Geopolitica
Quando Biden costrinse l’Ucraina a licenziare un giudice che indagava sul colosso energetico che impiegava suo figlio
Nel dicembre 2015 l’allora Stati Uniti Il vicepresidente Joe Biden visitò Kiev – uno dei tanti incontri che ebbe nella capitale dell’Ucraina post-golpe di Maidan.
Incontrò quindi presidente ucraino Petro Poroshenko e il premier Yatsenjuk (ambedue messi lì dagli americani, come testimonierebbe la mitica telefonata intercettata di Victoria Nuland, quella che «fuck the EU»).
In quella occasione, come da lui stesso ammesso, Biden disse ai massimi vertici dello Stato ucraino che se non avessero licenziato il procuratore generale Viktor Shokin, l’amministrazione Obama sarebbe stata disposta a trattenere di dollari 1 miliardo di garanzie sui prestiti.
Il linguaggio è particolarmente crudo. L’intero sketch è piuttosto osceno.
«Così, [Poroshenko e Yatsenjuk ]uscivano dalla conferenza stampa, e gli ho detto: io non vi darò… noi non vi daremo il miliardo di dollari. Loro hanno detto: tu non hai l’autorità. Tu non sei il presidente».
«Il presidente [Obama], ho detto, sì, dovrei chiamarlo» dice Biden, in un racconto di bullismo che scatena l’ilarità del pubblico del CFR.
«Ho detto: ve lo dico, non prenderete il miliardo di dollari. Ho detto: guardate, noi ce ne andiamo in 6 ore. Se il pubblico ministero [Shokin] non sarà licenziato, non avrete i soldi».
Quindi, gran finale della barzelletta con turpiloquio pubblico incluso. «Oh… figlio di puttana… è stato licenziato».
Il filmato, ancora visibile in alcuni caricamenti indipendenti su YouTube, resiste ancora su una pagina del sito del Wall Street Journal.
Il magistrato Shokin, che era divenuto Procuratore generale nel febbraio 2015, aveva ereditato un’indagine su Burisma, una grande e controversa azienda del gas sospettata di riciclaggio di danaro, evasione fiscale e corruzione.
Nel 2014 nel board di Burisma era entrato, un po’ a sorpresa, il figlio di Biden, il depravato Hunter, il quale non aveva né conoscenza del mercato energetico né del Paese in cui sarebbe andato a operare. Lo stesso Hunter Biden ammise anni dopo che Burisma lo aveva assunto solo per il suo nome. Nel frattempo, avrebbe incassato almeno 50 mila dollari mensili per quello che in USA chiamano un no-show job, un lavoro al quale non è necessario presentarsi.
Quindi, esattamente, perché Biden jr. era stato assunto dal problematico colosso del gas ucraino?
Dovrebbe destare interesse quindi anche questa confessione di Joe Biden ad un incontro del 2018 presso rockefelleriano Council for Foreign Relation, il think tank fondamentale per decenni di politica estera americana.
L’insofferenza degli americani verso il procuratore Shokin era in superficie motivata dal fatto che, dicevano, sembrava troppo «morbido» nei confronti del problema della corruzione. La presenza di Hunter Biden nel board di Burisma, e quindi potenzialmente nelle indagini di Shokin (che partivano da prima), potrebbe invece suggerire un’altra storia.
Nel 2016, il New York Times ha pubblicato un articolo in cui suggeriva che «la credibilità del messaggio anticorruzione del vicepresidente potrebbe essere stata minata» dai rapporti di Hunter Biden con l’azienda.
Testimoniando a sostegno delle sue precedenti affermazioni di indagare su Burisma Holdings, Shokin, in una dichiarazione giurata datata 4 settembre 2019 per un tribunale austriaco, ha affermato che «la verità è che sono stato costretto a lasciare perché stavo guidando un ampio che ha condotto un’indagine per corruzione all’interno della Burisma Holdings, una società di gas naturale attiva in Ucraina e il figlio di Joe Biden, Hunter Biden, era un membro del consiglio di amministrazione».
