Politica
Pena di morte, si dimette il ministro giapponese che aveva ammesso che firmare le condanne lo «annoiava»
Il ministro della Giustizia giapponese Yasuhiro Hanashi si è dimesso venerdì a seguito di osservazioni controverse sulla pena capitale.
Il ministro Hanashi aveva infatti descritto il suo lavoro, che include la firma di ordini di esecuzione, come «noioso», mentre lamentava del fatto che ciò offre ben poco in termini di guadagno di capitale politico.
Parlando ai giornalisti, Hanashi ha annunciato di aver presentato la sua lettera di dimissioni al primo ministro Fumio Kishida. Il giorno prima si era scusato per i suoi commenti sulla pena di morte e ha ritrattato le sue osservazioni.
«Ho detto che il ministro della giustizia è una posizione modesta», ha detto Hanashi al parlamento. Ha spiegato che considera il lavoro che svolge «estremamente importante» e ha promesso che avrebbe «adempiuto alle responsabilità della mia posizione stando attento a ciò che dico e faccio».
Hanashi, che aveva appena assunto l’incarico ad agosto, si è dimesso dopo aver affermato questa settimana che la carica di ministro della giustizia sarebbe una posizione «di basso profilo» e diventa «una notizia importante nei telegiornali diurni solo quando timbra un sigillo su atti di esecuzione» al mattino.
Il guardasigilli nipponico aveva inoltre affermato che «svolgere il ruolo di ministro della giustizia non aiuterà a raccogliere molti soldi o ad assicurarsi molti voti».
Le sue osservazioni hanno suscitato un enorme indignazione. «È sorprendente che qualcuno con una così bassa considerazione per la vita umana e interessato solo al denaro e ai voti sia il ministro della giustizia», ha detto giovedì Kenta Izumi, il leader del Partito Democratico Costituzionale del Giappone.
Il Giappone è uno dei pochi Paesi sviluppati al mondo dove ancora vige pena di morte. Le esecuzioni vengono eseguite per impiccagione e di solito vengono applicate nei casi di omicidio.
I detenuti spesso aspettano anni prima che la sentenza venga eseguita. In genere vengono informati dell’esecuzione al mattino, poche ore prima di essere scortati al patibolo.
Nonostante la protesta internazionale, il sostegno pubblico alla pena di morte rimane elevato in Giappone, con l’80,8% che la sostiene, secondo un sondaggio del governo condotto nel novembre 2019.
In luglio era stato giustiziato Tomohiro, impiccato per il massacro del 2008 ad Akihabara, quartiere dell’elettronica e dei fumetti di Tokyo, realizzato investendo masse di persone con un furgoncino per poi continuare la strage con coltelli. Morirono 7 persone.
Nel 2018 è stato impiccato Shoko Asahara, noto leader della setta apocalittica Aum Shinrikyo che nel 1995 aveva ordinato l’attentato con il gas tossico sarin nella metropolitana della capitale giapponese. Morirono 14 persone, mentre ne restarono ferite 1050. L’intento, non improbabile visto il traffico nel sistema di ferrovia sotterranea della più grande conurbazione del mondo, era quello di provocare milioni di morti e di lì una guerra nucleare dal quale Asahara sarebbe uscito come guida mondiale riconosciuta. La condanna di Asahara ha impiegato 23 anni prima di essere esecutata.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa si era dimesso il ministro per il Rinnovamento economico Daishiro Yamagiwa, travolto dallo scandalo dei legami occulti tra la Chiesa dell’Unificazione del reverendo Moon e il Partito Liberaldemocratico (LDP), il principale partito conservatore giapponese, quasi sempre al potere.
Lo scandalo era emerso con l’assassinio dell’ex premier Shinzo Abe, ucciso da un uomo che asserisce di aver avuto la famiglia rovinata anche economicamente dal movimento religioso di Moon, che godrebbe di ampie relazioni con il LDP. In breve tempo, l’opinione pubblica giapponese sembra aver recepito il messaggio dell’attentatore, scoprendo effettivi legami tra il gruppo religioso ed esponenti politici anche di primo piano.
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Internet
La polizia tedesca fa irruzione nell’abitazione di un parlamentare dell’AfD per vecchi post sui social
Venerdì mattina, la polizia e la procura di Monaco hanno effettuato delle perquisizioni presso la residenza privata e l’ufficio del parlamentare bavarese dell’AfD René Dierkes, presumibilmente in relazione a presunti insulti e post sui social media risalenti a diversi anni fa. Lo riporta Remix News.
Dierkes, 34 anni, che rappresenta il collegio elettorale di Monaco Est nel landtag (il Parlamento regionale) bavarese, ha dichiarato che l’indagine riguarda post e meme satirici pubblicati circa due anni fa sul suo account X da un membro del suo staff che nel frattempo ha lasciato il lavoro. Ha aggiunto che le autorità stanno anche esaminando un presunto insulto a lui attribuito da un ex membro del partito, che risalirebbe a cinque anni fa.
In una dichiarazione rilasciata dopo la perquisizione, Dierkes ha descritto l’indagine come politicamente motivata e ha accusato i rivali di aver tentato di screditarlo.
«Il contesto è costituito da post sul mio account X risalenti a circa due anni fa, scritti da un dipendente che non lavora più per me», ha affermato, aggiungendo che un rivale interno al partito, che in passato si era candidato a una carica pubblica, aveva lanciato «una campagna diffamatoria contro la mia persona».
«Prenderò provvedimenti contro questa caccia alle streghe politica», ha dichiarato il politico della Baviera.
