Arte
Renovatio 21 recensisce Top Gun: Maverick
Partiamo subito dicendo che, non importa quale sia la vostra età, se non vi piace questo film siete delle brutte persone.
Top Gun: Maverick, il seguito del mitico film coi caccia degli anni Ottanta, verrà usato come strumento delle prossima guerra civile planetaria: se non ti piace questa pellicola, abbiamo capito tutto. Al termine di detto conflitto, la fazione vincitrice userà il film a mo’ di cura Ludovico obbligando i neogoscisti sopravvissuti a visioni continue, le palpebre tenute aperte da ferretti crudeli come in Arancia Meccanica.
Il comico Louie CK, che dopo 5 anni è riuscito a tirarsi fuori dalla cancel culture che lo aveva disintegrato nonostante si trattasse dello stand-up comedian numero uno al mondo, ha detto che guardando Top Gun: Maverick, ha pianto.
Louie CK è un cinefilo impenitente, e non è facile immaginarselo struggersi per un kolossal fracassone. Nel suo discorso sul film che ha visto al cinema, però dice qualcosa che risuona molto: dice di essere colpito da come «hanno custodito» il personaggio di Maverick. Che sta lì sullo schermo, con tutti i suoi problemi, ma è presente, in continuità totale con quello di quasi 40 anni fa.
È vero. È proprio così. È incredibile come il personaggio, e tutto quello che significava, è stato conservato. È incredibile che, in tutta la sua semplicità, egli sia arrivato negli anni 2020 mantenendo, come dire, l’innocenza.
Gli Honest Trailers, vertice internet di satira di Hollywood e di alta critica cinematografica, hanno speigato che in fondo si tratta della storia di Tom Cruise. Passano gli anni, lui è ancora lì, rifiuta di invecchiare, rifiuta di diventare, almeno sul set, prudente. Ha tutti i suoi limiti, ma è lì: è presente, persistente. Esiste ed è unico, come ogni uomo vero.
Dal primo trionfale film, che funse da immortale spot per la Marina USA, non sono solo passati decenni, nel frattempo è successo di tutto.
Il regista del film Tony Scott, fratello del Ridley, si è suicidato.
Meg Ryan è diventata un’icona femminile, poi basta.
Iceman, cioè, Val Kilmer, ha preso davvero un cancro alla gola e non se la passa benissimo, anche se ha fatto un documentario sulla cosa utilizzando i suoi video privati, anche di quando girava Top Gun 40 anni fa: se non vi emozionate alla scena dell’incontro tra Maverick e l’ammiraglio Iceman in questo ultimo film, lasciatevi dire che siete delle merde.
La bionda, che non ricordiamo come si chiama, invece è ingrassata per cui c’è grossa polemica sul fatto che nel film non vi sia.
E poi lui: Tom Cruise, quante ne ha passate, in questi anni? Quante ne abbiamo viste? Tom Cruise immortalizzato con la moglie da Kubrick. Tom Cruise che divorzia, si risposa, ridivorzia. Tom Cruise leader scentologo. Tom Cruise che dice di conoscere il segreto per aiutare i leader mondiali. Tom Cruise che fa film a volte dimenticabili a volte bellissimi. Sì, ne abbiamo viste di ogni.
Il problema è che anche là fuori, nel mondo degli aerei da caccia, è successo di tutto. Ad una certa, qualche anno fa ci sembrò che le cose si fossero invertite, e fossero i piloti russi ad essere diventati Maverick.
Questo sito da qualche parte ha già pubblicato i video dei piloti dei MiG che, nel Baltico, fanno il pelo alle navi americane, proprio come faceva il pilota del film in apertura e in chiusura del film. Sono video, alla fine, simpatici: guardate i marinai americani che sorridono. Alla fine si divertono proprio tutti: è il cinema vero dell’enantiodromia tra superpotenze aerospaziali.
Poi ci fu il caso degli «orsi» del 4 luglio 2015.
