Pensiero
Metafisica del «golpe gobbo» wagneriano
«Putsch dei cretini». Così ha definito il golpe Vitalij Tretjakov, direttore della Nevizimaja Gazeta – decenni fa. Tretjakov infatti non si riferiva al golpe Wagner di ieri, ma al cosiddetto golpe del comitato di emergenza del 19-21 agosto 1991.
Non è il primo colpo di Stato vissuto dalla Russia moderna, e questo è chiaro a tutti – così come è stata immediata la lettura storica e metastorica data da Putin nel suo messaggio di ieri, quando si è riferito al putsch bolscevico del 1917 – la Rivoluzione d’Ottobre – come un disastroso evento ingegnerizzato nel pieno di una guerra per indebolire la Russia zarista e spazzarne via lo Stato.
Il golpe del 1991 era temuto da anni – e annunziato da mesi. Il 1° luglio di quell’anno una rivista americana, World Monitor, aveva pubblicato l’intervista di un noto «futurologo», Alvin Toffler, a un colonnello dell’URSS, Viktor Alksnis, che dipingeva un programma in cui ai primi punti c’era la detronizzazione di Gorbachev, la creazione del comitato d’emergenza, la soppressione dei partiti – incluso quello comunista. Pochi giorni dopo, il colonnello Alksnis era presentato dalle TV di tutto il globo come portavoce del comitato di emergenza.
Alksnis, in realtà, apparteneva al gruppo Soyuz, quindi un conservatore, cosa che lo renderebbe lontano dal giro dei putchisti, la «banda dei quattro» anti-Gorbachev e anti-Eltsin: il primo ministro Valentin Pavlov,
il ministro della Difesa Dimitrij Yazov, il capo del KGB Vladimir Krujckov e il ministro degli Interni Boris Pugo.
Nelle stesse ore, Belgrado ribolle: inizia la disgregazione della Yugoslavia, e i fiumi di sangue che se seguiranno – e che ancora non sono finiti.
Il politologo Giorgio Galli mette in fila tutti gli eventi di quel breve colpo di Stato: le vacanze di Gorbachev nella sua dacia in Crimea, l’arrivo di un comitato di emergenza, i media che pubblicano sia i decreti del comitato che gli appelli di Eltsin – che rimane, stranissamamente, libero –, la sede del Parlamento che non viene occupata benché indifesa, poi il discorso, a favore di TV nazionali e internazionali, di Eltsin da in cima al carrarmato (un pezzo di storia, sì), le barricate improvvisate di migliaia cittadini davanti a due tank delle centinaia che erano stati mobilitati (due di numero…),
«Di fronte a questa serie di fatti incomprensibili, tutti i media del mondo hanno sottolineato i molti misteri del 19-21 agosto, pur accreditando in linea di massima la versione secondo la quale sarebbe stato il popolo russo (o di Mosca e San Pietroburgo, già Leningrado) a sconfiggere i golpisti, mentre un esercito diviso non avrebbe osato aprire il fuoco», scrive il compianto studioso milanese.
«In realtà vi è una ipotesi che permetterebbe di spiegare tutti i fatti: quella di aver assistito non a un putsch dei cretini, ma a una giornata degli inganni».
La «giornata degli inganni» (Journée des dupes) è il mondo in cui gli storici chiamano le ore dal 10 all’11 novembre 1630, giorno che segna la piena assunzione del potere in Francia da parte del cardinale Richelieu.
Durante la «giornata degli ingannati» Luigi XIII, re di Francia, contro ogni previsione, riconfermò il suo ministro cardinale Richelieu, eliminando i suoi avversari politici – che erano stati portati invece a pensare di avere dalla loro parte il re – e costringendo quindi la madre di Luigi, Maria de’ Medici, all’esilio. Un’operazione complicata, politicamente raffinatissima, al limite del comprensibile, che potrebbe avere tanti punti di contatto con il tentato golpe 1991 – e quello del 2023 che ci è appena passato sotto gli occhi.
