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Trafficanti sessuali usano TikTok per attirare i bambini: l’avvertimento della psicoterapista
TikTok potrebbe offrire opportunità ai trafficanti di sesso per attirare i bambini, avverte una psicoterapista americana che ha notato la vertiginosa impennata di necessità di trattamenti per i giovani negli ultimi due anni. Lo riporta Epoch Times.
La dottoressa Katie Guinn, decennale esperienza in terapia familiare nello Stato della Lousiana (la parte povera degli USA) ha affermato di incontrare sempre più bambini vittime del traffico sessuale. Nel fornire una definizione del termine, ha affermato che «la tratta sessuale comporta l’impegno in attività sessuali contro la volontà di una persona per uno scambio di beni». La transazione non è sempre associata al denaro, ma può includere anche droghe, cibo o alloggio.
Come risultato della pandemia di COVID, la dottoressa Guinn ha affermato che è emerso un concetto relativamente nuovo, che ha chiamato «traffico sessuale cibernetico». L’obiettivo di attirare bambini e adulti nel traffico sessuale rimane lo stesso, ma in questo approccio, ha detto, «tutto è virtuale». Per comunicare con gli utenti, che spesso sono minorenni, vengono utilizzati siti web e una varietà di app con funzionalità di messaggistica.
Le vittime e i partecipanti possono caricare contenuti, come fotografie o video, e una transazione avviene utilizzando criptovalute. Secondo la dottoressa Guinn, «questo nuovo regno del traffico sessuale è incredibilmente difficile da rintracciare e saperne di più perché si evolve costantemente e istantaneamente».
«Negli ultimi tre anni», ha detto la Guinn, «il più grande bisogno che abbiamo visto nei bambini è la connessione, poiché i bambini sono stati incredibilmente isolati a causa della pandemia».
Secondo Guinn, tuttavia, tutte le vie dei social media possono essere utilizzate per contattare e potenzialmente reclutare vittime per il traffico sessuale, inclusi Facebook, Instagram e Snapchat. Ma TikTok, un’app di proprietà cinese estremamente popolare, è la «più aggressiva», ha affermato, spiegando che «l’algoritmo di TikTok è incredibilmente aggressivo e personalizzabile per l’utente».
«I trafficanti realizzeranno video, post o diversi tipi di contenuti che parlano dello stile di vita del traffico sessuale in modo molto aperto e palese», dichiara la Guinn. «Lo rendono affascinante, rendendolo molto desiderabile per un bambino a cui manca così tanto. Mostreranno cose come donne alle feste, che si divertono a bere, mangiare e ostentare regali costosi, per esempio. Per un bambino, tutto questo sembra molto allettante».
Fa parte del processo più ampio che «inizia naturalmente a colmare una vulnerabilità», dice la dottoressa. «Un bambino potrebbe diventare più incentivato a inviare messaggi alla persona responsabile del video, a entrare in contatto con questa persona nella speranza di prendere parte a questo stile di vita che ha osservato e soddisfare i propri bisogni».
«Inavvertitamente, potrebbero facilmente entrare a far parte del regno del traffico sessuale, semplicemente con l’intenzione di soddisfare i loro bisogni, ma spesso non sono in grado di trovare una via d’uscita».
«TikTok fornisce un’esposizione costante a cose a cui i bambini non sarebbero mai stati esposti, e può ridurre la sensibilità, normalizzare il comportamento e potenzialmente rendere un bambino più suscettibile all’approccio dei trafficanti. Questi trafficanti sono addestrati a individuare e sfruttare le vulnerabilità nei bambini, e TikTok lo ha reso più facile che mai».
«Non c’è dubbio che ossa svolgere un ruolo dannoso nel potenziale reclutamento e adescamento di bambini per il traffico sessuale» perché l’uso di TikTok da parte di un bambino è incredibilmente difficile da monitorare. «È terrificante perché potrebbe governare i bambini dai loro telefoni senza che nessuno lo sappia».
La dottoressa ritiene che il togliere l’app o il telefonino al bambino potrebbe non essere la soluzione più efficace.
«Molte volte, i più sensibili sono vittime di abusi sessuali, abuso di sostanze, famiglie divise o altro», ha detto. E togliendo il telefono di un bambino, «un genitore potrebbe creare uno spazio che non è fiducioso o comunicativo, il che non è utile quando tutto ciò che vuoi fare è proteggere tuo figlio».
