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Mons. Viganò: il vaccino, il Grande Reset, Satana

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Renovatio 21 pubblica questa intervista a Monsignor Carlo Maria Viganò apparsa nella rivista trimestrale francese Civitas. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

In che modo il Great Reset è un’espressione dello spirito del male?

Il Grande Reset è lo strumento tramite il quale l’élite globalista intende modificare sostanzialmente le dinamiche economiche, lavorative, sociali e religiose degli Stati.

 

Esso costituisce un atto di interferenza invasiva di potentati finanziari facenti capo ad un ristretto gruppo di famiglie – Rothschild, Rockefeller, ecc. – nella vita dei cittadini del pianeta, e per il modo con cui questo progetto è perseguito rappresenta un vero e proprio attacco eversivo.

Il Grande Reset è lo strumento tramite il quale l’élite globalista intende modificare sostanzialmente le dinamiche economiche, lavorative, sociali e religiose degli Stati

 

Scopo di questo Grande Reset, per stessa ammissione dei suoi artefici, è la trasformazione della società globale in una massa di persone alle quali vengono negati o razionati col ricatto i diritti naturali, civili e religiosi, per costringerle ad accettare ciò che normalmente non approverebbero mai: il controllo totale sulle loro azioni tramite app di tracciamento, l’obbligo della moneta elettronica e del voto elettronico; la drastica riduzione del costo del lavoro tramite la cancellazione della piccola e media impresa e l’impoverimento delle classi più deboli; l’imposizione di un’economia pretestuosamente basata sul green, che si traduce in un ricorso forzato alle auto elettriche, all’uso di risorse energetiche alternative a fronte dell’aumento vertiginoso dei prezzi del petrolio; la privatizzazione della sanità pubblica, ottenuta tramite la patologizzazione della popolazione e la conseguente insostenibilità della spesa pubblica, l’assenza di investimenti nel settore a causa dei tagli imposti dall’Unione Europea e l’imposizione dell’inoculazione del siero genico; infine, la Quarta Rivoluzione Industriale attuata dal Grande Reset ha come scopo la diminuzione della popolazione mondiale, ottenuta con politiche di controllo delle nascite, incentivazione dell’aborto, dell’eutanasia e del cambio di sesso, omosessualizzazione dei giovani e sterminio programmato tramite l’uso di farmaci e di alimenti dannosi per la salute.

 

A tutto questo si aggiungono i finanziamenti stanziati agli Stati dall’Unione Europea, tutti ideologicamente orientati (per la parità di genere l’Europa stanzia più che per la Sanità) e che vincolano gli Stati sotto la minaccia dell’intervento della Commissione Europea e della BCE.

 

Questo progetto si avvale della collaborazione delle istituzioni pubbliche nazionali e sovranazionali: l’ONU e le sue agenzie, parlamenti, governi, funzionari pubblici, forze dell’ordine, magistrati, docenti, medici. Al loro fianco, la campagna martellante dei media lancia l’allarme pandemico, l’emergenza climatica, la minaccia terroristica o di un’invasione aliena (non sto scherzando), il rischio di un collasso della rete internet, con lo scopo di forzare le masse ad accettare come ineluttabili dei provvedimenti che rappresentano una forzatura finalizzata al profitto di un numero ridottissimo di miliardari ai danni della maggioranza della popolazione. 

 

Il Grande Reset è espressione del male perché è essenzialmente satanica la matrice ideologica su cui esso si basa.

Non possiamo fingere di non sapere che tutti i protagonisti di questo piano globale sono accomunati dall’appartenenza alla Massoneria, alla Commissione Trilaterale, al Gruppo Bilderberg: questi gruppi di potere hanno in odio il Cristianesimo e Cristo stesso, e non fanno mistero di adorare Lucifero

 

Non possiamo fingere di non sapere che tutti i protagonisti di questo piano globale sono accomunati dall’appartenenza alla Massoneria, alla Commissione Trilaterale, al Gruppo Bilderberg: questi gruppi di potere hanno in odio il Cristianesimo e Cristo stesso, e non fanno mistero di adorare Lucifero.

 

D’altra parte, anche senza indagare sulle radici esoteriche di costoro, è sufficiente vedere cosa fanno: la loro è una cultura di morte, di paura, di menzogna, di spietato calcolo economico. Sono il male, i servi del demonio, gli operatori di iniquità che preparano l’avvento dell’Anticristo. 

