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Geopolitica

L’Iran lancia centinaia missili balistici contro Israele, mentre una sparatoria stragista colpisce Tel Aviv

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L’Iran ha lanciato almeno 200 missili balistici contro Israele, con sirene antiaeree in funzione in tutto lo Stato Ebraico. L’attacco segna il principio dell’escalation nel conflitto latente tra Israele e Iran e potrebbe far precipitare ulteriormente la regione nel caos e in una guerra vera e propria, che potrebbe tradursi, ad un certo punto, in una vera guerra mondiale. Lo riporta il New York Times.

 

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran (i Pasdaran) ha diramato una dichiarazione in cui spiega che l’attacco missilistico costituisce una rappresaglia per gli assassinii del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e di un comandante iraniano. La dichiarazione afferma che l’Iran avrebbe lanciato ulteriori missili qualora l’Iran fosse stato attaccato.

 

Un portavoce dell’esercito israeliano, il contrammiraglio Daniel Hagari, ha detto che una manciata di missili è atterrata nel centro e nel sud di Israele, ma la maggior parte di essi sarebbe stata intercettata. Non ci sono state segnalazioni immediate di vittime, ha detto l’Hagari, specificando che l’attacco sembrava essere terminato alle 20:30.

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In rete, tuttavia, molti guardando i video con decine di missile che sembrano impattare al suolo si chiedono se il sistema antiaereo Iron Dome abbia davvero funzionato.

 

Durante l’attacco, le sirene antiaeree hanno suonato in tutto Israele, comprese Gerusalemme e Tel Aviv. Forti esplosioni rimbombanti furono udite sopra Tel Aviv e Gerusalemme, e sono divenuti visibili lampi di luce arcuati provocati dai razzi intercettatori del sistema di difesa aerea israeliano.

 

 

 

 

 

 

 


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La salva di missili dall’Iran è arrivata un giorno dopo che le forze israeliane hanno iniziato l’invasione di terra nel Libano meridionale, mirata a paralizzare la milizia Hezbollah sostenuta dall’Iran. L’Iran sostiene Hezbollah e Hamas, le due milizie che attualmente combattono Israele, così come gli Houthi nello Yemen.

 

Un alto funzionario della Casa Bianca ha affermato che gli Stati Uniti contribuiranno a difendere Israele e ha avvertito che un attacco diretto contro Israele «comporterebbe gravi conseguenze per l’Iran», scrive il NYT.

 

L’ambasciata statunitense in Israele ha rimandato a casa i propri dipendenti, intimando loro di prepararsi a entrare nei rifugi antiaerei: è il primo ordine del genere da mesi.

 

L’Iran ha attaccato Israele l’ultima volta ad aprile, ma Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti, della Giordania e di altri, ha intercettato quasi tutte le centinaia di missili e droni lanciati sul suo territorio.

 

Con gli Stati Uniti che hanno esortato alla moderazione, la risposta di Israele pare essere stata smorzata: ha sparato contro una base aerea vicino ad alcune delle strutture nucleari iraniane, ma non ha colpito le strutture stesse.

 

Il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III ha parlato al telefono con il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, ha affermato il Pentagono in una dichiarazione, aggiungendo che Austin «ha chiarito che gli Stati Uniti sono ben posizionati per difendere il personale statunitense, gli alleati e i partner di fronte alle minacce dell’Iran e delle organizzazioni terroristiche sostenute dall’Iran».

 

Alcuni testimoni hanno riferito di aver udito forti esplosioni ad Amman, la capitale della Giordania, un paese stretto tra Israele e l’Iran che aveva contribuito a intercettare un lancio di missili dall’Iran verso Israele ad aprile.

 

Oltre che dai missili, Tel Aviv nelle stesse ore è stata funestata anche da un sparatoria con strage: il servizio di risposta alle emergenze israeliano ha dichiarato che almeno otto persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite quando due uomini armati hanno aperto il fuoco su un treno della metropolitana leggera a Tel Aviv poco dopo che i residenti erano stati invitati a cercare riparo da un attacco missilistico iraniano.

 

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Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità immediata della sparatoria. Le autorità hanno descritto la sparatoria come un attacco terroristico.

 

Alcuni residenti di Dahiya, la zona appena a sud di Beirut colpita negli ultimi giorni dagli attacchi aerei israeliani, hanno gioito alla notizia dell’attacco iraniano, che ha illuminato il cielo notturno con colpi di mitragliatrice e fuochi d’artificio.

