Militaria
Ucraina, TV USA cancella documentario che rivela che solo il «30%» degli «aiuti» militari occidentali arrivano a destinazione
Il canale TV americano CBS News ha curiosamente cancellato un documentario in cui diceva di aver scoperto come solo il «30%» dell’assistenza militare inviata in Ucraina dai Paesi occidentali durante i primi mesi del conflitto con la Russia fosse effettivamente arrivata al fronte. Lo riporta la testata governativa russa Sputnik.
Il documentario «Arming Ukraine» («Armando l’Ucraina), il cui linko era stato diffuso sui social, è sparito: cliccando sul collegamento si viene riportati ad un umiliante «The page cannot be found» («Impossibile trovare la pagina»).
Qualcuno deve essersi arrabbiato, e deve aver alzato la cornetta.
Di fatto, la CBS News ha annunciato lunedì di aver «rimosso un tweet che promuoveva» il documento, ma a noi sembra che anche il documentario stesso sia sparito.
We removed a tweet promoting our recent doc, “Arming Ukraine,” which quoted the founder of the nonprofit Blue-Yellow, Jonas Ohman’s assessment in late April that only around 30% of aid was reaching the front lines in Ukraine. pic.twitter.com/EgA96BrD9O
— CBS News (@CBSNews) August 8, 2022
Di più: l’emittente ha pure assicurato, sulla base di non si sa quale dato, che da quando è stato filmato quel documentario ora desaparecido, il controllo sulle consegne di armi alle forze ucraine è migliorato.
«Inoltre, l’esercito americano ha confermato che l’addetto alla difesa, il generale di brigata Garrick M. Harmon, è arrivato a Kiev ad agosto per il controllo e il monitoraggio degli armamenti. Stiamo aggiornando il nostro documentario per riflettere queste nuove informazioni e trasmetterlo in un secondo momento», ha spiegato la rete.
Nel documentario, Jonas Ohman, CEO di Blue-Yellow, un gruppo con sede in Lituania coinvolto nella consegna di equipaggiamento militare in Ucraina, aveva detto al corrispondente di CBS News Adam Yamaguchi che solo un terzo delle decine di miliardi di dollari di supporto inviato in Ucraina dagli Stati Uniti e dai suoi alleati della NATO stava raggiungendo l’esercito ucraino.
«Sai, tuta questa roba arriva al confine, e poi qualcosa succede… e forse il 30% raggiunge la sua destinazione finale» avrebbbe detto Ohman alla CBS.
L’Ohman aveva offerto suggerimenti su cosa succede al resto dell’attrezzatura, dicendo che «ci sono signori del potere, oligarchi, attori politici» che operano nel Paese.
L’amministratore delegato della società lituana ha anche offerto una nuova spiegazione del motivo per cui l’Occidente deve assicurarsi che l’Ucraina «vinca» nel conflitto con la Russia. «Se perdiamo la guerra, avremo un tipo di zona grigia, uno scenario di stato semi-fallito o qualcosa del genere. Se succederà – con molte risorse letali incagliate in un posto e poi perdi – allora devi affrontarne le conseguenze», ha detto oscuramente.
Viene in mente quanto preconizzato su Renovatio 21 mesi addietro: una «zona di barbarie» estesa a tutta l’Europa con veterani nazisti ucraini armati fino ai denti a farla da padroni.
Come riportato da Renovatio 21, era emerso poche settimane fa come lo stesso Pentagono non avesse idea di che fine facessero le armi una volta varcato il confine, con la certezza che in parte finiscano al mercato nero.
Il ramo arabo della testata russa Sputnik ha scoperto che grandi quantità di armi americane regalate a Kiev sono ora sul Dark Web.
Ancora prima, alcuni di questi armamenti erano spuntati fuori in Siria, nella zona ancora turbolenta, e infestata di terroristi islamisti, di Idlib.
La portavoce degli Esteri del Cremlino Maria Zakharova ha preconizzato come le armi occidentali regalate agli ucraini finiranno nelle mani dei terroristi operanti in Europa.
La stessa Europol ha dichiarato che le armi spedite in Ucraina come «aiuti» saranno da gruppi criminali nel prossimo futuro.
Militaria
Ecco l’«armada» di Trump: «un’enorme flotta» diretta in Iran
Washington sta «osservando» con attenzione la situazione in Iran, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rinnovando in apparenza le sue minacce di ricorrere alla forza militare contro la Repubblica islamica per il modo in cui ha gestito i violenti disordini.
L’Iran è stato recentemente travolto da proteste di massa scatenate dalle gravi difficoltà economiche e dal crollo della valuta nazionale. Le manifestazioni, inizialmente di natura socio-economica, si sono trasformate in proteste politiche e violente, con Teheran che ha attribuito i disordini all’ingerenza di Stati Uniti e Israele, nonché all’infiltrazione di elementi «terroristici».
Secondo gli ultimi dati ufficiali forniti dalle autorità iraniane, oltre 3.000 persone sono rimaste uccise nelle violenze, tra cui quasi 700 definite «terroristi». Teheran ha più volte sostenuto che gruppi organizzati di militanti hanno ricevuto istruzioni, armi e altre forniture dall’estero, oltre a compensi per compiere atti di violenza contro funzionari governativi e beni pubblici.
