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Bioetica

Vaccinazione di massa, ripassiamo la storia della Polio

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Primavera 1955, due addetti stampa salutarono una folla di giornalisti in una elegante sala nel campus dell’Università del Michigan.

 

Gli ufficiali avevano una notizia bollente: la sperimentazione clinica del tanto atteso vaccino contro la poliomielite aveva dimostrato che era sicuro ed efficace. I giornalisti corsero a spargere la voce: lo avrete visto nei film, il rush verso le cabine telefoniche per dettare un articolo alla redazione.

 

Le campane della chiesa suonarono a festa, scrive il New York Times, la gente si riversò in strada felice.

Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia? Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato? Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?

 

Questo evento probabilmente è la matrice dell’atteggiamento delle istituzioni mondiali sull’emergenza Coronavirus: come ha detto il controverso, inevitabile dottor Fauci, «la svolta finale in tutto questo sarà il vaccino».

 

Secondo Goldman Sachs e altri, oramai le aziende biofarmaceutiche che si sono lanciate alla cerca del vaccino definitivo per il C-19 sono più di un centinaio, e non si fanno più scrupoli – con buona pace di chi parla di bioetica etc. – a testarli direttamente su esseri umani, e ad usare tecnologie genetiche e virali mai approvate prima d’ora – Renovatio 21 su questo ha pubblicato un articolo poche ore fa.

 

È bene quindi ricordarsi della storia della vaccinazione contro la Polio.

 

Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomielite è arrivato dopo decenni di ricerche e test

Il primo vaccino ritenuto «efficace» contro la poliomieliteè arrivato dopo decenni di ricerche e test. Una volta completamente testato, è stato approvato in USA con velocità record. Poi seguirono problemi di distribuzione. Lotte politiche.

 

Infine comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino. Segue anche la questione, mai risolta, del Simian Virus 40, un virus di scimmia contenuto nel vaccino. Secondo alcuni, l’SV40 sarebbe cancerogeno, e la sua immane diffusione grazie al vaccino potrebbe essere una delle basi dell’epidemia di tumori che l’umanità sta affrontando negli ultimi decenni.

 

Anni ’50, vaccino antipolio: comparsero «problemi di produzione potenzialmente letali», cioè gente che muore per il vaccino

La prima epidemia di polio negli Stati Uniti colpì il Vermont nel 1894, uccidendo 18 persone e lasciandone paralizzate permanentemente 58. Un focolaio di New York City uccise più di 100 persone nel 1907. Nel 1916, la polio tornò e ne uccise 6.000. La malattia colpiva principalmente i bambini. Poteva uccidere fino al 25 percento dei colpiti e lasciarne molti paralizzati, consegnandone alcuni ad una vita in un polmone di ferro.

 

Gli scienziati sapevano che la polio era causata da un virus ma non avevano idea di come si diffondesse. Ci fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa. Coloro che potevano permettersi di farlo fuggirono nel paese. Tra i primi tre vaccini contro la polio sviluppati negli anni ’30, due si sono rivelati inefficaci, un altro mortale.

 

Negli anni ’30 in USA vi fu il lockdown. Cinema, piscine, parchi di divertimento, campi estivi, fiere e festival, tutto chiuso: i genitori si limitavano a tenere i bimbi vicino a casa

Nell’aprile del 1954, il vaccino sviluppato dal laboratorio di Jonas Salk presso l’Università di Pittsburgh entrò in un ampio studio clinico di durata annuale. Quel giorno del 1955 gli addetti condivisero i risultati: il vaccino, contenente il virus della polio inattivato, era, dicevano, sicuro. Era anche efficace dall’80% al 90% nella prevenzione della poliomielite, sostenevano.

 

Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. I produttori si affrettarono a produrre. Una fondazione promise di acquistare i primi  lotti per 9 milioni  di dollarie di fornirli alle prime e alle seconde elementari dell’intera Nazione. Iniziò una campagna nazionale.

 

Meno di un mese dopo, lo sforzo si interruppe. I funzionari riferirono di sei casi di poliomielite collegati a un vaccino prodotto da Cutter Laboratories a Berkeley, in California. Il chirurgo generale degli Stati Uniti (il portavoce delle questioni di salute pubblica all’interno del governo federale) chiese a Cutter di richiamare i suoi lotti.