«Si può pensare a un accordo tra Gorbaciov e il “comitato d’emergenza” (sospetto avanzato da molti, a partire da Shevardnadze) per una stretta di freni, ma con l’intento di ciascuno dei due contraenti di giocare in qualche modo l’altro» scrive Galli parlando del colpo di Stato del 1991 «e si può ritenere che Eltsin, perfettamente informato, abbia preparato il vero “golpe bianco” (come qualche media l’ha definito), avendo già dalla sua il nerbo delle forze armate e del KGB, forse lasciando credere al “comitato” che si sarebbe limitato a una protesta verbale, attendendo lo svolgersi degli eventi».
Una partita articolatissima, che più che i golpisti, riguarda Eltsin e Gorbachev, che vengono considerati entrambi degli agenti della liberalizzazione della Russia, ma avevano differenze ideologiche e di agenda sostanziali.
«L’inganno reciproco o il gioco delle parti è tale che Gorbaciov il 22 agosto nomina ministro della Difesa, al posto del golpista Yazov, il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Michail Moiseevic, senza gli ordini del quale è difficile pensare che i carri armati potessero muoversi e che appena il giorno prima era stato dato come nuovo membro del comitato d’emergenza al posto dello stesso Yazov, supposto malato (come altri componenti del suddetto comitato). Subito dopo Moiseevic viene sostituito dal generale Evgenij Shaposhnikov, legato a Eltsin».
Inganni, giochi di specchi, manovre occulte coperte da sceneggiate immense, più o meno concordate. È la Russia – che, come diceva Winston Churchill, «è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma».
Quindi diciamo subito che anche il golpe wagneriano del 24 giugno 2023 noi lo affrontiamo con lo stesso senso di stupore misterico che merita la grande storia della Russia e dell’Europa.
Se qualcuno ci ha capito qualcosa, alzi la mano – ma gliela mozzeremo al volo.
Che cosa è successo davvero?
Quali motivazioni avevano i golpisti? Chi c’era dietro di loro?
Cosa volevano fare arrivati a Mosca? Come pensavano di sopravvivere con 25.000 combattenti dichiarati dal boss (cifra che secondo alcuni andava dimezzata) quando sarebbe intervenuta una mobilitazione militare da milioni di uomini?
Perché Prigozhin ha cambiato idea? Cosa gli è stato offerto?
Ne stiamo sentendo di ogni tipo. Dietro Prigozhin, come no, ci sarebbero gli oligarchi russi che hanno perso soldi con le sanzioni. Ma davvero? E Prigozhin, che di suo è l’oligarca adibito direttamente dal Cremlino a portare a casa, per dirne una, l’oro del Sudan, prenderebbe ordini da loro.
Aspetta, aspetta: ecco i soloni, magari quelli propinatici dall’establishment dell’editoria: eddai, Prigozhin lo ha fatto per soldi, perché Shoigu non lo pagava. Eccallà, il complotto del danaro, dietro ad ogni grande avvenimento storico ci stanno i soldi. Insomma: il golpe in realtà un recupero crediti: eccerto.
Un attimo, non è finita: ecco che gira il messaggio Telegram: il Pentagono cinque giorni fa ammette di aver fatto un errore nei conti, in realtà a budget gli crescono 6,2 miliardi di dollari, e poco dopo, taac, scatta il golpazzo del Prigozhin. Ovvio: quei 6,2 miliardi sono stati bonificati direttamente al boss Wagner, magari via PayPal. Ed è bello sapere che lo stesso spericolato «cuoco di Putin» avrebbe messo un prezzo sulla sua vita e quella dei suoi uomini. Come se 6, 10, 100, 1000 miliardi potessero pagare la sua sicurezza in caso di ritorsione di Mosca.
No, davvero: da spiegare, e ancora prima da capire, è difficile. Prigozhin vivrà in esilio in Bielorussia – e si sprecano le battute sul fatto che sia più una condanna peggiore del carcere.
Non abbiamo gli strumenti per capire cosa è successo, tuttavia ricordiamo un paio di cose, che buttiamo lì.
Per esempio, il fatto che il canovaccio del tizio che si stacca dal padrone, magari ubriacandosi, è tipico del mondo dei servizi, da cui, come sappiamo tutti, deriva Putin.
