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Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti?

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

I programmi dei candidati Donald Trump e Joe Biden si discostano da quelli dei predecessori. La posta in gioco non è adattare gli Stati Uniti ai cambiamenti del mondo, ma definire quale sarà la fisionomia del Paese. La questione è esistenziale, sicché c’è davvero la possibilità che le contrapposizioni degenerino e sfocino in violenza. Per gli uni, il Paese dev’essere una nazione al servizio dei cittadini, per gli altri deve recuperare lo status imperiale precedente.

La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?

 

 

 

 

La campagna presidenziale statunitense 2020 vede contrapposti due modi radicalmente diversi di concepire il Paese: impero o nazione?

 

Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).

Da un lato, la pretesa di Washington di dominare il mondo arginando (containment) i concorrenti potenziali − strategia annunciata da George Kennan nel 1946 e seguita da tutti i presidenti fino al 2016; dall’altro la ricusazione dell’imperialismo e la volontà di favorire la ricchezza degli statunitensi in generale – strategia enunciata dal presidente Andrew Jackson (1829-1837) e ripresa soltanto dal presidente Trump (2017-2020).

 

Entrambi i campi mascherano le proprie vere intenzioni con la retorica.

 

Democratici e Repubblicani si atteggiano ad alfieri del «mondo libero», che deve essere difeso dai «dittatori»; ad accaniti oppositori delle discriminazioni razziali, nonché delle discriminazioni di genere e orientamento sessuale; infine a campioni della lotta al «riscaldamento globale».

 

I jacksoniani denunciano ora la corruzione, ora la perversità e, alla fin fine, l’ipocrisia di chi li ha preceduti, nonché esortano a lottare per la nazione, invece che per l’impero.

 

I due schieramenti hanno in comune unicamente il culto della forza: Democratici e Repubblicani la vogliono al servizio dell’impero, i jacksoniani al servizio della nazione.

 

Il fatto che i jacksoniani siano inaspettatamente diventati maggioranza nel Paese e controllino il Partito Repubblicano genera confusione, ma si deve distinguere il trumpismo dall’ideologia repubblicana che seguì la seconda guerra mondiale.

 

Democratici e Repubblicani appartengono alla classe agiata o sono professionisti delle nuove tecnologie, i jacksoniani sono invece – come i Gilet Gialli in Francia – piuttosto poveri, professionalmente legati alla terra, da cui non riescono a svincolarsi. (1)

Sin dall’inizio del mandato, Trump ha (…) annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine»

 

Secondo il mio parere, i contrasti più rilevanti non vengono dichiarati, ma costantemente sottintesi.

 

 

Il programma dei jacksoniani

Sin dall’inizio del mandato, Trump ha rimesso in discussione la strategia Rumsfeld/Cebrowsky di annientamento delle strutture statali di tutti i Paesi del Medio Oriente Allargato, nessuno escluso, e annunciato l’intenzione di riportare a casa le truppe impegnate nella «guerra senza fine». Obiettivo prioritario anche nella campagna 2020 («Basta con le guerre senza fine e riportiamo a casa le nostre truppe» – Stop Endless Wars and Bring Our Troops Home).

Il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista

 

In seguito il presidente ha escluso dalle riunioni ordinarie del Consiglio per la Sicurezza Nazionale il direttore della CIA e il presidente del comitato dei capi di stato-maggiore, sottraendo così ai fautori dell’imperialismo il principale strumento di conquista. (2)

 

Ne è seguita una battaglia per la presidenza del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, con l’incriminazione del generale Michael T. Flynn, sostituito dal generale H. R. McMaster, a sua volta sostituito dall’eccezionalista John R. Bolton e infine da Robert C. O’Brien.

