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Tucker Carlson ha ucciso Navalnij? O è stato il demone della guerra?

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«Non lasciatevi ingannare: Putin è responsabile della morte di Navalnij». Il vegliardo del Delaware installato da qualcuno alla Casa Bianca ha già parlato, perfino in conferenza stampa, che è un tipo di evento dal quale cercano di tenerlo lontano onde evitare prove ancora più incontrovertibili della sua demenza senile e non solo senile.

 

Biden ha anche dichiarato che gli Stati Uniti non dispongono ancora di tutte le informazioni sull’accaduto, tuttavia «quello che è successo a Navalny è una prova ancora maggiore della brutalità di Putin. Nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare».

 

Il vecchio col dito sul pulsante della distruzione atomica del mondo (forse: la catena di comando in quel senso potrebbe essere compromessa anche dalla prostata del suo segretario della Difesa) dice: non sappiamo niente, ma #hastatoputin.

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Eccerto. Anche Mattarella ha sentito il bisogno di rilasciare dichiarazioni: la morte del blogger antiputiniano «rappresenta la peggiore e più ingiusta conclusione di una vicenda umana e politica che ha scosso le coscienze dell’opinione pubblica mondiale». Baffone è venuto per davvero: ed è peggio di quello che il partito da cui il presidente della Repubblica proviene, quando si chiamava PCI, idolatrava, nel pieno senso della parola.

 

Il Quirinale ha sentito il bisogno di celebrare un eroe dei nostri tempi: «per le sue idee e per il suo desiderio di libertà Navalnij è stato condannato a una lunga detenzione in condizioni durissime. Un prezzo iniquo e inaccettabile, che riporta alla memoria i tempi più bui della storia. Tempi che speravamo di non dover più rivivere. Il suo coraggio resterà di richiamo per tutti».

 

Attenzione: nessuno dice che sia stato ucciso. Epperò, diciamo che la cosa è, come dire, fortemente suggerita.

 

Ci rendiamo conto che non per tutti è facile staccare la testa dal continuum della propaganda NATO, che opera martellante su ogni livello disponibile, ma qualcuno dovrà pur farlo, magari iniziando dalla solita, semplicissima domanda: cui prodest? Cui bono?

 

A chi giova la morte di Navalnij? Diciamo subito a chi non giova: a Putin. Se c’era qualcuno che poteva aver interesse a tener vivo Navalnij quello è l’uomo del Cremlino. Anzi, si potrebbe perfino arrivare a pensare che tutto sommato tenerlo in prigione significava, in una logica contorta ma realistica, proteggerlo da quanti per colpire lo zar sono disposti a compiere qualsiasi false flag, consumando inganni ed incantesimi che costano non una, ma centinaia di migliaia di vite umane: chiedete in Ucraina, se avete dubbi.

 

Navalnij che muore in carcere è un disastro incancellabile per le PR di Mosca, che lottano da anni contro le accuse riguardo dissidenti e giornalisti: il copione lo conosciamo dai tempi di Anna Politkovkaja (1958-2006), giornalista e scrittrice (stranamente pubblicata in Italia da Adelphi) russa ma americana che si occupava della guerra in Cecenia e, di conseguenza, della battaglia contro Putin in nome dei «diritti civili», «diritti umani» etc. Per il suo assassinio sono stati condannati cinque ceceni, ma nessun mandante. Anche lì: a chi giovava la morte della Politkovkaja, se non ai nemici di Putin?

 

Saltò fuori il nome di Berezovskij, l’oligarca ebreo che avversava l’ascesa di Putin dal dorato esilio londinese, e che si diceva essere in contatto con i gruppi islamisti-separatisti del caucaso. Berezovskij, che nel venne ritrovato morto nel bagno di una villa della capitale britannica, fu tirato in ballo da alcuni come finanziatore occulto non solo dei terroristi ceceni, ma pure di Navalnij: tuttavia, si disse che le foto che li ritraevano insieme erano fotomontaggi.