Il presidente statunitense ha ripetutamente minacciato l’Iran con la possibilità di un intervento militare, assicurando ai manifestanti che «gli aiuti sono in arrivo». Lo scorso fine settimana sembrava aver moderato i toni, dichiarando di essersi «convinto» a non attaccare l’Iran.
Venerdì, tuttavia, Trump ha nuovamente ammonito Teheran, affermando che gli Stati Uniti stanno «monitorando» da vicino la situazione nel Paese, pur precisando che «preferirebbe non vedere accadere nulla».
Trump ha quindi parlato di un’«armada» dirigentesi verso la Persia. «Abbiamo una flotta enorme che si dirige in quella direzione… e forse non dovremo usarla… abbiamo molte navi che si dirigono in quella direzione, per ogni evenienza», ha detto Trump ai giornalisti mentre parlava a bordo dell’Air Force One.
Sebbene il Pentagono non abbia confermato ufficialmente le dichiarazioni di Trump sui movimenti navali, diversi resoconti dei media hanno indicato che il gruppo portaerei guidato dalla USS Abraham Lincoln è stato trasferito in Medio Oriente dal Mar Cinese Meridionale. Il gruppo e le unità associate si trovano attualmente nell’Oceano Indiano.
Inoltre, varie piattaforme di monitoraggio del traffico aereo hanno rilevato lo spostamento di ulteriori caccia, aerei da supporto e velivoli cisterna verso basi statunitensi nella regione. Tali ridispiegamenti sono stati interpretati da alcuni analisti come indizi di un possibile intervento militare imminente contro Teheran.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Militaria
Gli Stati Uniti valutano il ritiro completo delle truppe dalla Siria
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Militaria
Il Canada costruisce un modello di resistenza stile mujaheddin contro una possibile invasione USA
L’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta a un’ipotetica invasione statunitense, secondo quanto rivelato martedì dal Globe and Mail, che cita alti funzionari della Difesa. La strategia ipotizzata si basa su una guerra non convenzionale di tipo insurrezionale, ispirata alle tattiche impiegate dai mujaheddin afghani contro le forze sovietiche.
Il rapporto indica che la decisione di elaborare tale scenario è stata motivata dalle crescenti tensioni all’interno della NATO, aggravate dalla campagna del presidente Donald Trump per annettere la Groenlandia e dalle sue ripetute proposte affinché il Canada diventi parte degli Stati Uniti.
Secondo i dettagli emersi, i pianificatori militari prevedono un attacco proveniente da sud, con le forze statunitensi in grado di conquistare in soli due giorni le principali posizioni terrestri e marittime canadesi. Consapevoli dell’impossibilità di resistere a un’offensiva convenzionale, i militari immaginano una resistenza prolungata basata su azioni di guerriglia: piccole unità di irregolari o civili armati che condurrebbero sabotaggi, attacchi con droni e operazioni mordi e fuggi, ricalcando esattamente le tattiche dei mujaheddini afghani durante il conflitto del 1979-1989 contro l’Unione Sovietica.
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Si tratterebbe della prima simulazione di questo tipo condotta dalle forze armate canadesi da oltre un secolo nei confronti degli Stati Uniti, Paese con cui il Canada condivide la fondazione della NATO e il sistema di difesa aerea continentale (NORAD).
I funzionari interpellati hanno precisato che il modello rappresenta «un quadro concettuale e teorico, non un piano operativo concreto» e che un’invasione statunitense resta considerata «altamente improbabile». Tuttavia, la pressione esercitata da Trump sulla Groenlandia ha spinto i pianificatori a esaminare seriamente lo scenario.
Trump persegue da tempo l’acquisizione della Groenlandia, territorio autonomo danese nell’Artico, motivandola con esigenze di sicurezza nazionale e con la necessità di contrastare l’influenza di Russia e Cina. La sua retorica ha creato profonde frizioni con i partner europei della NATO, che hanno respinto qualsiasi modifica dello status quo e avvertono che una tale mossa potrebbe decretare la fine dell’alleanza atlantica. La scorsa settimana Trump ha annunciato l’imposizione di nuovi dazi doganali sui Paesi europei contrari al suo progetto, a meno che non si raggiunga un accordo.
Il presidente statunitense ha inoltre suggerito più volte che il Canada dovrebbe diventare il 51° Stato degli USA, sostenendo che tale unione porterebbe benefici ai cittadini canadesi. Lunedì ha pubblicato un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che lo ritrae mentre incontra i leader europei nello Studio Ovale, con una mappa in cui bandiere statunitensi coprono Groenlandia, Canada, Cuba e Venezuela.
New media post from Donald J. Trump
(TS: 20 Jan 00:58 ET) pic.twitter.com/l94Se0U7G4
— Commentary: Trump Truth Social Posts On X (@TrumpTruthOnX) January 20, 2026
Il Canada ha escluso categoricamente qualsiasi ipotesi di annessione agli Stati Uniti e ha ribadito che il futuro della Groenlandia spetta esclusivamente ai groenlandesi e alla Danimarca. Martedì, intervenendo al World Economic Forum di Davos, il primo ministro Mark Carney ha invitato le «potenze medie» a unirsi per scoraggiare gli Stati che fanno leva sull’«hard power» – un chiaro riferimento implicito agli Stati Uniti –, affermando: «Se non siamo al tavolo, finiamo nel menu».
Fonti vicine al governo riferiscono che Carney stia valutando l’invio di un piccolo contingente militare in Groenlandia come gesto simbolico di solidarietà con la Danimarca.
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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
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