 

 

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha condannato l’escalation continua in Medio Oriente dopo che l’Iran ha lanciato missili contro Israele, affermando: «ciò deve finire. Abbiamo assolutamente bisogno di un cessate il fuoco».

 

Daniel Hagari, portavoce militare israeliano, ha affermato che l’attacco avrà delle «conseguenze», aggiungendo: «abbiamo dei piani e agiremo nel momento e nel luogo che decideremo».

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Geopolitica

Hamas afferma di essere pronto a cedere il governo di Gaza

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Hamas ha annunciato di essere disposta a trasferire integralmente il controllo del governo di Gaza a un comitato tecnicocratico palestinese, come previsto dal piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump.   Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) è stato istituito nell’ambito di un fragile accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele, mediato da Washington e entrato in vigore alla fine dello scorso anno.   «Tutti i ministeri, le agenzie e i dipartimenti, anche quelli del settore della sicurezza, sono pronti a consegnare tutti i fascicoli al comitato indipendente», ha dichiarato il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, in un’intervista all’AFP pubblicata mercoledì.

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«Il comitato entrerà poi nella Striscia di Gaza. Seguirà il processo di passaggio di consegne», ha aggiunto, precisando che sono state predisposte tutte le condizioni necessarie per un trasferimento completo della governance dell’enclave palestinese.   Hamas è ora «pronta a intraprendere tutti i passaggi della seconda fase» del piano di pace di Trump, ha concluso Qassem.   Il passaggio delle consegne dal gruppo militante e il suo disarmo rappresentano il passo successivo nella roadmap delineata dal presidente statunitense per porre fine al conflitto tra Hamas e Israele e procedere alla ricostruzione di Gaza.   Il giorno precedente, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva avvertito che Gerusalemme Ovest non autorizzerà l’avvio della ricostruzione nell’enclave, in gran parte devastata, fino a quando Hamas non avrà completato il disarmo totale.   «Israele manterrà il controllo di sicurezza» sia su Gaza che sulla Cisgiordania, ha ribadito, confermando l’opposizione alla creazione di uno Stato palestinese.   Secondo il piano di pace di Trump, la gestione ordinaria di Gaza dovrebbe essere affidata al NCAG, composto da 15 tecnocrati palestinesi. Tale organismo opererebbe sotto la supervisione di un «Consiglio per la Pace», presieduto dal presidente statunitense.   Nonostante il cessate il fuoco mediato da Trump, Israele e Hamas si sono accusati reciprocamente di continue violazioni. L’armistizio ha posto fine a un conflitto scoppiato il 7 ottobre 2023, quando militanti di Hamas hanno attaccato Israele, causando circa 1.200 morti e il rapimento di oltre 250 persone. In risposta, lo Stato degli ebrei ha imposto un blocco e lanciato un’operazione militare su Gaza, che secondo il ministero della Salute dell’enclave controllato da Hamas ha provocato la morte di quasi 72.000 palestinesi.

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
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Geopolitica

Al-Jolani visita Mosca per la seconda volta in meno di quattro mesi

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Mercoledì il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo siriano Ahmed al-Sharaa – già noto come il terrorista ricercato Muhammad al-Jolani – per discutere della ricostruzione della Siria, della cooperazione bilaterale e del ruolo di Mosca nel Paese. Si è trattato della seconda visita di Al-Sharaa nella capitale russa in meno di quattro mesi.

 

Al-Sharaa, un tempo a capo del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è salito al potere alla fine del 2024 in seguito alla caduta del governo di Bashar Assad. Il deposto leader siriano è fuggito in Russia, dove gli è stato concesso asilo, e da allora vive a Mosca con la sua famiglia.

 

Mosca ha proseguito la collaborazione con la nuova leadership siriana e ha mantenuto la sua presenza militare presso la base aerea di Khmeimim e la base navale di Tartus in Siria.

 

Durante l’incontro, Putin ha dichiarato che i rapporti diplomatici tra Russia e Siria sono sempre stati amichevoli e ha ringraziato al-Sharaa per aver contribuito a svilupparli ulteriormente. Il presidente russo ha inoltre rilevato che il volume degli scambi commerciali tra i due paesi è aumentato del 4% rispetto all’ultimo incontro tra i due leader, avvenuto a ottobre.

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«Sebbene forse non sia un obiettivo così ambizioso come avremmo voluto, è comunque un passo avanti, e una tendenza che dovremmo proseguire. Continuiamo a lavorare attivamente per sviluppare la nostra partnership in tutti i settori», ha affermato.