 

 

Qual è il legame tra l’epidemia di COVID-19 e il Great Reset?

Il legame tra pandemia e Grande Reset è strumentale: come hanno affermato personaggi quali Jacques Attali o Klaus Schwab, la pandemia offre un’opportunità unica per la realizzazione del Grande Reset, dal momento che consente di presentare come giustificate dall’emergenza sanitaria le compressioni dei diritti dei cittadini, facendo leva sulla paura, creando nemici – come i cosiddetti no-vax – sui quali sfogare la tensione delle masse, prospettando come un vantaggio la didattica a distanza e lo smart working, e infine facendo credere che i morti e i malati cronici provocati da un piano criminale di depopolamento siano causati da un virus «mortale» (tasso di mortalità 0,07%), mentre sappiamo benissimo che il COVID-19 è una forma influenzale che può essere curata, ma per il quale sono state proibite le terapie e imposti protocolli assurdi che hanno portato a un numero di decessi altrimenti evitabili.

 

Anche il cosiddetto «vaccino» sperimentale, dalla cui somministrazione le case farmaceutiche traggono enormi profitti riconducibili a ben precisi gruppi finanziari – ad iniziare da Black Rock – sta causando un numero esorbitante di decessi e di lesioni gravi, a fronte delle quali BigPharma si appresta ad aumentare i propri guadagni assicurandosi le cure per i prossimi decenni.

La pandemia offre un’opportunità unica per la realizzazione del Grande Reset, dal momento che consente di presentare come giustificate dall’emergenza sanitaria le compressioni dei diritti dei cittadini, facendo leva sulla paura, creando nemici – come i cosiddetti no-vax

 

Che in quel siero vi sia poi il grafene e che possa essere usato anche per altri scopi, è una questione che andrà affrontata dagli esperti e dai magistrati, se ancora ne rimane qualcuno non asservito al regime.

 

Di sicuro sarà necessario pensare ad una nuova Norimberga, per giudicare e punire i responsabili di questo crimine contro l’umanità.

 

 

Non stiamo forse assistendo all’istituzione di una nuova religione?

Il culto di Satana in tutte le epoche storiche e in tutte le civiltà è stato una dolorosa costante del mistero di iniquità che accompagna l’umanità sin dalla cacciata dei nostri progenitori dal Paradiso terrestre.

 

L’ecologismo malthusiano, il culto della Madre Terra, le pseudofilosofie orientali di matrice panteistica e non ultimo il «Cristo cosmico» vagheggiato dal gesuita eretico Theilard de Chardin sono solo declinazioni di una medesima deviazione teologica.

Dietro la Pachamama, c’è sempre Satana, la sua invidia per il destino soprannaturale che il Dio Redentore ha riservato all’uomo, il suo odio per la vita e per la bellezza in quanto espressioni dell’onnipotenza del Dio Creatore, la sua avversione a tutto ciò che richiama la presenza di Gesù Cristo nella Storia

 

In definitiva, dietro la Pachamama, c’è sempre Satana, la sua invidia per il destino soprannaturale che il Dio Redentore ha riservato all’uomo, il suo odio per la vita e per la bellezza in quanto espressioni dell’onnipotenza del Dio Creatore, la sua avversione a tutto ciò che richiama la presenza di Gesù Cristo nella Storia, segno di un amore infinito dal quale il demonio è eternamente proscritto. 

 

Aldilà di queste considerazioni, tuttavia, non va sottovalutato il ruolo della componente rituale nelle dinamiche del Grande Reset e in particolare della cosiddetta emergenza pandemica. Vi sono a mio parere due aspetti: uno relativo al nuovo credo della Chiesa Cattolica, e uno relativo alla nuova religione globalista. Il primo costituisce un’adulterazione del Magistero immutabile, il secondo la cultualizzazione dell’ideologia globalista.

 

I vertici della Chiesa hanno fatto proprie le istanze dell’ideologia ecologista, ecumenista e immigrazionista che costituiscono la versione essoterica del pensiero massonico, ossia la traduzione per le masse dell’esoterismo luciferino. Questa condivisione di un pensiero estraneo e opposto alla Fede Cattolica è stata preparato da decenni, se non da secoli: il Modernismo prima e l’eresia conciliare poi hanno preparato il corpo ecclesiale a considerare accettabili dottrine eterodosse, che i Romani Pontefici fino a Pio XII avevano condannato sul nascere.