Chi ha letto il capolavoro di letteratura di spionaggio La spia che venne dal freddo, il primo romanzo del compianto John Le Carré, conosce lo schema: un agente finge di non andar più d’accordo con i suoi capi, si fa vedere spesso al parco, magari arruffato, magari ubriaco. Ecco che di colpo cominciano ad apparire vari personaggi, che attaccano bottone, danno pacche sulle spalle, lo invitano da qualche parte: sono i servizi dell’altra parte, che credono così di farsi, grazie al supposto astio del personaggio verso i suoi superiori, un agente doppio. Mentre magari è tutta una finta per avere un agente triplo, uno che finge di far il doppiogioco per sondare piani e figure chiave dell’avversario.
Per alcuni è da mal di testa, per gente come Putin e i siloviki, è normale amministrazione – e ci sono le barzellette di Putin (forse, anche in questo contaminato da Silvio Berlusconi) raccontate sull’argomento: «c’è un agente della CIA che va alla Lubjanka…»
Considerate poi che Prigozhin era ritenuto essere in realtà un volto visibile del GRU, il servizio segreto militare russo, da sempre in concorrenza con il KGB. E allora? Ha agito per conto dei servizi militari, contro lo stesso ministero che li comanda? Questo rientra nella teoria secondo la quale la libertà del personaggio si spiegava con il desiderio di Putin di utilizzarlo per pungolare le forze armate?
E quindi? Un teatro immenso? Una piazzata per far uscire qualche talpa, per far piazza pulita dei nemici interni, come fece Richelieu con la sua fronda nella «giornata degli inganni»?
Le voci sul fatto che il ministro della difesa Shoigu e il capo di Stato maggiore Gerasimov, non pervenuti durante la crisi, si dimetteranno a breve corre sui canali Telegram russi.
Si trattava di proiettare debolezza, per ringalluzzire i NATO-Kiev ad affondare un colpo che si può trasformare in una trappola come lo è stato «mattatoio di Bakhmut» creato per gli ucraini dal generale russo Surovikin detto «generale Armageddon»?
Oppure è una questione, davvero russa, di uomini ed emozioni? Può darsi: e anche qui guardate la differenza con il resto del mondo, per esempio negli USA dove è oramai invocata – da tutte e due le parti! – la guerra civile, che tutti dicono inevitabile (e pare proprio lo sia) ma nessuno muove un dito. In una maschia dimostrazione del fare sul serio, eccoti un putsch con marcia sulla capitale e abbattimento di elicotteri vari: solo per una questione di rispetto personale. No?
Chi lo sa. Prigozhin conosce Putin dai tempi in cui questi era il vice del sindaco Sobchak, mentre lui era solo un ristoratore con un passato torbido: tutta l’ascesa di Prigozhin la si deve solo al contatto personale con Putin.
Prigozhin, figlio di un padre ebreo e figliastro di un patrigno ebreo, viene dai bassifondi, dal mondo degli hot dog, non può appartenere all’élite, non ha fatto le accademie militare, non può essere accettato nel giro dei diplomatici (considerato, in Russia, rivale di quello dei siloviki ex KGB, chiamati talvolta con disprezzo «cekisti»), non ha insegnato l’Università di Mosca: invece, è stato in galera dieci anni.
Ecco, la piccola dimenticanza dei giornaloni di queste ore: in pochi hanno voluto parlare dei trascorsi carcerari del boss della Wagner, a differenza di quanto è accaduto mesi fa con Vladen Tatarskij, il blogger russo assassinato con una bomba a San Pietroburgo: i giornali italiani pubblicarono la sua fedina penale già nel titolo del pezzo. Qui nessuno che abbia anche solo sottolineato la condanna per furto e poi i nove anni in gattabuia per rapina.
E quindi, si è trattato di un impulso criminale che torna a galla? Il tentativo di rapina del secolo della prima superpotenza atomica mondiale? Il golpe era in realtà una «rapa» in scala bicontinentale? Il golpe era in realtà un colpo gobbo, un «golpe gobbo» per mettersi in saccoccia Mosca e la Siberia e tutto quello che contengono?
