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L’UE fa marcia indietro sulle minacce a Musk
La Commissione europea ha dichiarato di non essere stata consultata da un alto funzionario prima che quest’ultimo inviasse una lettera minacciosa a Elon Musk, in vista dell’intervista in diretta del miliardario sulla sua piattaforma X Spaces con il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump.
In una lettera inviata da Thierry Breton, commissario per il mercato interno dell’Unione incaricato di far rispettare il Digital Services Act (DSA), si sottolineava che Musk aveva l’obbligo di censurare i «contenuti potenzialmente dannosi» sulla sua piattaforma.
«I tempi e la formulazione della lettera non sono stati né coordinati né concordati con il presidente né con i commissari», ha affermato martedì un portavoce della Commissione Europea.
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Breton non aveva chiesto l’approvazione della presidente Ursula von der Leyen, ha dichiarato al Financial Times un altro funzionario, a condizione di mantenere l’anonimato. «Thierry ha una sua mente, un suo modo di lavorare e di pensare», ha detto il funzionario.
Fonti vicine a Breton hanno riferito al giornale che la lettera era in lavorazione da tempo, ma che l’intervista a Trump ha rappresentato un «punto di innesco» appropriato per pubblicarla.
Musk rispose alla lettera di Breton con un meme tratto dalla (ora) controversa commedia Tropic Thunder (2008), in cui il personaggio di Tom Cruise urla: «Fai un bel passo indietro e fottiti letteralmente la faccia!»
To be honest, I really wanted to respond with this Tropic Thunder meme, but I would NEVER do something so rude & irresponsible! https://t.co/jL0GDW5QUx pic.twitter.com/XhUxCSGFNP
— Elon Musk (@elonmusk) August 12, 2024
Nel frattempo, la campagna di Trump ha accusato l’UE di «aver cercato di intromettersi nelle elezioni presidenziali statunitensi» e ha consigliato all’Unione di farsi gli affari propri.
Quattro funzionari dell’UE, parlando con Politico a condizione di mantenere l’anonimato, hanno affermato che l’Unione desidera evitare il sospetto di un’ingerenza nelle elezioni.
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«L’UE non è nel business dell’interferenza elettorale», ha detto uno di loro. «L’implementazione del DSA è troppo importante per essere abusata da un politico in cerca di attenzione in cerca del suo prossimo grande lavoro».
Il mese scorso, il Breton aveva annunciato che la Commissione Europea riteneva che X violasse il DSA e intendeva imporre ingenti multe alla società di Musk se non avesse accettato restrizioni su «incitamento all’odio» e «disinformazione».
«La Commissione Europea ha offerto a X un accordo segreto illegale: se avessimo censurato silenziosamente il discorso senza dirlo a nessuno, non ci avrebbero multato», ha rivelato scrivendo Musk in risposta. «Le altre piattaforme hanno accettato quell’accordo. X no».
Breton ha negato a gran voce l’esistenza di un’offerta del genere, ma Musk ha risposto che si aspettava «una battaglia molto pubblica in tribunale, in modo che i cittadini europei possano conoscere la verità».
Come riportato da Renovatio 21, Musk l’anno passato ha dichiarato che X non si ritirerà dall’Europa nonostante la pressione per la censura.
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Immagine di wiredforlego via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
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Influencer di Dubai ammoniti per i post che mostrano danni di guerra
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Facebook in Ungheria blocca pagine di notizie filogovernative a poche settimane dalle elezioni
Facebook ha bloccato le pagine social di tre organi di informazione ungheresi, citando violazioni dei principi della comunità.
La decisione arriva a poche settimane dalle elezioni nella nazione dell’Europa centrale ed è stata condannata dall’Associazione nazionale dei media ungheresi, che l’ha definita un attacco alla libertà di stampa.
Le pagine di Bama.hu, Szabolcs Online e Kisalföld.hu sono state rese inaccessibili a partire da venerdì, spingendo i media a criticare quella che hanno definito una decisione ingiustificata in una dichiarazione congiunta. Hanno anche promesso di presentare ricorso contro il divieto.
Gli organi di informazione interessati, tutti parte del conglomerato Mediaworks Hungary, sono stati descritti da altri media locali come rappresentanti del governo e del partito Fidesz del primo ministro ungherese Vittorio Orban.
Questo sviluppo è avvenuto in vista delle elezioni parlamentari previste per l’inizio di aprile, durante le quali Fidesz dovrà affrontare la dura concorrenza del partito di opposizione filo-UE Tisza.
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L’Associazione Nazionale Ungherese dei Media ha criticato aspramente il divieto, sostenendo che il pretesto per la decisione fosse inconsistente. Il mancato rispetto dei «principi comunitari di Meta», la società madre di Facebook, potrebbe «significare qualsiasi cosa», ha affermato in una nota in cui esprime solidarietà alle testate interessate, indicando che il gigante della tecnologia potrebbe semplicemente «punire i portali di informazione di destra per aver pubblicato notizie sulla minaccia di guerra».
Budapest è stata uno dei più strenui oppositori della politica dell’UE nei confronti di Ucraina e Russia. L’Ungheria ha sostenuto in particolare che il crescente coinvolgimento dell’Unione nel conflitto tra Mosca e Kiev rischia una pericolosa escalation.
Più tardi, venerdì, Meta ha dichiarato a un organo di stampa ungherese Telex che le pagine erano state «erroneamente limitate ed erano state ripristinate». Tuttavia, due account su tre interessati risultavano ancora inaccessibili fino a sabato sera.
Orban ha già accusato Bruxelles di essersi alleata con Kiev e di aver dichiarato «guerra» all’Ungheria nel tentativo di estrometterlo dal potere, anche influenzando le prossime elezioni.
Accuse simili sono state mosse in relazione alle elezioni del 2024 in Romania, dove la Corte costituzionale ha annullato i risultati del primo turno dopo che l’Intelligence nazionale ha affermato che il vantaggio del candidato anti-establishment Calin Georgescu era il risultato di ingerenze straniere.
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Destino diverso per l’Ucraina: come riportato da Renovatio 21, a Mark Zuckerberg e alla sua azienda allo scoppio della guerra ucraina era arrivata gratitudine direttamente dal presidente Volodymyro Zelens’kyj, che ringraziò per l’aiuto nello «spazio informativo» della guerra: un riconoscimento neanche tanto implicito dell’uso fondamentale dei social come arma bellica. A inizio 2023 Meta, aveva invertito la sua precedente politica di etichettare il famigerato battaglione neonazista Azov come «organizzazione pericolosa». L’impegno a cambiare la politica, si scrisse, era stato presumibilmente fatto ai funzionari ucraini dall’allore dirigente Nick Clegg e Monika Bickert, capo della gestione delle politiche globali di Facebook, durante il World Economic Forum di Davos.
La censura di Facebook contro realtà di informazione si abbattè gravemente durante la pandemia, colpendo anche Renovatio 21, che ebbe la sua seguitissima pagina sul social chiusa e gli account degli amministratori disintegrati in toto. Renovatio 21 riebbe pagine e account, che sembrano comunque tremendamente shadowbannati (cioè, i contenuti non vengono mostrati quasi a nessuno) solo dopo un processo in tribunale.
Consigliamo al lettore che non l’abbia già fatto di leggersi l’articolo pubblicato da Renovatio 21 «Le origini militari di Facebook»
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Macron: «la libertà di parola è una pura stronzata»
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