 

Il cosiddetto «rinnovamento» del Vaticano II doveva costituire la premessa dottrinale e morale – espressa allora solo in nuce – alla mentalità odierna: l’ecumenismo di Dignitatis humanae apre le porte all’intercomunione con gli eretici e addirittura con i pagani; la collegialità di Lumen gentium è alla base del percorso sinodale bergogliano; l’aver enfatizzato la dimensione comunitaria della Messa era un primo passo verso la collettivizzazione oggi imposta dallo Stato ai cittadini, secondo l’idea comunista che la collettività prevalga sul singolo.

 

La laicità dello Stato teorizzata dal Concilio e perseguita dal Card. Casaroli sotto il Pontificato di Giovanni Paolo II con la revisione dei Concordati, ha tolto alla Chiesa – su sua iniziativa – qualsiasi influenza morale sui governi, oggi liberi di imporre la teoria gender e l’ideologia LGBTQ fin dalle scuole primarie, di legalizzare l’eutanasia e l’aborto postnatale, di obbligare i cittadini ad inocularsi un siero prodotto con linee cellulari abortive, senza alcuna obiezione della Santa Sede.

La Santa Sede sotto Bergoglio ha fatto proprio il credo ecologista ed ecumenista che prelude alla Religione Universale auspicata dalla Massoneria, tradendo la propria missione e causando la perdita di tante anime

 

L’abdicazione dell’Autorità ecclesiastica al proprio ruolo si è recentemente «evoluta» – com’era inevitabile – in una vera e propria adesione alle istanze del globalismo: la Santa Sede sotto Bergoglio ha fatto proprio il credo ecologista ed ecumenista che prelude alla Religione Universale auspicata dalla Massoneria, tradendo la propria missione e causando la perdita di tante anime, che proprio dai pulpiti sentono difesi quegli errori, che fino a Pio XII erano condannati senza appello. 

 

Parallelamente, il globalismo prepara la propria religione mondiale, nella quale intende far confluire le correnti progressiste della Chiesa Cattolica, delle varie sette acattoliche e delle altre religioni. Il ruolo di apripista spetta ovviamente alla chiesa bergogliana, il cui capo crede di poter ritagliare per sé o per uno dei suoi pupilli il ruolo di leader della Religione Universale, quasi l’essere controfigura della Chiesa di Cristo costituisse un diritto di precedenza. Ma come la Storia insegna, i collaborazionisti della prima ora finiscono invariabilmente per essere poi travolti da coloro che hanno servito, non appena la loro cooperazione non sia più richiesta. E Bergoglio dovrebbe saperlo bene, dal momento che è lui stesso per primo a comportarsi così con i Prelati di cui si circonda a Santa Marta, si veda il recente caso del Card. Becciu. 

 

Va detto che il dissenso della parte conservatrice del Cattolicesimo a proposito dell’emergenza COVID-19 è significativamente indebolito dalla presenza di quinte colonne impegnate nel sostenere la narrazione pandemica assieme all’efficacia e alla liceità morale del siero genico mRNA, prodotto con linee cellulari abortive. È a dir poco incomprensibile un tale appiattimento di alcuni intellettuali cattolici su questi temi: a mio parere anche questo dimostra che il «conservatorismo», e perfino un certo «tradizionalismo», sono solo una declinazione moderata della mentalità conciliare, con funzione di gatekeeping analoga a quella che svolgono alcuni partiti in ambito civile. 

 

 

Non è possibile che COVID-19 e il Great Reset siano forieri dell’Anticristo?

L’ho detto poc’anzi e lo ribadisco: il Nuovo Ordine Mondiale, che il Grande Reset deve rendere possibile e instaurare, ha avuto – e sta tuttora avendo – dalla farsa pandemica un indispensabile pretesto per tenere insieme la colossale menzogna ai danni dell’umanità.

Il «conservatorismo», e perfino un certo «tradizionalismo», sono solo una declinazione moderata della mentalità conciliare, con funzione di gatekeeping analoga a quella che svolgono alcuni partiti in ambito civile

 

Senza il COVID-19 si sarebbero certamente inventati altro – ci avevano già provato nel 2009 con la febbre suina – ma la pandemia ha permesso di imporre anche la somministrazione del siero genico e l’istituzione del passaporto sanitario, che prepara un sistema capillare di controllo dei cittadini in vista dell’attivazione del credito sociale già sperimentato nella Cina comunista dal 2014 al 2020 e pochi giorni orsono testato anche in Australia.

