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Razzismo

«L’intera storia di George Floyd era una menzogna»

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La storia di George Floyd è da rivedere: l’uomo non sarebbe morto perché asfissiato dal poliziotto Derek Chauvin, ma avrebbe subito un’overdose da fentanyl.

 

Nell’ultimo episodio del suo programma su Twitter, Tucker Carlson ha affrontato di petto quella che è divenuta, in breve tempo, una nuova vacca sacra – il martire nero George Floyd, ucciso dal razzismo sistemico, un eroe in nome del quale è divenuto lecito incendiare e saccheggiare intere città.

 

Carlson dice che dopo la storia secondo cui si trattava di una «pandemia dei non vaccinati», e la storia per cui «l’Ucraina sta vincendo la guerra», forse è arrivato il momento di rivedere anche la vicenda le cui ramificazioni sconvolsero totalmente l’America tre anni fa.

 

«Ad esempio, un poliziotto bianco razzista ha effettivamente ucciso un uomo chiamato George Floyd, un leader dei diritti civili a Minneapolis nel Memorial Day del 2020?» si chiedere Tucker ironico: Floyd, per chi non lo sapesse, non era un leader dei diritti civili, ma un individuo con un passato criminale violento e osceno (fece irruzione in una casa e puntò una pistola sulla pancia di una donna incinta).

 

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Per il mondo, il Floyd è stato ucciso dall’agente Chauvin, che lo stava immobilizzando con il ginocchio, come di fatto usano fare le polizie in tutto il mondo.

 

«Ora ci è stato detto che è successo, lo abbiamo detto senza sosta per più di tre anni, Ma la domanda è: [Derek Chauvin] ha effettivamente ucciso George Floyd? E la risposta è, beh, no, non ha ucciso George Floyd, e non stiamo indovinando; lo sappiamo definitivamente grazie ad un nuovo caso giudiziario ora in corso nella contea di Hennepin, Minnesota».

 

La causa di cui parla, che è incidentale nei confronti di Floyd e Chauvin, ha svelato estratti di deposizioni giurate da una conversazione con il medico legale della contea Andrew Baker che indicano come la morte di Floyd non è stata dovuta ad asfissia o strangolamento, e tra i fattori responsabili del decesso vi è cui l’uso di droga e una concentrazione fatale di fentanil che avrebbero hanno contribuito in modo significativo.

 

In pratica la sua morte di Floyd verrebbe riformulata da «omicidio» a «overdose involontaria».

 

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«In altre parole, George Floyd, secondo l’autopsia ufficiale, non è stato assassinato. È morto invece di quelle che eravamo abituati a chiamare cause naturali, che, nel suo caso, includerebbero decenni di uso di droga, nonché la concentrazione fatale di fentanil che era nel suo sistema nel suo ultimo giorno», dichiara Carlson, spiegando come la narrazione iniziale di George Floyd sia stata approvata e amplificata dai media mainstream e abbia innescato proteste a livello nazionale, intensi discorsi razziali e movimenti come Black Lives Matter (BLM), che ricevette donazioni dalle multinazionali americane per centinaia di milioni e forse oltre, oltre che, è stato detto, attenzioni particolari da parte della Cina comunista.

 

Questi cambiamenti comprendevano sforzi di definanziamento della polizia, pratiche di assunzione aziendale e l’istituzionalizzazione di nuove osservanze culturali come Juneteenth.

 

Durante il programma Carlson ha quindi intervistato Vince Everett Ellison, autore di Crime Inc., il quale ha discusso della possibilità di un degrado e di una vittimizzazione orchestrati all’interno della comunità nera da parte di entità politiche, in particolare del Partito Democratico.

 

Ellison racconta che la glorificazione di figure come George Floyd rappresenti una strategia insidiosa per perpetuare un certo stereotipo dei neri che dipendono dal sistema, consolidando così una base elettorale e mantenendo una forma di controllo socio-politico.

 

Tracciando parallelismi tra movimenti come BLM e gruppi storici o internazionali utilizzati per la leva politica, il commento di Ellison insinua che queste organizzazioni potrebbero essere iterazioni moderne di «milizie nazionali» utilizzate dai Democratici per la manipolazione sociale e il consolidamento del potere.

