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Perché Bergoglio ha fatto arrabbiare i rabbini?

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La settimana scorsa è successa questa cosa inaspettata: un manipolo di importanti rabbini si è scagliato con veemenza contro Jorge Mario Bergoglio. Non è una cosa usuale, per tanti motivi.

 

Il pontefice regnante si era prodotto in una catechesi nella prima metà di agosto, dove aveva pontificato che «la Legge non è alla base dell’Alleanza perché è giunta successivamente, era necessaria e giusta ma prima c’era la promessa, l’Alleanza».

 

I rabbini israeliani, tra cui Rabbino Rasson Arousi, avrebbero inviato una lettera infuocata al cardinale elvetico Kurt Koch.

 

Il rabbinato pare essersi molto offeso da varie frasi del discorso papale. Per esempio: «la Legge però non dà la vita, non offre il compimento della promessa, perché non è nella condizione di poterla realizzare. La Legge è un cammino che ti porta avanti verso l’incontro».

 

Secondo i religiosi talmudici tali parole porterebbero ad un ridimensionamento della Torah – parola ebraica che qualcuno traduce semplicemente come «legge». La Torah  diverrebbe quindi obsoleta, niente più di una storia simbolica. In pratica, ci pare di capire, i rabbini si scandalizzano del fatto che il papa non predichi l’ebraismo.  Essi temono infatti, scrive la lettera secondo gli stralci riportati dai giornali italiani, che si possa finire in un «insegnamento sprezzante verso gli ebrei e verso l’ebraismo cose che pensavamo fossero state completamente ripudiate dalla Chiesa». La supposta risposta del Vaticano ai rabbi comparsa sull’Osservatore Romano tramite un monsignore argentino a caso, non vale la pena di citarla: non fa nomi, è arzigogolata al punto giusto per tentare di fugare ogni ombra di antisemitismo via supercazzola teologica.

 

Quindi, Bergoglio ha fatto adirare gli ebrei. Imprevisto. Bizzarro. Inspiegabile.

 

Ma come è possibile? Lui che da sempre – da quando era arcivescovo della terza città più ebraica del pianeta dopo New York e Tel Aviv, Buenos Aires – è sospettato di essere simpatizzante o, dicono i maligni, subalterno alla stella di David.

 

Lui che quando andò in Israele si fece fotografare mentre bacia le mani dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti (quella foto che circola tra i complottisti pataccari con la scritta «Bergoglio bacia la mano dei Rothschild»).

 

Lui che per il suo viaggio in Israele fu addirittura trasformato, per il Ministero degli Esteri del governo Netanyahu in cartone animato, dove lo si vede mostrare il passaporto al doganieri israeliani. Non sappiamo se sia andata così: se il papa in Terra Santa ci è andato con il passaporto,  questo in realtà direbbe tutto. Badate bene: qualcuno mormora (e non sappiamo se sia vero) che nel 2009 gli israeliani lo avrebbero chiesto al pellegrino papa Ratzinger, nell’incredulità e nello sdegno dei cattolici  – sullo sfondo gli addetti ai livori ricordano la preghiera del Venerdì Santo e per la revoca della scomunica ai vescovi della Fraternità San Pio X.

 

 

Ma torniamo a noi: insomma. cosa è successo? Come è possibile che il filo-giudaico, interreligioso, ecumenico, modernista argentino abbia irritato i «Fratelli Maggiori»?

 

Cosa è successo?

 

Renovatio 21 ha trovato risposta in alcuni articoli di don Mauro Tranquillo, FSSPX.

 

Essi spiegano bene come papa Bergoglio paragoni l’attuale passaggio ad una supposta «chiesa spirituale» al passaggio tra legge mosaica e Vangelo da sempre. È il tipico linguaggio messianico-apocalittico di chi, da secoli, annuncia la fine della Chiesa gerarchica e la nascita di questa «chiesa spirituale». Questo sarebbe l’unico motivo per cui parla della Torah, per fare questo parallelo. È uno dei suoi leit motiv.