 

Questo passaporto e altri sistemi per mutare le persone in periferiche connesse alla rete globale evoca il marchio della bestia di cui parla l’Apocalisse: sarebbe sciocco pensare che questi eventi, così precisamente descritti da San Giovanni Apostolo, non possano aver nulla a che fare con questi inquietanti metodi di coercizione delle masse.

 

In Italia, unico Paese al mondo, è stato reso obbligatorio il green pass per tutti i lavoratori delle aziende pubbliche e private, costringendo milioni di persone o a vaccinarsi o ad acquistare a proprie spese costosi tamponi che certifichino la negatività al virus.

 

Chi non ha il green pass, insomma, non potrà lavorare, gli verrà sospeso lo stipendio e non potrà quindi comprare né vendere senza avere il marchio – il QR-code – come prova della propria sottomissione alla dittatura sanitaria.

Questo passaporto e altri sistemi per mutare le persone in periferiche connesse alla rete globale evoca il marchio della bestia di cui parla l’Apocalisse: sarebbe sciocco pensare che questi eventi, così precisamente descritti da San Giovanni Apostolo, non possano aver nulla a che fare con questi inquietanti metodi di coercizione delle masse

 

«Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome» (Ap 13, 16-17).

 

Il tutto nel silenzio complice ed omertoso dei magistrati, delle forze armate, della sedicente opposizione, della Gerarchia ecclesiastica. 

 

 

Come spiegare allora la complicità delle massime autorità della Chiesa che, lungi dal denunciare il pericolo, invitano i cattolici a seguire ciecamente le direttive delle autorità civili?

Mi pare evidente che non vi sia alcuna contraddizione nel comportamento dei vertici della Gerarchia cattolica, dal momento che essa è parte integrante di questo piano.

 

La grande apostasia consiste proprio in questo: nell’aver sovrapposto, per così dire, una chiesa eretica ultraprogressista alla vera Chiesa di Cristo; una chiesa la cui gerarchia coincide formalmente con la Gerarchia cattolica, e che grazie a questo riesce ad imporre con la propria autorità quelle deviazioni e quegli errori che dovrebbe invece combattere ed estirpare. 

 

Alla base di questo tradimento del Sinedrio romano vi è anzitutto la perdita della dimensione soprannaturale e del ruolo salvifico della Chiesa. Nel momento in cui la Fede viene considerata come un prodotto da vendere alla clientela, è ovvio che per aumentare le vendite si punti ad adattare il prodotto per renderlo più commerciabile. Ma questo è un approccio aziendale, che vede i Pastori non come annunciatori del Vangelo in un mondo da convertire a Cristo, ma come dirigenti di una società interessati al profitto o funzionari di partito attenti ai sondaggi.

Senza l’appoggio massiccio e martellante di Bergoglio e del suo cerchio magico, la narrazione pandemica sarebbe naufragata miseramente, trovando una ferma opposizione da parte del Vaticano e dell’Episcopato mondiale

 

A questo si deve aggiungere l’autoritarismo e il clima di caccia alle streghe instaurati dal «pontificato» di Bergoglio, la ricattabilità di moltissimi Prelati promossi a ruoli strategici proprio perché manovrabili, la corruzione morale di una vasta parte del Clero e un frainteso concetto dell’obbedienza da parte dei fedeli.

 

D’altra parte, cosa ci si può aspettare da personaggi che tradiscono il proprio Ministero adulterando la Fede, corrompendo la Morale, demolendo la Liturgia, abusando della propria autorità per dannare le anime loro affidate? 

 

Certo è che, senza l’appoggio massiccio e martellante di Bergoglio e del suo cerchio magico, la narrazione pandemica sarebbe naufragata miseramente, trovando una ferma opposizione da parte del Vaticano e dell’Episcopato mondiale.

 

Se questo non è accaduto, è perché i vertici della Chiesa, già essi stessi corrotti, hanno deciso consapevolmente di rendersi complici del Grande Reset, e non per un errore di valutazione o una eccessiva fiducia nella «scienza»; la loro disobbedienza agli ordini dell’élite avrebbe portato alla luce nuovi e gravissimi scandali sessuali e finanziari di cui si sono macchiati Prelati assurti ai vertici della Gerarchia. 