 

Ellison, che è nero, ha quindi paragonato BLM con gruppi come Hamas, Hezbollah, e le camicie brune, citando anche l’utilizzo del tutto simile che storicamente era stato fatto del Ku Klux Klan. Il quadro cupo che ne esce è costituito da macchinazioni politiche in cui i disordini civili sono uno strumento piuttosto che un sottoprodotto.

 

«Il Partito Democratico usa BLM e Antifa come se fossero suoi, lanciando il sasso e nascondendo la mano. Certo, lo faranno; lo hanno sempre fatto, anche all’inizio, hanno usato il Ku Klux Klan», ha dichiarato Ellison.

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È l’accusa per cui il Partito Democratico americano, lungi dall’interessarsi davvero dei neri, li vuole bloccati in comunità povere e criminali, che però possono fornire voti in cambio di assistenzialismo.

 

Il linciaggio del giudice della Corte Suprema Clarence Thomas illustra tale disegno: quando, a inizio anni Novanta, George Bush padre lo propose per la Corte, durante un’udienza in Senato per l’approvazione il senatore Joe Biden gli tese una trappola, mentre sui media fioccavano accuse di molestie – più o meno le stesse, a dire il vero, che abbiamo visto riversarsi quasi un quarto di secolo dopo sul giudice Kavanaugh (i democratici, alla fine, non hanno tanti copioni da sfruttare, né originalità).

 

«La Corte Suprema non vale tutto questo. Nessun lavoro vale tutto questo» disse Thomas.

 


In quel frangente, Thomas disse che la trappola che gli avevano preparato di fatto ricordava i linciaggi degli anni andati riservati ai neri che volevano pensare da sé.

 

In pratica, il potere vuole che i neri siano come George Floyd, e non come Clarence Thomas.

 

Non tutto va bene nell’universo in cui Floyd è un eroico martire, purtuttavia. Il Texas ha rifiutato di graziarlo post-mortem. E nella città di Toledo un fulmine ha completamente distrutto il murale per George Floyd eretto sul posto.

 

Le inchieste di Tucker Carlson hanno già prodotto la scarcerazione di un celeberrimo prigioniero americano, QAnon Shaman, liberato dopo che Carlson aveva mostrato che il suo tour del Campidoglio nel 6 gennaio era stato scortato dalla polizia che pure gli apriva le porte. Ora ci chiediamo quanto ci vorrà prima che tirino fuori dal carcere Derek Chauvin: se le carte rispondono a verità, il fatto che non c’entrasse con la morte di Floyd era conosciuto probabilmente anche dal procuratore che lo accusava, e quindi ci chiediamo che processo possa essere mai stato.

 

Il Chauvin era così razzista, del resto, che aveva una moglie cambogiana. Non importa: è divenuto immantinente una sorta di babau razziale, l’immagine del suprematismo bianco assassino.

 

Perché egli sia ancora in carcere, anzi perché ci sia finito in prima battuta, lo può capire solo chi non ritiene gli USA la grande democrazia propalata dai media. L’uomo è stato immolato per un progetto politico più oscuro e profondo, che ha prodotto morte e distruzione.

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 Immagine di Taymaz Valley via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

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Gender

Politica brasiliana si dipinge la faccia: «mi identifico come negra, fatemi presiedere la commissione antirazzismo»

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Fabiana Bolsonaro, politica brasiliana, ha protestato contro il transessualismo truccandosi da persona di colore per dimostrare che cambiare aspetto non cambia la propria identità. «Mi identifico come negra… perché non posso presiedere la commissione antirazzismo?… Perché non sono negra».   Fabiana de Lima Barroso (nata il 10 aprile 1993), meglio conosciuta come Fabiana Bolsonaro , è una politica brasiliana che presta servizio come membro dell’Assemblea legislativa di San Paolo dal 2023. Dal 2021 al 2023 è stata vicesindaco di Barrinha, un comune nello Stato di San Paolo. È la figlia di Adilson Barroso, ora deputato nazionale brasiliano e membro dell’assemblea legislativa paulista nel ventennio precedente.     La Fabiana ha adottato il soprannome «Bolsonaro» come nome sulla scheda elettorale nelle elezioni del 2022, sebbene non fosse imparentata con l’ex presidente Jair Bolsonaro . Secondo Poder360, l’adozione è avvenuta come strategia di allineamento ideologico, in seguito a una richiesta dell’allora leader a suo padre.  