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Aleksej Anatol’evic Navalnij era un avvocato, ma soprattutto un blogger che su internet aveva creato una massa piuttosto vasta di opposizione fatta di risentimento totale verso l’establishment, accusato di ogni possibile corruzione: Edinaja Rossija, Russia Unita, il partito di Putin, fu definito come «il partito dei truffatori e dei ladri», espressione ripetuta infinite volte davanti a sei milioni di sottoscrittori su YouTube e ancora più utenti dei social. Se questa è una sceneggiatura che vi risuona, e perché l’avete vista in Italia, pure realizzata – ammettiamo, tuttavia, che con probabilità la qualità di Navalnij era superiore di quella dell’avvocatino che gli sfascisti internautici italioti hanno perfino piazzato al vertice del Paese, con la catastrofe che tutti ricordiamo.

 

A differenza di quanto è accaduto in Italia, o, con altri mezzi, nell’Ucraina dell’attore comico divenuto presidente, non era mai riuscito a creare una base elettorale solida abbastanza per entrare nei giochi politici veri. Tuttavia, gli americani lo coccolavano pubblicamente, tra messaggi da Washington e incontri diplomatici, così che sembrava a tutti che fosse davvero lui, che nemmeno era in Parlamento, l’opposizione a Putin.

 

Si trattava, come sempre, di un calcolo sbilenco della politica estera americana: il personaggio aveva i suoi limiti, nel 2008 aveva appoggiato il supporto russo a Abcazia e Ossezia nella guerra con la Georgia (poi si scusò), giornalisti moscoviti giurano che si trattava in realtà di un «razzista» e criptonazionalista che poco aveva a che fare con gli ideale liberali dell’Occidente che lo amava e premiava. Lui cercò di dare una mano come poteva: nel 2020 parlò in favore di Black Lives Matter, che in Russia ha molto senso.

 

Eppure un suo uso, per i padroni del vapore, il giovane blogger antisistema poteva ancora avercelo. Certo, forse non da vivo.

 

Quindi, facciamoci la seconda domanda: perché ora?

 

Beh, è curiosa che la tempistica della sua morte coincida incredibilmente con il successo globale della tanto attesa intervista di Tucker Carlson a Putin. Un evento che per anni il governo USA aveva cercato di impedire, arrivando a spiare elettronicamente il telefono del giornalista e poi addirittura, abbiamo appreso da poco, parlando direttamente con i russi per far sì che annullassero tutto.

 

L’intervista di Carlson a Putin, fatta sul canale «libero» di Twitter divenuto l’X di Musk, ha disintermediato tutti i network di informazione mondiale – cioè la narrativa del mainstream, cioè la narrativa della NATO.

 

Ha portato un pensiero che non si può trovare sui giornali al di qua della nuova Cortina di Ferro (cioè i nostri Paesi «liberaldemocratici») a tutto il mondo, e nel formato più moderno possibile: non un’intervista TV taglia e cuci di poche battute, ma due ore di conversazione, un formato da podcast dove il presidente russo ha avuto la possibilità di inondare il mondo con un millennio di storia russa.

 

Qualcuno dice che è andata, male (Putin era più nervoso di Carlson: lo pensiamo), qualcuno dice che è andata bene: anche solo il fatto di poter ascoltare l’uomo del Cremlino che ragiona e chiede negoziati di pace è qualcosa di incredibile, di proibito per l’era di censura che stiamo vivendo.

 

Resta il fatto che il messaggio al mondo è arrivato. Putin non è un pazzo sanguinario. Putin vuole la pace – di fatto, la cerca spasmodicamente da quasi un trentennio, al punto di offrire a Bill Clinton l’ingresso della Russia nella NATO.

 

È stato detto: le menzogne fanno iniziare le guerre, la verità può farle finire. La guerra, come sappiamo, per gli angloamericani deve continuare, fino all’ultima goccia di sangue ucraino.

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E quindi, che è l’intervista di Tucker che può aver spinto qualcuno a optare per la fine di Navalnij? È Carlson ad aver indirettamente causato la morte dell’oppositore?

 

Perché di fatto Navalnij è morto, e se non vi sono cause naturali (nessun giornale sembra pensarlo, rilanciando i commenti dei genitori che dicono che stava bene), deve essere stato ucciso. Ma se non è stato Putin, che è l’ultima persona a cui conveniva, chi può essere Stato?