 

Lo scorso 17 Settembre Jorge Mario Bergoglio ha ricevuto in Vaticano il Presidente irlandese Michael D Higgins elogiandolo con queste parole: «Aujourd’hui je n’ai pas rencontré seulement un homme, un président, j’ai rencontré un sage d’aujourd’hui. Je rends grâce à Dieu que l’Irlande ait un homme aussi sage à sa tête» (qui). [«oggi non ho incontrato solamente un uomo, un presidente, ho incontrato un saggio odierno. Rendo grazie a Dio per il fatto che l’Irlanda abbia al suo vertice un uomo così saggio», ndr]

 

 

Un commentatore ricorda che Higgins è colui «qui en 2013 a signé la première loi sur l’avortement, qui dépénalisait le meurtre de l’enfant à naître si la mère menaçait de se suicider ou la grossesse mettait sa vie en danger, c’est lui qui a signé la loi de 2018 qui a rendu légal l’avortement jusqu’à 12 semaines et jusqu’à la naissance en cas de malformation du fœtus ; c’est lui aussi qui a signé en 2015 la loi sur le soi-disant mariage entre personnes de même sexe. Et c’est lui encore qui a signé en 2019 une loi qui accélère le divorce» (ibid.). [«colui che ha firmato la prima legge sull’aborto che depenalizzava l’omicidio dal bambino che nasce se la madre minacciava di suicidarsi o se le dimensioni mettevano la sua vita in pericolo, è lui che ha firmato la legge del 2018 che ha reso legale l’aborto fino 12 settimane e fino alla nascita in caso di malformazione del feto; è sempre lui che ha firmato nel 2015 la legge sul sedicente matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ed è ancora lui che nel 2019 ha firmato una legge che accelera il divorzio», ndr]

 

Ed è stato proprio Higgins a proibire la celebrazione delle Messe durante la pandemia come ai tempi di Oliver Cromwell. Ovviamente non una parola sull’uccisione degli innocenti o sullo stato morale degli Irlandesi; in compenso, grandi discorsi sui migranti, sulla protezione dell’ambiente, sul cambiamento climatico, la biodiversità, la campagna di vaccinazione, l’avvenire dell’Europa. 

Quale responsabilità pesi sulle coscienze di questi apostati, ad iniziare dal principale testimonial dei vaccini che oggi occupa il Soglio di Pietro, lo possiamo solo immaginare, pregando il Signore che abbrevi i tempi della grande persecuzione

 

Quale responsabilità pesi sulle coscienze di questi apostati, ad iniziare dal principale testimonial dei vaccini che oggi occupa il Soglio di Pietro, lo possiamo solo immaginare, pregando il Signore che abbrevi i tempi della grande persecuzione.

 

E per farlo con la speranza di veder trionfare finalmente il Cuore Immacolato di Maria Santissima, dobbiamo renderci degni della Grazia di Dio con la preghiera, la frequenza dei Sacramenti, la penitenza e il digiuno.

 

Dinanzi all’orazione umile e confidente, il Signore si lascia muovere a misericordia: «Sacrificum Deo spiritus contribulatus; cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies» (Ps 50, 19).

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

 

Renovatio 21 ripubblica questo articolo per dare una informazione a 360º.  Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine di Maxwell Hamilton via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.

 

«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».

 

Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».

 

Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

 

Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.

 

Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.

 

Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.

 

Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.

 

La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.

 

Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.

 

Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)

 

È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.

 

E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».

 

Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).

 

Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.

 

Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.

 

Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.

 

L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0

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Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.   Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.   Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.   Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.   Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.   Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.   Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.   Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.   Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.   Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.   Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.   La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.   Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.   Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.   Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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Geopolitica

«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?

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Se c’è un personaggio che incarna l’oligarcato mondialista in modo perfetto, quello è Mark Carney. Ora primo ministro del Canada, in passato è stato direttore della Bank of England, la Banca Centrale britannica, e cosa ci faccia un canadese al vertice è difficile a capirlo.

 

Una vita a pascolare tra le élite – a Davos è un habitué – nessuno si è scandalizzato quando ha preso il posto di un altro «penetrato» (Klaus Schwab dixit) dal WEF, Giustino Trudeau, ora visto vagolare per la cittadina sciistica svizzera con la sua nuova fiamme, la curvacea cantante americana Katy Perry, elegantissima nel suo debutto come première dame di seconda mano. Carney è bilingue, si dice cattolico, e si mostra gioviale, ma a guardarlo in faccia vengono in mente i burocrati villain di Mission: Impossible o di James Bondo.