Il governo federale autorizzò il vaccino entro poche ore. Iniziò una campagna nazionale

 

Il National Institutes of Health domandò  a tutti i produttori di sospendere la produzione fino a quando non avverso trovato nuovi standard di sicurezza. Gli investigatori federali scoprirono che Cutter non era riuscito a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti.

 

Il programma del vaccino si riprese parzialmente due mesi dopo, ma seuì ulteriore caos. Con il vaccino che scarseggiava, si diffusero voci di mercati neri e medici senza scrupoli che facevano pagare commissioni esorbitanti. Un produttore di vaccini pianificò  di vaccinare prima i figli dei propri dipendenti, quindi inviò  una lettera agli azionisti promettendo anche ai loro figli e ai loro nipoti un accesso prioritario.

Gli investigatori federali scoprirono non si era riusciti a uccidere completamente il virus in alcuni lotti di vaccini. I vaccini difettosi causarono oltre 200 casi di poliomielite e 11 morti

 

I politici proposero una distribuzione più equa, alcuni si spinsero a dire che bisognava vaccinare specialmente i bisognosi, vi fu bagarre alla Camera. La legge sull’assistenza alla vaccinazione contro la poliomielite, con una dotazione di 30 milioni di dollari, fu firmata dal presidente Dwight Eisenhower ad agosto: ogni Stato americano avrebbe deciso per sé.

 

Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958,  i casi risalirono. Casi di poliomielite raggruppati in aree urbane, in gran parte tra i poveri di colore con accesso limitato alla Sanitù. Il «modello di poliomielite» degli Stati, ha osservato l’epidemiologo del governo, divenne «abbastanza diverso da quello generalmente visto in passato». No i virologi di Stato che vanno a farfalle non sono una novità, tuttavia almeno un tempo ammettevano di sbagliare.

Nonostante la campagna per la vaccinazione di Stato, due anni dopo, nel 1958,  i casi risalirono

 

Tre anni dopo, il governo federale approvò un vaccino orale contro la poliomielite, sviluppato dal laboratorio di Albert Sabin a Cincinnati, che conteneva il virus indebolito, e non il virus inattivato.

 

Il virus sembrò sparire. Gli USA dissero che l’ultima trasmissione in loro territorio si registrò nel  1979. Nel 1994 gli americani si dichiararono polio-free. Nel 2002 anche l’Unione Europa dichiarò di aver vinto contro il virus.

Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary

 

Nel 1988 vi fu uno «sforzo globale» per sradicare la polio chiamato Global Polio Eradication Initiative (GPEI), una colossane operazione sanitaria transnazionale guidata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dall’UNICEF, e dalla Fondazione Rotary. Esso si basava in gran parte sul vaccino orale contro la polio sviluppato da Albert Sabin e Mikhail Chumakov (il cosiddetto vaccino Sabin-Chumakov). Dissero che erano rimasti in pratica solo tre Paesi con casi di Polio: Pakistan, Afghanistan e Nigeria .

 

In Pakistan alcuni leader religiosi musulmani ritengono che i vaccini vengano segretamente utilizzati per la sterilizzazione dei musulmani, e il fatto che la CIA abbia organizzato un falso programma di vaccinazione nel 2011 per aiutare a trovare Osama Bin Laden certo non aiuta l’instaurarsi della fiducia.

 

Il vaccino antipolio continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati ​​dal vaccino

Nel 2015 l’OMS ha annunciato un accordo con i talebani per incoraggiarli a distribuire il vaccino antipolio nelle aree che controllano. Tuttavia, i talebani pakistani non sono così favorevoli. L’11 settembre 2016, due uomini armati non identificati associati ai talebani pakistani, Jamaat-ul-Ahrar, hanno sparato a Zakaullah Khan, un medico che stava somministrando vaccini contro la poliomielite in Pakistan. Il leader del Jamaat-ul-Ahrar ha rivendicato la responsabilità delle riprese e afferma che il gruppo continuerà a continuare a fare questo tipo di attacchi.

 

Altri attacchi di talebani no-vax, come piacerebbe descriverli ai media, si sono ripetuti anche di recente. E non solo in Asia: all’inizio 2013 nel nord della Nigeria almeno nove operatori di vaccinazione anti-polio sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco  da uomini armati che hanno attaccato due cliniche.