I giornali bizzarramente non lo hanno ipotizzato – hanno fatto migliaia di sedute psicanalitiche a distanza a Trump e Putin (ricordate: la mitica «rabbia di Roid»…) – ma di entrare in quella che potrebbe essere la psicologia di Prigozhin, nonostante il materiale bello ricco (con nuove cose indecenti che escono ogni ora in rete), no grazie, meglio di no: magari gliela fa pure e ci toglie Putin di torno, così come vuole chi ci paga lo stipendio, e pure il suo padrone.
Anche se, come per il 1991, non sapremo mai bene cosa è successo, dobbiamo cercare di capire che questo spettacolo – perché, come sottolineano vari meme irresistibili, compresi quelli degli ucraini che mangiano i popcorn, di questo si tratta, comunque: di un grande show che ci ha tenuti con il fiato sospeso – si inserisce in un circo più grande: quello del mutamento dell’assetto planetario, la fine del mondo unipolare, la de-dollarizzazione, l’ascesa dei Paesi BRICS contro il blocco NATO-G7 e l’arrivo magari di valute di commercio internazionale alternative, come forse verrà annunziato al summit BRICS di agosto in Sudafrica.
Un golpe riuscito in Russia non abbatterebbe solo Putin, ma cambierebbe un film ben più grande.
Si può tuttavia andare oltre, e allargare il campo.
Giorgio Galli parlava del golpe 1991 in relazione alla Journéee de Dupes di Richelieu in un vecchio libro chiamato La Russia da Fatima al riarmo atomico. Ne abbiamo già parlato, di recente, così come tante, tante volte abbiamo scritto della questione di Fatima e la Russia, e di come questa potrebbe essere stata accennata apertamente in discussioni tra Bergoglio e Putin.
«Oggi la Russia si sta rafforzando “sullo scacchiere euro-atlantico”, denuncia gli accordi per limitare gli armamenti, accresce il suo potenziale atomico» scriveva Galli nel 2009, in un periodo dove molti invece non vedevano nella Russia un attore significativo, né un pericolo. «La situazione economica è migliorata dopo il 2004, la Russia si presenta come più forte anche per il riarmo atomico; e questo assicura a Putin un consenso, sia pure manipolato…»
Quante cose sono cambiate. La Russia è divenuta Paese – più ancora che ai tempi dell’Impero zarista o sovietico – protagonista delle vicende mondiali. L’assenza del suo gas scatena crisi economiche, senza i suoi fertilizzanti si creano carestie. Resiste a round continui di sanzioni, e al congelamento (quella sì è una rapina) di un terzo di trilione di dollari di fondi di Stato depositati nelle Banche Centrali straniere. Ha un esercito pronto a combattere nella guerra vera, quella con un altro Paese avanzato. Dispone di armi mai viste, missili non intercettabili, testate sottomarine in grado di sommergere interi Paesi con tsunami radioattivi alti centinaia di metri – o almeno così dicono. Le testate atomiche, di cui ha il primato per la quantità, le sta spostando in giro, e comincia a parlarne senza più tanti tabù.
La Russia è il Paese che troviamo a fianco a noi sul precipizio della distruzione totale. Può buttarci giù, magari facendosi pure trascinare con noi nell’abisso. Oppure può non farlo, può tenderci la mano, o stringere la nostra se gliela tendiamo noi. E finisce lì.
Il lettore capisca che in Russia un golpe, un mezzo golpe, un «golpe gobbo», cambia un quadro che non riguarda solo Mosca, ma riguarda tutti noi: un quadro al di là della storia e della politica, al di là dell’esistenza, perfino: metastorico, metapolitico, metafisico.
Il golpe gobbo di Prigozhin e il suo esiziale significato metafisico: adesso che tutti sospirano e ridacchiano, fermiamoci, ancora una volta, a pensarci.
L’esistenza della civiltà è appesa ad un filo. Quanti sono gli idioti che non lo hanno ancora capito?
Roberto Dal Bosco
Immagine da Telegram
Necrocultura
Una città senza tifo è una città morta
La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.
Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?
Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.
Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).
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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.
E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).
Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.
Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.
La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.
È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.
«Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.
«Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.
Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.
In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.
I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.
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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.
Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.
Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.
E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.
Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.
Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.
Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.
Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?
Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.
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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.
Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.
Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.
Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.
Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Verso la legge che fa dell’antisemitismo una nuova categoria dello spirito
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Pensiero
Chi era Ali Khamenei? Il sito di Meyssan offre una biografia critica
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire, il sito del noto analista geopolitico francese Thierry Meyssan, che offre una breve biografia dai toni critici dell’aiatollà Khamenei. Si tratta forse dell’unico intervento dai toni talvolta aspri apparso in questi giorni riguardo la vita della guida della Rivoluzione Iraniana assassinato dall’operazione congiunta di USA ed Israele. Ricordiamo che le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Ali Khamenei era un erudito mussulmano. Difese ciò che aveva compreso della rivoluzione islamista di Ruhollah Khomeini e si ritagliò un potere su misura.
Iniziò la sua carriera all’ombra di Hachemi Rafsandjani, – presidente del parlamento dal 1980 al 1989, che trasse beneficio personale dell’Irangate, e presidente della Repubblica dal 1989 al 1997. Fu con il suo aiuto che Khamenei venne nominato Guida della Rivoluzione. In quell’occasione elaborò il concetto di Velayet-e-faqih, la tutela del saggio, con cui privò il già alleato Rafsandjani di ogni potere. Contrariamente a un’idea diffusa, non si tratta di un antico articolo di fede sciita, ma di un’idea moderna, che formula in termini religiosi sciiti un concetto di Platone.
Khamenei assegnò alla sua funzione di Guida della Rivoluzione – che non ha alcun rapporto con quella del predecessore Khomeini – un budget indipendente da quello dello Stato. Poté così beneficiare dell’aumento del prezzo del gas e del petrolio rispetto a quello usato come parametro per il bilancio dello Stato. Ebbe a disposizione finanziamenti esorbitanti di cui l’opinione pubblica non era consapevole.
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Diede impulso al Paese affinché si sviluppasse senza occidentalizzarsi, nella tradizione dello scrittore Jalal Al-e-Ahmad.
Trasformò la sua guardia personale, i Guardiani della Rivoluzione, noti come Pasdaran, in un super-esercito esterno e relativizzò il ruolo dell’esercito di leva.
Sabotò i tentativi di riforme liberali del residente Mohammad Khatami (1997-2005) e favorì l’elezione di un Guardiano della Rivoluzione, l’ingegnere nazionalista Mahmud Ahmadinejad, alla presidenza della Repubblica (2005-2013), di cui presto ostacolò il programma di laicizzazione della società.
Per contrastare ogni divisione interna del Paese, ogni volta che sorgeva un conflitto Khamenei favorì l’istituzione di commissioni di arbitrato. Alla fine, queste commissioni divennero talmente numerose da paralizzare ogni decisione politica: solo le attività dei Guardiani della Rivoluzione continuarono a funzionare.
Sebbene vivesse in modo molto sobrio, si circondò di un governo occulto, formato da «consiglieri» che disponevano, a loro volta, di poteri ben superiori a quelli dei ministri. Alcuni di loro mandarono le famiglie all’estero, dove poterono spendere a profusione il denaro del Paese.
Khamenei si preoccupò di coltivare il sostegno popolare al clero sciita. Lo riorganizzò in base all’anzianità, in modo che fosse amministrato dai membri più anziani. Lasciò la giustizia nelle mani della frangia più oscurantista del clero, aprendo la strada all’elezione alla presidenza della Repubblica del fanatico Ebrahim Raïssi (2021-2024).
Dal 2011 Khamenei coltivò l’ambizione di diventare la guida non solo della nazione iraniana, ma anche di tutto il mondo arabo. Organizzò conferenze internazionali a cui invitò tutte le fazioni mussulmane, compresa la Confraternita dei Fratelli Mussulmani.
L’esito fu la trasformazione della funzione di Guardiano della Rivoluzione in una gerontocrazia bigotta che impose, prima con il sorriso, poi con la violenza, il proprio ordine morale. Khamenei non è stato quindi un dittatore, ma un abile religioso che ha messo il Paese nelle mani di una giustizia oscurantista e lo ha condotto alla rovina.
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «Chi era Ali Khamenei?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 6 marzo 2026.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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