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Nella stessa elezione, la deputata ha cambiato la sua autodichiarazione di razza da «bianca» (registrata nel 2020) a «marrone», il che, secondo le regole elettorali allora in vigore, ha comportato vantaggi nella distribuzione del tempo radiofonico e televisivo e delle risorse dei fondi elettorali per i candidati che si dichiaravano neri o marroni.  

Durante il discorso, trasmesso su TV Alesp, la parlamentare si è dichiarata donna bianca e ha chiesto: «Io, essendo una persona bianca, avendo vissuto tutto ciò che ho vissuto come una persona bianca, ora a 32 anni, decido di truccarmi, di travestirmi da persona nera, truccandomi e lasciando trasparire solo l’aspetto esteriore. E qui, chiedo: e adesso? Sono diventata nera?», elaborando un’analogia per sostenere che le persone trans non potevano rappresentare le cause delle donne cisgender.

  Dopo la sessione, la Fabiana ha negato di aver praticato il cosiddetto blackface, descrivendo l’atto come un’«analogia» e un «esperimento sociale», e ha affermato che il suo discorso era stato «distorto».   La messa in scena ha generato una reazione immediata in plenaria da parte delle forze gosciste. La deputata Mônica Seixas (PSOL) ha sollevato una questione di ordine, classificando l’episodio come razzismo e transfobia, chiedendo l’interruzione della sessione. Dopo la fine della sessione, Seixas e la consigliera comunale di San Paolo Luana Alves (PSOL) hanno presentato una denuncia alla stazione di polizia per la repressione dei crimini razziali e dei crimini di intolleranza (Decradi). La Seixas ha riferito che il delegato della Polizia Civile presente all’Assemblea Legislativa dello Stato di San Paolo(ALESP) si è rifiutata di registrare l’arresto in flagranza di reato, invocando l’immunità parlamentare.   Un gruppo di 18 parlamentari di PT, PSOL, PCdoB e PSB ha presentato una denuncia al Consiglio etico dell’ALESP chiedendo la rimozione di Fabiana per violazione del decoro parlamentare, sostenendo che la condotta era «premeditata e intenzionale» e superava i limiti dell’immunità parlamentare. La deputata Ediane Maria (PSOL) ha anche annunciato una denuncia alla Procura della Repubblica per razzismo e transfobia, mentre Beth Sahão (PT) ha presentato separatamente una denuncia al Consiglio etico, sottolineando che entrambe le condotte costituiscono reati.   In una dichiarazione ufficiale, l’ALESP ha informato che la Costituzione garantisce l’inviolabilità dei parlamentari per le loro opinioni, parole e voti espressi in plenaria e che il Consiglio etico è l’organo competente ad analizzare eventuali eccessi di immunità parlamentare.   «Eu sou uma mulher» ha esclamato la Bolsonaro durante la performanza assembleare mentre si spalmava la cute di una sostanza marròn. «Io sono una donna».   Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato il Brasile ha visto il caso di una femminista brasiliana che ha ottenuto asilo in Europa dopo aver rischiato 25 anni di carcere solo per aver detto che un trans è un uomo e non una donna.

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Razzismo

Il Ghana chiede all’ONU di dichiarare la tratta degli schiavi come «crimine gravissimo». Vale anche per gli schiavisti negri?

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Il Ghana intende presentare una risoluzione alle Nazioni Unite che dichiari la tratta transatlantica degli schiavi un crimine «gravissimo» contro l’umanità e che chieda risarcimenti. Questa iniziativa si inserisce in una crescente campagna che coinvolge diversi Stati africani e caraibici per ottenere giustizia per i crimini storici.

 

La proposta potrebbe essere presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite già questo mese, ha dichiarato il Ministero degli Esteri del Paese dell’Africa occidentale in un comunicato stampa riportato giovedì da Reuters.

 

«La risoluzione proposta mira a riconoscere la tratta transatlantica degli schiavi come il crimine più grave nella storia dell’umanità, tenendo conto della sua portata, della sua durata, della sua legalizzazione e delle sue conseguenze durature», ha affermato il ministero.