 

− A maggio 2017 Trump ingiunse agli alleati degli Stati Uniti di cessare immediatamente il sostegno agli jihadisti che nel Medio Oriente Allargato attuavano la strategia Rumsfeld/Cebrowski. Fu il discorso di Riad ai capi di Stato sunniti e ai capi di governo della NATO. Il presidente Trump dichiarò obsoleta la NATO, ma dovette ricredersi. Tuttavia, se non ottenne l’abbandono della politica di contenimento (containment) della Russia, ottenne il dimezzamento degli stanziamenti per il perseguimento della strategia Rumsfeld/Cebrowski e l’utilizzo dei fondi risparmiati per la lotta allo jihadismo. Così facendo ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva. Ha perciò preteso che i membri dell’Alleanza partecipassero in maniera più sostanziosa al budget. I partigiani dell’imperialismo hanno però continuato a sostenere lo jihadismo con mezzi privati, in particolare con i fondi KKR. (3)

Ha in parte ricondotto la NATO da strumento dell’imperialismo ad alleanza difensiva

 

Da qui le parole d’ordine di Trump: «Estirpiamo i terroristi mondiali che minacciano di nuocere agli americani» (Wipe Out Global Terrorists Who Threaten to Harm Americans) e «Chiediamo che gli alleati paghino la loro parte» (Get Allies to Pay their Fair Share).

 

− Fissato, come Democratici e Repubblicani, sul culto della forza, il jacksoniano Trump ha deciso di ripristinare la potenza delle forze armate statunitensi («Mantenere e sviluppare l’ineguagliata forza militare degli Stati Uniti», Maintain and Expand America’s Unrivaled Military Strenght). A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi. (4)

A differenza dei predecessori, non ha cercato di trasformare la gestione delirante del Pentagono privatizzandone i servizi uno dopo l’altro, ma ha elaborato un piano di reclutamento di ricercatori per poter di nuovo rivaleggiare tecnologicamente con russi e cinesi

 

− Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi («Costruire un eccellente sistema di difesa di cybersicurezza e un sistema di difesa antimissilistico», Build a Great Cybersecurity Defense System and Missile Defense System): l’inquilino della Casa Bianca vuole che gli USA, ed essi soltanto, si dotino di queste armi, che potranno eventualmente essere dispiegate sul territorio degli alleati; gli oppositori vogliono invece coinvolgere gli alleati, in modo da continuare a controllarli. Per Democratici e Repubblicani, il problema non è evidentemente ritirarsi dai trattati di disarmo della guerra fredda per costruire un nuovo arsenale, ma non perdere i mezzi di pressione diplomatica sulla Russia.

 

Il programma di Democratici e Repubblicani fuori dall’ufficialità del partito

Biden propone di focalizzarsi su tre obiettivi: 1. rinvigorire la democrazia; 2. formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione; 3. riprendersi la leadership globale.

 

Democratici e Repubblicani sostengono Trump solo nella volontà di riconquistare il primato in campo missilistico, benché non siano d’accordo su come riuscirvi

1. Fortificare la democrazia, ossia fondare, secondo termini da egli stesso usati, l’azione pubblica sul «consenso consapevole» (informed consent) degli statunitensi. Biden riprende la terminologia usata nel 1922 da Walter Lipmann, secondo cui la democrazia presuppone la «fabbricazione del consenso» (manufacturing consent). Una teoria a lungo discussa nel 1988 da Edward Herman e Noam Chomsky e che non ha alcun rapporto con la definizione del presidente Abraham Lincoln: «La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo».

 

Biden ritiene di poter raggiungere l’obiettivo ristabilendo la moralità dell’azione pubblica attraverso la pratica del «politicamente corretto». Per esempio, Biden condanna «l’orribile prassi [del presidente Trump] di separare le famiglie degli immigrati e collocarne i figli in prigioni private», omettendo però di dire che Trump si è limitato ad applicare una legge democratica allo scopo di dimostrarne l’inutilità; Biden annuncia inoltre di voler riaffermare la condanna della tortura, giustificata invece dal presidente Trump, omettendo però di dire che quest’ultimo, come il presidente Obama, ne ha già vietato il ricorso, senza tuttavia abolire la reclusione a vita senza processo a Guantanamo.