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Secondo quanto riportato dalla testata germanica Bild, agenti della Polizei si sono presentati sia presso la residenza di Dierkes a Monaco che presso il suo ufficio parlamentare nell’ambito dell’operazione. Inizialmente non era chiaro il fondamento giuridico preciso della perquisizione e la procura di Monaco non aveva immediatamente rilasciato una dichiarazione dettagliata per spiegare l’accaduto.
Il presidente regionale dell’AfD, Stephan Protschka, ha criticato aspramente la decisione, suggerendo che rifletta un pregiudizio politico da parte delle autorità. «Si tratterebbe presumibilmente di presunti insulti. A mio avviso, questa è una decisione umiliante da parte delle autorità nei confronti dell’opposizione», ha dichiarato Protschka al quotidiano Bild.
La perquisizione ha sollevato ulteriori interrogativi poiché il Parlamento bavarese non ha votato formalmente in anticipo per revocare l’immunità parlamentare di Dierkes. Secondo il quotidiano Bild, gli inquirenti hanno proceduto secondo una «procedura semplificata», un meccanismo legale che consente le perquisizioni senza una preventiva votazione parlamentare in determinati casi.
Dierkes, eletto al parlamento bavarese nell’ottobre 2023 e presidente della sezione di Monaco Est dell’AfD, è sotto osservazione da parte dei servizi segreti bavaresi dall’aprile 2025.
Il monitoraggio è seguito a una revisione da parte dell’Ufficio statale bavarese per la tutela della Costituzione, che ha concluso che la sorveglianza era «proporzionata». Secondo una risposta del governo bavarese alle interrogazioni parlamentari dei deputati dei Verdi e dei socialdemocratici, i funzionari hanno individuato dichiarazioni di Dierkes che avrebbero promosso «un concetto etnico di popolo contrario alla dignità umana» e richiesto «la remigrazione in modo incostituzionale», come riportato da BR24 lo scorso anno.
Le autorità hanno inoltre citato la sua notevole influenza sui social media e il suo ruolo di figura di spicco all’interno della struttura di leadership regionale dell’AfD. Il dato relativo alla sua influenza sui social media è controverso: Dierkes ha solo 6.800 follower su X e 5.600 follower su Facebook.
Il Dierkes ha respinto con fermezza l’interpretazione delle sue dichiarazioni fornita dall’ufficio statale e lo scorso anno ha minacciato azioni legali.
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Politica
Il ministro degli Esteri belga attacca il suo premier per le aperture alla Russia
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Politica
Orban: Bruxelles vuole che «i nostri figli muoiano per l’Ucraina»
Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha accusato Bruxelles di trascinare l’UE in una guerra diretta con la Russia attraverso il potenziale invio di truppe in Ucraina.
Intervenendo alla «Marcia per la Pace» di Budapest domenica, che ha riunito decine di migliaia di sostenitori, Orbán ha affermato che Bruxelles si è «assunta la guerra» e sta portando avanti una politica economica da tempo di guerra.
«Non vogliono tenere i problemi a distanza, vogliono affrontarli di petto: più soldi, più armi, più soldati. Non sappiamo il giorno né l’ora in cui il primo soldato di Bruxelles metterà piede sul suolo ucraino, ma accadrà. Non vedono l’ora che vengano inviati soldati con le insegne dell’UE», ha dichiarato.
Il premier magiaro sottolineato l’importanza di rinnovare «l’alleanza contro la guerra» promossa dal suo governo, impegnandosi a «preservare l’Ungheria come isola di sicurezza e tranquillità».
March 15th – Peace March Speech https://t.co/PXzIzFhFaj
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) March 15, 2026
Let there be no doubt in Kyiv: you cannot intimidate a thousand-year-old Hungarian state with oil blockades, blackmail, or threats. We will not be swayed. We will not be broken. Hungary will not bend. 🇭🇺 pic.twitter.com/qp076PTFFv
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) March 15, 2026
🇭🇺 What belongs to Hungary will remain in Hungarian hands. Our money, our sovereignty, our future. Neither Brussels, Ukraine, nor the global financial elites will take what is ours. Hungary will not yield an inch. Hungary will stay out of the war. pic.twitter.com/jbA6BBrs9h
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) March 16, 2026
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«I nostri figli non moriranno per l’Ucraina; vivranno per l’Ungheria», ha affermato Orban. «Proteggeremo il sostegno alle madri, proteggeremo i nostri figli e non permetteremo che i nostri colori nazionali vengano sostituiti con bandiere ucraine o arcobaleno».
Orban ha inoltre sostenuto che «forze enormi» stanno esercitando pressioni politiche ed economiche sull’Ungheria per «deviare il Paese dal suo stesso percorso», bloccando i finanziamenti e le forniture di energia a prezzi accessibili. Ha accusato Bruxelles di voler trasformare gli ungheresi in «servi del debito» per finanziare lo sforzo bellico, «usando l’Ucraina come pretesto», e di voler provocare un cambio di governo a Budapest perché la sua amministrazione si rifiuta di consegnare «le chiavi del tesoro».
Il governo Orban si è da tempo opposto alla politica dell’UE di armare e finanziare l’Ucraina contro la Russia, così come alla candidatura di Kiev all’adesione al blocco.
Le tensioni tra Budapest e Kiev si sono intensificate negli ultimi mesi dopo che l’Ucraina ha interrotto le forniture di petrolio russo a Ungheria e Slovacchia attraverso un oleodotto risalente all’epoca sovietica, mentre il presidente ucraino Zelens’kyj e perfino un ex generale di Kiev hanno rivolto anche minacce personali dirette a Orban.
Come riportato da Renovatio 21, tre settimane fa l’Ungheria ha dichiarato che schiererà truppe contro potenziali attacchi ucraini.
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