 

Dicevamo, ad un certo punto, neutralizzato da ogni punto di vista (mediatico, politico, giudiziario), Navalnij poteva servire più per il martirio globale che per altro. Ma come si fa ad uccidere una persona in un carcere russo?

 

Mica possiamo saperlo, tuttavia avanziamo delle ipotesi ignoranti. Per ammazzare qualcuno in prigione, bisogna usare canali della criminalità organizzata, che trova sempre il modo di mettere in contatto i mondi fuori e dentro le sbarre. E dove sta la mafia russa? Beh, certo, sta in Russia, ma non solo: tanta, come ci mostrano tre decenni di film anche belli, ha preso casa in America.

 

Brighton Beach, sobborgo verso l’oceano sotto Nuova York – non lontana da Coney Island, teatro dell’indimenticabile scena finale de I guerrieri della notte – è di fatto oramai un paese russo, la chiamano la «piccola Odessa», e i vareniki alla ciliegia più buoni della mia vita li ho mangiati lì. Ora, quanto ci si può mettere, in automobile, da Langley a Brigthon Beach? Forse qualche ora, ma ovviamente, parliamo per metafora, perché sono cose per cui, oggi, mica c’è bisogno di spostarsi.

 

Abbiamo detto Langley perché è la sede del vero protagonista dell’intervista Carlson-Putin: la CIA. Possiamo dire anzi che il vero significato dell’incontro sta tutto nelle dichiarazioni di Putin, agente KGB, sui vecchi avversari del servizio segreto USA.

 

È ciò che mi ha colpito subito la notte della messa in onda: Putin si era tolto i guanti bianchi, e accusava direttamente la CIA dei misfatti dell’ora presente. Ho pensato, subito, quanto fosse irrituale: insomma, c’era l’onore tra spie, una volta, e Vladimir Vladimirovich, malgrado qualche barzelletta raccontata pubblicamente, non sembrava aver mai voluto attaccare la forza occulta della controparte. È una parte del gioco, è la meccanica delle cose, la CIA in fondo fa il suo lavoro, anche in Russia, il KGB stesso lo può comprendere.

 

Stavolta però non è andata così: nell’intervista accusa i servizi americani, e lo aveva già detto a Oliver Stone anni fa, di essere dietro ai terroristi ceceni, poi dice che c’è proprio la CIA dietro alla distruzione del Nord Stream 2, quindi percula lo stesso Carlson, che incassa tremendamente, ricordandogli che lui stesso aveva provato ad entrarvi (vero: lo scartarono, quindi il padre gli disse «fai il giornalisti, lì prendono tutti»), ma grazie al cielo lo avevano rifiutato. «Seriosnaja organisatsija», un’organizzazione seria, dice Putin mentre canzona senza pietà il tentativo del californiano di diventare un agente segreto.

 

(Qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: il padre di Carlson fu giornalista prima e funzionario del dipartimento di Stato poi; prima di divenire ambasciatore, diresse per Reagan Voice of America, la massima fonte di propaganda antisovietica possibile: essendo che Carlson senior ha vissuto anche a Mosca, immaginiamo il dossierone sulla famiglia che era a disposizione di Putin)

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È la CIA l’ostacolo alla pace, sembra suggerire finalmente Putin. Nelle ore di intervista concesse ad Oliver Stone, non era arrivato ad ammetterlo: al massimo, aveva detto quanto temesse che, nonostante la vittoria di Trump, nulla sarebbe cambiato, a causa del fatto che gli USA hanno una «burocrazia forte». Un’espressione che a noi era sembrata una foglia di fico per non usare le famose tre lettere russe, Tse-er-u, Tsentral’noe Rasvedybateln’noe Upravlenie, cioè CIA.

 

Adesso invece Putin dice: la CIA è il problema. La CIA vuole la guerra, costi quello che costi: la vita degli ucraini o l’economia dei tedeschi e degli europei. Questa è stata, davvero, l’unica novità dell’intervista, l’unica notizia.

 

E quindi, uno immagina, la CIA ha già reagito, a modo suo?

