Arte
L’Intelligenza Artificiale si sta divorando Hollywood
È in corso ad Hollywood un colossale sciopero di sceneggiatori e attori. Precedenti iniziative sindacali di questo tipo avevano di fatto bloccato l’industria per mesi negli scorsi lustri.
Se in passato i sindacati dell’industria cinetelevisiva si battevano per questioni di salario e di redistribuzione dei guadagni finali, questa volta sembrano avere un nemico che viene da fuori dal settore, un alieno: proprio come in un film di fantascienza, gli uomini e le donne di Hollywood si trovano ora a fronteggiare la minaccia delle macchine: l’Intelligenza Artificiale rischia infatti di farli sparire per sempre, o di ridurre drasticamente il numero di lavoratori della filiera.
L’Intelligenza Artificiale è diventata una questione centrale tra i lavoratori di Hollywood quando il sindacato degli sceneggiatori Writers Guild of America (WGA) e il sindacato Screen Actors Guild-American Federation of Television and Radio Artists (SAG-AFTRA – presieduto dall’attrice della sitcom La Tata Fran Drescher) hanno avviato negoziati di lavoro con gli studi.
La WGA aveva chiesto alle grandi casi di produzione di impegnarsi a non utilizzare AI per la generazione di sceneggiature o l’addestramento di modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT per produrre variazioni del lavoro di chi scrive storie e copioni.
«Non volevano nemmeno discuterne, e questo ci ha fatto preoccupare», ha detto il comico losangelino Adam Conover, in una dichiarazione alla testata economica Bloomberg. «Mi ha fatto dire, “Oh, queste persone in realtà stanno pianificando di usarlo per cercare di indebolirci”».
«I creativi del settore affermano già di non fare abbastanza affidamento sui servizi di streaming e che le aziende tecnologiche sfruttano il loro lavoro. Ora temono che l’intelligenza artificiale eliminerà del tutto il loro lavoro, sostituendo le loro voci e i loro volti con rappresentazioni generate al computer. L’Intelligenza Artificiale è già utilizzata per creare materiali di marketing, eliminare le parolacce e ridurre il costo degli effetti visivi» scrive Bloomberg, indicando come di fatto l’IA sia già penetrata nel settore.
Il potenziale dell’AI di sostituire gli attori umani con interpretazioni generate in computer grafica è diventato il importante punto di contesa con gli studios degli ultimi 60 anni: essendo che gli attori e gli sceneggiatori scioperano contemporaneamente, diverse produzioni televisive e cinematografiche hanno dovuto essere fermate.
I dirigenti delle grandi aziende di Hollywood hanno cercato di ridimensionare l’allarme della loro attuale forza lavoro umana, liquidando la minaccia dell’Intelligenza Artificiale come un affare gonfiato e sopravvalutato dai lavoratori. Tuttavia, i vertici delle major hanno riconosciuto che offre risparmi sui costi a causa del calo dei flussi di entrate e degli sforzi per ridurre i costi. La parcellizzazione dei ricavi dovute al crollo delle sale cinematografiche e la parcellizzazione del mercato con l’arrivo dei servizi di streaming ha del resto sconvolto la struttura economica del settore.
Ecco quindi che, per contenere i costi, le grandi case produttrici hanno iniziato a puntare come aziende che offrono soluzioni basate sull’Intelligenza Artificiale per «migliorare» le performance degli attori o doppiare dialoghi in qualsiasi lingua.
«Quasi tutti i principali studi utilizzano già l’intelligenza artificiale in qualche modo, anche se non se ne parla» scrive Bloomberg. «Molti lavorano con un’azienda vicino alla spiaggia di Santa Monica chiamata Flawless, che offre una serie di strumenti di postproduzione che fanno risparmiare tempo e denaro. DeepEditor, ad esempio, consente ai cineasti di spostare la performance di un attore da un’inquadratura all’altra. Se hai Margot Robbie che parla dietro una scrivania, ad esempio, puoi decidere di mostrarla da un’angolazione diversa senza bisogno di ulteriori riprese. AI Reshoot consente ai cineasti di sostituire i dialoghi, purché abbiano l’audio dell’attore che pronuncia le parole. TrueSync consente il doppiaggio in qualsiasi lingua; i cineasti possono regolare il movimento della bocca di un attore per far sembrare che stia pronunciando le parole straniere in modo accurato».
Un altro problema sollevato da AI è quello dei diritti d’autore e della violazione. Sia la tecnologia deepfake che l’intelligenza artificiale generativa (scrittura di sceneggiature) sollevano preoccupazioni per l’uso non autorizzato delle sembianze degli attori e della proprietà intellettuale. Attualmente, Getty Images ha citato in giudizio Stability AI per presunto utilizzo di opere protette da copyright senza autorizzazione. Secondo Hillary Krane, capo del reparto legale dell’agenzia di «talenti» (cioè, nel gergo di Hollywood, attori) CAA, le persone hanno il diritto di controllare la pubblicità del proprio nome, immagine e somiglianza, ma «la velocità della tecnologia sta minando la nostra capacità di far rispettare efficacemente tali diritti», scrive il sito economico.