Due caccia statunitensi si levarono in volo per intercettare quelli che fonti della difesa hanno dichiarato essere 4 bombardieri a lungo raggio TU-95, i Tupolev che la NATO chiama in codice «Bear», orsi. Non è privo di senso rammentare che i TU-95 sono bombardieri usati nello sgancio di bombe nucleari.
I 4 «orsi» volavano nella Air Defense Indentification Zone (ADIZ) americana al largo dell’Alaska. I velivoli erano accompagnati da un aereo tank per il rifornimento in volo. Due F-22 americani sono andati loro incontro.
A questo punto, lo stormo moscovita si è diviso: due sono tornati ad Ovest, verso la Siberia. Altri due, invece, hanno virato a Sud puntando verso la California, da dove sono scramblati due F-15.
È stato al largo della costa californiana che è avvenuto il momento davvero mavericco: i russi si fanno sentire via radio ai colleghi yankee. «Buongiorno, piloti americani. Siamo qui per augurarvi un buon quattro luglio».
Gli aerei russi virano ancora e tornano a casa. In pratica, i bombardieri nucleari servivano per augurare un buon giorno dell’Indipendenza.
Più Top Gun di così, non si puote.
Ecco, questo film fa sentire che gli americani potrebbero tornare e riacciuffare la situazione sfuggita loro di mano a causa della distruzione culturale operata dagli woke.
Top Gun: Maverick è percepito come film anti-woke, anche se i protagonista della storia sono dei piloti di ogni razza, compresa una donna o due. Semplicemente, pare che fare un film che non nobiliti immediatamente l’omosessualità e non esprima una condanna razzista dei bianchi sia oggi ad Hollywood qualcosa di rivoluzionario.
In realtà, la produzione ha fatto di più. Si racconta che all’inizio, come per tantissimi altri film che vengono sfornati dalla Mecca del Cinema, su Top Gun: Maverick vi fossero capitali cinesi. I quali capitali cinesi avrebbero chiesto, subito, una toppa dello stramitico giubbino in pelle da aviatore del protagonista: quella con la bandiera di Taiwan, ben visibile in tante scene dell’originale del 1986.
Photo of the Day: Taiwan flag confirmed on Maverick’s jacket https://t.co/HuOFdtEgQg pic.twitter.com/UJuA7Ea5Ko
— Taiwan News (@TaiwanNews886) June 1, 2022
Non sarebbe stata questa richiesta, che peraltro sembrava inizialmente essere stata esaudita, quella che ha fatto traboccare il vaso. Si racconta che i cinesi, non si capisce bene con quale sensibilità, abbiano chiesto modifiche alla sceneggiature per non far sembrare l’aviazione americana troppo forte.
Voi capite che ad una certa è davvero troppo: i cinesi furono esclusi dal finanziamento del film. Si tratta di una vittoria inaspettata in una guerra – quella tra la cultura di massa e lo sport americani e i capitali pechinesi – sembrava persa da anni. Gli americani sono ancora capaci di ribellarsi – come dovrebbe essere, visto che il loro Paese è teoricamente fondato sulla ribellione. E i cinesi, come padroni, non è che siano competentissimi, quantomeno nel ramo risorse umane. Una lezione mica da poco.
Ora, siamo d’accordo con chi penserà che tutta l’ultima parte è completamente implausibile. E fa un po’ specie vedere le gimkane per non nominare il nemico (una potenza che ha l’Oceano e subito a ridosso gelide montagne, nonché caccia di V generazione: ma chi potrà essere mai…?). Tuttavia, come speriamo di aver spiegato con le righe qui sopra, non è il film in sé l’importanza di Top Gun: Maverick.
È il fatto che ancora è possibile fare i film di 40 anni fa, con gli stessi sentimenti, la stessa, diciamo così, «purezza», con personaggi che non sono stati corrotti dall’esprit du temps, cioè dalla politica e dalla società impazzite.
Si può rimanere fedeli a se stessi e, cosa sempre meno inspiegabile, fare i soldoni al botteghino. Basta dire alla gente la verità, e non tentare di manipolarla, né soprattutto tentare di prenderla per il culo.