 

Ci sono altre coincidenze temporali da considerare. La morte di Navalnij avviene in concomitanza con la Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, il ritrovo internazionale dove tante cose vengono discusse e programmate – e dove, proprio riguardo alla Russia di Putin c’è un trascorso preciso.

 

È a Monaco che nel 2007 che Putin fece il famoso discorso che rivelò al mondo il futuro della politica estera russa, basata sul crollo inevitabile del dominio unipolare americano e della sua violenza insostenibile. L’anno successivo si ebbe la guerra antirussa della Georgia. «Putin pagherà», ha detto.

 

È a Monaco che nel 2022 Zelens’kyj accarezzò l’idea di far diventare l’Ucraina una potenza nucleare. Gli occidentali lo ascoltarono, e nessuno disse che si trattava di un pazzo che metteva in pericolo il mondo. Pochi giorni dopo scattò l’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina.

 

Poche ore fa, proprio alla stessa conferenza di Monaco, vi sono stati gli applausi per la moglie di Navalnij, che era proprio là.

 

Un’altra coincidenza: a Dubai pochi giorni fa un giornalista arabo ha chiesto a Carlson, ad un evento pubblico in mondovisione, proprio di Navalnij, lamentando il fatto che non ha fatto domande in merito.

 

Carlson negli scorsi mesi aveva già risposto andando a trovare personalmente Julian Assange nella prigione di Belmarsh a Londra. Un progioniero politico, un giornalista, tenuto dentro a partire da accuse di stupro ritirare e nemmeno nel Paese che lo accusa, ma in un altro, simbolo massimo del feudalesimo diplomatico americano inflitto al mondo.

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Curioso: è di ieri, la notizia rimbalzata su tutti i media del mondo, della moglie di Assange che dice che, qualora venisse estradato, Julian morirà. Assange morto, vogliamo ricordarlo, era ufficialmente un piano dei servizi americani: al punto che per il complotto per assassinarlo i giudici spagnoli vorrebbero sentire Mike Pompeo, l’ex direttore della CIA.

 

E quindi, se ora Assange venisse estradato, e, tra secondini che ronfano o zufolano, venisse trovato morto, che direbbero? Che siamo 1-1 con Navalnij? È un pensiero malandrino che qualcuno può avere.

 

Tuttavia, pensiamo che di base ci sia qualcosa di ancora più spaventoso dietro a questa storia. Renovatio 21 ha ipotizzato, un anno fa, che il licenziamento di Carlson da Fox, dove era diventato il giornalista più seguito di tutto l’arco televisivo americano, fosse proprio l’inevitabilità della guerra programmata contro la Russia. Una guerra diretta, una guerra «calda», da far scoppiare prima delle elezioni: dopo qualche settimana, aveva confermato di pensarlo anche lui, sia pure tralasciando che la cosa poteva essere la vera causa del suo apparentemente insensato allontanamento dagli schermi.

 

Navalnij morto per velocizzare il processo verso la guerra, dopo che con Carlson, e cioè con una grossa parte dell’opinione pubblica americana, Putin aveva guadagnato spazio e tempo per la pace?

 

Non solo: se Biden dice che Putin è brutale, i putinisti americani sono avvertiti – la loro idea contraria alla guerra contro Mosca è antiamericana, è illegale. Saranno perseguitati come quelli del 6 gennaio, o come Trump, trascinato per tribunali che poche ore fa gli hanno ordinato di pagare 350 milioni di dollari, praticamente mettendolo sul lastrico.

 

Tutto pare essere messo in cammino per l’inferno della guerra, e le vite sacrificate ora sono solo l’inizio della carneficina.

 

Qualcuno con visioni storico-teologiche radicali, dalle quali prendiamo subito le debite distanze, ritiene che alla base di tutta la vicenda degli ultimi secoli ci sia un demone. Cioè, proprio lui, quello, una cosa così: un’entità evocata secoli fa dagli inglesi quando si staccarono dall’Europa abiurando dal cattolicesimo con Enrico VIII ed la regina Elisabetta, un processo portato avanti da negromanti come John Dee, l’uomo che con il codice 007 creò le basi per l’Impero britannico e, materialmente, per il suo sistema di spie. Dee era un mago accanito, evocatore forsennato di spiriti, «angeli» diceva, che poi anche i demoni sappiamo che sono angeli.

