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Geopolitica

Scholz genio assoluto: raccomanda di riprendere i rapporti commerciali con la Russia… dopo la sua sconfitta

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Una volta che la Russia avrà posto fine al conflitto in Ucraina, dovrebbe avere la «possibilità di fare di nuovo affari con la Germania», ha detto il 12 dicembre il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

 

Il cancelliere ha ripetuto, tuttavia, che Mosca non deve vincere e non lo farà. Un governo russo che ponga fine alle ostilità «ha bisogno di una possibilità per riavviare la cooperazione economica, in un altro momento in cui ciò sarà possibile», ha affermato Scholz in occasione del 70° anniversario del Comitato orientale per le imprese tedesche (Ost-Ausschuss der Deutschen Wirtschaft), un’associazione di categoria focalizzata sui rapporti con l’Europa orientale.

 

«Ora non è quel momento (…) Al momento, le relazioni che abbiamo vengono ridimensionate», ha detto Scholz, secondo il settimanale Die Zeit.

 

L’UE sta ora «inasprendo le sanzioni», ma la Russia rimarrà il Paese più grande del continente europeo dopo la risoluzione del conflitto. «È quindi molto importante che ci prepariamo per questo momento».

 

Con molta fantasia, lo Scholz ha descritto l’attuale conflitto come un tentativo del presidente Vladimir Putin di ricreare l’impero russo, che invece sta distruggendo il futuro del Paese.

 

Il cancelliere tedesco ha quindi accusato Mosca di atrocità contro i civili ucraini. La Russia non deve vincere «e la Russia non vincerà», ha dichiarato a OA.

Va notato che il tedesco ha parlato con Putin non più di una settimana fa.

 

L’idea di tornare a fare affari con un Paese dopo averlo sconfitto non è la prima genialata offertaci in questi mesi dallo Scholzo, il quale non è turbato neanche un po’ dalla cosa alla quale una simile politica – distruggi, sottometti e commercia – assomigli.

 

Del resto lo avevamo visto in azione, appena eletto, con il COVID: nella stessa intervista alla Bild si dichiarava «cancelliere dei non vaccinati» per poi dirsi subito a favore di un obbligo vaccinale così come pensato anche dalla vicina Austria, che prevedeva peraltro il carcere fino ad un anno in caso di mancata vaccinazione. Lo stesso Scholz, da alcuni detto «Scholzomat» per episodi non sempre limpidissimi di gestione finanziaria, aveva già definito «disgustosi» i manifestanti scesi in piazza in Germania contro le restrizioni pandemiche.

 

Il colmo fu raggiunto quando disse: «La Germania non è divisa! La maggior parte dei cittadini si è fatta vaccinare». Quindi, la storia del «cancelliere dei non vaccinati» divenne una barzelletta all’interno della stessa intervista, nel giro di una manciata di secondi.

 

Genio, lo Scholz. Genio Assoluto.

 

Ci è toccato di vedere a inizio anno anche lo Scholz incassare fantozzianamente insulti personali dall’ambasciatore ucraino, che giustamente ora Kiev ha promosso a viceministro degli Esteri.

 

Come riportato da Renovatio 21, Scholz viene da una carriera di scandali, anche di dimensioni mastodontiche, dai quali però è sempre riuscito teflonicamente a uscire intonso.

 

 

 

 

Immagine di Frank Schwichtenberg via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Comnmons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

 

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Geopolitica

Trump contro il ritorno di Maliki al potere in Iraq

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ammonito l’Iraq contro eventuali ritorsioni nel caso in cui l’ex primo ministro Nouri al-Maliki tornasse a guidare il Paese.

 

Leader del partito islamico Da’wa, Maliki è stato primo ministro dal 2006 al 2014 – unico premier iracheno a servire due mandati completi dopo l’invasione americana del 2003 – e in precedenza ha ricoperto diversi ruoli ministeriali. Trump ha espresso il suo avvertimento in un messaggio pubblicato martedì su Truth Social.

 

«L’ultima volta che Maliki è stato al potere, il Paese è sprofondato nella povertà e nel caos totale. Non si dovrebbe permettere che ciò accada di nuovo», ha scritto Trump, accusando Maliki di spingere «politiche e ideologie folli» e ha minacciato la sospensione degli aiuti statunitensi qualora l’ex premier riprendesse il controllo.

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Sabato scorso il blocco sciita in parlamento ha designato Maliki come primo ministro, rendendo praticamente certa la sua nomina non appena verrà eletto il nuovo presidente. I partiti curdi, ai quali spetta la scelta del presidente – figura in gran parte cerimoniale secondo il sistema iracheno di ripartizione delle alte cariche – hanno chiesto di posticipare il voto previsto per martedì.

 

Domenica il segretario di Stato americano Marco Rubio ha invitato Baghdad a non assumere un orientamento filo-iraniano con il nuovo esecutivo. Washington conserva una notevole leva sull’Iraq, tra l’altro perché i proventi delle esportazioni petrolifere irachene sono depositati presso la Federal Reserve Bank di Nuova York.

 

Maliki ha vissuto 25 anni in esilio ed è rientrato dopo che gli Stati Uniti hanno abbattuto il regime sunnita di Saddam Hussein, che aveva represso il suo partito, prendendo parte al programma di «de-baathificazione» sostenuto dagli americani, criticato per aver alimentato la violenza settaria e la radicalizzazione sunnita.