 

«La nuova tappa, la nuova era di cui Ratzinger si è fatto “porta”, secondo la concezione esoterica, è quella dello Spirito finalmente libero dalla legge, nuova era che Papa Francesco ancora di recente ha paragonato al passaggio tra la legge mosaica e quella evangelica (…)».

 

Il discorso sulla legge, per cui ora misteriosamente il rabbino si arrabbi, lo aveva già fatto pubblicamente.

 

«L’ennesimo magistrale riassunto della visione della nuova “fase profetica” è stato fatto da Bergoglio nell’omelia a Santa Marta del 30 maggio: “Questo è il sistema attraverso il quale loro legittimano: dottori della legge, teologi che sempre vanno sulla via della casistica e non permettono la libertà dello Spirito Santo; non riconoscono il dono di Dio, il dono dello Spirito e ingabbiano lo Spirito, perché non permettono la profezia nella speranza£».

 

Continua Don Tranquillo:

 

«Evidentemente la nuova era dello Spirito porta una nuova rivelazione, una nuova profezia, non è possibile continuare a rifarsi alla “legge” come prima. Il solito gioco dialettico sulle parole del Vangelo permette a Bergoglio di presentarsi come iniziatore di una nuova fase, come il Cristo (che ha aperto invece l’ultimo tempo del mondo, e quindi certe cose le poteva dire legittimamente)».

 

«Il Papa presenta la stessa legge del nuovo Testamento e della Chiesa come una “gabbia” di cui liberarsi, non come un bene dato dal Padre che ama i suoi figli: discorso profondamente gnostico e anticristico, discorso simile a quello del diavolo nel paradiso terrestre piuttosto che a quello di Nostro Signore nel Vangelo. La Chiesa come società visibile e “organizzata” con dogmi e diritto non è per Bergoglio la via regalataci da Dio per raggiungerlo, ma un ostacolo da superare, con una concezione tipica del francescanesimo eretico e pseudo-gioachimita (…)». (Don Mauro Tranquillo, «Dalla Monarchia pontificia al fantasma del Papato. Vecchie eresie per una nuova immagine della Chiesa», in Atti del XXI Convegno di Studi cattolici, Rimini 2013)

 

Il tema del superamento della legge, e quindi della Chiesa come istituzione, ricorre nel papato bergogliano.

 

«Se si dovesse fare una collezione delle citazioni di Francesco sull’uscita dall’epoca della legge per entrare in quella della misericordia, dall’epoca della gerarchia a quella della coscienza, non basterebbe un libro» scrive Don Tranquillo . D

 

Quindi, cosa abbia fatto saltare i nervi al rabbinato in questo momento, rimane un mistero.

 

Tuttavia, vorremmo ricordare che mica devono lamentarsi così i rabbini. C’è stato un tempo in cui i papi verso gli ebrei – e verso Israele – avevano ben altro atteggiamento.

 

Prendiamo ad esempio questa pagina Theodor Herzl, il padre fondatore del sionismo citato anche ne Il Grande Lebowski, ancora oggi spacciato come figura romantica, tanto che Bergoglio è andato a rendere omaggio alla sua tomba.

 

A Herzl il 23 gennaio 1904 fu concessa un’udienza con Pio X grazie alla comune amicizia con un pittore, il conte de Lippay, che Herzl aveva conosciuto a Venezia.

 

Herzl, in un impeto di eleganza ed ecumenismo, scrive che il papa santo era solo «un buon rozzo prete di villaggio per il quale il cristianesimo era rimasto una cosa viva persino in Vaticano».

 

La descrizione del sionista del breve incontro con San Pio X vale la pena di essere riportata.