Basta essere onesti, sinceri, pur con tutti i propri problemi. Come Maverick. Come Donald J. Trump.
Come tutti quegli americani che ricostruiranno una società sana dalle rovine di questo incubo totalitario, razzista, transessuale e transumanista che sono gli USA odierni.
Ora, ci pentiamo di aver seguito per anni Tarantino che in un film non indimenticabile (Il tuo amico nel mio letto) faceva una lunga e convincente tirata sul fatto che Top Gun fosse in realtà la metafora di un uomo che combatte contro la propria omosessualità.
Ma no, era l’esatto contrario. Siamo pentiti, ed è pentito anche Quentin Tarantino.
Insomma: un filmone che infonde speranza a manetta.
E chi lo avrebbe mai detto.
Ah, ultima cosa: un messaggio per i lettori maschi: siete delle brutte persone, cioè dei brutti maschi, pure se non vi emozionate a vedere l’opening-sigletta con la musichetta e il montaggino dei caccia che decollano dalla portaerei. Se non ci tira su il testosterone una cosa del genere, vuol dire che siamo irrecuperabili.
Insomma, guardatevelo, tenendo in mente che sono i tempi della Disney con personaggi transgender, degli Hobbit africani, della Fata turchina che più che turchina, è «di colore», e dei personaggi cinesi inseriti in qualsiasi grande produzione, ora sapete perché.
«Custodire» Maverick così com’era è di per sé oggi un atto sovversivo di cui siamo grati a tutti.
Roberto Dal Bosco
Immagine screenshot da YouTube
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Dall’officina della musica italiana alle arpe laser. Renovatio 21 intervista Maurizio Carelli
Maurizio Carelli, musicista, progettista, tabarrista. Insegnante, compositore, inventore. Noto soprattutto per il suo progetto di arpa laser, di cui è uno degli unici produttori al mondo (forse ce ne sono altri due, ma non è chiaro), ha lunghi trascorsi nel retrobottega della musica italiana. Una carriera ricchissima.
Da quanto tempo persegui la costruzione dell’arpa laser?
Faccio il consulente dall’inizio degli anni Novanta e per buona parte degli anni Duemila, ho così portato avanti il progetto dell’arpa laser in quel periodo. Nel 2008 ho ultimato il primo prototipo.
Ci parli di questo progetto, così ambizioso e particolare? Ricordo che una prima arpa laser fu portata al grande pubblico dal musicista francese Jean-Michel Jarre qualche anno prima.
L’invenzione è di un artista francese che ebbi l’occasione di conoscere, che la brevettò all’inizio degli anni Ottanta. Jean-Michel Jarre penso che l’abbia vista e se la sia fatta costruire dai propri tecnici. In quegli anni non fu un’impresa facile, perché i materiali che la componevano non erano di facilissima reperibilità. Erano apparecchiature molto complesse, tubi di vetro, gas particolari… A me affascinò subito questo strumento quando lo vidi usare da Jarre, però era infattibile per me, perché quel tipo di tecnologia era assolutamente inarrivabile. Con l’avvento degli anni Duemila i cinesi hanno immesso sul mercato i primi diodi laser a stato solido che cambiarono completamente il mercato dei laser. Avendoli scoperti online, acquistai questo costosissimo diodo laser a stato solido per cercare di farmi un’arpa laser anch’io. È così che feci il primo prototipo.
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È stata una scommessa che hai vinto visti anche i costi della tecnologia dell’epoca. Sei stato un coraggioso pioniere, sotto un certo punto di vista.