La qualità dei deepfake, ossia filmati in cui è possibile cambiare fotorealisticamente le facce dei personaggi, consentendo scambi di persona, è oramai altissima – effetti digitali costati anche centinaia di milioni e mesi di ore-uomo in post produzione sono stati superati da utenti in rete che hanno utilizzato tali algoritmi GAN per ottenere risultati migliori nel corso di un pomeriggio – è il caso di film come Star Wars: Rogue One (2016) o The Irishman (2019) di Martin Scorsese: i deepfake domestici hanno umiliato quelli professionali, preludendo ad un’era con maggiori potenzialità visive e al contempo minor bisogno di investimenti e personale.
L’estrema precisione e la credibilità raggiunta dalla tecnologia deepfake già vengono utilizzati per campagne politiche, ricatti, frodi varie e crimini sempre più orrendi. Abbiamo assistito a esempi di «deepfake bellici» durante gli inizi del conflitto ucraino; un discorso dello stesso Biden di un anno fa è stato tacciato di essere forse un deepfake.
Secondo la testata di giornalismo di inchiesta The Intercept, la tecnologia deepfake è negli interessi delle forze speciali USA per condurre campagne di «propaganda e inganno», cioè per operazioni di guerra psicologica.
Come riportato da Renovatio 21, scienziati inglesi hanno stabilito che volti generati dall’AI sono ora più credibili di quelli reali.
Nel frattempo, dalla Mecca del cinema trapelano racconti su nuove modalità di ingaggio per gli attori da parte delle produzioni: vieni pagato per un solo giorni di posa, in cui prendono misure e riferimenti visivo-informatici necessari a produrre l’intero film, che ha quel punto, generato al computer, ha sempre meno riprese. È chiaro che anche l’elemento di partenza umano verrà, ad un certo punto, eliminato.
Quindi, gli attori di Hollywood, così come tantissimi altri lavoratori di ogni settore, stanno lavorando in realtà proprio per la loro estinzione.
Come in un film distopico – pensiamo ovviamente a Terminator (1985), o ancora meglio, a Hardware (1990) o L’uomo che fuggì dal futuro (1971)– gli uomini lavorano per alimentare le stesse macchine che li renderanno obsoleti, pronti ad essere eliminati perché inutili – un processo già ampiamente preconizzato pubblicamente da ideologi del mondialismo estremista come Yuval Harari e da altri habitués del World Economic Forum di Davos.
Arte
È arrivata la morte per Chuck Norris. Ora è ricoverata in prognosi riservata
Chuck Norris, il leggendario campione di arti marziali e star del cinema d’azione divenuto un’icona della cultura pop grazie ai suoi ruoli in innumerevoli classici hollywoodiani e a una valanga di meme su internet che esaltavano la sua indistruttibile tenacia, è morto all’età di 86 anni.
L’attore è deceduto giovedì mattina in seguito ad malore medica sull’isola hawaiana di Kauai, come ha confermato la sua famiglia in un comunicato diffuso sul suo account Instagram.
«Pur volendo mantenere riservate le circostanze, vi preghiamo di sapere che era circondato dalla sua famiglia e che era in pace», si legge nella dichiarazione. «Per il mondo, era un artista marziale, un attore e un simbolo di forza. Per noi, era un marito devoto, un padre e un nonno amorevole, un fratello straordinario e il cuore della nostra famiglia».
Carlos Ray Norris, nato il 10 marzo 1940 a Ryan, Oklahoma, crebbe in condizioni di povertà prima di arruolarsi nell’aeronautica militare statunitense, dove prestò servizio in Corea del Sud. Fu proprio lì che iniziò a praticare arti marziali, conquistando cinture nere in varie discipline e vincendo sei campionati mondiali di karate.
In seguito fondò due sistemi di arti marziali di rilievo: l’American Tang Soo Do e il Chuck Norris System (Chun Kuk Do, la «via universale»). Il Tang Soo Do, detto anche Tangsudo fondeva tecniche dell’arte marziale coreana Moo Duk Kwan stili giapponesi di Judo, Shito-ryu Karate e Shotokan Karate.
La sua carriera cinematografica prese il via dopo aver impartito lezioni private di karate a Steve McQueen, che lo spronò a provare la strada di Hollywood. Il ruolo che lo rese celebre fu quello dell’antagonista opposto all’eroe interpretato da Bruce Lee nel classico del 1972 L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, con la loro epica scena di combattimento nel Colosseo di Roma al cospetto della relativa colonia felina, diventata una delle sequenze di lotta più iconiche della storia del cinema, dove il Norris esibisce una peluria del torso al limite del tollerabile.