 

In seguito, dicono queste teorie irricevibili, l’alleanza con tale demone è passata da Londra agli Stati Uniti. Il demonio, del resto, in cambio del potere sul mondo agli uomini chiedeva sempre le stesse cose: oro e sangue, valanghe di danaro e ecatombi di vite umane sacrificate con guerre e stermini di vario tipo. Vedendo la storia degli ultimi secoli di potere angloamericano, possiamo dire che è stato accontentato, ma sappiamo anche che a certuni non basta mai.

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Nella sua intervista a Putin, Carlson ad un certo ha toccato un punto di questo tipo: gli ha chiesto se non credeva che ci fossero delle forze esterne all’umanità che nella storia intervengono per influenzare negativamente le persone e il corso degli eventi. Abbiamo visto Tucker sviluppare questa idea negli ultimi mesi, arrivando a dichiarare che l’aborto è un sacrificio umano sussurrato all’orecchio di ogni popolo della storia da queste forze esteriori, e possiamo dire che l’interesse per gli UFO dimostrato dal personaggio pare andare nella stessa direzione.

 

Il presidente russo ha risposto che no, non ci crede, la storia è regolata dalle solite leggi umane, insomma non c’è tanto da fare i mistici.

 

Per quanto sia difficile crederlo, è possibile che Putin, per una volta, si stia sbagliando?

 

Possibile che neanche lui veda il quadro che, via Navalnij e il milione di ragazzi ucraini e russi massacrati, ci si sta parando innanzi?

 

Possibile che non capisca che dietro alla sete di sangue della setta iniziatica chiamata CIA potrebbe esserci davvero qualcos’altro?

 

Sono cose che butto lì, in modo irresponsabile e irriverente. Ma non è che ho altri modi di pensare la cosa: vogliono la guerra totale a tutti i costi, vogliono il sacrificio planetario, vogliono l’inferno sulla terra.

 

E noi in qualche modo, sul piano della realtà o della metafisica, della carne o della preghiera, della volontà o dello spirito, dobbiamo impedirglielo. Costi quello che costi.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Mitya Aleshkovskiy via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic; immagine modificata

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.   «Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».   Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo  vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».   Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.   Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.   Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.   Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.   Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.   La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.   Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.   Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)   È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.   E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».   Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il  disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunita Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).   Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.   Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος  καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.   Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.   L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.   Roberto Dal Bosco

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Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.

 

Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.

 

Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.

 

Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.

 

Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.

 

Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.

 

Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.

 

Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.

 

Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.

 

Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.

 

Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.

 

La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.

 

Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.

 

Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.

 

Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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Geopolitica

«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?

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Se c’è un personaggio che incarna l’oligarcato mondialista in modo perfetto, quello è Mark Carney. Ora primo ministro del Canada, in passato è stato direttore della Bank of England, la Banca Centrale britannica, e cosa ci faccia un canadese al vertice è difficile a capirlo.   Una vita a pascolare tra le élite – a Davos è un habitué – nessuno si è scandalizzato quando ha preso il posto di un altro «penetrato» (Klaus Schwab dixit) dal WEF, Giustino Trudeau, ora visto vagolare per la cittadina sciistica svizzera con la sua nuova fiamme, la curvacea cantante americana Katy Perry, elegantissima nel suo debutto come première dame di seconda mano. Carney è bilingue, si dice cattolico, e si mostra gioviale, ma a guardarlo in faccia vengono in mente i burocrati villain di Mission: Impossible o di James Bondo.   Ora Carney ha avuto una rivelazione celeste, che ha condiviso con la platea globale di Davos. Durante il suo speech tra le luci blu del WEF, ha ammesso che «l’ordine internazionale basato sulle regole» è sempre stato, in parte, una narrazione artificiosa che i Paesi hanno consapevolmente alimentato per decenni perché ne traevano vantaggio concreto.