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L’ex colonia britannica è diventata una delle più attive sostenitrici delle riparazioni per la schiavitù, e il suo leader, John Dramani Mahama, è stato nominato dall’Unione Africana come paladino del risarcimento per il continente.

 

Mahama ha annunciato per la prima volta l’intenzione di promuovere la risoluzione alle Nazioni Unite a margine del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il mese scorso. L’iniziativa gode del sostegno di 40 Stati membri dell’UA ed è solo il primo passo, ha affermato il presidente ghanese, aggiungendo che «la verità sulla storia della tratta degli schiavi transatlantica deve essere raccontata».

 

L’Unione Africana ha designato il 2025 come anno delle riparazioni, definendo la giustizia riparativa come un insieme di indennizzi finanziari, riconoscimenti formali, riforme politiche e restituzione dei manufatti culturali. Il blocco dei 55 paesi ha successivamente adottato una risoluzione che chiede il riconoscimento formale e la criminalizzazione della schiavitù, del colonialismo e della segregazione razziale.

 

Questa non è la prima iniziativa legata al dibattito delle Nazioni Unite sulle riparazioni. Nel 2024, il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle persone di origine africana ha rinnovato il suo appello all’Assemblea generale affinché vengano compiuti passi concreti verso l’istituzione di un tribunale per la schiavitù.

 

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha sostenuto la giustizia riparativa per superare «generazioni di discriminazione», ha affermato che fino a 30 milioni di persone sono state sradicate violentemente dall’Africa in un arco di oltre 400 anni.

 

Diversi Stati europei, tuttavia, si oppongono persino all’avvio di negoziati sulle riparazioni, sostenendo che i governi attuali non dovrebbero essere ritenuti responsabili di crimini storici. La Gran Bretagna ha respinto le richieste di risarcimento. I Paesi Bassi, invece, si sono scusati nel 2022 per il loro ruolo nella schiavitù e hanno annunciato che avrebbero stanziato 200 milioni di euro per iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad affrontare le sue conseguenze a lungo termine.

 

L’idea ghanese non tiene conto della realtà storica dello schiavismo – dove la variante europea del fenomeno costituisce una percentuale piccola del totale – né dell’esistenza, la cui matrice è ancora visibile oggi in conflitti tribali, dello schiavismo negro.

 

La schiavitù transatlantica (che stabiliamo sia avvenuta dal 1500 dal 1867 circa), gestita principalmente da potenze europee bianche (Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi), ha coinvolto circa 12–12,8 milioni di africani deportati (di cui circa 10,7 milioni arrivati vivi), secondo il database SlaveVoyages e storici come David Eltis.

 

Tale cifra rappresenta solo una frazione minoritaria della schiavitù storica totale. Il commercio arabo-musulmano di schiavi (dal VII al XX secolo) ha coinvolto stime di 10–18 milioni di africani subsahariani (più milioni di europei, slavi, caucasici e altri). La schiavitù interna africana, asiatica (es. India, Cina), ottomana e antica era enormemente diffusa e numericamente preponderante su scala millenaria.

 

Stime approssimative indicano che il commercio transatlantico europeo rappresenti circa il 10–20% del totale della schiavitù documentata nella storia umana (molti storici lo considerano tra il 5% e il 15%, a seconda dei criteri).

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C’è poi da considere il tema dello schiavismo tra neri africani verso altri neri africani. Si tratta fenomeno antico e diffuso nel continente, ben precedente all’arrivo degli europei.

 

Nelle società dell’Africa occidentale e centrale, già prima del XV secolo, la schiavitù esisteva in forme diverse: debiti, punizioni per crimini, prigionia di guerra o rapimenti. Gli schiavi non erano considerati proprietà ereditaria perpetua come nel sistema chattel atlantico, ma spesso perdevano la protezione familiare e potevano essere integrati nella società del padrone, talvolta riscattati o liberati dopo generazioni.

 

In regni potenti come Mali, Songhai, Ashanti, Dahomey o Regno del Congo, i prigionieri di conflitti intertribali o intertribali diventavano schiavi per lavoro agricolo, domestico, militare o come status symbol per i capi. Molti venivano usati localmente per espandere la produzione o il potere dei regnanti, e il concetto di una «razza negra» unificata non esisteva: l’alterità era etnica, linguistica o politica, non cromatica.