 

Il rapporto di valutazione del programma di lotta alla polio rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati ​​dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite

Tuttavia il vaccino continua a far parlare di sé anche per ragioni intrinseche: nuovi casi di poliomielite legati al vaccino orale sono stati segnalati in quattro paesi africani e diversi bambini sono ora paralizzati dai virus derivati ​​dal vaccino, secondo i numeri  forniti dall’OMS.

 

Un rapporto pubblicato all’inizio di novembre 2019 dall’Independent Monitoring Board, che valuta in modo indipendente il lavoro del GPEI e i progressi verso l’eradicazione della polio, affermava che il virus derivato dal vaccino stava causando un focolaio incontrollato nell’Africa occidentale. Il rapporto rilevava che «la strategia sta già fallendo gravemente sull’obiettivo di ridurre e infine eliminare i poliovirus derivati ​​dal vaccino» e affermava che erano necessarie nuove strategie per affrontare questa epidemia di poliomielite.

 

Tuttavia l’epidemia di polio derivata da vaccino è risalente e ben conosciuta dalle autorità anche italiane: nel maggio 2018 circolò il documento «CIRCOLAZIONE DI POLIOVIRUS DI DERIVAZIONE VACCINALE – CORNO D’AFRICA» che avvisava che «In Somalia è stata confermata la circolazione di poliovirus tipo 3 di derivazione vaccinale (cVDPV3)».

È più controverso  il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane

 

Gli effetti nel tempo del vaccino antipolio non riguardano solo lo scoppio di epidemie che derivano dallo stesso vaccino. È più controverso – e meriterebbe articoli, libri a parte – il caso dell’SV40. Controverso ed esiziale, con in gioco numeri massivi di vite umane.

 

L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus  dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus. Esso fu osservato la prima volta nel 960 in una coltura di cellule renali di Macaco mulatto. Si trattava di quelle cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.

L’SV40 (detto «virus vacuolizzante della scimmia») è un virus  dormiente ed è asintomatico nelle scimmie rhesus, le cui cellule che venivano utilizzate per ottenere il vaccino della poliomielite.

 

Con la vaccinazione, in pratica, si infettarono con l’SV40 milioni – qualcuno dice, considerando i possibili dati non pervenuti dal blocco comunista – miliardi di persone. La scoperta dell’SV40 ha rivelato che tra il 1955 e il 1963 esso è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino.

 

Scrive l’Enciclopedia Treccani: «È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)». «Controverso» significa che esistono molti studiosi che ne asseriscono la carcinogenicità. L’idea è quella che l’SV40 agisca sul soppressore tumorale, il quale p53 è responsabile dell’inizio della morte cellulare regolata – la cosiddetta «apoptosi» –  o dell’arresto del ciclo cellulare quando una cellula è danneggiata. Un gene mutato p53 può contribuire alla proliferazione cellulare incontrollata, portando ad un tumore.

L’SV40  tra il 1955 e il 1963 è stato inoculato a circa il 90% dei bambini e il 60% degli adulti negli Stati Uniti tramite il vaccino

 

La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?

 

Pensatela come volete. Tuttavia, provate a fare con noi questo giochino: rileggete quanto scritto sopra, sostituendo la Polio con il COVID-19.

«È tuttora (2009) controverso il ruolo del SV40 nell’insorgenza di alcuni tumori umani (mesoteliomi, osteosarcomi)»

 

Quanta fiducia vi dà il vaccino che troveranno in fretta e furia?

 

Quanta fiducia bisogna avere delle campagne di vaccinazione dello Stato?

 

La vaccinazione della polio, quindi, potrebbe essere alla base di una immensa pandemia di tumori che ancora oggi viviamo, e contro la quale non abbiamo una vera cura?

Quale idea dobbiamo farci dei danni a lungo termine sconosciuti dagli stessi scienziati vaccinali?

 

Qualcuno, oggi, vuole accusarci perché ci poniamo queste domande?

 

 

 

 

 

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.

 

Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.

 

Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.

 

Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?

 

Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.

 

Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica. 

 

La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.

 

Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore. 

 

È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.

 

Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.

 

È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.

 

Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.

 

Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa. 

 

Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.

 

Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?

