Pensiero
Tradizione e cancellazione
Ho scattato questa foto domenica mattina scorsa. È tutto vero: non ci sono effetti speciali, la luce era quella, quest’immagine la stavano vedendo tutti i presenti con i loro occhi. Ora i fedeli se la stanno rimpallando su Whatsapp e Telegram.
Sembra una cartolina votiva dell’Ottocento, o un quadro barocco, sì. Invece è la realtà. Viene dalla Santa Messa che, nel mio piccolo, contribuisco ad organizzare (e aprire i portoni, lottare con le cimici cinesi, pulire, etc.) in una chiesetta vecchia di 800 e passa anni – confesso che talvolta, con una certa voluttà, arrotondo a mille quando ne parlo. È un oratorio che spunta da una collina, emergendo da un immensa rossa, da cui è cavato fuori, scolpito. Tutt’intorno, pareti di pietra e boschi, la dolcezza delle altre colline, la vastità della pianura che respira appena sotto.
Non ho fatto alcuno sforzo per ottenere un’immagine forte. Ho, tra le altre cose, un diploma di regia (ma credo di non averlo mai ritirato), e forse per questo mai sono stato un bravo fotografo – Fellini si vantava di non essere in grado nemmeno di scattare una fotografia su un suo set, e mi sono approfittato di quest’idea per alimentare la mia pigrizia riguardo gli scatti.
Per questa foto non ho cercato l’inquadratura, regolato l’esposizione, nemmeno ho usato inventi informatici moderni. È stata fatta con il mio telefonino, un iPhone vecchio di 5-6 anni, mentre, durante la consacrazione, era in ginocchio, una mano sul telefono, l’altra sulla spalla del mio bambino, che sta ancora imparando a stare a Messa, quando ci si alza, ci si siede, ci si segna, ci si inginocchia…
Eppure, tutti mi dicono, «che foto potente», «che bella», etc. Altri mi chiedono più sfacciatamente: «hai usato Photoshop?»
No, non ho usato nulla. Il raggio di luce che vedete, è tutto vero. Era visibile ad occhio nudo. Lo era anche poco prima dell’inizio della cerimonia, prima che vi fosse l’incenso. In realtà, ogni finestra della chiesetta emanava quei bagliori divini. Per tutta la durata della Santa Messa.
Semplicemente, quella luce non l’avevamo mai vista perché abbiamo ottenuto la Santa Messa al mattino invece che alla sera alle 18, come è accaduto negli ultimi 4 anni.
Con cui raggi, mi sono entrate nella mente tante illuminazioni.
Le foto che ho scattato domenica impressionano tanto non a causa mia, o del software del vecchio iPhone, né per questioni di scatti di fortuna.
Quella luce c’è perché è stata programmata. Studiata. Realizzata. C’è perché questa chiesa, che ha resistito per quasi tutto il II millennio dell’era cristiana, è stata costruita in un tempo in cui gli uomini ancora sapevano costruire: cioè, sapevano che erigere un edificio era molto più che un lavoro di muratura. Si costruivano le chiese pensando al contatto con Dio.
Non si tratta di speculazioni, ma di una verità materiale. Le chiese un tempo erano orientate. Erano cioè costruite affinché l’abside volgesse ad oriente, e il sacerdote e i fedeli pregassero nella medesima direzione.
Gli ebrei usavano pregare in direzione di Gerusalemme, cosa che dovrebbe essere rimasta nei riti delle sinagoghe. I primi cristiani non riconoscevano più la Gerusalemme terrena, ma quella Celeste, la città della seconda venuta di Cristo, quella che, nella gloria, il Risorto avrebbe costruito assieme al suo popolo. Il sole che sorge, dunque, poteva fungere da simbolo della Resurrezione, e quindi del ritorno di Nostro Signore.
Sta scritto: «verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Luca, 1, 78)
Secondo gli studiosi, almeno dal quarto secolo la preghiera era quindi orientata: rivolta ad oriente. E con essa le chiese dei cristiani.
