80 milioni di dollari, nonché un ruolo nella vita pubblica, e che esercitano grande influenza sui media. Secondo Danilov, a guerra finita non dovrebbero più esserci oligarchi.
Il 7 novembre il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa ha deciso di nazionalizzare le imprese che appartengono agli oligarchi, tra i quali anche Igor Kolomojskji, finanziatore di Volodymyr Zelensky. Ora sono amministrate dal ministero della Difesa e alla fine della legge marziale dovrebbero essere «restituite al popolo ucraino».
La norma si applica anche alla società costruttrice ucraina di motori di aereo, Motor Sich, già in contenzioso con investitori cinesi davanti a una Corte di arbitraggio dell’Aia (affare Beijing-Skyrizon) [Nel 2017 il 41% della Motor Sich è stato rilevato dalla cinese Beijing’s Skyrizon Aviation, ndt].
La Cina, che chiede 4,5 milioni di dollari, ha definito la nazionalizzazione un «furto». Secondo Beijing, «Dal 2020 il governo ucraino ha creato continui problemi, criticato, imbrigliato e perseguitato senza ragione gli investitori cinesi, persino imposto sanzioni economiche speciali senza motivo, nell’intento di nazionalizzare Motor Sich PJSC con mezzi illegali e saccheggiare spudoratamente i beni cinesi all’estero».
Il 20 ottobre il Consiglio di Sicurezza e Difesa ha sequestrato sul territorio ucraino beni di 4.000 società e persone russe.
Il provvedimento riguarda anche personalità ucraine trasferitesi in Russia prima della guerra, per esempio i cantanti Taisiya Povaliy, Ani Lorak, Anna Sedokova, nonché la presentatrice televisiva Regina Todorenko.
Vietare la Chiesa ortodossa
Il 1° dicembre il Consiglio per la Sicurezza e la Difesa ha deciso di «vietare alle organizzazioni religiose, affiliate a centri d’influenza della Federazione di Russia, di operare in Ucraina», ha annunciato il presidente Zelensky, firmando il decreto 820/2022. (4)
Al Servizio di Stato per l’Etnopolitica e la Libertà di Coscienza è stato affidato il compito di sequestrare gli edifici della Chiesa ortodossa che fanno riferimento al patriarcato di Mosca.
Due settimane fa il servizio d’intelligence ucraino (SBU) ha brutalmente perquisito un monastero, accusando dei pope di aver chiamato la Russia «Madre Patria».
Il presidente Zelensky ritiene di rispettare le norme occidentali dei Diritti dell’Uomo. È un fatto che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non potrà più accettare denunce della Russia perché Mosca è uscita dal Consiglio d’Europa.
Tagliare tutte le relazioni con la Russia
Il 4 ottobre il presidente Zelensky ha firmato un decreto che vieta ogni nuovo negoziato con la Russia.
Il 1° dicembre Danilov ha esortato a «distruggere la Russia», precisando così il concetto:
«Devono solo essere distrutti per cessare di esistere in quanto Paese, all’interno delle frontiere dove ora esistono… Sono solo dei barbari. E quando dite che ci si deve sedere allo stesso tavolo con questi barbari e parlare con loro, ritengo che sia indegno del nostro popolo».
Thierry Meyssan
NOTE
1) «Paquet de mesures en vue de l’application des Accords de Minsk», Réseau Voltaire, 12 febbraio2015.
2) «Il governo Zelensky ordina la distruzione di 100 milioni di libri», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 giugno 2022.
3) «L’Ucraina vieta l’ultimo partito di opposizione», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 novembre 2022.
4) Decreto 820/2022 della presidenza dell’Ucraina, 1° dicembre 2022.
Fonte: «Volodymyr Zelensky e l’etnopolitica», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 dicembre 2022.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Pensiero
Perché votiamo Sì al referendum
Renovatio 21 voterà Sì al referendum di domenica.
Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.
Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.
Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.
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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.
La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.
Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.
Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…
Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.
E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.
Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?
Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.
Per cui, noi domenica votiamo Sì.
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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
Pensiero
«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi
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Necrocultura
Una città senza tifo è una città morta
La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.
Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?
Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.
Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).
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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.
E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).
Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.
Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.
La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.
È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.
«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.
«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.
Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.
In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.
I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.
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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.
Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.
Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.
E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.
Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.
Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.
Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.
Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?
Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.
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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.
Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.
Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.
Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.
Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto
Roberto Dal Bosco
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