 

Con l’espansione del commercio transatlantico (dal XVI secolo), alcuni regni africani intensificarono razzie e guerre per catturare prigionieri da vendere agli europei sulla costa, fornendo circa il 90% degli schiavi deportati (stima di Thornton e Heywood). Il commercio arabo-musulmano (trans-sahariano e orientale) assorbì milioni di africani subsahariani dal VII secolo in poi.

 

Tuttavia, la schiavitù interna rimase massiccia: stime indicano che, durante i secoli del commercio atlantico, molti più africani rimasero schiavizzati all’interno del continente rispetto a quelli esportati (circa 12 milioni nel commercio atlantico contro decine di milioni in contesti locali e islamici cumulativi).

 

Lo storico canadese Paul Lovejoy nel suo libro Transformations in Slavery descrive come l’incontro con mercati esterni abbia trasformato la schiavitù africana da marginale a centrale in molte società, aumentando esponenzialmente il numero di schiavi domestici per soddisfare la domanda esterna. Questo sistema generò sofferenze immense, destabilizzò intere regioni e alimentò cicli di violenza, ma non fu mai concepito in termini razziali assoluti come il modello europeo nelle Americhe.

 

La schiavitù africana interna persistette a lungo, anche dopo l’abolizione formale del commercio atlantico, fino al XX secolo in alcune aree.

 

In particolare, nel Ghana precoloniale, la schiavitù interna tra neri africani era diffusa, specialmente nel potente Impero Ashanti (Asante), che dominava la regione dal XVIII secolo. Gli Ashanti catturavano prigionieri in guerre contro gruppi vicini (come i Dagomba o i Denkyira), per debiti, crimini o rapimenti, riducendoli in schiavitù.

 

Questi schiavi lavoravano nelle miniere d’oro (attività tabù per i liberi), nelle piantagioni, come domestici, portatori o soldati. Molti restavano nel regno per espandere l’economia e il potere reale, mentre altri venivano venduti agli europei sulla costa (Elmina, Cape Coast) in cambio di armi e merci, alimentando il commercio transatlantico.

 

La schiavitù ashanti non era razziale ma etnica e sociale: gli schiavi potevano integrarsi, sposarsi o essere riscattati, ma subivano punizioni severe, inclusi sacrifici umani in riti come l’Odira. La pratica era vista come istituzione naturale, sancita dagli antenati e dagli dei. Milioni rimasero schiavizzati localmente, superando numericamente gli esportati.

 

Secondo alcuni, è ancora possibile parlare di schiavismo, sia pure in un’accezione moderna, nel Ghana, anche se la schiavitù tradizionale è stata abolita da secoli e il Paese africano ha leggi severe contro di essa.

 

Secondo il Global Slavery Index della ONG per i diritti umani Walk Free (dati aggiornati al 2023-2025), in Ghana circa 91.000 persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, con una prevalenza di 2,9 ogni 1.000 abitanti.

 

Questo include il lavoro forzato (soprattutto in agricoltura, miniere artigianali d’oro e settore informale), traffico di esseri umani (Ghana è paese di origine, transito e destinazione), sfruttamento sessuale e matrimoni forzati.

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Nel settore del cacao (principale esportazione), persistono forme di lavoro minorile pericoloso e casi di lavoro forzato, nonostante i progressi e i piani governativi come il Ghana Accelerated Action Plan Against Child Labor (2023–2027).

 

Una pratica residua è il sistema «Trokosi» nelle regioni del Volta: ragazze vergini vengono donate a santuari animisti per espiare «peccati» di famigli maschi, diventando schiave sessuali e lavorative dei sacerdoti dei culti pagani africani. Bandito nel 1998, tale schiavismo sessua rituale persiste su scala ridotta in aree rurali per mancanza di enforcement, analfabetismo e resistenze culturali. Molte sono state liberate dall’intervento di ONG, ma non ci sono state condanne significative.

 

Il governo ghanese critiche da ONG per insufficiente azione contro un’emergenza stimata in miliardi di cedi, la valuta locale.