 

Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione(…)Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”)

Biden ha annunciato l’intenzione di organizzare un summit sulla democrazia per vincere la corruzione, difendere il «mondo libero» contro i regimi autoritari e far avanzare i «diritti dell’uomo». Alla luce della definizione di democrazia di Biden, si tratterebbe di coinvolgere gli Stati alleati nell’additare capri espiatori come responsabili di quel che non funziona («i corrotti») e promuovere i «diritti dell’uomo», nel senso anglosassone della locuzione − certamente non in quello francese. Ossia mettere fine alle violenze della polizia, ma non favorire la partecipazione dei cittadini al momento decisionale. Questo vertice lancerà un appello al settore privato affinché le nuove tecnologie non possano essere utilizzate da Stati autoritari per sorvegliare i cittadini (gli USA e la loro NSA potranno però continuare a farlo nell’interesse, beninteso, del “mondo libero”).

 

Biden conclude il capitolo sottolineando il proprio ruolo in seno alla Commissione transatlantica per l’integrità elettorale, a fianco di amici quali l’ex segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che rovesciò la Jamahiriya Araba Libica, nonché l’ex segretario USA per la Sicurezza della Patria, che mise sotto sorveglianza l’intera popolazione USA. Non dimentichiamo John Negroponte, che organizzò i Contras in Nicaragua e Daesh in Iraq.

 

2. Formare la classe media per fronteggiare la globalizzazione. Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie.

 

3. Rinnovare la leadership statunitense. Si tratta di fermare, in nome della democrazia, l’avanzamento di «populisti, nazionalisti e demagoghi». Una formula che fa capire quanto, secondo Biden, la democrazia non sia soltanto fabbricazione di consenso, ma anche soppressione della volontà popolare. Infatti, i demagoghi corrompono le istituzioni democratiche, mentre i populisti sono al servizio della volontà popolare e i nazionalisti della collettività.

 

Preso atto che la politica successiva allo scioglimento dell’URSS ha comportato la rapida sparizione delle classi medie, Biden è convinto che si potrà prevenire la delocalizzazione di posti di lavoro formando quanto resta della classe media alle nuove tecnologie

Biden precisa poi che metterà «per sempre» fine alle guerre; una formula che sembra sostenere lo stesso scopo dei jacksoniani, ma che tuttavia differisce nella terminologia. Si tratta in realtà di validare l’adeguamento del sistema attuale ai limiti imposti dal presidente Trump: perché far morire i soldati USA all’estero, quando si può perseguire la strategia Rumsfeld/Cebrowski usando gli jihadisti, che tra l’altro costano meno? Tanto più che quando era senatore dell’opposizione, Biden diede il proprio nome al piano di divisione dell’Iraq, che il Pentagono cercò d’imporre.

 

Segue una tirata sull’allargamento della NATO agli alleati latino-americani, africani e del Pacifico. Lungi dall’essere obsoleta, la NATO tornerà a essere il nucleo dell’imperialismo USA.

 

Biden auspica infine il rinnovo dell’accordo 5+1 con l’Iran e dei trattati di disarmo con la Russia. L’accordo con il presidente iraniano Hassan Rohani mira alla canonica divisione dei Paesi mussulmani in sunniti e sciiti; i trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale.

 

I trattati di disarmo mirano invece a confermare che l’amministrazione Biden non punta allo scontro planetario, bensì al contenimento (containment) del rivale

Il programma del candidato del Partito Democratico e dei Repubblicani, fuori dall’ufficialità del partito, si conclude con la convinzione di dover aderire all’Accordo di Parigi e di assumere la leadership della lotta al riscaldamento globale. Biden precisa che non farà sconti alla Cina, che delocalizza le proprie industrie più inquinanti lungo la via della seta. Omette però di dire che il suo amico Barack Obama prima di entrare in politica redasse gli statuti della borsa di Chicago degli scambi dei diritti di emissione di carbone. La lotta al riscaldamento climatico è un affare di banchieri più che questione ecologica.

 

 

Conclusione

È giocoforza constatare che tutto ostacola la chiarificazione. Quattro anni di sconvolgimento del presidente Trump sono riusciti soltanto a sostituire le «guerre senza fine» con una guerra privata di debole potenza: ci sono certamente meno morti, ma sempre di guerra si tratta.

Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.

 

Le élite beneficiarie dell’imperialismo non sono pronte a rinunciare ai propri privilegi.

 

Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica.

