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Militaria

Uccisi alti funzionari di Hamas. L’esercito israeliano controlla i confini di Gaza

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Il ministro dell’Economia di Hamas e un altro membro senior dell’ufficio politico sono stati uccisi dalle forze israeliane lunedì sera, hanno riferito in un comunicato le Forze di Difesa Israeliane (IDF). La loro morte è stata segnalata poco dopo che l’IDF aveva lanciato più di 100 attacchi aerei su Gaza.

 

Hamas ha successivamente confermato la morte di entrambi gli uomini sul suo sito ufficiale, affermando che erano stati «martirizzati a seguito del bombardamento della Striscia di Gaza da parte dell’occupazione sionista».

 

Jawad Abu Shamala è stato ministro dell’economia nell’ala politica di Hamas, mentre Zakaria Abu Ma’amr è stato descritto dall’IDF come uno stretto collaboratore del leader del gruppo a Gaza, Yahya Sinwar.

 

Abu Shamala era responsabile di «finanziare e dirigere il terrorismo», mentre Abu Ma’amr «era coinvolto nel processo decisionale dell’organizzazione e pianificava molte azioni contro la sicurezza dello Stato di Israele», ha affermato martedì l’IDF in una dichiarazione.

 

Da sabato Gaza, una delle aree più densamente popolate del pianeta, è stata bombardata da aerei da guerra israeliani con 250 obiettivi colpiti nel quartiere al-Furkan di Gaza City tra lunedì e martedì.

 

L’IDF ha descritto questo quartiere come un «nido di terrore» e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso che gli attacchi aerei «continueranno con tutta la loro forza».

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Secondo quanto riferito, le vittime civili sono elevate, con il Ministero della Sanità palestinese che ha dichiarato martedì che 770 persone sono state uccise e altre 4.000 ferite negli attacchi. Tra i morti ci sono 140 bambini, ha aggiunto il ministero.

 

 

L’esercito israeliano afferma di aver riaffermato il pieno controllo sulle comunità al confine di Gaza due giorni dopo l’assalto su larga scala di Hamas, ma ha avvertito che alcuni militanti dispersi potrebbero essere ancora sul territorio israeliano.

 

«Abbiamo il controllo degli insediamenti», ha detto lunedì in una dichiarazione Daniel Hagari, portavoce IDF, aggiungendo che i combattimenti tra le truppe israeliane e i militanti palestinesi sono diventati «isolati», ma che alcuni militanti di Hamas potrebbero essere ancora in libertà.

 

Il portavoce ha anche dichiarato che l’IDF sta «effettuando ricerche in tutte le comunità e ripulendo l’area».

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Lunedì scorso, l’IDF aveva affermato che c’erano circa otto aree nel sud di Israele in cui le sue forze armate stavano ancora combattendo i militanti palestinesi, inclusa Be’eri, un insediamento in cui circa 70 combattenti si sono infiltrati durante la notte, forse con l’uso di un tunnel per superare il confine.

 

Secondo un portavoce dell’IDF, almeno 900 persone sarebbero state uccise in Israele in seguito all’attacco a sorpresa di sabato mattina. Secondo la BBC, almeno 560 persone sono morte negli attacchi di ritorsione contro Gaza. Un portavoce di Hamas ha detto che quattro israeliani presi in ostaggio durante gli attacchi di sabato erano tra le vittime degli ultimi attacchi aerei.

 

Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha detto lunedì di aver ordinato un «assedio completo» di Gaza in risposta all’incursione di Hamas, hanno riferito i media locali. Il ministro dell’Energia Israel Katz ha anche ordinato che la fornitura idrica di Gaza venga «immediatamente interrotta».

 

«Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso», ha detto Gallant. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la cui amministrazione è stata criticata per un’apparente lacuna dell’Intelligence prima dell’attacco, ha promesso una «potente vendetta» quando il suo governo ha dichiarato ufficialmente guerra a Hamas.