 

«Fui condotto dal Papa attraverso numerose piccole sale. Mi ricevette in piedi e mi porse la mano, che io non baciai. Lippay mi aveva detto di farlo, ma io non lo feci. Credo che questo gli dispiacque perché chiunque va in visita da lui si inginocchia o per lo meno gli bacia la mano. Questo baciamano mi causò molti dispiaceri. Sono stato molto contento quando finalmente cadde in disuso. Egli sedette su una poltrona, un trono per occasioni minori. Poi mi invitò a sedermi accanto a lui e sorrise in amichevole attesa (…)»

 

«Gli presentai brevemente la mia richiesta. Tuttavia egli, forse infastidito dal mio rifiuto di baciargli la mano, rispose in modo duro e risoluto: “Noi non possiamo favorire questo movimento. Non potremo impedire agli Ebrei di andare a Gerusalemme — ma favorire non possiamo mai. La terra di Gerusalemme se non era sempre santa, è santificata per la vita di Jesu Christo (egli non pronunciò Gesù, ma Yesu, secondo la pronuncia veneta). Io come capo della chiesa non posso dirle altra cosa. Gli Ebrei non hanno riconosciuto nostro Signore, perciò non possiamo riconoscere il popolo ebreo”».

 

«Perciò il conflitto tra Roma, rappresentata da lui, e Gerusalemme, rappresentata da me, si aprì ancora una volta».

 

Tale conflitto alcuni sognavano di averlo dissolto con il Concilio Vaticano II e con tutto ciò che ne è seguito, dalle abolizioni di culti come quello di San Simonino di Trento alle figure come quella del Cardinale Martini che teorizzava vagamente un riassorbimento del cristianesimo nell’alveo del giudaismo.

 

E invece… il papa pasticcione ha riaperto inavvertitamente la ferita di Herzl?

 

Mah. Tuttavia, davvero, ‘sti rabbini, fossero un po’ più grati per i progressi fatti in questo secolo dentro alle mura vaticane.

 

Permalosoni.

 

 

 

 

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Già troppo tardi? Risposta FSSPX al cardinale Sarah

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Mettendo l’obbedienza sullo stesso piano della fede, il cardinale Robert Sarah si rifiuta di riconoscere lo sconvolgimento senza precedenti che sta erodendo la Chiesa, il che rende poco convincente il suo appello all’unità.

 

Il discorso di un conservatore

La dichiarazione del cardinale Sarah (1), pubblicata la prima domenica di Quaresima, il 22 febbraio, e ripresa da vari media, ha subito suscitato una dura reazione da parte di John-Henry Westen, co-fondatore e caporedattore del sito web americano LifeSiteNews (2).

 

Sua Eminenza Robert Sarah ha finora goduto di un certo favore tra gli ambienti conservatori della Chiesa cattolica. Le sue posizioni (3) a favore del celibato sacerdotale e contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno attirato l’attenzione di cattolici perplessi. Come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino sotto Papa Francesco, non ha fatto mistero delle sue riserve riguardo alla direzione intrapresa dal successore di Benedetto XVI. Più di recente, il 24 maggio 2025, inviato da Papa Leone XIV a rappresentarlo alle cerimonie commemorative del quattrocentesimo anniversario delle apparizioni a Sant’Anna d’Auray, ha nuovamente pronunciato dichiarazioni sulla situazione attuale del mondo e della Chiesa che hanno avuto profonda risonanza.

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Un discorso poco convincente

Nonostante tutto, la sua dichiarazione del 22 febbraio, pubblicata sul Journal du Dimanche con l’emozionante titolo «Prima che sia troppo tardi», non è riuscita a mettere in ombra le osservazioni di mons. Schneider (4).

 

Teologizzare l’obbedienza

Bisogna riconoscere, infatti, che, rispetto alle riflessioni misurate ma realistiche, precise e dettagliate del vescovo ausiliare di Astana, l’appello appassionato del prelato guineano non è tale da ottenere un sostegno unanime attraverso una credibilità convincente.