Thierry Meyssan

Bisogna perciò temere che gli Stati Uniti siano costretti a un conflitto interno, a una guerra civile, e finiscano con lo sfasciarsi, come già accadde all’Unione Sovietica

 

NOTE

(1) Nella campagna 2020 Democratici e Repubblicani costituiscono un blocco unico, schierato con l’ex vicepresidente Biden. Quest’ultimo e i suoi sostenitori sono estremamente volubili nell’enunciazione delle proprie intenzioni:
- “The Power of America’s Example”, by Joseph R. Biden Jr., Voltaire Network, 11 July 2019.
- “Why America Must Lead Again. Rescuing U.S. Foreign Policy After Trump”, by Joseph R. Biden Jr., Foreign Affairs, March/April 2020.
E, in particolare, la dichiarazione di alti funzionari repubblicani della Sicurezza Nazionale, che si sono schierati con il democratico Biden:
- “A Statement by Former Republican National Security Officials”, Voltaire Network, 20 August 2020.

- “Donald Trump Second Term Agenda”, by Donald Trump, Voltaire Network, 24 August 2020 (alla politica estera è dedicato soltanto l’ultimo breve paragrafo).

 

(2) Si veda: - “Presidential Memorandum: Organization of the National Security Council and the Homeland Security Council”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017. «Donald Trump smantella l’organizzazione dell’imperialismo statunitense», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 gennaio 2017, traduzione di Rachele Marmetti.

 

(3) Si veda: - “Presidential Memorandum: Plan to Defeat the Islamic State of Iraq and Syria”, by Donald Trump, Voltaire Network, 28 January 2017.
- “Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2017.
- “Remarks by Donald Trump at NATO Unveiling of the Article 5 and Berlin Wall Memorials”, by Donald Trump, Voltaire Network, 25 May 2017.

 

(4) Si veda: - “National Security Strategy of the United States of America”, December 2017. «Il National Security Strategy di Trump», Thierry Meyssan, Sa Defenza (Italia), Rete Voltaire, 27 dicembre 2017.

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Quale sarà la politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 settembre 2020

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Geopolitica

«Sappiamo dove vive, dove dorme»: l’ex generale ucraino minaccia Orban

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Un ex generale e parlamentare dei servizi segreti ucraini (SBU) ha espresso pubblicamente una minaccia nei confronti della famiglia del primo ministro ungherese Viktor Orban, pochi giorni dopo che Volodymyr Zelens’kyj aveva lasciato intendere che i suoi militari avrebbero potuto recarsi a parlargli «nella loro lingua».

 

Nel corso di un intervento su Pryamy TV, il politico ucraino e generale in pensione dell’SBU Grigory Omelchenko ha fatto riferimento all’assassinio, attribuito a Stati Uniti e Israele, del defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei e della sua famiglia. Ha quindi detto che Orban deve modificare la sua posizione «anti-ucraina» se tiene alla vita dei suoi cinque figli e dei suoi sei nipoti.

 

L’SBU, erede del KGB sovietico, sa «dove vive, dove dorme, dove beve birra e vino, fuma il narghilè, passeggia e incontra gente», ha dichiarato Omelchenko, precisando che «deve pensare ai suoi nipoti».

 

I sostenitori dello Zelens’kyj sono indignati con Orbán per la sua contrarietà a quello che ritengono il diritto dell’Ucraina di entrare nell’UE, per il perdurare del sostegno finanziario illimitato a Kiev e per il sequestro, da parte delle forze di sicurezza ungheresi, di un convoglio che trasportava fino a 100 milioni di dollari in contanti e oro, destinati presumibilmente a una banca statale ucraina.

 

La scorsa settimana Orban ha replicato alle minacce, tranquillizzando la sua famiglia sulla loro incolumità attraverso un video diffuso da Budapest.

 

Il premier magiaro ha sottolineato che per la sua famiglia ricevere minacce di morte rappresenta qualcosa di «insolito», ma che tale episodio li ha avvicinati ulteriormente. Ha inoltre ammonito che «tutto ha un limite».

 


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Il governo guidato dall’Orban si oppone da tempo alla linea dell’UE che prevede l’invio di armi e fondi all’Ucraina contro la Russia, nonché alla candidatura di Kiev all’Unione. Le tensioni si sono acuite a gennaio, quando l’Ucraina ha interrotto le forniture di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso un oleodotto di epoca sovietica, adducendo danni provocati da un attacco russo – versione smentita da Mosca.