L’idea mi era venuta perché avevo visto questi puntatori laser tascabili che facevano una luce a breve distanza e andavano bene per far giocare il gatto sul pavimento di casa [ride]. Con quei puntatori non si riusciva a fare nulla e allora mi sono procurato sul mercato qualcosa di più potente. Quello che mi aveva però colpito, una volta fatto il primo prototipo che era rosso, non verde perché al tempo costava molto di più, mettendomi a suonarla mi sono chiesto: «come faccio a distinguere le toniche dalle diatoniche, i diesis dalle altre note?». Sulla tastiera del pianoforte uno è abituato a vedere i tasti neri e bianchi e invece con quest’arpa diventata tutto più complicato. La cosa che mi ha fatto divenire famoso in rete è che mi venne la brillante idea di fare le toniche verdi e le diatoniche rosse. Solo che ci volevano due laser con un costo decisamente maggiore. È nata così la prima arpa laser bicolore, che appena costruita è finita nel cassetto. Poi però un giorno arriva un amico, la vede, rimane a bocca aperta e mi dice: «Non puoi lasciare questo progetto nel cassetto, fai un sito internet e falla conoscere». Così feci. Ho ricevuto le prime richieste e ho iniziato a produrle e ancora oggi, su richiesta, le costruisco. In questi ultimi anni, complice anche il conflitto russo-ucraino, il mercato è un po’ calato. È vero che è uno strumento di nicchia, ma mi ha dato tante soddisfazioni. C’è tanta gente in giro per il mondo che ce l’ha. Questo mi fa enormemente piacere.
Leggevo che quando Jean-Michel Jarre le portava in scena aveva non pochi problemi durante l’esecuzione. Forse la tecnologia degli anni Ottanta non era così avanzata da rendere questo strumento fluido nel suonarlo. Avendola progettata e realizzata anni dopo hai riscontrato gli stessi problemi o l’hai resa più suonabile?
Soprattutto più stabile. Anzitutto ci sono due tipologie di arpa laser: ci sono quelle framed e quelle frameless. Le prime sono racchiuse in una cornice e hanno dei sensori in cima alla cornice dove i laser colpiscono sentendo l’interruzione del raggio e funzionano più o meno in tutte le condizioni climatiche. Hanno però lo svantaggio che uno deve andare in giro con tutta la cornice. Le altre, quelle frameless, si basano sul riflesso; si appoggia la mano sul laser e il riflesso del laser viene letto da un sensore. Ma qui casca l’asino, perché qualsiasi cosa faccia riflettere i raggi purtroppo può ingannare il sensore. Come per esempio il fumo che può riflettere la luce che al contempo però rende ben visibile l’arpa e scenicamente spettacolare. Per cui la dose di fumo che viene sparata sull’arpa deve essere calibrata bene, altrimenti si può inficiare la performance. Jarre forse è stato particolarmente sfortunato, perché nei video che ho visto in internet non ce n’è uno che non gli si impalli almeno una volta. In un suo show a Montecarlo andai appositamente per mostrargli il mio prodotto, ma lui non volle ricevermi.
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I grandi artisti sono sempre molto strani.
Ho cercato di contattarlo più volte, ma non c’è mai stato verso. Diciamo che da un lato ci potrebbe essere anche questa spocchia tipica francese di guardarci dall’alto in basso. O magari semplicemente non voleva farmi pubblicità, come se fosse uno strumento che possono comprare milioni di persone. Invece mi avrebbe semplicemente fatto piacere regalargliene una.
Sarebbe stato bello vederlo suonare la tua arpa.
Peccato. Nemmeno la sua agenzia mi ha mai risposto. Silenzio totale.
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Passando a un altro aspetto del tuo lavoro, so che hai lavorato in uno dei principali e più importanti studi di registrazioni italiani, il Regson Studio di Milano, poi diventato Officine Meccaniche. Ci racconti in breve la storia di questo posto così leggendario dove hanno registrato tantissimi artisti italiani e internazionali?
È il più grande studio di registrazione di Milano. Avevano un salone di ripresa dove si poteva registrare l’orchestra. La gestione era di un certo Zanibelli che ebbe la fortuna in quegli anni di fare cose molto belle. Poi però Zanibelli muore verso la fine degli anni Ottanta e gli studi attraversano un momento di crisi. Vengono acquistati da un editore milanese estraneo a quel mondo, che non sapeva cosa farsene, così propose a me di gestirlo. Accettai e partii con questa nuova avventura.