 

Laddove mons. Schneider si sforza, con assoluta chiarezza, di cogliere la portata della stagnazione che ha afflitto la Chiesa dal Concilio Vaticano II, il cardinale Sarah si limita a ripetere lo stesso appello all’obbedienza, che a suo avviso dovrebbe trovare la sua espressione assoluta nell’esempio della Passione di Cristo.

 

L’obbedienza di Cristo, che, insieme alla sua carità, fu l’anima stessa della sua Passione, è presentata come uno degli oggetti essenziali della nostra fede, con tale insistenza che il lettore non può fare a meno di essere convinto che l’obbedienza alla Chiesa – essa stessa equiparata al Papa – sia imperativa in nome della fede. E, poiché è una questione di fede che Cristo abbia obbedito fino alla morte, diventa anche una questione di fede che i cattolici debbano obbedire al Papa – anche al punto di soccombere alla propria perplessità di fronte agli amari frutti del Vaticano II.

 

L’obbedienza viene quindi posta sullo stesso piano della fede. Si suppone addirittura che essa porti la salvezza da sola, al punto che l’obbedienza non può essere negata in nome della salvezza delle anime. A tal punto che la sana ragione, anche quando illuminata dalla fede, dovrebbe astenersi dal riconoscere (anche solo in nome del principio di non contraddizione) lo sconvolgimento senza precedenti di un cambiamento nella predicazione degli ecclesiastici.

 

La Grande Negazione

Non riuscendo a confrontarsi con l’entità e la gravità di questo sconvolgimento, il Cardinale Sarah ribadisce incessantemente la conclusione autogiustificata già contenuta nelle sue premesse: le consacrazioni episcopali annunciate per il 1° luglio a Ecône porteranno a uno scisma… perché non possono che essere scismatiche: l’obbedienza, confusa con la fede, essendo stata precedentemente elevata al rango di quarta virtù teologale.

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Il vero bene dell’obbedienza

L’esempio di Cristo è quello di un’obbedienza che trova la sua vera misura – e la sua natura di atto autenticamente virtuoso – perché conforme a un comandamento di Dio, contrario ai comandamenti degli uomini. E Cristo ci mostra qui i veri limiti dell’obbedienza, che sono quelli dell’autorità. “Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto”, cioè da un’autorità superiore alla tua.

 

Questa risposta a Pilato ci ricorda il grande principio fondamentale di tutta l’ecclesiologia: il Papa è solo il Vicario di Cristo, e la Chiesa non è il corpo mistico del Papa. San Paolo lo ricordò ai Galati in modo simile (1,8): «Se qualcuno viene a voi e predica un vangelo diverso da quello che vi è stato predicato, sia anatema».

 

Santa Caterina da Siena denunciò la condotta immorale degli ecclesiastici del suo tempo, la loro mancanza di giustizia e carità, e raccomandò loro l’obbedienza perché predicavano sempre lo stesso Vangelo e lo stesso Credo. Avrebbe forse sostenuto con tanta forza l’obbedienza ad Amoris Laetitia o a Fiducia Supplicans? Leggere il suo Dialogo fa certamente sorgere dubbi.

 

Troppo tardi? Al Cardinale Sarah, risponderemmo con tutto il rispetto che il suo episcopato esige: è già tardi, troppo tardi dopo sessant’anni e più di rivoluzione nella Chiesa. Troppo tardi per esigere quella che sarebbe una falsa obbedienza a coloro che hanno già scomunicato la Tradizione della Chiesa attraverso tutte queste riforme che impongono la protestantizzazione della fede e della morale.

 

Don Jean-Michel Gleize

 

 

NOTE

 

1) «Prima che sia troppo tardi!» «Appello all’unità» del cardinale Robert Sarah, articolo d’opinione pubblicato sul Journal du Dimanche il 22 febbraio 2026.