 

Alfredo De Matteo

 

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Bioetica

Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.   Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.   I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.   Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.   Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.   A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.   Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.   Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.   Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata  
 
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Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba

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L’ex europarlamentare del Sinn Fein, Martina Anderson, ha confessato di aver abortito per non compromettere una missione di attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese). Lo riporta Life Site.

 

In vista del lancio della sua autobiografia, Choosing the Struggle («Scegliere la lotta»), Anderson ha dichiarato a Miriam di RTE One di aver scelto la «lotta» (cioè, il terrorismo) piuttosto che la vita del suo bambino non ancora nato. Ha scoperto di essere incinta poche settimane dopo aver iniziato a pianificare un attentato.

 

«Le donne come me che hanno avuto una gravidanza non pianificata, a causa delle circostanze in cui mi sono trovata, hanno dato priorità alla lotta contro la malattia, hanno abortito, la decisione più difficile e dolorosa della loro vita», ha detto la donna originaria di Derry.

 

«Non volevo deludere i miei compagni», ha dichiarato alla testata irlandese Joe. «Me ne sono andata in silenzio, sono tornata in silenzio e ho vissuto in silenzio per oltre 40 anni.»

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La Anderson spera che la confessione del suo aborto possa contribuire a porre fine alla «vergogna» che le donne come lei subiscono.

 

«Credo che raccontare la mia storia possa dare un piccolo contributo per fermare la stigmatizzazione morale e sociale che colpisce donne come me. Sarebbe stato più facile rimanere in silenzio e lasciare che la gente mi giudicasse», ha dichiarato a RTE One. «Rispetto le convinzioni religiose altrui su questo argomento, non cerco di convertire nessuno, né di ottenere perdono o approvazione.»

 

Anderson fu condannata all’ergastolo nel 1986 per cospirazione finalizzata a provocare esplosioni. Fu rilasciata 13 anni dopo in virtù degli accordi del Venerdì Santo e in seguito si dedicò alla politica.

 

L’ex europarlamentare ha anche raccontato di come, mentre era in prigione, le sia stato asportato l’utero durante un intervento per curare dei polipi, rendendola incapace di avere figli.

 

L’idea di uccidere il proprio figlio per andare possibilmente ad uccidere altre persone è probabilmente inedita, e rappresenta un quadro rivoltante come pochissimi altri. I social media hanno attaccato duramente la donna, che ha poi avuto una carriere di europarlamentare a Bruxelles, dove ha potuto dedicarsi a grandi cause fondamentali come il cambiamento climatico – che è di fatto, una propaggina dell’antiumanismo abortista inventato proprio da quelli che lei credeva essere i suoi nemici, gli inglesi con il loro reverendo Malthus.

 

Per quanto disperante, il racconto dell’ex terrorista è, a suo modo, illuminante, gettando nuove basi per la comprensione della Necrocultura nello Stato moderno, perfino nei casi di dissidenza estrema: ovvero, vediamo qui il legame tra abortismo e terrorismo, medesime pratiche votate alla morte, con tutte le varianti giustificazioni sociopolitiche del caso.

 

Non è un caso che nello Stato moderno, e quindi nel Sovrastato europeo, chi abortisce e progetta attentati possa fare carriere e divenire rappresentante democratica del popolo. Si tratta, davvero, di tanta materia per riflessioni anche radicali

 

Un’ultima nota: abbiamo rilevato su Renovati 21 le dichiarazioni in stile IRA del «Nuovo Movimento Repubblicano» irlandese, che con videomessaggi minacciano, mascherati ed armati come d’ordinanza, i politici locali responsabili dell’immigrazione selvaggia e della sessualizzazione dei bambini. Ecco, ci pare che sia da discutere la distanza – ideologica, politica, sociale – che hanno le rivendicazioni di questo nuovo gruppo, sorto sulle ceneri del fuoco repubblicano ormai estinto, da quelle dello storico movimento terroristico che terrorrizzò la Gran Bretagna per decadi, e che ora è finito perfino digerito nei Parlamenti e negli europarlamenti.

 

Il mondo è cambiato, le priorità di protezione del popolo pure, e non siamo sicuri che in passato la generazione dei boomer abbia mai davvero deciso di difendere il popolo che diceva di voler servire – abortendo, terrorizzando, accettando la Morte come principio politico della propria vita.

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 Immagine di GUE/NGL via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic 

 

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