 

I suoi avversari politici lo hanno accusato di corruzione, di aver gestito male le tensioni confessionali e di aver condotto politiche di sicurezza inefficaci, rendendo l’Iracco vulnerabile all’offensiva dell’ISIS nel 2014. Il gruppo jihadista sunnita – rafforzatosi in Siria grazie alla destabilizzazione provocata dai tentativi, appoggiati dagli Stati Uniti, di rovesciare il governo di Damasco – conquistò Mosul dopo aver travolto le forze di sicurezza irachene addestrate dagli americani. Fu poi sconfitto grazie al decisivo contributo delle milizie sciite vicine all’Iran.

 

Benché costretto a dimettersi da primo ministro per pressioni interne e internazionali, Maliki ha conservato una forte influenza politica grazie al suo peso in Parlamento.

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Immagine di pubblico domino CC0 via Wikimedia

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Ushakov: Mosca pronta ad ospitare Zelens’kyj

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Il leader ucraino Volodymyr Zelens’kyj è il benvenuto a Mosca per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, ha dichiarato mercoledì Yurij Ushakov, alto consigliere del Cremlino.   L’ipotesi di un vertice tra Putin e Zelens’kyj è stata più volte avanzata da Mosca, anche nel corso di conversazioni telefoniche con il presidente statunitense Donald Trump, ha precisato Ushakov, ricordando che la Russia non ha mai escluso tale possibilità.   «Il nostro presidente ha ripetutamente dichiarato ai giornalisti che, se Zelens’kyj fosse davvero intenzionato a un incontro, saremmo lieti di invitarlo a Mosca. E garantiremo la sua sicurezza e le necessarie condizioni di lavoro», ha affermato Ushakov in un’intervista al canale televisivo Russia 1.

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Lo Ushakov ha tuttavia precisato che un simile incontro richiederebbe un’attenta preparazione preliminare, sottolineando che «la cosa principale è che questi contatti siano ben preparati. E in secondo luogo, che siano orientati al raggiungimento di risultati specifici».   Le sue dichiarazioni arrivano a seguito dei primi colloqui trilaterali tra delegazioni russa, statunitense e ucraina tenutisi la scorsa settimana ad Abu Dhabi, definiti «molto costruttivi» dall’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. Un funzionario americano, rimasto anonimo, ha riferito alla testata statunitense Axios che le parti sono «molto vicine a un incontro tra Putin e Zelens’kyj», indicando che saranno necessari ulteriori round di negoziati a tre per spianare la strada a un possibile vertice a Mosca o a Kiev.   Il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov ha annunciato mercoledì che il prossimo incontro trilaterale dovrebbe svolgersi con ogni probabilità domenica.   I funzionari russi hanno tuttavia richiamato l’attenzione sul decreto firmato da Zelens’kyj nel 2022, che vieta negoziati con Putin in seguito ai referendum di annessione nelle quattro ex regioni ucraine, decreto che Kiev non ha mai revocato.   Come riportato da Renovatio 21, Mosca ha ripetutamente espresso enormi dubbi sulla legittimità di Zelens’kyj nel sottoscrivere accordi vincolanti dopo la scadenza del suo mandato presidenziale nel maggio 2024. Zelens’kyj ha rifiutato di convocare nuove elezioni, motivando la decisione con lo stato di legge marziale, prorogato plurime volte, con rinvii che hanno riguardato anche le elezioni locali.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 
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Trump: Cuba crollerà presto

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Cuba è sull’orlo del collasso «molto presto», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Le sue affermazioni sono emerse mentre si diffondevano indiscrezioni secondo cui Washington starebbe preparando un blocco petrolifero totale sull’isola con l’obiettivo di provocare un colpo di stato contro il presidente Miguel Diaz-Canel.

 

A seguito del rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro avvenuto all’inizio di questo mese, gli Stati Uniti hanno spostato l’attenzione su Cuba, che secondo Trump sarebbe «pronta a crollare». Parlando con i giornalisti durante una visita in Iowa martedì, il presidente americano ha affermato che «Cuba è davvero una nazione molto vicina alla caduta».

 

Secondo Trump, L’Avana dipendeva dal petrolio e dai fondi provenienti da Caracas, ma «non li riceverà più».

 

Poco dopo la cattura di Maduro, Trump aveva annunciato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela durante una fase di transizione e che necessitava di «accesso totale… al petrolio e ad altre risorse del Paese». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha precisato che gli Stati Uniti intendono mantenere il controllo sulle esportazioni petrolifere venezuelane «a tempo indeterminato».

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La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, insediatasi dopo l’arresto di Maduro, ha affermato che nessun «agente straniero» riuscirà a controllare il Venezuela né a trasformarlo in una «colonia». Tuttavia ha cercato di rassicurare Washington aprendo il settore energetico venezuelano alle compagnie americane.

 

La scorsa settimana Politico ha riportato che gli Stati Uniti starebbero pianificando un blocco petrolifero su Cuba per esercitare una «stretta soffocante per uccidere il regime». In precedenza il Wall Street Journal aveva rivelato che Washington stava contattando esponenti del governo cubano per favorire un’operazione di cambio di regime entro la fine dell’anno.

 

Cuba è soggetta all’embargo commerciale statunitense dagli anni Sessanta, ma non si trovava più di fronte alla concreta possibilità di un blocco navale americano dal 1962, quando il presidente John F. Kennedy impose una «quarantena» di 13 giorni per impedire l’arrivo di missili sovietici destinati alle forze cubane.

 

In precedenza Diaz-Canel aveva respinto le minacce di Trump dichiarando che «nessuno detta le nostre regole».

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