 

Hagari ha anche notato che l’esercito israeliano ha mobilitato 300.000 riservisti tra le notizie secondo cui una possibile operazione di terra potrebbe presto essere avviata. Lunedì l’aeronautica israeliana ha dichiarato di aver sganciato più di 1.000 tonnellate di bombe su Gaza «dall’inizio della guerra».

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Militaria

L’Iran definisce gli eserciti dell’UE come «organizzazioni terroristiche»

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Il parlamento iraniano ha classificato le forze armate degli Stati membri dell’Unione Europea come «organizzazioni terroristiche», in una mossa che ricalca la recente decisione del blocco di inserire nella lista nera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran (detto anche «i pasdaran»).   A dicembre sono esplose proteste di massa in tutta la Repubblica Islamica, inizialmente motivate da ragioni economiche, che si sono rapidamente trasformate in violente sommosse accompagnate da richieste politiche. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato e alimentato la violenza letale nelle strade, ormai in gran parte rientrata.   Domenica, intervenendo pubblicamente, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha dichiarato che, etichettando la Guardia Rivoluzionaria come organizzazione terroristica, l’UE intendeva solo compiacere il suo «padrone», gli Stati Uniti, in un inutile tentativo di dissuaderlo dal mettere a rischio l’integrità territoriale dei suoi Stati membri, chiaro riferimento alle recenti minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la Groenlandia.   In un messaggio pubblicato giovedì su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Bruxelles di «alimentare le fiamme» di una guerra totale nella regione. Il capo della diplomazia ha definito la designazione dei pasdarani come organizzazione terroristica da parte dell’UE «un altro grave errore strategico» e una mera «operazione di propaganda».

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Le sue parole sono arrivate dopo la dichiarazione dell’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, che ha annunciato: «I ministri degli Esteri dell’UE hanno appena adottato la decisione cruciale di designare la Guardia rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica», in risposta al modo in cui Teheran ha gestito le recenti proteste.   La formalizzazione della misura è attesa nei prossimi giorni. Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso soddisfazione per la decisione, insieme all’«accordo politico su nuove sanzioni contro» la Repubblica islamica, che colpiscono 15 persone e sei entità con il congelamento dei beni, il divieto di ingresso e altre misure restrittive.   La Guardia Rivoluzionaria è già considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Israele, Canada, Australia, Arabia Saudita e Bahrein.   Nelle scorse settimane il presidente Trump ha più volte minacciato l’Irano con un intervento militare, dichiarando di aver dispiegato nella regione una «imponente» e «bellissima armata». Al contempo, ha lasciato trapelare che Washington sta ancora considerando la possibilità di una soluzione diplomatica.  

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Militaria

Generale israeliano di alto rango visita segretamente il Pentagono

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Una delegazione militare israeliana di alto livello, capeggiata dal capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), tenente generale Eyal Zamir, ha compiuto una visita riservata a Washington nel corso del fine settimana, sullo sfondo di crescenti tensioni legate ai programmi nucleari e missilistici iraniani e al rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione.

 

Secondo fonti riportate da media israeliani e americani, Zamir ha avuto colloqui al Pentagono con il capo di stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, e altri alti responsabili della difesa USA. Nel corso degli incontri ha condiviso informazioni classificate, esaminato possibili opzioni militari nei confronti dell’Iran e cercato di influenzare l’andamento dei contatti diplomatici attualmente in corso tra l’amministrazione Trump e Teheran.

 

La missione, rimasta segreta al momento della sua effettuazione, si inserisce in un momento di forte preoccupazione israeliana: il timore è che il presidente Donald Trump possa concludere un’intesa con l’Iran limitata al solo blocco dell’arricchimento dell’uranio, lasciando pressoché invariato il programma di missili balistici di Teheran e senza dare il via libera a un intervento armato.

 

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha successivamente incontrato Zamir a Tel Aviv per valutare lo stato di prontezza operativa delle forze armate «per qualunque scenario possibile», come riferito domenica dall’ufficio del ministro.