 

2) John-Henry Westen: «Una lettera aperta al cardinale Sarah sulla FSSPX»,

 

3) Vedi la voce di Wikipedia consultata il 2 marzo 2026

 

4) «Mgr Schneider lance un appel au pape Léon XIV au sujet de la FSSPX», FSSPX.News 25 febbraio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Benedizioni Pasquali in famiglia, una tradizione perduta

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Stiamo entrando nel periodo delle benedizioni delle famiglie nel tempo di Quaresima. Il sacerdote della mia parrocchia – talvolta accompagnato da qualche chierichetto – passa di casa in casa per portare la Parola di Dio e aspergere noi e le nostre abitazioni con l’acqua santa. È un’usanza che oggi si conserva con fatica nelle nostre comunità, ma che, per grazia di Nostro Signore, continua a essere in parte sentita e partecipata.   Un improvviso flashback mi ha riportato alla mente il «tempo pandemico», quando persino le acquasantiere erano vietate, figuriamoci le visite domiciliari dei parroci. In quell’epoca che potremmo definire una «info-psico-pandemia», abbiamo assistito a scene inenarrabili e talvolta grottesche. Restando però sul tema delle benedizioni quaresimali, ricordo che una parrocchia perugina predispose un «kit benedizionale», lasciato – per ragioni precauzionali e «in sicurezza» – fuori dalla porta di ogni abitazione del quartiere. La scatola conteneva un opuscolo informativo, una bottiglietta di acqua santa e un foglio con le istruzioni per benedire la casa autonomamente.   Non mi stupii più di tanto di questa scivolata dal sapore modernista applicata a una ritualità così significativa, considerando che in quel periodo la Chiesa, nel tentativo di giustificare le restrizioni, disse talvolta tutto e il contrario di tutto.

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Oggi, tornati a una normalità almeno apparente, accade però che a benedire le abitazioni non sia sempre il parroco, bensì dei laici incaricati. Molti sacerdoti giustificano questa supplenza con l’estensione delle parrocchie, troppo vaste per essere coperte capillarmente. È anche vero, tuttavia, che sempre più famiglie scelgono di non ricevere la visita del sacerdote. La scristianizzazione delle nuove generazioni è un fenomeno evidente, spesso accompagnato da una certa vacuità spirituale già presente nei genitori e inevitabilmente trasmessa ai figli, ormai adulti e indipendenti.   Mi permetto allora di osservare che, dato il numero non elevato di famiglie desiderose di ricevere la benedizione, si potrebbero raccogliere preventivamente le adesioni e visitare coloro che realmente desiderano accogliere la Parola e la benedizione. In questo modo i sacerdoti potrebbero raggiungere personalmente i propri fedeli, senza delegare.   Il mio è un semplice e umile suggerimento. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che l’evangelizzazione dovrebbe comunque tentare la via del porta a porta, affinché chi si è allontanato possa ritrovarsi spiritualmente attraverso le sacre tradizioni. Del resto, come scrive l’evangelista Luca: «In qualunque casa entrerete, dite prima: Pace a questa casa; e se vi sarà un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi» (Lc 10,5-6).   E ancora: «Ma in qualunque città entriate e non vi accolgano, uscite nelle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino» (Lc 10,10-11).   A futura memoria ricordiamo cosa è scritto nel Benedizionale nel paragrafo dedicato alla Benedizione delle famiglie.    «Obbedienti al mandato di Cristo, i pastori devono considerare come uno dei compiti principali della loro azione pastorale la cura di visitare le famiglie per recar loro l’annunzio della pace di Cristo».   «I parroci pertanto e i loro collaboratori abbiano particolarmente a cuore la consuetudine di far visita ogni anno, specialmente nel tempo pasquale, alle famiglie presenti nell’ambito della loro giurisdizione. È un’occasione preziosa per l’esercizio del loro compito pastorale: occasione tanto più efficace in quanto offre la possibilità di avvicinare e conoscere tutte le famiglie».   «Poiché il rito della benedizione annuale di una famiglia nella sua casa riguarda direttamente la famiglia stessa, esso richiede la presenza dei suoi membri» e «non si deve fare la benedizione delle case senza la presenza di coloro che vi abitano».   Ricordiamo inoltre, nei suoi punti essenziali, il rito della benedizione delle case.   Quando la famiglia è riunita, il ministro saluta i presenti dicendo: «Pace a questa casa e ai suoi abitanti».   «Con la visita del pastore è Gesù stesso che entra nella vostra casa e vi porta la sua gioia e la sua pace. La lettura della parola di Dio e la preghiera della Chiesa sono un segno particolare della sua presenza in mezzo a noi. La grazia dello Spirito Santo disponga i nostri cuori ad accogliere il Signore Gesù, che viene a parlarci e a rianimare la nostra fede».