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Gli anni Ottanta lo consacrarono come star del cinema d’azione grazie ai ruoli da protagonista in Rombo di Tuono , Missing in Action, Il Codice del Silenzio e «Delta Force».
Il film Invasion U.S.A. (1985), in cui in pratica sventa da solo un’invasione massiva degli USA da parte di forze sovietiche e cubane, veniva all’epoca programmato in Italia anche da RAI 3, il canale statale cencellato al Partito Comunista Italiano (allora il PD si chiamava così…) con evidenti intenti ironici.
Il film Delta Force (1986) fu diretto da un regista israeliano, Mehachem Golan, e lo vede combattere terroristi dirottatori palestinesi (l’ispirazione era il dirottamente del volo TWA 847 Il Cairo-San Diego).
Il primo ministro Netanyahu si è detto rattristato dalla morte del Norris, che nel 2015 aveva fatto un video elettorale di endorsing di Bibi, descrivendolo come cruciale per la sicurezza di Israele.
Benjamin Netanyahu says he is saddened to hear the news of the passing of his close friend, Chuck Norris.
Chuck Norris made a campaign video in 2015 endorsing Netanyahu, describing him as crucial to Israel’s safety.
Norris’s ties to Israel began in the 1980s when he filmed… pic.twitter.com/FVnYcJllaj
— Shadow of Ezra (@ShadowofEzra) March 20, 2026
Il suo status di star si rafforzò ulteriormente con l’interpretazione di Cordell Walker in Walker, Texas Ranger, la serie trasmessa per nove stagioni negli anni Novanta, trasmessa in Italia per il sabato sera dalle reti berlusconiane e quindi popolare solo presso chi il fine settimana non usciva e/o aveva poco da fare. (L’altro grande mito degli sfigati che il sabato sera non uscivano era Lorenzo Lamas, protagonista di un telefilmo non dissimile di cui si è dimenticato il titolo)
Negli anni 2000, Norris visse una vera rinascita culturale quando i «Chuck Norris Facts» divennero un fenomeno virale su internet, dove, ancora prima dei social network, trovarono una diffusione immensa per email, sui forum, newsgroup, canali IRC o siti internet appositamente dedicati: si trattava di battute che esageravano in modo ironico la sua durezza con frasi come «Quando l’uomo nero va a dormire, controlla nell’armadio se c’è Chuck Norris» o «Superman indossa il pigiama di Chuck Norris».
Il Norris accolse con favore il fenomeno, arrivando persino a pubblicare un libro dedicato a quei «fatti», che divennero spesso una fonte irresistibile di ilarità collettiva.
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Facciamo ulteriori esempi:
«Chuck Norris non porta l’orologio. Decide lui che ora è.
«Le lacrime di Chuck Norris curano il cancro. Il problema è che lui non ha mai pianto. Mai».
«Chuck Norris ha vinto una gara di nuoto sincronizzato. Da solo».
«Quando Chuck Norris fa i piegamenti, non solleva se stesso: sposta la Terra verso il basso».
«Chuck Norris può tagliare un coltello con un panetto di burro».
«Chuck Norris è stato morso da un cobra reale. Dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».
«Sotto la barba di Chuck Norris non c’è un mento. C’è un altro pugno».
«Chuck Norris ha contato fino a infinito. Due volte».
«I dinosauri hanno guardato Chuck Norris storto una volta. Una sola».
«Chuck Norris non dorme. Aspetta».
«Se cerchi “Chuck Norris” su Google, non ottieni risultati. Lui trova te».
«Chuck Norris ha ordinato un Big Mac da Burger King. E gliel’hanno dato».
«Chuck Norris può cancellare il Cestino di Windows».
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«Chuck Norris ha vinto una partita a scacchi contro un computer. Mentre il computer era spento».
«L’universo si espande perché sta cercando di scappare da Chuck Norris».
«Chuck Norris ha perso la verginità prima di suo padre».
«Newton non ha scoperto la gravità. È stato Chuck Norris a permettergli di restare seduto per terra».
«Chuck Norris può accendere il fuoco strofinando tra loro due cubetti di ghiaccio».
«Quando Chuck Norris entra in acqua, non si bagna. È l’acqua che diventa Chuck Norris».
«Chuck Norris ha vinto una partita a Forza 4 in sole tre mosse».
«Chuck Norris ha costruito l’ospedale in cui è nato».
«Chuck Norris può dividere per zero».
«Chuck Norris ha vinto il Tour de France su una cyclette».
«Chuck Norris ha mangiato una volta una torta intera prima che i suoi amici potessero dirgli che dentro c’era una spogliarellista».
«Chuck Norris non usa il mouse. Gli basta fissare le icone finché non si aprono per la paura».
«L’unica cosa che può tagliare un diamante è la barba di Chuck Norris».
«Chuck Norris riesce a mangiare i cracker a letto senza fare briciole».