Nel Seicento, tuttavia, l’usanza di orientare le chiese già cominciava a venire meno. Poi giunse l’era oscura: ecco il Concilio Vaticano II e la riforma di Paolo VI. Ecco che il prete non celebra più dando le spalle ai fedeli – nella celebrazione che si dice, appunto, ad orientem – ma guardandoli, come se la Santa Messa fosse un comizio, un incontro, uno spettacolino.
Inutile cercare di non vedere come questa riforma liturgica abbia segnato per sempre l’orientamento delle nuove chiese, nella cui bruttezza architettonica non viene certo concepita la direzione verso il sole che risorge.
La chiesa ha perso l’Oriente, e il risultato è che il mondo è stato disorientato. Letteralmente. Questo lo andiamo ripetendo da tanto: il Concilio è stato forse la più grande catastrofe mai affrontata dall’umanità, perché ne ha scombinato il sistema operativo, ne ha alterato il codice sorgente, rendendo possibile ogni sorta di errore di sistema. Se pensiamo alle legalizzazioni degli aborti procurati in tutti i Paesi del mondo (anche teoricamente di matrice cattolica) venute poco dopo, sappiamo che il prezzo del Concilio si calcola col sangue di milioni, forse miliardi di innocenti.
Ma se il mondo moderno e la chiesa moderna hanno perso la direzione, questo mica vale per tutti. Una Santa Messa in rito antico, una Messa di sempre, celebrata ad orientem in una chiesa rivolta verso oriente ce lo dimostra plasticamente materializzando la luce del Cielo.
Chi ha costruito la nostra chiesetta lo sapeva. Sapeva perfettamente come fare per permettere alla luce di baciare l’altare e tutto lo spazio sacro. Sapeva che la chiesa andava costruita così, perché essa era un mezzo di contatto con Dio, e ad esso doveva conformarsi, secondo la legge naturale, di cui la negazione era impensabile, secondo cui Iddio sta sopra, e l’uomo sta sotto, e la grazia, come la luce, scende verso gli esseri umani secondo la bontà divina, e i canali predisposti dall’uomo.
Nessun palazzo moderno può offrire questa bellezza, semplicemente perché non crede. Non crede a Dio, non crede alla legge naturale, non crede alla grazia – e non crede nemmeno alla bellezza.
La chiesetta che vede in foto è stata pensata per portare avanti la Tradizione: cioè, etimologicamente, per essere tramandata. Per durare nei secoli (e lo ha fatto). Da Dio all’uomo. Dall’uomo ai suoi figli.
Ogni cosa moderna, dai palazzi alla filosofia, dagli abiti alla politica, è fatta per durare nulla: soddisfare un qualche impulso a breve termine, un impulso personale che muore con il suo consumo, non qualcosa che viene trasmesso ad altri, ai figli, ai posteri. Il mondo moderno è, in pratica, pensato per portare avanti la cancellazione.
Cancellare, bloccare, far sparire. Se ci pensate, tutto sembra creato per estinguere l’umanità, per annullarne l’esistenza, il ricordo, la vita.
Le città pensate per cose e funzioni prima che per gli esseri umani – le smart cities, magari arricchite da architetture decostruzioniste pensate per essere inabitabili.
La contraccezione – che blocca la prima tradizione naturale possibile, la trasmissione della vita.
La moda – che rende tutti più brutti e malati, e non dura niente.
La droga – anche, soprattutto, quella legalizzata degli psicofarmaci, che cancellano personalità e pensiero.
L’aborto – che annulla la vita quando sta per nascere.
L’eutanasia – che sopprime la dignità della vecchiaia, cioè di tutto l’arco esistenziale di una persona.
Il sacrificio umano – che distrugge l’uomo per innalzare la violenza, tentando di cancellare, ed invertire il sacrificio di Dio per l’uomo.
La bomba atomica – che cancella direttamente la civiltà, e le città, e l’umanità tutta: la cancellazione ultima che incombe su di voi mentre leggete queste righe.