 

Orban ha accusato Zelens’kyj di aver cercato di scatenare una crisi energetica in Ungheria in prossimità delle elezioni parlamentari di aprile. Il principale avversario politico di Orban, Peter Magyar, ha criticato aspramente Zelensky per aver rivolto minacce al primo ministro, sostenendo che l’UE dovrebbe sospendere i rapporti con Kiev fino a quando il leader ucraino non presenterà scuse formali al popolo ungherese.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa Orban aveva dichiarato che avrebbe schierato truppe contro pontenziali «attacchi ucraini».

 

Orban, che ad inizio anno ha incontrato Putin a Mosca, il mese scorso ha dichiarato Kiev «ha oltrepassato il limite» e che l’Ungheria non si piegerà al «ricatto ucraino».

 

Zelens’kyj ha già lanciato minacce contro leader e funzionari stranieri in passato. L’anno scorso, ha suggerito ai massimi funzionari russi di controllare la presenza di rifugi antiaerei, insinuando che l’Ucraina avrebbe potuto prendere di mira il Cremlino. Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha definito le dichiarazioni «irresponsabili».

 

 

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Geopolitica

Pioggia acida, fuoco in strada: gli attacchi israeliani ai depositi di carburante iraniani sono «guerra chimica intenzionale»

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Gli attacchi israeliani contro gli impianti di stoccaggio del petrolio nei pressi di Teheran, verificatisi nel fine settimana, hanno trasformato temporaneamente la capitale iraniana in un «inferno» in fiamme, con conseguenti danni ambientali e sanitari a lungo termine. Lo riporta la stampa russa.   Sebbene Israele abbia sostenuto che gli obiettivi fossero di natura militare, l’Iran ha affermato che gli effetti sui civili risultano paragonabili a quelli di una guerra chimica. Persino alcuni sostenitori della guerra per un cambio di regime tra Stati Uniti e Israele hanno manifestato preoccupazione.   Nella notte tra sabato e domenica, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito infrastrutture petrolifere a Teheran e nelle aree limitrofe, tra cui almeno quattro importanti depositi di carburante. L’operazione «aggrava significativamente i danni alle infrastrutture militari del regime terroristico iraniano», ha dichiarato il governo israeliano.        

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Le immagini provenienti da Teheran mostrano vasti incendi da cui si sprigionano dense colonne di fumo nero. Al mattino, i residenti hanno riferito che una «pioggia acida» nera cadeva dal cielo, lasciando macchie su tutto ciò che toccava. Le persone lamentavano mal di testa, sapore sgradevole in bocca, difficoltà respiratorie e altri sintomi legati all’inquinamento atmosferico.   Gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani», ha dichiarato su X Esmaeil Baqaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano. «Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».   I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani. A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.      

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  Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.   Teheran, città di quasi 10 milioni di abitanti, si trova in una conca semi-chiusa ai piedi dei monti Alborz, dove la circolazione dell’aria risulta limitata, specialmente in inverno e all’inizio della primavera, ha rilevato il Conflict and Environmental Observatory (CEOBS), finanziato dall’Occidente, nella sua valutazione dei danni.   «Sebbene gli impatti sulla salute dell’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico siano relativamente ben noti, la letteratura sull’esposizione acuta a eventi simili è limitata. Ancor meno lo è sugli effetti combinati di tali esposizioni e di quelle di altri inquinanti provenienti da conflitti, come i materiali da costruzione polverizzati dispersi dalle esplosioni», si legge nel rapporto.   Secondo fonti di Axios, Washington è rimasta sorpresa dall’ampiezza degli attacchi israeliani. Un funzionario israeliano ha riferito che il messaggio degli Stati Uniti a Israele era «Che diavolo?»   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump «vuole salvare il petrolio» e ritiene che le immagini di carri armati in fiamme ricordino agli elettori americani l’aumento dei prezzi del carburante, ha spiegato un consulente al giornale.   Il senatore Lindsey Graham, tra i principali sostenitori dell’operazione di cambio di regime e «istruito» dall’Intelligence israeliana su come convincere Trump ad attaccare l’Iran, ha invitato le IDF a procedere con cautela.   «Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano in un modo che non comprometta la sua possibilità di iniziare una vita nuova e migliore quando questo regime crollerà», ha affermato. «L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per questo obiettivo».   Trump ha riconosciuto che la possibilità di imporre il controllo americano sulle esportazioni di petrolio iraniano influisce sui calcoli della sua amministrazione.   La strategia dell’Iran nel conflitto consiste nell’aumentare i costi della guerra per gli Stati Uniti e i suoi alleati, resistendo al contempo agli attacchi israeliani. I suoi contrattacchi contro gli stati del Golfo che ospitano basi americane, incluse infrastrutture energetiche e petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, hanno provocato uno shock globale dei prezzi dell’energia, che Trump ha definito irrilevante nel quadro complessivo.