Il fenomeno delle battute su Norris si espanse in tutto l’Occidente. In India, invece, viene copiato assegnandolo al divo del cinema tamil Superstar Rajinikanth, che in effetti nei suoi film fa cose così (fermare le pallottole con le mani, far rimbalzare i palloni sugli aerei che passano in cielo, etc.), e gode di un culto assoluto in India. Va detto che talvolta gli indiani accusano anche gli italiani di avere un personaggio che fa con maschia leggerezza cose impossibili: si tratta di Adriano Celentano, la cui cinematografia, in effetti, tende al superomismo spinto.
Cristiano convinto e conservatore su temi sociali, Norris era noto anche per la sua attività filantropica e per l’amicizia con il primo ministro ungherese Vittorio Orban, che incontrò a Budapest nel 2018 stringendo un legame fondato su valori comuni. Nel 2024 gli fu dedicata una statua proprio a Budapest.
Il premier magiaro ha dedicato a Norris un video accorato in ricordo del tempo passato insieme.
Farewell, my friend! @chucknorris pic.twitter.com/0WKmU9W3cM
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) March 20, 2026
Norris lascia la moglie Gena, sposata nel 1998, cinque figli e tredici nipoti.
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L’attore godeva di grande popolarità anche in Russia, dove si recò più volte, tra cui nel 1992 per arbitrare un evento di kickboxing. Nel 1995 divenne comproprietario del nightclub Firebird a Mosca e in seguito aprì un proprio locale nella capitale russa, chiamato «Chuck Norris Enterprise Club Beverly Hills». Nel 1997 visitò nuovamente la Russia come ospite d’onore a un importante torneo nazionale di thai boxe e kickboxing e, come è noto, cenò con il politico russo Vladimir Zhirinovskij.
Possiamo solo chiudere con ancora un paio di battute.
«La Morte una volta ha avuto un’esperienza pre-morte: ha visto Chuck Norris».
«La Morte ha paura di bussare alla porta di Chuck Norris. Di solito gli manda un SMS e scappa»
«Chuck Norris non morirà mai. È la Morte che sta cercando di capire come dirglielo senza farsi picchiare».
«È arrivata la Morte per Chuck Norris. Ora è ricoverata in ospedale in prognosi riservata» (questa è nostra, sfornata per fare il titolo)
Più o meno crediamo sia andata così…
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Immagine di dominio pubblico CC0 via Wikimedia
Arte
La Sagrada Família raggiunge il cielo
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Il tetto della cristianità
Finora, il titolo di chiesa più alta del pianeta apparteneva alla guglia della Cattedrale di Ulm, in Germania (161,5 metri). Ma con i suoi 172,5 metri, la basilica di Barcellona supera ora la sua rivale tedesca di ben undici metri. Questa torre centrale, dedicata a Cristo, costituisce l’epicentro del complesso progettato da Gaudí. È sormontata da una monumentale croce a quattro braccia, una struttura massiccia ma traslucida in vetro e acciaio, che sembra catturare la luce divina e ridistribuirla sulla capitale della Catalogna. L’erezione di questa croce alta 17 metri non è solo un’impresa tecnica; è un’apoteosi artistica. All’interno, la torre è progettata per essere inondata di luce, a simboleggiare il passo del Vangelo: «Io sono la luce del mondo».Un dialogo tra l’uomo e Dio
Eppure, nonostante questa corsa verso le nuvole, Antoni Gaudí non cercò mai di sfidare il Creatore. Il maestro catalano aveva stabilito che la sua opera non avrebbe mai dovuto superare la collina di Montjuïc, che si erge a 173 metri. «L’opera dell’uomo non deve superare quella di Dio», amava ripetere. Il suo desiderio fu rispettato, con un margine di appena cinquanta centimetri. Questo passo cruciale giunge mentre la Spagna si prepara a commemorare, il prossimo giugno, il centenario della morte dell’architetto. Mentre i lavori di decorazione e di realizzazione della scalinata della facciata della Gloria continueranno ancora per qualche anno, la struttura architettonica stessa è ormai completata. La sagoma della basilica, a lungo circondata da gru, rivela finalmente la sua forma definitiva.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un simbolo di fede e generosità
Fin dalla posa della prima pietra nel 1882, la Sagrada Família è sopravvissuta a guerre, crisi economiche e pandemie. La sua sopravvivenza e il suo completamento sono visti da molti come un miracolo di perseveranza. Finanziata esclusivamente dalle donazioni dei fedeli e dalla vendita dei biglietti dei visitatori, incarna una fede costruita nel tempo, ben lontana dall’immediatezza della nostra epoca moderna. Oggi, mentre la luce si riflette sulla croce monumentale, Barcellona non vede più la Sagrada Família solo come un cantiere infinito, ma come un faro per la cristianità. La chiesa più alta del mondo è finalmente in piedi, anche se ci vorrà senza dubbio del tempo prima che la pratica religiosa riacquisti tale slancio in Spagna e in tutta Europa. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Arte
Dall’officina della musica italiana alle arpe laser. Renovatio 21 intervista Maurizio Carelli
Maurizio Carelli, musicista, progettista, tabarrista. Insegnante, compositore, inventore. Noto soprattutto per il suo progetto di arpa laser, di cui è uno degli unici produttori al mondo (forse ce ne sono altri due, ma non è chiaro), ha lunghi trascorsi nel retrobottega della musica italiana. Una carriera ricchissima.