È possibile opporsi alla cancellazione a cui vi vogliono destinare. È possibile opporsi alla Necrocultura, a ciò che vuole distruggere la vita per sostituirla con morte.
È possibile farsi, ora, soldati del Primato dell’Essere. Divenire propagatori non più del mondo che cancella, ma del popolo che custodisce e continua – che vive. E che continua a vivere, anche dopo la morte, grazie alla propria discendenza: i figli, i loro figli, e poi oltre, tutti a portare un qualche pezzo di noi, fisico o spirituale, genetico o morale che sia.
Essere non più il frutto del Niente, ma la continuazione dell’Essere. Perché l’Essere continua, non si ferma, viene trasmesso. Generazioni di millenni di uomini si sono propagati come i raggi del sole, e ci hanno portato qui. E, per quanto provino a renderla una cosa reversibile, non c’è modo di uscire da questo: voi ci siete, e ci sarete, per sempre – ci sarete anche quando non ci sarete più.
Non avete molta scelta dinanzi a voi: Tradizione o cancellazione.
Noi di dubbi non ne abbiamo, e in realtà non dovreste nemmeno voi: ogni singola cellula del corpo è stata creata per tramandare ciò che ha ricevuto. Tradidi quod et accepi, ha detto il Signore della vita. «Vi ho trasmesso semplicemente ciò che ho ricevuto».
Sì, questo è l’orientamento della vita. È la direzione in cui, se ci disponiamo, su di noi arriva la luce.
Di questo ne ho certezza. Anzi, adesso ci ho pure la foto.
Roberto Dal Bosco
Necrocultura
Una città senza tifo è una città morta
La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.
Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?
Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.
Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).
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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.
E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).
Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.
Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.
La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.
È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.
«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.
«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.
Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.
In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.
I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.
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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.
Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.
Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.
E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.
Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.
Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.
Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.
Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?
Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.
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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.
Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.
Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.
Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.
Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Verso la legge che fa dell’antisemitismo una nuova categoria dello spirito
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Pensiero
Chi era Ali Khamenei? Il sito di Meyssan offre una biografia critica
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire, il sito del noto analista geopolitico francese Thierry Meyssan, che offre una breve biografia dai toni critici dell’aiatollà Khamenei. Si tratta forse dell’unico intervento dai toni talvolta aspri apparso in questi giorni riguardo la vita della guida della Rivoluzione Iraniana assassinato dall’operazione congiunta di USA ed Israele. Ricordiamo che le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Ali Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.
Iniziò la sua carriera all’ombra di Hachemi Rafsandjani, – presidente del parlamento dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente della Repubblica dal 1989 al 1997. Fu con il suo aiuto che Khamenei venne nominato Guida della Rivoluzione. In quell’occasione elaborò il concetto di Velayet-e-faqih, la tutela del saggio, con cui privò il già alleato Rafsandjani di ogni potere. Contrariamente a un’idea diffusa, non si tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.
Khamenei assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da quello dello Stato. Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio dello Stato. Ebbe a disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era consapevole.
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Diede impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella tradizione dello scrittore Jalal Al-e-Ahmad.
Trasformò la sua guardia personale, i Guardiani della Rivoluzione, noti come Pasdaran, in un super-esercito esterno e relativizzò il ruolo dell’esercito di leva.
Sabotò i tentativi di riforme liberali del residente Mohammad Khatami (1997-2005) e favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista Mahmud Ahmadinejad, alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.
Per contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine, queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione politica: solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione continuarono a funzionare.
Sebbene vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da «consiglieri» che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli dei ministri. Alcuni di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione il denaro del Paese.
Khamenei si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani. Lasciò la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raïssi (2021-2024).
Dal 2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo. Organizzò conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la Confraternita dei Fratelli Mussulmani.
L’esito fu la trasformazione della funzione di Guardiano della Rivoluzione in una gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il proprio ordine morale. Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia oscurantista e lo ha condotto alla rovina.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Chi era Ali Khamenei?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 marzo 2026.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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