Che anno era quando subentri tu?
Io arrivo nel 1994/1995. Avevo un mio studio casalingo, ma mai avrei pensato di lavorarci in modo professionale. Ero un home producer. Adesso sono tutti home producer, ma al tempo ero una mosca bianca. Concordammo i dettagli economici e burocratici e iniziai questo lavoro assieme a un altro socio. Il salone dell’orchestra poteva contenere fino a ottanta elementi. Era un vecchio cinema adattato a studio, quindi gli spazi erano grandi. Apparecchiature di prima fascia anni Ottanta, tutt’oggi ancora molto ricercate. C’era inoltre una sala di ripresa che affittammo a Mauro Pagani. Avevamo anche altre tre sale dove facevamo i master dei vinili. Negli anni Novanta facevamo molti dischi di musica dance. Avevamo anche altre sale più piccole.
La tua mansione qual era?
Gestivo i clienti, collaboravo con il fonico e mi occupavo io in toto delle produzioni minori. L’esperienza di Paolo Bocchi – il nostro fonico e socio che ci ha lasciato qualche anno fa – per me è stata fondamentale. Mi ha permesso di passare da amatore a professionista. Gli anni in Regson con lui sono stati per me una crescita professionale e umana enorme. Paolo si occupava delle produzioni più grandi e quelle con le orchestre, anche se quest’ultime in quegli anni stavano scomparendo. Gli anni Novanta sono stati una tragedia per la musica italiana.
Forse sono stati l’inizio della fine dell’industria discografica.
Le grandi produzioni erano sempre meno e le major internazionali si son comprate tutte le nostre etichette discografiche più importanti. In Italia avevamo etichette che andavano alla grande e tante piccole label dance che avevano fatto grande la nostra musica in tutto il mondo. Molte di queste erano gestite da persone di una certa età che alla fine gli è andata anche bene a venderle, perché si son presi qualche pacco di milioni di lire. Mi ricordo che il tizio della DiscoMagic, se non ricordo male, mi disse che aveva venduto tutto e si sarebbe trasferito in Brasile salutandoci tutti! La cosa che non mi spiego è il perché le grandi etichette italiane abbiano venduto. Perché svendere asset musicali così importanti? È vero anche che c’è stato un tracollo della musica in quanto i computer hanno preso il posto dei grandi studi. In casa oggi si possono fare cose di alto livello che potevo fare io nel mio studio negli anni Ottanta. Sono poi arrivati i suoni campionati e tutte le cose digitali che oggi conosciamo bene. Quel settore degli studi di registrazione è crollato. Troppe cose sono cambiate.
La dance prodotta in Italia negli anni Novanta aveva un respiro internazionale e ha creato hit tutt’oggi famose.
Noi abbiamo inciso tanti vinili dance in quegli anni facendo le lacche e le matrici da cui poi stampavano il disco. Venivano da noi molti dj che a volte si portavano direttamente la matrice in discoteca, la mettevano sul giradischi e suonavano quella [ride]! Non era sempre facile fare questi dischi, perché molti di questi brani erano una dance un po’ estrema, che sinceramente facevo fatica ad ascoltare, avevano delle sonorità un po’ fastidiose a mio giudizio. Molto più interessante il pop-rock con i grandi artisti e le grandi etichette che sono passate da noi.
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Nel vostro studio Fabrizio De André ha registrato il suo ultimo album di inediti, Anime salve uscito nel 1996.