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Si tratta di un’ammissione pesantissima: papà e mamma in verità non si amavano veramente, e tutta la famiglia, felice in decadi di foto sui comò di tutte le latitudini, si reggeva in realtà su questa disdicevole finzione. Il Carney ha avuto il buon gusto di dire anche che Paesi come il Canada hanno prosperato sostenendo questo mondo che, in realtà, non era basato sulla verità, concetto che improvvisamente assale il cuore dell’oligarca mondialista   «Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero sottratti alle norme quando gli conveniva, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico», ha affermato Carney. «E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con diversa severità a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima», ha aggiunto.     È scattata quindi la citazione del trito Il potere dei senza potere del dissidente poi presidente ceco Vaclav Havel: ecco che il premier di Ottawa paragona decenni di adesione formale al racconto tratto da del negoziante che espone un cartello politico in cui non crede affatto, definendolo «vivere nella menzogna» per «evitare guai».   Incredibile sentirsi parlare di menzogna e guai dal vertice di quel Paese che ha praticato un apartheid biotico e una repressione pandemica senza pari, che vietava l’ingresso nei negozi di liquori ai non vaccinati ed è arrivato persino a congelare i conti in banca di chi protestava contro il siero mRNA obbligatorio (misura ora ribaltata dalla Corte canadese: interrogata sulla questione a Davos, l’attuatrice della legge infame, l’ex vicepremier Chrystia Freeland, discendente di ucronazisti e membro della direzione WEF, non ha voluto rispondere).   Eppure, sì, ci tocca sentire una lezioncina sulla sottomissione ad un sistema falso e liberticida proprio dal premier canadese. Come quello che guarda il dito invece che la luna, invece che pensare alla sofferenze inflitte poco fa al suo stesso popolo, il Carney parla delle relazioni internazionali, ora sconvolte dalla slatentizzazione della politica di Trump, il suo vicino di casa, che forse lo invaderà.   Carney ora sostiene che questo «patto tacito non regge più», affermando che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una semplice transizione». Il premier canadese ha descritto l’attuale fase come caratterizzata da «un’intensificazione della rivalità tra grandi potenze», in cui integrazione economica, tariffe e infrastrutture finanziarie vengono usate come «armi» e strumenti di «coercizione»: avete sentito bene, ha detto proprio «coercizione», ma non sta parlando della siringa genica di Stato che hanno scatenato la rivolta di milioni di canadesi, ma di questioni internazionali di un mondo che, arrivato Trump, non gli va più tanto bene.   Sullo sfondo, lo sappiamo, c’è la Groenlandia, che Trump ha annunziato urbi et orbi di volersi prendere (e da Putin è arrivato un gustoso semaforo verde). E ancora di più, c’è il rischio che Washington decida per l’Anschluss anche dell’intero Canada, il secondo Paese più esteso della terra, che si trova proprio nell’emisfero americano. La dottrina Monroe, cioè Donroe – il concetto vecchio di duecento anni del «destino manifesto» degli USA – lo chiederebbe espressamente.