«Ricordate, i bambini cercano spesso di soddisfare le loro esigenze e TikTok ha fornito l’accesso istantaneo ad alternative malsane per colmare questa vulnerabilità» continua la dottoressa.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso la Commissione Europea ha ordinato ai propri dipendenti di disinstallare TikTok, che è di proprietà cinese, dai dispositivi aziendali, spiegando che la mossa è necessaria per rafforzare la sicurezza informatica. Il bando da parte della UE deve risultare molto amaro all’azienda cinese, visto che TikTok due settimane fa aveva promesso all’autorità europea di «combattere la disinformazione» sul territorio dell’Unione.
Due mesi fa deputati e senatori americani erano arrivati a definire TikTok come «fentanil digitale», riferendosi alla tremenda droga decine di volte più potente dell’eroina responsabile di tante overdosi negli USA piagati dalla crisi degli oppioidi.
L’India già tre anni fa, a seguito delle tensioni con la Repubblica Popolare Cinese sul confine himalayano, aveva messo al bando 59 app cinesi, tra cui anche ovviamente anche il TikTok.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa era emerso un rapporto chiamato «Federal Human Trafficking Report» («rapporto federale sulla tratta di esseri umani») che collegava le piattaforme di social media – la più importante delle quali è Facebook – al reclutamento online nei casi di traffico sessuale attivo.
Internet
Influencer di Dubai ammoniti per i post che mostrano danni di guerra
Le autorità di Dubai hanno minacciato con multe salate o addirittura con il carcere gli influencer che pubblicano materiali che descrivono danni presumibilmente causati da missili e droni iraniani.
Teheran ha negato di aver preso di mira infrastrutture civili nei Paesi vicini, compresi gli Emirati Arabi Uniti, sostenendo che le sue forze armate stanno attaccando le basi militari americane nella regione solo in risposta agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele.
Da qualche tempo Dubai è diventata una calamita per i creatori di contenuti provenienti da tutto il mondo grazie al suo programma di visto specifico chiamato Dedicated Residence Golden Visa.
In un post sui social media, le autorità degli Emirati hanno messo in guardia i cittadini dal pubblicare qualsiasi materiale ritenuto dannoso per «l’ordine pubblico» e «l’unità nazionale». Chi viola le norme rischia multe fino a 77.000 dollari o il carcere.
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Un influencer anonimo residente a Dubai ha dichiarato al Telegraph che le autorità locali «vogliono sicuramente controllare la narrazione». «Ci sono regole rigide su cosa si può dire qui», ha aggiunto l’anonima figura socialara.
In una dichiarazione rilasciata sabato, poche ore dopo che Stati Uniti e Israele avevano lanciato massicci attacchi aerei contro l’Iran, l’ufficio del procuratore pubblico degli Emirati Arabi Uniti ha messo in guardia «contro la pubblicazione o la diffusione di voci e informazioni provenienti da fonti sconosciute attraverso le piattaforme dei social media».
Le autorità hanno consigliato agli editori online di ottenere «informazioni esclusivamente da fonti ufficiali e accreditate», aggiungendo che «diffondere voci è un reato».
Sabato, il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato che il Paese è stato attaccato dall’Iran con numerosi missili balistici, alcuni dei quali intercettati dalle difese aeree. Ha rivelato che i detriti del missile sono caduti su un’area residenziale e che una persona è morta in un «incidente» all’aeroporto di Abu Dhabi.
Il Paese del Golfo ospita due basi militari statunitensi, che secondo quanto riferito sono state colpite da attacchi di rappresaglia iraniani negli ultimi giorni.
La legislazione emiratina dubaita (Cybercrime Law, Federal Media Law 2025 e regolamenti del Media Council) vieta severamente qualsiasi contenuto che critichi il governo, i leader, le istituzioni o che diffonda «voci» o informazioni ritenute lesive per l’immagine nazionale.
Pubblicare critiche, anche indirette, può portare a pesanti multe (fino a 500.000-1.000.000 AED, cioè dai 100 ai 200 mila euro), carcere fino a 2 anni o anche l’espulsione dal paradiso youtuberro. Dal 2025-2026 gli influencer devono ottenere licenze obbligatorie (Advertiser Permit e trade license) per post promozionali, e il contenuto deve rispettare «valori nazionali» e «coesione sociale». Molti influencer elogiano costantemente Dubai (spesso in modo coordinato, come nei trend «safe in Dubai») nei loro post per evitare rischi legali gravissimi e mantenere il permesso di operare.
Non si tratta della prima volta che il governo dello sceicco al-Makhtoum cerca un controllo elettronico capillare della popolazione.
Nel 2009, il governo degli Emirati Arabi Uniti (tramite il provider Etisalat, controllato dall’Emirato) tentò di installare uno spyware sui BlackBerry di centinaia di migliaia di utenti a Dubai e Abu Dhabi.