Da quanto tempo persegui la costruzione dell’arpa laser?
Faccio il consulente dall’inizio degli anni Novanta e per buona parte degli anni Duemila, ho così portato avanti il progetto dell’arpa laser in quel periodo. Nel 2008 ho ultimato il primo prototipo.
Ci parli di questo progetto, così ambizioso e particolare? Ricordo che una prima arpa laser fu portata al grande pubblico dal musicista francese Jean-Michel Jarre qualche anno prima.
L’invenzione è di un artista francese che ebbi l’occasione di conoscere, che la brevettò all’inizio degli anni Ottanta. Jean-Michel Jarre penso che l’abbia vista e se la sia fatta costruire dai propri tecnici. In quegli anni non fu un’impresa facile, perché i materiali che la componevano non erano di facilissima reperibilità. Erano apparecchiature molto complesse, tubi di vetro, gas particolari… A me affascinò subito questo strumento quando lo vidi usare da Jarre, però era infattibile per me, perché quel tipo di tecnologia era assolutamente inarrivabile. Con l’avvento degli anni Duemila i cinesi hanno immesso sul mercato i primi diodi laser a stato solido che cambiarono completamente il mercato dei laser. Avendoli scoperti online, acquistai questo costosissimo diodo laser a stato solido per cercare di farmi un’arpa laser anch’io. È così che feci il primo prototipo.
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È stata una scommessa che hai vinto visti anche i costi della tecnologia dell’epoca. Sei stato un coraggioso pioniere, sotto un certo punto di vista.
L’idea mi era venuta perché avevo visto questi puntatori laser tascabili che facevano una luce a breve distanza e andavano bene per far giocare il gatto sul pavimento di casa [ride]. Con quei puntatori non si riusciva a fare nulla e allora mi sono procurato sul mercato qualcosa di più potente. Quello che mi aveva però colpito, una volta fatto il primo prototipo che era rosso, non verde perché al tempo costava molto di più, mettendomi a suonarla mi sono chiesto: «come faccio a distinguere le toniche dalle diatoniche, i diesis dalle altre note?». Sulla tastiera del pianoforte uno è abituato a vedere i tasti neri e bianchi e invece con quest’arpa diventata tutto più complicato. La cosa che mi ha fatto divenire famoso in rete è che mi venne la brillante idea di fare le toniche verdi e le diatoniche rosse. Solo che ci volevano due laser con un costo decisamente maggiore. È nata così la prima arpa laser bicolore, che appena costruita è finita nel cassetto. Poi però un giorno arriva un amico, la vede, rimane a bocca aperta e mi dice: «Non puoi lasciare questo progetto nel cassetto, fai un sito internet e falla conoscere». Così feci. Ho ricevuto le prime richieste e ho iniziato a produrle e ancora oggi, su richiesta, le costruisco. In questi ultimi anni, complice anche il conflitto russo-ucraino, il mercato è un po’ calato. È vero che è uno strumento di nicchia, ma mi ha dato tante soddisfazioni. C’è tanta gente in giro per il mondo che ce l’ha. Questo mi fa enormemente piacere.
Leggevo che quando Jean-Michel Jarre le portava in scena aveva non pochi problemi durante l’esecuzione. Forse la tecnologia degli anni Ottanta non era così avanzata da rendere questo strumento fluido nel suonarlo. Avendola progettata e realizzata anni dopo hai riscontrato gli stessi problemi o l’hai resa più suonabile?
Soprattutto più stabile. Anzitutto ci sono due tipologie di arpa laser: ci sono quelle framed e quelle frameless. Le prime sono racchiuse in una cornice e hanno dei sensori in cima alla cornice dove i laser colpiscono sentendo l’interruzione del raggio e funzionano più o meno in tutte le condizioni climatiche. Hanno però lo svantaggio che uno deve andare in giro con tutta la cornice. Le altre, quelle frameless, si basano sul riflesso; si appoggia la mano sul laser e il riflesso del laser viene letto da un sensore. Ma qui casca l’asino, perché qualsiasi cosa faccia riflettere i raggi purtroppo può ingannare il sensore. Come per esempio il fumo che può riflettere la luce che al contempo però rende ben visibile l’arpa e scenicamente spettacolare. Per cui la dose di fumo che viene sparata sull’arpa deve essere calibrata bene, altrimenti si può inficiare la performance. Jarre forse è stato particolarmente sfortunato, perché nei video che ho visto in internet non ce n’è uno che non gli si impalli almeno una volta. In un suo show a Montecarlo andai appositamente per mostrargli il mio prodotto, ma lui non volle ricevermi.