 

Mosca e Damasco intendono collaborare in un’ampia gamma di settori, tra cui sanità, edilizia, industria e sport, secondo quanto dichiarato dal presidente russo. Le aziende e le imprese edili russe sono pronte a collaborare con i loro partner siriani per la ricostruzione della nazione mediorientale, ha aggiunto Putin.

 

Il presidente russo ha inoltre espresso apprezzamento per gli sforzi di Damasco volti a ripristinare l’integrità territoriale della Siria e si è congratulato col Jolani/Sharaa per aver riportato sotto il controllo governativo i territori a est del fiume Eufrate.

 

Il Jolani/Sharaa ha ringraziato Putin per gli sforzi compiuti dalla Russia per stabilizzare la situazione in Siria e in Medio Oriente, sottolineando che Mosca svolge un ruolo fondamentale nella regione. Ha inoltre affermato che Mosca e Damasco hanno molte questioni all’ordine del giorno e ha espresso la speranza che i colloqui siano fruttuosi.

 

A dicembre, Al-Sharaa si è recato a Washington per colloqui con il presidente Donald Trump, il quale si è dichiarato «molto soddisfatto» della nuova leadership siriana.

 

Il già jihadista terrorista, su cui pendeva una taglia da 10 milioni di dollari emessa dal dipartimento di Stato USA, è stato anche a Nuova York a settembre per la plenaria ONU, ricevuto con tutti gli onori dal segretario di Stato Marco Rubio e pure dall’ex direttore della CIA David Petraeus.

 

L’arrivo dell’ex membro di al-Qaeda in Siria coincideva con l’anniversario della strage delle Torri Gemelle.

 

Come riportato da Renovatio 21al-Jolani ha incontrato alti funzionari israeliani in un «silenzioso» sforzo di normalizzazione dei rapporti tra Damasco e lo Stato degli ebrei in stile accordi di Abramo.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

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Geopolitica

«Basta con gli ordini di Washington»: parla il presidente ad interim del Venezuela

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La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha affermato di aver raggiunto il limite della pazienza nei confronti delle imposizioni provenienti da Washington, lanciando la prima sfida aperta alla Casa Bianca dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti avvenuto all’inizio di questo mese.   La Rodriguez ha assunto la guida del Paese in seguito al raid e al sequestro di Maduro da parte statunitense, datato 3 gennaio. In un primo momento, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che Washington avrebbe «governato» il Venezuela, per poi esprimere in seguito il proprio sostegno a Rodríguez durante la fase transitoria.   «Basta con gli ordini di Washington sui politici in Venezuela», ha dichiarato la Rodriguez rivolgendosi a un gruppo di lavoratori del settore petrolifero a Puerto La Cruz, in un evento trasmesso domenica dall’emittente statale Venezolana de Televisión.   «Lasciamo che la politica venezuelana risolva le nostre divergenze e i nostri conflitti interni», ha aggiunto la presidente in carica, precisando che la Repubblica ha già pagato un prezzo altissimo per le conseguenze del fascismo e dell’estremismo nel Paese.

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Subito dopo aver giurato come presidente ad interim, Rodriguez aveva affermato che nessun «agente straniero» avrebbe controllato il Venezuela né lo avrebbe ridotto a una «colonia». Successivamente, il direttore della CIA John Ratcliffe si è recato a Caracas per un incontro con lei, apparentemente per trasmetterle le condizioni poste da Trump per un miglioramento delle relazioni bilaterali, che comprendevano cambiamenti sia nella politica interna sia in quella estera.   Da quel momento, la Rodriguez ha intrapreso passi per conformarsi alle richieste statunitensi, tra cui l’apertura del settore petrolifero venezuelano alle compagnie americane e una maggiore cooperazione in ambito di sicurezza.   Trump ha lodato la Rodriguezza definendola una «persona straordinaria» al termine di una loro conversazione telefonica della scorsa settimana, evidenziando gli «enormi progressi» registrati dopo l’accettazione delle richieste americane e annunciando una partnership «spettacolare» nei settori del petrolio e della sicurezza nazionale. Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha lasciato intendere che la revoca delle sanzioni potrebbe essere ormai prossima.   La scorsa settimana, la Casa Bianca ha reso noto l’intenzione di invitare la Rodriguez a Washington, a seguito del colloquio telefonico avvenuto con Trump.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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