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Sappiamo che potrebbero non essere ciance, se è vero che i canadesi starebbero improntando una strategia di resistenza stile mujaheddin afghani in caso di invasione statunitense. In verità, pensiamo che questa frizione è diventata pienamente visibile ai mondiali di Hockey a Montreal pochi mesi fa, quando il pubblico locale fischiò l’inno americano, e la squadra USA quindi scatenò tre risse nei primi nove secondi di giuoco. Come dire, i rapporti potrebbero essere più tesi di quello che sembra.   Fatto sta che quanto detto da Carney non è piaciuto a Trump, che ha espresso la sua ira per quelle parole, chiamandolo in causa direttamente nello storico discorso di questa settimana. «A proposito, il Canada riceve un sacco di regali da noi. Dovrebbero esserne grati anche loro, ma non lo sono. Ho visto il vostro primo ministro ieri, non era così grato. Dovrebbero essere grati agli Stati Uniti, al Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni».   Trump lo ha fatto capire: le parole di Carney erano contro la nuova America trumpiana. Ce ne siamo accorti e, come ha detto riguardo all’eventuale opposizione degli europei all’annessione della Groenlandia, «ce ne ricorderemo».   Il retroscena ulteriore da spiegare ai lettori è che il primo ministro di Ottawa, poco prima di Davos, era stato a Pechino per siglare accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi fa, Carney aveva denunciato i problemi di diritti umani del Dragone. Ora invece vola lì a firmare un partenariato su dazi doganali reciproci e importazione di auto – quest’ultimo tema fortemente discusso in Canada, specie per le proprietà di spionaggio dei veicoli Made in China. I lettori di Renovatio 21 possono pure ricordare quando l’anno scorso Carney fece uno strano discorso in cui chiedeva le atomiche europee per difendersi da Trump.   E quindi, è possibile capire che Carney potrebbe star dicendo qualcos’altro: il mondo è sempre stato diviso in blocchi superpotenziali, siamo stati bene, fingendo che ci piacesse, sotto i vicini americani, ma ora possiamo anche cambiare famiglia, grazie e arrivederci. Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Carney aveva pronunciato l’esatta, magica formula: «Nuovo Ordine Mondiale». Detto proprio a ridosso degli elogi a Xi Jinpingo.   Se uno lo considera secondo uno scenario di politica militare, è ancora più terrificante: Carney sta dicendo che, a fronte di un’invasione USA, chiederebbe aiuto alla Cina? Carney sta annunziando che ha deciso di voler stare in un blocco diverso da quello previsto dalla dottrina Donroe. Vuole essere un satellite della superpotenza cinese nell’emisfero americano?   È stupendo vedere come la geopolitica, in pochi mesi, sembra essere stata cambiata radicalmente perfino nel linguaggio. L’ho detto, lo ripeto, viviamo dentro l’immaginazione di Donald Trump, che già più di quaranta anni fa nel suo libro Art of The Deal diceva che per chiudere l’affare bisogna entrare e modificare le fantasie dell’interlocutore. Ora sembra che il mondo venga politicamente ridisegnato dallo scenario che Trump sta travasando su miliardi di persone, che spazza via Yalta, NATO, UE, qualsiasi cosa si frapponga tra lo stato attuale la nuova visione del mondo.

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In tutto questa immane ricombinazione cosmica la domanda che dobbiamo farci riguarda il nostro piccolo: cosa ne sarà della UE? La tentazione è pensare che Brusselle non sopravviverà all’urto della nuova realtà – perché i suoi burocrati non hanno non solo le armi, ma nemmeno la fantasia (risorsa più rilevante di quanto pensassimo) per gestire la rivoluzione in atto.   Cosa può fare l’Europa? Senza armi, e con le sue capitali a circa 12-13 minuti di distanza dalla distruzione via missile termonucleare ipersonico russo, può sperare solo in un grande protettore: che era lo Zio Sam, cioè la NATO, ma ora la NATO, con la Groenlandia, potrebbe saltare – e i lettori di Renovatio 21 sanno quanti analisti negli scorsi anni avevano predetto la fine dell’Alleanza Atlantica quanto il NATO-scettico Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca.   E quindi quale «adulto» può proteggere il bambino UE? La Russia scordatevela, perché la russofobia che alligna nelle stanze degli eurobottoni è un qualcosa che neocon levatevi. E quindi… faremo come l’«europeo» (si è definito così lui, una volta, tre anni fa proprio al WEF) Carney? Chiederemo di stare sotto l’ombrello cinese anche noi?   È atroce pensarlo, ma il vecchio continente, ridotto ad un’accozzaglia di buroplutocrati eunuchi, non ha molte altre possibilità. Per questo c’è da sperare, e pregare, perché la UE finisca prima che faccia un’esiziale decisione nell’alba di questa nuova era dell’ordine mondiale, l’era imperiale del God Emperor Trump.   Scendiamo un gradino e pensiamo alla povera Italia. Sui giornali mainstream qualcuno dice che la politica che due forni di Giorgia Meloni, che voleva stare in Europa facendo gli occhi dolci a Washington (Berlusconi ci riusciva, facendo sponda pure Putin, Gheddafi, Netanyahu perfino Chavez… ma probabilmente quello era un altro livello) è fallita.   Secondo i corvi giornalistici, ora il governo italiano vorrebbe mettersi sotto le ali della… Germania.   Si tratta di un’idea che, avendo presente la faccia di Merz, ci agghiaccia come nient’altro. La Germania, pallida madre, è un Paese senza fantasia – e senza futuro, se è vero, come ha recentemente rivelato Tucker Carlson, che in privato il vertice dice di non volere atomiche a Berlino perché a breve sarà la Germania sarà totalmente islamizzata, e quindi – crediamo sia il senso del discorso – sarebbe come dare armi apocalittiche a beduini terroristi. Un po’ come i bianchi sudafricani, che (caso unico al mondo) si disfecero delle testate nucleari prima di consegnare il Paese a Mandela e ai negri.   Non è possibile, non è accettabile che l’Italia sia alleata con centrali di degrado e decadenza, di ignavia ed impotenza – cioè con tutti i Paesi europei, devastati dall’immigrazione e dalle loro politiche di Necrocultura massiva.   Del resto, la direzione non è che non fosse chiara in precedenza: la persistenza di Giorgia nella russofobia attiva, con armi e danari al regime Zelens’kyj mentre le nostre aziende senza Russia perdono miliardi e le famiglie si ritrovano le bollette pazze. Ora stiamo con probabilità avanzando in questa politica di demenza autolesionistica (perché va sempre aggiunto il rischio di venire spazzati via dagli Oreshnik, anche se avessimo la contraerea SAMP-T che abbiamo però dato via) e quindi invece che rompere lo schema idiota visto sinora è facile che verrà fatta la scelta più idiota e tremenda, quella di restare con l’Europa burosaurica e i suoi pupazzi estrogenici. Ecco, volevate il sovranismo, avrete in cambio la sudditanza alle facce di Merz.