Abbiamo seguito le session di Anime salve, perché abbiamo registrato le orchestre dirette da Piero Milesi. Ero lì tutti i giorni, perché per registrare un’orchestra di quaranta o cinquanta elementi bisognava essere in due o tre persone a lavorare. Eravamo sempre in studio con Fabrizio e Piero. Ricordo che Fabrizio si era portato un altro tecnico che curava non le registrazioni, ma i suoni e l’equalizzazione. Quello è stato un bel periodo. Lavorammo a quel progetto per circa un mese. Un gran bel lavoro che mi ha dato l’opportunità di conoscere una persona particolare quale era Fabrizio De André e di apprezzarne, attraverso le nostre conversazioni nei momenti di pausa, la grande cultura, veramente smisurata. Lui sapeva tutto di tutto. Arrivava in studio portandosi dei libri. Leggeva qualche pagina, faceva delle sottolineature e poi riprendeva ad ascoltare le registrazioni.
Quando registravate le parti dell’orchestra De André dirigeva, correggeva, diceva la sua opinione o delegava tutto ai suoi collaboratori?
I musicisti si attenevano scrupolosamente alle partiture di Piero Milesi. Dureante le session Paolo disse: «Piero, che bello questo passaggio!». «Guarda che non l’ho mica scritto io. L’ha scritto lui», indicando Fabrizio. Mi sorprese questa cosa, non pensavo che Fabrizio seguisse tutto quanto, compreso le parti orchestrali. Seguiva tutti i dettagli e a quanto pare anche gli arrangiamenti. Lui venne in studio con i nastri in cui c’era registrata una bozza d’arrangiamento con la sua voce cantata, però ci era fatto divieto di ascoltare la traccia di cantato. Quella pista non andava mai alzata. Il suo fonico mise del nastro adesivo sul fader – il controllo del volume del mixer della sua voce – perché non doveva essere assolutamente alzata. Quando loro non c’erano, neanche per semplice curiosità abbiamo osato toccare quel volume. Eravamo curiosi di conoscere queste canzoni inedite che sarebbero finite del disco, ma quel fader non si poteva toccare [ride]! Nonostante fossi il titolare dello studio, non mi sono azzardato. La professionalità è anche questa. Quando uscì il disco, ho riconosciuto tutte le parti orchestrali che avevo sentito e devo dire che erano venute veramente bene. I fonici fecero un lavoro di grande spessore. Un bel suono caldo. D’altro canto Paolo Bocchi era un assoluto maestro per registrare le orchestre.
Avete anche lavorato al seguente album live De André in concerto. Ci racconti se quel disco live è stato post prodotto, come spesso accade per i dischi dal vivo?
Nei dischi dal vivo le parti che non si sentono bene vengono risuonate. Quando sei dal vivo è facile stonare e allora può essere che lo stesso cantante debba ricantare alcune parti. Oggi c’è l’autotune e correggono tutto in diretta. Ci possono essere state delle parti ad esempio di violino, che possono essere state aggiunte in post-produzione. Tutte procedure di miglioria. Un live è sempre un prodotto grezzo. C’è sempre un lavoro di post produzione. Nello specifico quell’album fu curato da Mauro Pagani nello studio adiacente al nostro. Ci lavorarono per una trentina di giorni e percepivo parecchia tensione per quel lavoro, essendo loro nel locale attaccato al mio. Non ci fu un grande edit, ma essendoci tante canzoni impiegarono molto tempo
Al tempo gli artisti potevano permettersi di affittare uno studio per più giorni, a differenza di oggi che è tutto molto più compattato, giusto?
Quando vennero gli Elio e le storie tese il discografico voleva fare economia e quindi comprimevano i tempi al massimo. A volte si lavorava dalle nove di mattina fino a quasi mezzanotte per non fare più di tre giorni. Tutto dipendeva da quanti soldi aveva la produzione chiaramente. Fabrizio De André aveva un budget di un certo tipo, le orchestre della Rai avevano un budget di un certo tipo, le colonne sonore avevano budget piuttosto importanti. Qualcuno si poteva permettere di tenere l’orchestra in studio per tre o quattro giorni. Mi ricordo che le orchestre ai tempi costavano venti o venticinque milioni di lire al giorno. Se la tenevi lì tre giorni era una bella spesa! [ride] Se non c’erano soldi in mezza giornata dovevano registrare e andar via. Quasi sempre ospitavamo l’Orchestra dei Navigli, i discografici chiamavano quasi sempre loro, perché erano abituati a fare i turni in studio.