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Gli Stati Uniti hanno potenziato la propria presenza navale e aerea in Medio Oriente, dispiegando la portaerei USS Abraham Lincoln, ulteriori cacciatorpediniere equipaggiati con missili e sistemi avanzati di difesa antiaerea, in quella che Trump ha definito una «massiccia e splendida armata».

 

Fonti israeliane indicano che persino alti esponenti di entrambi i Paesi nutrono dubbi sul fatto che Trump scelga alla fine la via militare. In pubblico, il presidente ha ribadito la preferenza per una soluzione negoziata, rifiutandosi di svelare i dettagli del proprio «piano» sull’Iran – nemmeno agli alleati più stretti – sostenendo che tale riservatezza serve a non compromettere i colloqui in corso.

 

Parallelamente, ha ammonito Teheran che «il tempo sta per scadere» e che un eventuale attacco futuro sarebbe «molto più duro» rispetto alle operazioni congiunte USA-Israele dell’estate scorsa.

 

Sebbene Israele abbia evitato di apparire come promotore di un’azione bellica, alcuni funzionari hanno confidato in privato, secondo Ynet, che un’inerzia prolungata dopo tante minacce potrebbe essere interpretata dall’Iran come «debolezza». Allo stesso tempo, ritengono che un eventuale attacco statunitense contro la Repubblica Islamica scatenerebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana diretta contro Israele, con il rischio di un’escalation regionale su larga scala.

 

Washington tiene a precisare che non ha intenzione di destabilizzare l’Iran né di provocare un collasso sul modello libico, mentre le autorità di Teheran ribadiscono la natura esclusivamente pacifica del proprio programma nucleare e affermano che i negoziati indiretti procedono regolarmente.

 

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Geopolitica

L’UE respinge la proposta di Zelensky di un esercito europeo

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L’idea di un esercito europeo unificato, come sostenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, risulta impraticabile perché molti Paesi dell’UE sono contemporaneamente membri della NATO, ha dichiarato Kaja Kallas, responsabile della politica estera e di sicurezza del blocco economico.   Zelens’kyj ha invocato la creazione di «forze armate unite» europee nel corso di un discorso controverso tenuto la scorsa settimana al Forum Economico Mondiale di Davos, sottolineando che l’esperienza di combattimento maturata dall’Ucraina contro la Russia avrebbe un valore prezioso, criticando con forza la divisione e l’indecisione tra i suoi sostenitori europei, chiedendo nel contempo l’adesione dell’Ucraina all’UE entro il 2027, un ultimatum accolto con derisione da parte di diversi membri dell’Unione.   «Non riesco a immaginare che i Paesi creino un esercito europeo separato», ha affermato Kallas ai giornalisti prima di una riunione del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles giovedì. «Devono essere gli eserciti che già esistono», molti dei quali fanno parte della NATO e dispongono di strutture di comando consolidate all’interno dell’organizzazione a guida statunitense.

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«Se creiamo strutture parallele, il quadro non farà altro che confondersi. In tempi difficili, gli ordini potrebbero semplicemente cadere tra le sedie», ha aggiunto.   Questo mese i membri europei della NATO hanno reagito alla rinnovata proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di acquisire la Groenlandia. Trump ha accusato la Danimarca di essere troppo debole per difendere la sua isola dell’Atlantico settentrionale da un possibile attacco russo o cinese – scenario giudicato improbabile da Copenaghen – e non ha escluso il ricorso alla forza militare per raggiungere l’obiettivo. Le tensioni sono state poi allentate dal Segretario Generale della NATO Mark Rutte, che ha proposto a Trump un «quadro» per procedere.   La Kallas si conferma una ferma sostenitrice della necessità di proseguire gli aiuti militari occidentali a Kiev e di intensificare la pressione sulla Russia, piuttosto che perseguire una pace negoziata. Al termine dell’incontro di Bruxelles ha difeso la scelta dell’UE di non dialogare con Mosca, sostenendo che non vi sia nulla da offrire oltre quanto già avanzato dai mediatori statunitensi.  

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