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I grandi artisti sono sempre molto strani.
Ho cercato di contattarlo più volte, ma non c’è mai stato verso. Diciamo che da un lato ci potrebbe essere anche questa spocchia tipica francese di guardarci dall’alto in basso. O magari semplicemente non voleva farmi pubblicità, come se fosse uno strumento che possono comprare milioni di persone. Invece mi avrebbe semplicemente fatto piacere regalargliene una.
Sarebbe stato bello vederlo suonare la tua arpa.
Peccato. Nemmeno la sua agenzia mi ha mai risposto. Silenzio totale.
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Passando a un altro aspetto del tuo lavoro, so che hai lavorato in uno dei principali e più importanti studi di registrazioni italiani, il Regson Studio di Milano, poi diventato Officine Meccaniche. Ci racconti in breve la storia di questo posto così leggendario dove hanno registrato tantissimi artisti italiani e internazionali?
È il più grande studio di registrazione di Milano. Avevano un salone di ripresa dove si poteva registrare l’orchestra. La gestione era di un certo Zanibelli che ebbe la fortuna in quegli anni di fare cose molto belle. Poi però Zanibelli muore verso la fine degli anni Ottanta e gli studi attraversano un momento di crisi. Vengono acquistati da un editore milanese estraneo a quel mondo, che non sapeva cosa farsene, così propose a me di gestirlo. Accettai e partii con questa nuova avventura.
Che anno era quando subentri tu?
Io arrivo nel 1994/1995. Avevo un mio studio casalingo, ma mai avrei pensato di lavorarci in modo professionale. Ero un home producer. Adesso sono tutti home producer, ma al tempo ero una mosca bianca. Concordammo i dettagli economici e burocratici e iniziai questo lavoro assieme a un altro socio. Il salone dell’orchestra poteva contenere fino a ottanta elementi. Era un vecchio cinema adattato a studio, quindi gli spazi erano grandi. Apparecchiature di prima fascia anni Ottanta, tutt’oggi ancora molto ricercate. C’era inoltre una sala di ripresa che affittammo a Mauro Pagani. Avevamo anche altre tre sale dove facevamo i master dei vinili. Negli anni Novanta facevamo molti dischi di musica dance. Avevamo anche altre sale più piccole.
La tua mansione qual era?
Gestivo i clienti, collaboravo con il fonico e mi occupavo io in toto delle produzioni minori. L’esperienza di Paolo Bocchi – il nostro fonico e socio che ci ha lasciato qualche anno fa – per me è stata fondamentale. Mi ha permesso di passare da amatore a professionista. Gli anni in Regson con lui sono stati per me una crescita professionale e umana enorme. Paolo si occupava delle produzioni più grandi e quelle con le orchestre, anche se quest’ultime in quegli anni stavano scomparendo. Gli anni Novanta sono stati una tragedia per la musica italiana.
Forse sono stati l’inizio della fine dell’industria discografica.
Le grandi produzioni erano sempre meno e le major internazionali si son comprate tutte le nostre etichette discografiche più importanti. In Italia avevamo etichette che andavano alla grande e tante piccole label dance che avevano fatto grande la nostra musica in tutto il mondo. Molte di queste erano gestite da persone di una certa età che alla fine gli è andata anche bene a venderle, perché si son presi qualche pacco di milioni di lire. Mi ricordo che il tizio della DiscoMagic, se non ricordo male, mi disse che aveva venduto tutto e si sarebbe trasferito in Brasile salutandoci tutti! La cosa che non mi spiego è il perché le grandi etichette italiane abbiano venduto. Perché svendere asset musicali così importanti? È vero anche che c’è stato un tracollo della musica in quanto i computer hanno preso il posto dei grandi studi. In casa oggi si possono fare cose di alto livello che potevo fare io nel mio studio negli anni Ottanta. Sono poi arrivati i suoni campionati e tutte le cose digitali che oggi conosciamo bene. Quel settore degli studi di registrazione è crollato. Troppe cose sono cambiate.
La dance prodotta in Italia negli anni Novanta aveva un respiro internazionale e ha creato hit tutt’oggi famose.
Noi abbiamo inciso tanti vinili dance in quegli anni facendo le lacche e le matrici da cui poi stampavano il disco. Venivano da noi molti dj che a volte si portavano direttamente la matrice in discoteca, la mettevano sul giradischi e suonavano quella [ride]! Non era sempre facile fare questi dischi, perché molti di questi brani erano una dance un po’ estrema, che sinceramente facevo fatica ad ascoltare, avevano delle sonorità un po’ fastidiose a mio giudizio. Molto più interessante il pop-rock con i grandi artisti e le grandi etichette che sono passate da noi.