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Hai lavorato anche con Elio e le storie tese?
Si, ma non registrarono dischi. Siccome avevamo quella sala molto grande che ti dicevo, ci facevano le riprese video per dei loro sketch che sarebbero stati trasmessi in televisione. Erano dei professionisti incredibili. Arrivavano col copione già scritto, si appuntavano delle cose che volevano modificare, ma avevano già le idee chiare. Una volta si vestirono da personaggi di Star Trek. In seguito ho avuto anche l’occasione di frequentarli abbastanza bene. Erano simpaticissimi. Se me lo consenti, li definirei delle macchine per «sparare cazzate» [ride]! Uno spasso! Quando, tra le tante, ce n’era una particolarmente divertente, tiravano fuori il taccuino e se la segnavano. Erano attenti a ogni dettaglio. Mi ricordo che un giorno arrivarono dei camion allo studio e scaricano una quarantina di balle di fieno. Nella sala c’era fieno ovunque, perché serviva come scenografia per una loro gag. Ci abbiamo messo due giorni per ripulire tutto! Pazzesco!
Da voi passò anche Franco Battiato.
Registrò il disco Gommalacca [1998, ndr] nello studio di Mauro Pagani. C’era un giovane Morgan a suonare in quell’album ed era un personaggio già al limite al tempo, ma a me stava simpatico. Un musicista fenomenale. Battiato a volte veniva lì da me ad ascoltare delle cose che gli servivano da ispirazione. Ascoltava spesso Maria Callas. Andava in visibilio nel sentirla e io ero lì con lui a godere di quei momenti musicali. Franco Battiato era molto simpatico, non gli mancava mai la battuta.
Visto che hai citato Morgan, credo che anche i Bluvertigo siano passati da voi.
Erano lì un giorno sì e un giorno no, perché li produceva Pagani. Con Morgan sentivamo spesso i loro lavori. A me loro piacevano molto. Morgan era l’anima artistica del gruppo. Sono passati tanti cantautori. Ho piacere a ricordare Pierangelo Bertoli, perché un suo disco lo registrati tutto io [Angoli di vita, ndr]. C’erano delle belle canzoni. Era uno dei suoi ultimissimi lavori.
Nel vostro studio rimasterizzavate dischi già editi? La rimasterizzazione è una pratica che dagli anni Novanta in poi ha sempre preso più piede.
Il processo di rimasterizzazione e di adattamento di un disco già fatto era una pratica che il mio fonico Paolo Bocchi deprecava. I dischi rimasterizzati suonavano più forte, ma ogni cosa ha un prezzo. Se in studio era stato fatto un lavoro di missaggio che cercasse di garantire una certa dinamica per dare respiro al suono, poi sparandoci dentro una serie di compressori potentissimi, il tutto cambiava notevolmente. Suonando più forte si perde quel senso dinamico che aveva in origine. Visto che Paolo era contrario a questi processi di rimasterizzazione, noi non avevamo le attrezzature per farlo. Se un cliente ce lo chiedeva andavamo a farlo in un altro studio. Ogni epoca ha la sua moda. Oggi si fa ancora, ma con dei mezzi tecnici però molto migliori rispetto a diversi anni fa.
Anche Adriano Celentano è passato per i Regson studio o mi sbaglio?
Si, ma prima che arrivassi io. Lui lavorò molto con Paolo Bocchi. Paolo mi diceva che Adriano era un po’ stonato.
Quanto costava in quegli anni noleggiare il vostro studio per un incidere un disco?
Sai che non me lo ricordo. Una volta venne un produttore – fu il primo o il secondo cliente che ebbi dopo che lo presi in gestione – e per la registrazione, che durò un paio di giorni, mi doveva trecento mila lire. Mi fece un assegno post datato al 2005, ed eravamo nel 1994! Il nastro registrato era sul tavolo, vidi questo assegno e gli dissi: «Maestro mi deve scusare, ma la data è sbagliata». «Uh Madonna! Ho finito gli assegni. Passo domani dai». «Passi pure quando vuole», ma intanto rimisi la bobina del nastro nel cassetto! Dopo qualche giorno pagò e poi siamo diventati amici e collaborammo molte volte insieme, ma ha sempre pagato subito però [ride]!