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Diciamo un’ultima cosa: la nuova era globale ha una sua onestà ammirevole. Trump vuole la Groenlandia, e lo dice, e con grande probabilità se la prenderà. Vuole il Venezuela, e fa sparire Maduro in una notte. La Russia dirà ancora più chiaramente, con le armi e infine a parole, quanto vuole dell’Ucraina, in parte o tutta. Macron potrebbe tornare a dire che rivuole la sua Africa. E Carney, con le sue manovre cinesi e il suo discorsetto haveliano, sta comunicando anche lui espressamente cosa vuole, dove vuole stare, etc.   L’Italia riuscirà mai a dire cosa vuole? Roma dovrebbe dire che vuole la Libia – e con Silvio e Gheddafi l’aveva praticamente ottenuta, tanto che il milanese era finito stampato in trasparenza sui passaporti libici. E invece, ci siamo trovati infiltrati da una classe politica (fino ai vertici della Repubblica) che lavorava contro l’Italia in Libia. Una fetta dello Stato Profondo nazionale che agisce contro gli interessi italiani per preferire quelli europei (qualsiasi cosa significa), vista di recente in azione contro Elon Musk, con spesso qualche Legion d’Onore che scappa a Parigi a figure dello Stato-partito romano.   L’Italia della nuova era, potrebbe dire che vorrebbe avere influenza anche nel suo piccolo «emisfero» geografico e culturale? Così, con lo Stato riempito di traditori senza onore e senza fantasia, no. Non potrà mai non solo dichiarare apertamente la necessità di Tripoli e dei suoi idrocarburi, ma anche di gestire (e non subire) l’Albania, e ancora la Croazia, la Tunisia, la Slovenia, persino Malta (isola italofona per qualche ragione non reclamata dal massone angloide Giuseppe Mazzini…). Per non parlare dell’emisfero, quello davvero immenso, degli italiani che stanno in Brasile, in Cile e in Argentina, una forza nazionale gargantuesca che forse è ancora attivabile. E, usando sempre più lo strumento della fantasia, il nostro Paese, vista l’immigrazione ricevuta e relativamente integrata, cosa può fare nelle Filippine, e ancora nel Corno d’Africa, financo in Moldavia e dintorni?   Nel momento in cui la politica di potenza, e superpotenza, diviene realtà inconfutabile, l’Italia davvero vuole rimanere la serva degli eurotedeschi? Davvero non possiede più la fantasia di vedersi un Paese forte? Davvero non sente la necessità di servire il proprio popolo – e sopravvivere alle catastrofi che potrebbero essere, con evidenza, in caricamento?   Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole essere mediocre? Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole morire – e da schiava?   Roberto Dal Bosco  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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