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Nel vostro studio Fabrizio De André ha registrato il suo ultimo album di inediti, Anime salve uscito nel 1996.
Abbiamo seguito le session di Anime salve, perché abbiamo registrato le orchestre dirette da Piero Milesi. Ero lì tutti i giorni, perché per registrare un’orchestra di quaranta o cinquanta elementi bisognava essere in due o tre persone a lavorare. Eravamo sempre in studio con Fabrizio e Piero. Ricordo che Fabrizio si era portato un altro tecnico che curava non le registrazioni, ma i suoni e l’equalizzazione. Quello è stato un bel periodo. Lavorammo a quel progetto per circa un mese. Un gran bel lavoro che mi ha dato l’opportunità di conoscere una persona particolare quale era Fabrizio De André e di apprezzarne, attraverso le nostre conversazioni nei momenti di pausa, la grande cultura, veramente smisurata. Lui sapeva tutto di tutto. Arrivava in studio portandosi dei libri. Leggeva qualche pagina, faceva delle sottolineature e poi riprendeva ad ascoltare le registrazioni.
Quando registravate le parti dell’orchestra De André dirigeva, correggeva, diceva la sua opinione o delegava tutto ai suoi collaboratori?
I musicisti si attenevano scrupolosamente alle partiture di Piero Milesi. Dureante le session Paolo disse: «Piero, che bello questo passaggio!». «Guarda che non l’ho mica scritto io. L’ha scritto lui», indicando Fabrizio. Mi sorprese questa cosa, non pensavo che Fabrizio seguisse tutto quanto, compreso le parti orchestrali. Seguiva tutti i dettagli e a quanto pare anche gli arrangiamenti. Lui venne in studio con i nastri in cui c’era registrata una bozza d’arrangiamento con la sua voce cantata, però ci era fatto divieto di ascoltare la traccia di cantato. Quella pista non andava mai alzata. Il suo fonico mise del nastro adesivo sul fader – il controllo del volume del mixer della sua voce – perché non doveva essere assolutamente alzata. Quando loro non c’erano, neanche per semplice curiosità abbiamo osato toccare quel volume. Eravamo curiosi di conoscere queste canzoni inedite che sarebbero finite del disco, ma quel fader non si poteva toccare [ride]! Nonostante fossi il titolare dello studio, non mi sono azzardato. La professionalità è anche questa. Quando uscì il disco, ho riconosciuto tutte le parti orchestrali che avevo sentito e devo dire che erano venute veramente bene. I fonici fecero un lavoro di grande spessore. Un bel suono caldo. D’altro canto Paolo Bocchi era un assoluto maestro per registrare le orchestre.
Avete anche lavorato al seguente album live De André in concerto. Ci racconti se quel disco live è stato post prodotto, come spesso accade per i dischi dal vivo?
Nei dischi dal vivo le parti che non si sentono bene vengono risuonate. Quando sei dal vivo è facile stonare e allora può essere che lo stesso cantante debba ricantare alcune parti. Oggi c’è l’autotune e correggono tutto in diretta. Ci possono essere state delle parti ad esempio di violino, che possono essere state aggiunte in post-produzione. Tutte procedure di miglioria. Un live è sempre un prodotto grezzo. C’è sempre un lavoro di post produzione. Nello specifico quell’album fu curato da Mauro Pagani nello studio adiacente al nostro. Ci lavorarono per una trentina di giorni e percepivo parecchia tensione per quel lavoro, essendo loro nel locale attaccato al mio. Non ci fu un grande edit, ma essendoci tante canzoni impiegarono molto tempo
Al tempo gli artisti potevano permettersi di affittare uno studio per più giorni, a differenza di oggi che è tutto molto più compattato, giusto?
Quando vennero gli Elio e le storie tese il discografico voleva fare economia e quindi comprimevano i tempi al massimo. A volte si lavorava dalle nove di mattina fino a quasi mezzanotte per non fare più di tre giorni. Tutto dipendeva da quanti soldi aveva la produzione chiaramente. Fabrizio De André aveva un budget di un certo tipo, le orchestre della Rai avevano un budget di un certo tipo, le colonne sonore avevano budget piuttosto importanti. Qualcuno si poteva permettere di tenere l’orchestra in studio per tre o quattro giorni. Mi ricordo che le orchestre ai tempi costavano venti o venticinque milioni di lire al giorno. Se la tenevi lì tre giorni era una bella spesa! [ride] Se non c’erano soldi in mezza giornata dovevano registrare e andar via. Quasi sempre ospitavamo l’Orchestra dei Navigli, i discografici chiamavano quasi sempre loro, perché erano abituati a fare i turni in studio.

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Hai lavorato anche con Elio e le storie tese?