Shokin ha quindi affermato che: «In diverse occasioni il presidente Poroshenko mi ha chiesto dai un’occhiata al procedimento penale contro Burisma e valuta la possibilità di chiudere le azioni investigative nei confronti di questa società, ma mi sono rifiutato di chiudere questa indagine».
La faccenda di Burisma è stata quindi sepolta assieme alla pazzesca censura sulle storie, emerse nella campagna elettorale 2020, sul «laptop dall’inferno» di Hunter Biden, da cui emergono non solo le perversioni sessuali e drogastiche del ragazzo, ma anche indizi inquietanti sul possibile traffico miliardario globale di influenze del clan Biden.
Ora il New York Times, un anno e mezzo dopo, ammette: la storia del computer di Hunter Biden era vera.
Rimane il fatto indiscutibile: quale obbiettività può avere Biden riguardo l’Ucraina?
Quale credibilità ha la Casa Bianca quando si parla di Kiev?
Immagine screenshot da YouTube
Geopolitica
Putin mette un prezzo alla Groenlandia
Il presidente della Federazione Russa Vladimiro Putin ha parlato della questione della Groenlandia, entrata definitivamente nelle mire espansionistiche di Washington.
«Questo non ci riguarda di certo», ha dichiarato mercoledì il presidente russo Vladimir Putin, in un momento in cui l’attenzione dell’Occidente sembra essere tutta concentrata sui progetti del presidente Trump sulla Groenlandia. «Penso che risolveranno la questione tra loro».
Putin ha riconosciuto che alla fine saranno gli Stati Uniti e la Danimarca a dover risolvere la questione, ma ha accennato in modo interessante che le sue simpatie potrebbero essere per la posizione statunitense, dato che ha proposto come modello per la risoluzione della controversia la storica acquisizione dell’Alaska da parte degli Stati Uniti . Putin ha quindi prodotto un rapido calcolo, invero assia convincente.
Dopo aver preso le distanze dalla disputa e dallo stallo all’interno della NATO, il presidente russo ha alcuni consigli di mediazione durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale a Mosca, da lui presieduta, spiegando che la Russia ha esperienza nella vendita di territori artici agli Stati Uniti, ricordando che l’Impero russo vendette la vasta e ricca penisola dell’Alaska per 7,2 milioni di dollari nel 1863 .
Putin does math:
Regarding Greenland… well, this doesn’t concern us at all—what happens with Greenland.
But we do have experience in resolving similar issues with the United States in the 19th century, I believe in 1867. As we know, Russia sold Alaska, and the United States… pic.twitter.com/BF8sHjYmwg
— Clash Report (@clashreport) January 21, 2026
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«Ai prezzi attuali, tenendo conto dell’inflazione degli ultimi decenni, questa somma equivale a circa 158 milioni di dollari» ha dichiarato Putin, aggiungendo che, dato che la Groenlandia è un po’ più grande dell’Alaska, un accordo simile avrebbe comportato un prezzo di vendita della Groenlandia compreso tra i 200 e i 250 milioni di dollari.
Considerando il valore relativo dell’oro all’epoca, ha affermato che la valutazione effettiva potrebbe essere aumentata fino a «probabilmente circa 1 miliardo di dollari». «Beh, penso che gli Stati Uniti possano permettersi una tale somma» ha chiosato Putin.
Riguardo agli aspetti politici, pur sottolineando che Mosca non ha alcun interesse a entrare in questa disputa puramente occidentale, ha affermato : «Tra l’altro, la Danimarca ha sempre trattato la Groenlandia come una colonia ed è stata piuttosto dura, se non crudele, nei suoi confronti . Ma questa è una questione completamente diversa, e quasi nessuno è interessato ora».
Questo attacco tempestivo alla Danimarca è arrivato in un contesto in cui Mosca era da tempo irritata nei confronti del piccolo Paese nordico per il suo ruolo sproporzionato nel sostenere l’Ucraina, ospitando addirittura un programma pilota e inviando jet da combattimento.
Ilpresidente russo ha anche fatto un breve e molto interessante riferimento all’acquisizione delle Isole Vergini americane: di fatto la Danimarca aveva venduto le Isole Vergini americane a Washington nel 1917 in cambio del riconoscimento della proprietà della Groenlandia.