 

Ora Carney ha avuto una rivelazione celeste, che ha condiviso con la platea globale di Davos. Durante il suo speech tra le luci blu del WEF, ha ammesso che «l’ordine internazionale basato sulle regole» è sempre stato, in parte, una narrazione artificiosa che i Paesi hanno consapevolmente alimentato per decenni perché ne traevano vantaggio concreto.

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Si tratta di un’ammissione pesantissima: papà e mamma in verità non si amavano veramente, e tutta la famiglia, felice in decadi di foto sui comò di tutte le latitudini, si reggeva in realtà su questa disdicevole finzione. Il Carney ha avuto il buon gusto di dire anche che Paesi come il Canada hanno prosperato sostenendo questo mondo che, in realtà, non era basato sulla verità, concetto che improvvisamente assale il cuore dell’oligarca mondialista

 

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero sottratti alle norme quando gli conveniva, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico», ha affermato Carney. «E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con diversa severità a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima», ha aggiunto.

 

 

È scattata quindi la citazione del trito Il potere dei senza potere del dissidente poi presidente ceco Vaclav Havel: ecco che il premier di Ottawa paragona decenni di adesione formale al racconto tratto da del negoziante che espone un cartello politico in cui non crede affatto, definendolo «vivere nella menzogna» per «evitare guai».

 

Incredibile sentirsi parlare di menzogna e guai dal vertice di quel Paese che ha praticato un apartheid biotico e una repressione pandemica senza pari, che vietava l’ingresso nei negozi di liquori ai non vaccinati ed è arrivato persino a congelare i conti in banca di chi protestava contro il siero mRNA obbligatorio (misura ora ribaltata dalla Corte canadese: interrogata sulla questione a Davos, l’attuatrice della legge infame, l’ex vicepremier Chrystia Freeland, discendente di ucronazisti e membro della direzione WEF, non ha voluto rispondere).

 

Eppure, sì, ci tocca sentire una lezioncina sulla sottomissione ad un sistema falso e liberticida proprio dal premier canadese. Come quello che guarda il dito invece che la luna, invece che pensare alla sofferenze inflitte poco fa al suo stesso popolo, il Carney parla delle relazioni internazionali, ora sconvolte dalla slatentizzazione della politica di Trump, il suo vicino di casa, che forse lo invaderà.

 

Carney ora sostiene che questo «patto tacito non regge più», affermando che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una semplice transizione». Il premier canadese ha descritto l’attuale fase come caratterizzata da «un’intensificazione della rivalità tra grandi potenze», in cui integrazione economica, tariffe e infrastrutture finanziarie vengono usate come «armi» e strumenti di «coercizione»: avete sentito bene, ha detto proprio «coercizione», ma non sta parlando della siringa genica di Stato che hanno scatenato la rivolta di milioni di canadesi, ma di questioni internazionali di un mondo che, arrivato Trump, non gli va più tanto bene.

 

Sullo sfondo, lo sappiamo, c’è la Groenlandia, che Trump ha annunziato urbi et orbi di volersi prendere (e da Putin è arrivato un gustoso semaforo verde). E ancora di più, c’è il rischio che Washington decida per l’Anschluss anche dell’intero Canada, il secondo Paese più esteso della terra, che si trova proprio nell’emisfero americano. La dottrina Monroe, cioè Donroe – il concetto vecchio di duecento anni del «destino manifesto» degli USA – lo chiederebbe espressamente.

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Sappiamo che potrebbero non essere ciance, se è vero che i canadesi starebbero improntando una strategia di resistenza stile mujaheddin afghani in caso di invasione statunitense. In verità, pensiamo che questa frizione è diventata pienamente visibile ai mondiali di Hockey a Montreal pochi mesi fa, quando il pubblico locale fischiò l’inno americano, e la squadra USA quindi scatenò tre risse nei primi nove secondi di giuoco. Come dire, i rapporti potrebbero essere più tesi di quello che sembra.

 

Fatto sta che quanto detto da Carney non è piaciuto a Trump, che ha espresso la sua ira per quelle parole, chiamandolo in causa direttamente nello storico discorso di questa settimana. «A proposito, il Canada riceve un sacco di regali da noi. Dovrebbero esserne grati anche loro, ma non lo sono. Ho visto il vostro primo ministro ieri, non era così grato. Dovrebbero essere grati agli Stati Uniti, al Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni».