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Dopo aver letto la Parola, un salmo e fatta una breve esortazione si fa la preghiera dei fedeli. E siccome siamo in tempo di Pasqua ricordiamo, a beneficio di tutti i nostri lettori, queste sante parole:   Carissimi, Cristo è risorto e ci riempie della gioia pasquale. Animati dal suo Santo Spirito rivolgiamo la nostra preghiera a lui, che il Padre ha costituito principio e fondamento della nostra unione nella fede e nell’amore.   R. Resta con noi, Signore.   Signore Gesù Cristo, che dopo la risurrezione ti sei manifestato ai discepoli e li hai allietati con il dono della pace, fa’ che questa famiglia aderendo a te con tutto il cuore gusti la gioia della tua presenza. R.   Tu che dall’umiliazione della croce sei giunto alla gloria della risurrezione, fa’ che, tra le prove quotidiane, i membri di questa famiglia si uniscano sempre più nel vincolo dell’amore. R.   Tu che sedendo a tavola con i discepoli, ti sei fatto riconoscere nell’atto di spezzare il pane, fa’ che questa famiglia, partecipando alla celebrazione dell’Eucaristia, rafforzi la sua fede e renda testimonianza del suo amore. R.   Tu che hai riempito con la potenza dello Spirito Santo la casa in cui erano riuniti i discepoli, con Maria, tua Madre, manda il tuo Spirito anche su questa famiglia, perché si arricchisca della pace e della gioia pasquale. R.   Il ministro, stendendo le mani sui membri della famiglia, pronuncia la preghiera di benedizione:   Benedetto sei tu, Signore, che nella Pasqua dell’esodo hai preservato incolumi le case del tuo popolo asperse con il sangue dell’agnello. Nella Pasqua della nuova alleanza ci hai donato il Cristo tuo Figlio, crocifisso e risorto, come vero Agnello immolato per noi per liberarci dal maligno e colmarci del tuo Spirito.   Benedici + questa famiglia e questa casa, e allieta tutti i suoi membri con l’esperienza viva del tuo amore.   Per Cristo nostro Signore.   R. Amen.   Dopo la preghiera di benedizione, il ministro asperge gli astanti e la casa con l’acqua benedetta, dicendo:   Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del Battesimo e l’adesione a Cristo Signore, crocifisso e risorto per la nostra salvezza.   R. Amen.   Il ministro conclude il rito dicendo: «Dio vi riempia di ogni gioia e speranza nella fede. La pace di Cristo regni nei vostri cuori. Lo Spirito Santo vi dia l’abbondanza dei suoi doni.   R. Amen.   Le nostre tradizioni cattoliche sono un prezioso tesoro da conservare e da preservare. Ricordiamocene non solo in questo tempo quaresimale, ma anche in tutti gli altri giorni dell’anno.   Francesco Rondolini

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Il cardinale Pizzaballa denunzia la differenza nel modo in cui viene percepita la condotta bellica di Russia e Israele

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Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha affermato che la comunità internazionale applica standard diversi alle azioni militari di Israele a Gaza rispetto all’invasione russa dell’Ucraina, secondo quanto dichiarato durante una riunione del 24 febbraio dell’Assemblea legislativa regionale dell’Emilia-Romagna in Italia.