 

Nonostante ciò, ecco che il Ghana spinge attivamente per riconoscimenti internazionali della schiavitù storica transatlantica, senza guardare dentro alla sua storia e al suo presente.

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Razzismo

Nike indagata per accuse di discriminazione nei confronti dei bianchi

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La Equal Employment Opportunity Commission (EEOC) degli Stati Uniti sta conducendo un’indagine per accertare se il gigante dell’abbigliamento sportivo Nike abbia discriminato i propri dipendenti bianchi.   Mercoledì la commissione ha presentato un’istanza alla Corte distrettuale federale per il distretto orientale del Missouri, chiedendo che Nike sia obbligata a consegnare documentazione dettagliata sulle sue politiche di gestione delle risorse umane, incluse quelle relative a diversità, equità e inclusione (DEI).   L’EEOC ha precisato che l’inchiesta si concentra sulla possibilità che l’azienda abbia applicato un «trattamento differenziato» ai danni di dipendenti e candidati bianchi in ambiti quali assunzioni, avanzamenti di carriera, scelte per i licenziamenti e accesso ai programmi di formazione.

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L’agenzia federale ha ricordato di aver avviato accertamenti sulle presunte violazioni sistemiche all’interno di Nike già a partire dal 2018. La presidente dell’EEOC, Andrea Lucas, ha sottolineato che la normativa contro la discriminazione sul lavoro è «cieca al colore della pelle» e impone all’agenzia il dovere di tutelare i lavoratori di ogni etnia da pratiche illegali.   Nike ha definito la richiesta dell’EEOC «un’escalation sorprendente e fuori dall’ordinario», precisando di aver già fornito «migliaia di pagine di documenti».   «Siamo fermamente impegnati a garantire pratiche di impiego eque e conformi alla legge, nel pieno rispetto di tutte le norme vigenti, comprese quelle che vietano ogni forma di discriminazione», ha dichiarato l’azienda in una nota inviata alla CNN.   Da tempo i conservatori denunciano che i programmi DEI (diversity, equity and inclusion) penalizzino ingiustamente i bianchi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto della lotta a quello che chiama «pregiudizio woke» uno degli assi portanti del suo secondo mandato.   «Credo che in questo Paese esista un forte sentimento anti-bianco e che ciò non possa essere tollerato», aveva dichiarato Trump alla rivista TIME nel 2024.   Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che hanno eliminato le iniziative DEI all’interno della pubblica amministrazione federale. Da allora numerose aziende, tra cui Walmart e Google, hanno rimosso riferimenti e impegni relativi a DEI dai propri siti istituzionali.   Nike, uno dei marchi più noti al mondo, è stata coinvolta in numerosi scandali nel corso degli anni, spesso legati a questioni etiche, condizioni di lavoro e immagine aziendale.   Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta emersero le prime denunce sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche asiatiche, soprattutto in Indonesia, dove attivisti come Jeff Ballinger denunciarono salari inferiori al minimo legale, condizioni precarie e abusi. Nel 1996 lo scandalo esplose a livello globale quando la rivista Life pubblicò fotografie di bambini pakistani di 12 anni intenti a cucire palloni da calcio marchiati Nike, associando il brand allo sfruttamento minorile nei cosiddetti sweatshops. Questo episodio causò un crollo del titolo azionario del 58% in meno di due anni e danneggiò gravemente la reputazione dell’azienda.