 

Trump lo ha fatto capire: le parole di Carney erano contro la nuova America trumpiana. Ce ne siamo accorti e, come ha detto riguardo all’eventuale opposizione degli europei all’annessione della Groenlandia, «ce ne ricorderemo».

 

Il retroscena ulteriore da spiegare ai lettori è che il primo ministro di Ottawa, poco prima di Davos, era stato a Pechino per siglare accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi fa, Carney aveva denunciato i problemi di diritti umani del Dragone. Ora invece vola lì a firmare un partenariato su dazi doganali reciproci e importazione di auto – quest’ultimo tema fortemente discusso in Canada, specie per le proprietà di spionaggio dei veicoli Made in China. I lettori di Renovatio 21 possono pure ricordare quando l’anno scorso Carney fece uno strano discorso in cui chiedeva le atomiche europee per difendersi da Trump.

 

E quindi, è possibile capire che Carney potrebbe star dicendo qualcos’altro: il mondo è sempre stato diviso in blocchi superpotenziali, siamo stati bene, fingendo che ci piacesse, sotto i vicini americani, ma ora possiamo anche cambiare famiglia, grazie e arrivederci. Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Carney aveva pronunciato l’esatta, magica formula: «Nuovo Ordine Mondiale». Detto proprio a ridosso degli elogi a Xi Jinpingo.

 

Se uno lo considera secondo uno scenario di politica militare, è ancora più terrificante: Carney sta dicendo che, a fronte di un’invasione USA, chiederebbe aiuto alla Cina? Carney sta annunziando che ha deciso di voler stare in un blocco diverso da quello previsto dalla dottrina Donroe. Vuole essere un satellite della superpotenza cinese nell’emisfero americano?

 

È stupendo vedere come la geopolitica, in pochi mesi, sembra essere stata cambiata radicalmente perfino nel linguaggio. L’ho detto, lo ripeto, viviamo dentro l’immaginazione di Donald Trump, che già più di quaranta anni fa nel suo libro Art of The Deal diceva che per chiudere l’affare bisogna entrare e modificare le fantasie dell’interlocutore. Ora sembra che il mondo venga politicamente ridisegnato dallo scenario che Trump sta travasando su miliardi di persone, che spazza via Yalta, NATO, UE, qualsiasi cosa si frapponga tra lo stato attuale la nuova visione del mondo.

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In tutto questa immane ricombinazione cosmica la domanda che dobbiamo farci riguarda il nostro piccolo: cosa ne sarà della UE? La tentazione è pensare che Brusselle non sopravviverà all’urto della nuova realtà – perché i suoi burocrati non hanno non solo le armi, ma nemmeno la fantasia (risorsa più rilevante di quanto pensassimo) per gestire la rivoluzione in atto.

 

Cosa può fare l’Europa? Senza armi, e con le sue capitali a circa 12-13 minuti di distanza dalla distruzione via missile termonucleare ipersonico russo, può sperare solo in un grande protettore: che era lo Zio Sam, cioè la NATO, ma ora la NATO, con la Groenlandia, potrebbe saltare – e i lettori di Renovatio 21 sanno quanti analisti negli scorsi anni avevano predetto la fine dell’Alleanza Atlantica quanto il NATO-scettico Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca.

 

E quindi quale «adulto» può proteggere il bambino UE? La Russia scordatevela, perché la russofobia che alligna nelle stanze degli eurobottoni è un qualcosa che neocon levatevi. E quindi… faremo come l’«europeo» (si è definito così lui, una volta, tre anni fa proprio al WEF) Carney? Chiederemo di stare sotto l’ombrello cinese anche noi?

 

È atroce pensarlo, ma il vecchio continente, ridotto ad un’accozzaglia di buroplutocrati eunuchi, non ha molte altre possibilità. Per questo c’è da sperare, e pregare, perché la UE finisca prima che faccia un’esiziale decisione nell’alba di questa nuova era dell’ordine mondiale, l’era imperiale del God Emperor Trump.

 

Scendiamo un gradino e pensiamo alla povera Italia. Sui giornali mainstream qualcuno dice che la politica che due forni di Giorgia Meloni, che voleva stare in Europa facendo gli occhi dolci a Washington (Berlusconi ci riusciva, facendo sponda pure Putin, Gheddafi, Netanyahu perfino Chavez… ma probabilmente quello era un altro livello) è fallita.

 

Secondo i corvi giornalistici, ora il governo italiano vorrebbe mettersi sotto le ali della… Germania.