 

Intervenendo durante un evento intitolato «Per continuare a parlare di pace», il cardinale ha osservato che molti nella regione esprimono profonda rabbia nei confronti di istituzioni internazionali come le Nazioni Unite o il «Consiglio per la Pace» proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il 7 febbraio ha descritto come un’organizzazione «colonialista».

 

L’Espresso ha riportato che il cardinale Pizzaballa ha osservato che tra i cittadini di Gaza c’è stata notevole costernazione e frustrazione in tutta la regione «perché la comunità internazionale non permette alla Russia di fare in Ucraina ciò che permette a Israele di fare in Palestina».

 

Il porporato ha aggiunto che «non è il momento di esprimere grande fiducia nelle istituzioni politiche internazionali multilaterali. Questa è un dato di fatto», sottolineando i suoi quasi 40 anni di vita in Terra Santa.

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Il cardinale Pizzaballa ha descritto la situazione attuale a Gaza come una grave crisi umanitaria, con continui attacchi alla popolazione e una profonda mancanza di fiducia tra israeliani e palestinesi. Ha sottolineato che «la guerra, da un punto di vista politico e sociale, non è conclusa» e che «l’odio che questa guerra ha creato è profondissimo e parlare di ricostruzione è difficile».

 

Il Patriarca Latino di Gerusalemme ha chiesto di ricostruire la pace partendo dal basso, attraverso le organizzazioni sociali e religiose, sollecitando un dissenso costruttivo piuttosto che un’acquiescenza. «Non vogliamo sempre essere accondiscendenti, dobbiamo dare fastidio. Dobbiamo dire che non tutto quello che si fa e si dice è condivisibile, ma in modo costruttivo, offrendo alternative».

 

Il cardinale ha già espresso forti preoccupazioni per il conflitto di Gaza. Nel luglio 2025, dopo una visita a una chiesa danneggiata nel territorio, ha descritto la politica israeliana in quel territorio come «inaccettabile e moralmente ingiustificabile», citando i blocchi agli aiuti alimentari e medici come una «sentenza» per i palestinesi che muoiono di fame e mettendo in guardia contro gli sfollamenti forzati. Nel settembre 2025, ha definito la situazione militare un «disastro» che porta alla «devastazione umana» e alla «brutalizzazione delle relazioni reciproche», ritenendo una soluzione a due stati «sempre meno reale».

 

All’evento dell’Assemblea dell’Emilia-Romagna ha partecipato anche il cardinale Matteo Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e Arcivescovo di Bologna, che ha celebrato i quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina. Zuppi ha espresso la speranza che le sofferenze finiscano e ha chiesto maggiori sforzi europei nell’ambito degli aiuti umanitari e del dialogo, inclusi lo scambio di prigionieri, la ricerca delle persone scomparse e la lotta contro la piaga dei bambini.

 

Secondo la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (HRMMU/OHCHR), al 31 gennaio, circa 15.172 civili (tra cui almeno 766 bambini) sono state uccise nella guerra in Ucraina, che sta entrando nel suo quarto anno di attività dopo il suo inizio all’inizio del 2022.

 

Nel frattempo, dall’inizio della guerra di Gaza, alla fine del 2023, sono stati uccisi circa 73.000 civili. Il ministero della Salute di Gaza afferma inoltre che il 56%-80% dei decessi riguarda donne, bambini e anziani.

 

Non è stata fornita alcuna risposta immediata da parte di funzionari israeliani o internazionali in merito alle ultime dichiarazioni del cardinale. Il Patriarcato latino, sotto la guida di Pizzaballa, ha costantemente sostenuto le priorità umanitarie nel contesto della prolungata guerra tra Israele e Hamas, iniziata con gli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e che ha provocato vaste distruzioni a Gaza.

 

Pizzaballa è noto per aver tradotto il rito della Messa post-conciliare in lingua ebraica moderna.

 

 

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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