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Negli anni successivi, tra il 1990 e il 2000, continuarono a emergere segnalazioni di abusi sistematici nelle fabbriche in Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia: ore di lavoro eccessive, salari da fame, violenze fisiche e verbali, assenza di libertà sindacale. Nel 2005 Nike stessa pubblicò un rapporto che ammetteva violazioni in oltre un quarto delle fabbriche controllate in Sud-est asiatico.   Negli anni 2000 e 2010 diversi atleti sponsorizzati da Nike finirono al centro di controversie personali: Lance Armstrong per doping (contratto terminato nel 2012), Tiger Woods per lo scandalo sessuale del 2009, Oscar Pistorius per omicidio, oltre a vari calciatori coinvolti in vicende extracalcistiche non edificanti, coem Neymar jr, Mason Greenwood, Ryan Brown.   Nel 2018 scoppiò una grave crisi interna legata al movimento #MeToo: indagini interne rivelarono una cultura aziendale maschilista, con molestie sessuali, disparità salariali significative e discriminazione di genere. Il CEO Mark Parker si scusò pubblicamente, furono aumentati i salari per una parte dei dipendenti e alcuni executive si dimisero, mentre cause legali sono ancora in corso.   Sempre nel 2018-2019 la campagna pubblicitaria con Colin Kaepernick (“Believe in Something”) provocò boicottaggi e proteste negli Stati Uniti, anche se alla fine aumentò le vendite. Contemporaneamente emerse lo scandalo doping legato al Nike Oregon Project: l’allenatore Alberto Salazar fu squalificato per quattro anni per uso di sostanze vietate, portando alla chiusura del programma.   Negli anni 2020 Nike è stata accusata di acquistare materiali da fabbriche che utilizzano lavoro forzato di uiguri nello Xinjiang, di pagare salari sotto il minimo in India e di aver gestito male i licenziamenti durante la pandemia in Cambogia. Più recentemente, tra il 2023 e il 2025, alcune collaborazioni percepite come eccessivamente «woke» (come quella con l’influencer transgenderro Dylan Mulvaney) hanno scatenato ulteriori boicottaggi, contribuendo a un calo significativo delle vendite e del valore azionario rispetto ai picchi del 2021.   Un ulteriore scandalo del 2019 ha riguardato le politiche contrattuali discriminatorie verso le atlete incinte o neomamme. Atlete olimpiche di spicco come Allyson Felix (la donna più medagliata nella storia dell’atletica USA), Alysia Montaño (famosa per aver corso gli 800 metri a 8 mesi di gravidanza nel 2014) e Kara Goucher hanno denunciato pubblicamente sul New York Times che Nike penalizzava finanziariamente le atlete per la gravidanza: sospendeva i pagamenti del contratto di sponsorizzazione durante la gravidanza e il post-parto, o applicava riduzioni salariali basate su «mancato rendimento» (fino al 70% nel caso di Felix, che Nike propose dopo la sua maternità nel 2018). Queste clausole trattavano la gravidanza come una «mancata performance», senza protezioni specifiche per maternità, costringendo di fatto molte atlete a scegliere tra carriera e famiglia. Dichiarazioni come quella della corritrice Phoebe Wright secondo cui rimanere incinta è il «bacio della morte per un’atleta donna» divennero virali. Le denunce volevano evidenziare l’ipocrisia secondo cui Nike promuoveva campagne empowering come «Dream Crazier» con atlete donne, ma nei contratti reali non garantiva supporto per la maternità.   Lo scandalo esplose con un’enorme indignazione pubblica, boicottaggi, petizioni e persino un’inchiesta congressuale USA. Nike rispose annunciando una nuova politica nell’agosto 2019: per 18 mesi intorno alla gravidanza (8 prima del parto + 10 dopo) non sarebbero state applicate riduzioni per calo di performance, garantendo stipendio e bonus. Altre aziende seguirono l’esempio.

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Non emergono prove di Nike che abbia costretto atlete ad abortire, ma le politiche punitive indirettamente potevano spingere alcune a evitare o interrompere gravidanze per non perdere introiti (specie in un’industria dove i contratti sono brevi e performance-dipendenti). Casi separati, come abusi nel Nike Oregon Project (Mary Cain parlò di pressione sul peso e amenorrea indotta, con pillole anticoncezionali date per “perdere peso”), toccano temi di controllo sul corpo femminile, ma non aborto forzato. Nel novembre 2019, l’ex corritrice del Nike Oregon Project (NOP) Mary Cain ha affermato che l’allenatore Alberto Salazar ha tentato di prescriverle pillole anticoncezionali e diuretici per perdere peso. Questa accusa faceva parte di una più ampia accusa di «cultura tossica» in cui veniva pressata a diventare «sempre più magra» per migliorare le prestazioni.   Nonostante questi scandali, Nike ha risposto nel tempo con riforme, codici di condotta, audit indipendenti e aumenti salariali, riuscendo a mantenere una posizione dominante sul mercato, anche se le critiche sulla catena di approvvigionamento e sulla cultura interna continuano a emergere periodicamente.  

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