Venne inviato un SMS che invitava a scaricare un «aggiornamento per migliorare le performance». In realtà era un software di sorveglianza (sviluppato da SS8, azienda USA) capace di inviare copie di email e messaggi a un server centrale, aggirando l’encryption di Research In Motion (RIM), la società madre dei Blackberry.
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RIM scoprì l’intrusione, la definì «non un upgrade ma spyware» e distribuì una patch per rimuoverlo, bloccando l’operazione. L’episodio alimentò le tensioni: UAE accusò BlackBerry di essere uno strumento per spionaggio USA e Israele, portò ad un tentativo di messa la bando nel 2010, poi ritirato dopo accordi.
Fu uno dei primi casi noti di «infettare» in massa smartphone per controllo governativo. La crisi finanziaria globale del 2008-2009 colpì duramente Dubai (con il crollo immobiliare e il bailout di Abu Dhabi nel 2009), ma – almeno ufficialmente – le fonti contemporanee e successive non collegano le due vicende.
Un episodio correlato (giugno 2009) vide circolare sul Black Berry Messenger BBM un documento leaked su questioni interne emiratine, che irritò le autorità, ma non riguardava direttamente l’economia.
Sebbene non ci sia una conferma ufficiale che collegasse l’operazione esclusivamente alla crisi economica di quegli anni, il contesto storico e le analisi dell’epoca suggeriscono che il controllo del flusso di informazioni critiche fosse l’obiettivo principale.
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Immagine di Stefan Langmann via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Facebook in Ungheria blocca pagine di notizie filogovernative a poche settimane dalle elezioni
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Macron: «la libertà di parola è una pura stronzata»
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito «pure stronzate» le argomentazioni delle piattaforme dei social media a favore della libertà di parola, chiedendo la totale trasparenza sul modo in cui gli algoritmi plasmano il discorso online.
Intervenendo mercoledì a Nuova Delhi, Macron ha sostenuto che la parzialità algoritmica comporta «enormi» conseguenze democratiche, affermando che le persone «non hanno idea di come sia realizzato l’algoritmo, di come venga testato, di come venga addestrato e dove ci porterà».
«Alcuni di loro affermano di essere a favore della libertà di parola. Noi siamo a favore di algoritmi liberi, in totale trasparenza», ha affermato. «La libertà di parola è una stronzata [in francese connerie, ndr] se nessuno sa come si viene guidati attraverso questa cosiddetta libertà di parola, soprattutto quando si passa da un discorso d’odio all’altro».
Macron ha insistito sulla necessità di una «strada trasparente» e di mantenere «l’ordine pubblico» sui social media, affermando che «voglio evitare discorsi razzisti e incitamenti all’odio».
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Le dichiarazioni giungono in un momento di crescente tensione tra UE e USA, mentre il presidente Donald Trump ha fatto della difesa della libertà di parola online un pilastro della sua politica estera e ha condannato i tentativi di Bruxelles di regolamentare le principali piattaforme di social media, la maggior parte delle quali ha sede negli Stati Uniti.
Lo scorso anno il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha accusato i Paesi europei di reprimere la libertà di espressione, avvertendo che il futuro sostegno americano sarebbe dipeso dal rispetto dei valori fondamentali da parte degli alleati.
Verso la fine dell’anno scorso, Washington ha sanzionato cinque europei, tra cui l’ex commissario europeo Thierry Breton, per aver «costretto le piattaforme americane a punire i punti di vista americani».
La strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti mette inoltre in guardia l’Europa dalla «cancellazione della civiltà» dovuta alle restrizioni alla libertà di parola e al «soffocamento normativo» dell’innovazione, con Washington che promette di «coltivare la resistenza» alla traiettoria del continente.
La stretta dell’UE sui social media ha suscitato anche aspre critiche da parte di altre figure del settore tecnologico. All’inizio di questo mese, il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha dichiarato che la Francia «non è un Paese libero», dopo che le autorità hanno fatto irruzione nell’ufficio parigino di X.
Lo stesso Durov aveva definito le accuse della podcaster Candace Owens alla Francia di aver commissionato il suo assassinio tramite sicari come «plausibili». «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che danno alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok…)», ha scritto il giovane imprenditore russo cresciuto a Torino.
Elon Musk, la cui piattaforma è stata multata di 150 milioni di euro dall’UE a dicembre, ha definito il blocco un «mostro burocratico» che dovrebbe essere abolito in quanto «Quarto Reich». In risposta, l’UE ha avviato ulteriori indagini su X anche questa settimana.
Come riportato da Renovatio 21, gli USA sembrano intenzionati a sovvenzionare think tank europei votati alla libertà di espressione.
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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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