Ricordi qualche altro musicista con cui hai collaborato?
Con Pino Scotto abbiamo fatto due album. Li abbiamo anche prodotti. Lui veniva sempre accompagnato da musicisti strepitosi. Era un vero rocker, un personaggio pazzesco! Giorni fa mi ha mandato la locandina del suo prossimo tour. Ancora suona in giro e alla grande! Una forza della natura.
Come sai il nostro direttore, Roberto Dal Bosco, è il promotore di iniziative legato al tabarro, quest’indumento storico e molto bello. So che sei un grande appassionato.
Il tabarro l’ho ereditato da un grande attore di Lodi, Carlo Rivolta. Eravamo amici di famiglia e la vedova mi regalò il suo tabarro. È stato uno dei regali più belli che mi abbiano fatto in vita mia, perché quando indossi un tabarro e vai in giro, le cose cambiano e sembra che il mondo sia diverso. Ne ho regalato uno anche a mia moglie. È una vera passione. Mi piace partecipare ai raduni e vedo che sono sempre più partecipati!
Grazie, Maurizio.
Grazie a voi!
Francesco Rondolini
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L’Ucraina metterà al bando la letteratura russa: parla il ministro della Cultura di Kiev
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La Sagrada Familia sarà presto la chiesa più alta del mondo
A Barcellona, la Torre di Gesù Cristo incorona presto la basilica della Sagrada Família, opera dell’architetto Antoni Gaudí (1852-1926). L’edificio richiama lo stile gotico naturalistico e l’Art Nouveau catalano. La costruzione della Sagrada Família, iniziata il 19 marzo 1882, sta entrando nella sua fase finale, con l’inaugurazione prevista per il 10 giugno 2026, anniversario della morte accidentale di Antoni Gaudí, investito da un tram.
L’imponente costruzione della basilica ha dovuto affrontare numerosi ritardi e difficoltà, tra cui la Guerra Civile Spagnola. Sebbene il completamento dell’edificio sia previsto per il 2026, i lavori sulle sculture e sui dettagli decorativi, e in particolare sulla scalinata sulla facciata della Gloria che conduce all’ingresso principale, dovrebbero proseguire fino al 2034. Questa controversa scalinata richiederà la demolizione di tre isolati e il trasferimento di tutti i residenti.
Gaudí progettò una basilica con diciotto torri, dove la torre centrale rappresenta Gesù Cristo, Figlio di Dio e Agnello di Dio, che è al centro della storia umana (Apocalisse 5, 12): «Degno è l’Agnello che è stato immolato di ricever la potenza e le ricchezze e la sapienza e la forza e l’onore e la gloria e la benedizione». La costruzione della torre di Gesù Cristo, alta 172,5 metri, non doveva superare l’altezza della collina di Montjuïc, che domina la città vecchia e che Gaudí considerava un’«opera di Dio» che l’uomo non doveva superare.
La torre sopra l’abside, sormontata da una stella, rappresenta la Vergine Maria, che accettò di essere la madre del Figlio di Dio. Dodici torri si ergono a gruppi di quattro dietro ciascuna delle tre facciate dedicate alla vita di Gesù Cristo. Queste dodici torri rappresentano i dodici apostoli che Gesù chiamò a vivere con Lui e a testimoniare le sue parole e le sue azioni. E quattro torri rappresentano i quattro evangelisti che raccontarono la sua vita.
Una volta completata, la basilica avrà cinque navate circondate da un chiostro deambulatorio, con un’abside con sette cappelle all’estremità nord e tre facciate sugli altri lati: quella della Natività, quella della Passione e quella della Gloria, la facciata principale.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Fred Romero via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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