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Come riportato da Renovatio 21, sabato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha espresso rammarico personale per i danni arrecati alle nazioni arabe e ha affermato che l’Iran avrebbe cessato di attaccare qualsiasi Paese da cui non fosse stato attaccato.   In contrasto con la retorica più aggressiva di altri funzionari iraniani, tali dichiarazioni sono state interpretate da alcuni come un’offerta di via d’uscita. Trump le ha definite una dimostrazione di debolezza iraniana e ha ribadito le richieste di resa incondizionata.   Il potenziale di ulteriore escalation del conflitto è emerso nel fine settimana dagli attacchi agli impianti di desalinizzazione in Iran e Bahrein. L’acqua dolce è scarsa in Medio Oriente e la desalinizzazione rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento.   Un attacco a un impianto sull’isola di Qeshm, avvenuto sabato – di cui Teheran ha attribuito la responsabilità agli Stati Uniti, definendolo un precedente pericoloso – avrebbe lasciato senza acqua dolce circa 30 villaggi iraniani. Gli Emirati Arabi Uniti hanno smentito le affermazioni dei media israeliani secondo cui sarebbero stati responsabili dell’attacco. Il Bahrein ha accusato l’Iran di aver colpito un impianto di desalinizzazione sul proprio territorio domenica mattina.

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Geopolitica

Trump pronto a uccidere il nuovo aiatollà se non cede alle richieste degli Stati Uniti

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La Casa Bianca pare aver già abbandonato del tutto l’idea di inserire il «cambio di regime» tra gli scopi ufficiali dell’Operazione Epic Fury, forse avendo realizzato con ritardo i seri vincoli di una campagna limitata all’aria. Martedì, l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, si è presentato davanti alle telecamere dichiarando che Trump è sempre pronto a negoziare, persino con gli iraniani, ma «la domanda è se ne valga la pena o meno».

 

Il presidente Trump ha comunicato ai suoi collaboratori che sosterrebbe l’eliminazione del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei qualora questi non mostrasse disponibilità a soddisfare le richieste degli Stati Uniti, come l’interruzione dello sviluppo nucleare iraniano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi in carica e ex funzionari.

 

La Casa Bianca ha evitato di rilasciare commenti, ma Trump lunedì ha detto al New York Post di «non essere contento» che Khamenei sia stato selezionato per dirigere l’Iran, dopo averlo in precedenza etichettato come «inaccettabile». La settimana scorsa, Trump sui social media ha espresso il desiderio di avere un ruolo nella selezione di un sovrano «grande e accettabile» per l’Iran in seguito alla sua «resa incondizionata».

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«Non ho intenzione di affrontare tutto questo per ritrovarmi con un altro Khamenei», ha dichiarato Trump alla rivista Time la scorsa settimana.

 

Tuttavia, lo stesso articolo evidenzia un accordo tra i funzionari israeliani sul fatto che Israele intenderebbe procedere e rimuovere anche il giovane Khamenei, e magari pure qualunque suo successore.

 

«Il giovane Khamenei è visto a Washington come un successore intransigente del padre, scelto personalmente dal potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, hanno affermato funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari», ha riportato il Wall Street Journal. «I funzionari hanno affermato di non aspettarsi che Khamenei rinunci alla ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran o negozi la fine del conflitto a condizioni favorevoli agli Stati Uniti».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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