È più probabile che la Russia apprezzi questa dimostrazione di disunione all’interno dell’alleanza atlantica. «Mosca ha assistito con gioia all’ampliamento della frattura tra Washington e l’Europa, dovuta alla spinta del presidente americano Donald Trump ad acquisire la Groenlandia, anche se le sue mosse potrebbero avere ripercussioni sulla Russia, che ha già una forte presenza nell’Artico» scrive l’agenzia Reuters.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Geopolitica
Trump: la Cina «divorerà» il Canada
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Geopolitica
Hamas accetta di disarmarsi
Il gruppo militante palestinese Hamas ha accettato di cedere le proprie armi in cambio del permesso per i suoi leader di lasciare liberamente Gaza e della transizione verso un ruolo esclusivamente politico, secondo quanto riportato da Sky News Arabia.
Citando una fonte palestinese rimasta anonima, l’agenzia di stampa ha dichiarato giovedì che Hamas aveva già consegnato agli Stati Uniti alcune armi e mappe della sua rete di tunnel sotterranei, attraverso «un meccanismo che non è stato ancora rivelato».
In cambio, gli Stati Uniti avrebbero fornito garanzie che ad Hamas sarà consentito di mantenere un coinvolgimento nella politica di Gaza e che alcuni suoi funzionari amministrativi e ufficiali di polizia potranno lavorare per una nuova amministrazione, a condizione che superino un «controllo di sicurezza israelo-americano».
Secondo la fonte, ai vertici di Hamas sarà concesso di abbandonare Gaza, mentre Washington ha assicurato loro che Israele non li perseguirà all’estero in futuro.
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Né Hamas né gli Stati Uniti hanno rilasciato commenti sul rapporto. Anche Israele non ha risposto ufficialmente, ma la fonte ha precisato che «Israele nutre significative riserve su alcune di queste intese», in particolare riguardo alla possibilità che Hamas resti attivo politicamente a Gaza. Nel corso dei due anni di guerra israeliana contro l’enclave, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte ribadito l’intenzione di «distruggere completamente» Hamas.
La notizia è emersa poche ore prima che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump firmasse l’atto costitutivo del suo «Board of Peace». Inizialmente concepito come un ristretto gruppo di tecnocrati – in prevalenza provenienti dai Paesi arabi del Golfo – incaricato di supervisionare la ricostruzione e la governance di Gaza, il Board si è trasformato in una vasta organizzazione internazionale presieduta dal «Presidente Trump», come indicato nello statuto dell’ente.
Sono state offerte adesioni triennali a 60 paesi, con Trump che ha proposto un’adesione permanente al costo di 1 miliardo di dollari per ciascun paese. Il presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto l’invito e ha annunciato l’intenzione di donare 1 miliardo di dollari prelevati dai beni russi congelati negli Stati Uniti, indipendentemente da un’eventuale adesione al consiglio. Ad oggi, circa 22 paesi hanno aderito all’organismo.
La parola «Gaza» non compare nemmeno una volta nello statuto del Board, e i critici hanno accusato il presidente statunitense di voler creare un’entità concorrente alle Nazioni Unite.
La scorsa settimana, Trump ha annunciato l’avvio della Fase Due del suo piano in 20 punti per risolvere il conflitto a Gaza. Questa fase prevede il disarmo di Hamas e il trasferimento del controllo dell’enclave al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), composto da 15 tecnocrati palestinesi. Il NCAG ha tenuto la sua prima riunione al Cairo giovedì scorso.
Sebbene Israele e Hamas avessero concordato un cessate il fuoco a ottobre, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni della tregua nei mesi successivi. Dall’entrata in vigore dell’accordo, sono stati uccisi più di 450 palestinesi e tre soldati israeliani.
Del disarmo di Hamas ha parlato espressamente Trump nel suo memorabile discorso di Davos. Hamas non era presente tre mesi fa alla storica firma dell’accordo di pace organizzata dal presidente americano in Egitto.
Come riportato da Renovatio 21, Hamas quattro mesi fa aveva negato di aver accettato l’allora proposta di disarmo.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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