 

Si tratta di un’idea che, avendo presente la faccia di Merz, ci agghiaccia come nient’altro. La Germania, pallida madre, è un Paese senza fantasia – e senza futuro, se è vero, come ha recentemente rivelato Tucker Carlson, che in privato il vertice dice di non volere atomiche a Berlino perché a breve sarà la Germania sarà totalmente islamizzata, e quindi – crediamo sia il senso del discorso – sarebbe come dare armi apocalittiche a beduini terroristi. Un po’ come i bianchi sudafricani, che (caso unico al mondo) si disfecero delle testate nucleari prima di consegnare il Paese a Mandela e ai negri.

 

Non è possibile, non è accettabile che l’Italia sia alleata con centrali di degrado e decadenza, di ignavia ed impotenza – cioè con tutti i Paesi europei, devastati dall’immigrazione e dalle loro politiche di Necrocultura massiva.

 

Del resto, la direzione non è che non fosse chiara in precedenza: la persistenza di Giorgia nella russofobia attiva, con armi e danari al regime Zelens’kyj mentre le nostre aziende senza Russia perdono miliardi e le famiglie si ritrovano le bollette pazze. Ora stiamo con probabilità avanzando in questa politica di demenza autolesionistica (perché va sempre aggiunto il rischio di venire spazzati via dagli Oreshnik, anche se avessimo la contraerea SAMP-T che abbiamo però dato via) e quindi invece che rompere lo schema idiota visto sinora è facile che verrà fatta la scelta più idiota e tremenda, quella di restare con l’Europa burosaurica e i suoi pupazzi estrogenici. Ecco, volevate il sovranismo, avrete in cambio la sudditanza alle facce di Merz.

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Diciamo un’ultima cosa: la nuova era globale ha una sua onestà ammirevole. Trump vuole la Groenlandia, e lo dice, e con grande probabilità se la prenderà. Vuole il Venezuela, e fa sparire Maduro in una notte. La Russia dirà ancora più chiaramente, con le armi e infine a parole, quanto vuole dell’Ucraina, in parte o tutta. Macron potrebbe tornare a dire che rivuole la sua Africa. E Carney, con le sue manovre cinesi e il suo discorsetto haveliano, sta comunicando anche lui espressamente cosa vuole, dove vuole stare, etc.

 

L’Italia riuscirà mai a dire cosa vuole? Roma dovrebbe dire che vuole la Libia – e con Silvio e Gheddafi l’aveva praticamente ottenuta, tanto che il milanese era finito stampato in trasparenza sui passaporti libici. E invece, ci siamo trovati infiltrati da una classe politica (fino ai vertici della Repubblica) che lavorava contro l’Italia in Libia. Una fetta dello Stato Profondo nazionale che agisce contro gli interessi italiani per preferire quelli europei (qualsiasi cosa significa), vista di recente in azione contro Elon Musk, con spesso qualche Legion d’Onore che scappa a Parigi a figure dello Stato-partito romano.

 

L’Italia della nuova era, potrebbe dire che vorrebbe avere influenza anche nel suo piccolo «emisfero» geografico e culturale? Così, con lo Stato riempito di traditori senza onore e senza fantasia, no. Non potrà mai non solo dichiarare apertamente la necessità di Tripoli e dei suoi idrocarburi, ma anche di gestire (e non subire) l’Albania, e ancora la Croazia, la Tunisia, la Slovenia, persino Malta (isola italofona per qualche ragione non reclamata dal massone angloide Giuseppe Mazzini…). Per non parlare dell’emisfero, quello davvero immenso, degli italiani che stanno in Brasile, in Cile e in Argentina, una forza nazionale gargantuesca che forse è ancora attivabile. E, usando sempre più lo strumento della fantasia, il nostro Paese, vista l’immigrazione ricevuta e relativamente integrata, cosa può fare nelle Filippine, e ancora nel Corno d’Africa, financo in Moldavia e dintorni?

 

Nel momento in cui la politica di potenza, e superpotenza, diviene realtà inconfutabile, l’Italia davvero vuole rimanere la serva degli eurotedeschi? Davvero non possiede più la fantasia di vedersi un Paese forte? Davvero non sente la necessità di servire il proprio popolo – e sopravvivere alle catastrofi che potrebbero essere, con evidenza, in caricamento?

 

Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole essere mediocre? Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole morire – e da schiava?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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