Si, ma non registrarono dischi. Siccome avevamo quella sala molto grande che ti dicevo, ci facevano le riprese video per dei loro sketch che sarebbero stati trasmessi in televisione. Erano dei professionisti incredibili. Arrivavano col copione già scritto, si appuntavano delle cose che volevano modificare, ma avevano già le idee chiare. Una volta si vestirono da personaggi di Star Trek. In seguito ho avuto anche l’occasione di frequentarli abbastanza bene. Erano simpaticissimi. Se me lo consenti, li definirei delle macchine per «sparare cazzate» [ride]! Uno spasso! Quando, tra le tante, ce n’era una particolarmente divertente, tiravano fuori il taccuino e se la segnavano. Erano attenti a ogni dettaglio. Mi ricordo che un giorno arrivarono dei camion allo studio e scaricano una quarantina di balle di fieno. Nella sala c’era fieno ovunque, perché serviva come scenografia per una loro gag. Ci abbiamo messo due giorni per ripulire tutto! Pazzesco!
Da voi passò anche Franco Battiato.
Registrò il disco Gommalacca [1998, ndr] nello studio di Mauro Pagani. C’era un giovane Morgan a suonare in quell’album ed era un personaggio già al limite al tempo, ma a me stava simpatico. Un musicista fenomenale. Battiato a volte veniva lì da me ad ascoltare delle cose che gli servivano da ispirazione. Ascoltava spesso Maria Callas. Andava in visibilio nel sentirla e io ero lì con lui a godere di quei momenti musicali. Franco Battiato era molto simpatico, non gli mancava mai la battuta.
Visto che hai citato Morgan, credo che anche i Bluvertigo siano passati da voi.
Erano lì un giorno sì e un giorno no, perché li produceva Pagani. Con Morgan sentivamo spesso i loro lavori. A me loro piacevano molto. Morgan era l’anima artistica del gruppo. Sono passati tanti cantautori. Ho piacere a ricordare Pierangelo Bertoli, perché un suo disco lo registrati tutto io [Angoli di vita, ndr]. C’erano delle belle canzoni. Era uno dei suoi ultimissimi lavori.
Nel vostro studio rimasterizzavate dischi già editi? La rimasterizzazione è una pratica che dagli anni Novanta in poi ha sempre preso più piede.
Il processo di rimasterizzazione e di adattamento di un disco già fatto era una pratica che il mio fonico Paolo Bocchi deprecava. I dischi rimasterizzati suonavano più forte, ma ogni cosa ha un prezzo. Se in studio era stato fatto un lavoro di missaggio che cercasse di garantire una certa dinamica per dare respiro al suono, poi sparandoci dentro una serie di compressori potentissimi, il tutto cambiava notevolmente. Suonando più forte si perde quel senso dinamico che aveva in origine. Visto che Paolo era contrario a questi processi di rimasterizzazione, noi non avevamo le attrezzature per farlo. Se un cliente ce lo chiedeva andavamo a farlo in un altro studio. Ogni epoca ha la sua moda. Oggi si fa ancora, ma con dei mezzi tecnici però molto migliori rispetto a diversi anni fa.
Anche Adriano Celentano è passato per i Regson studio o mi sbaglio?
Si, ma prima che arrivassi io. Lui lavorò molto con Paolo Bocchi. Paolo mi diceva che Adriano era un po’ stonato.
Quanto costava in quegli anni noleggiare il vostro studio per un incidere un disco?
Sai che non me lo ricordo. Una volta venne un produttore – fu il primo o il secondo cliente che ebbi dopo che lo presi in gestione – e per la registrazione, che durò un paio di giorni, mi doveva trecento mila lire. Mi fece un assegno post datato al 2005, ed eravamo nel 1994! Il nastro registrato era sul tavolo, vidi questo assegno e gli dissi: «Maestro mi deve scusare, ma la data è sbagliata». «Uh Madonna! Ho finito gli assegni. Passo domani dai». «Passi pure quando vuole», ma intanto rimisi la bobina del nastro nel cassetto! Dopo qualche giorno pagò e poi siamo diventati amici e collaborammo molte volte insieme, ma ha sempre pagato subito però [ride]!
Ricordi qualche altro musicista con cui hai collaborato?
Con Pino Scotto abbiamo fatto due album. Li abbiamo anche prodotti. Lui veniva sempre accompagnato da musicisti strepitosi. Era un vero rocker, un personaggio pazzesco! Giorni fa mi ha mandato la locandina del suo prossimo tour. Ancora suona in giro e alla grande! Una forza della natura.
Come sai il nostro direttore, Roberto Dal Bosco, è il promotore di iniziative legato al tabarro, quest’indumento storico e molto bello. So che sei un grande appassionato.
Il tabarro l’ho ereditato da un grande attore di Lodi, Carlo Rivolta. Eravamo amici di famiglia e la vedova mi regalò il suo tabarro. È stato uno dei regali più belli che mi abbiano fatto in vita mia, perché quando indossi un tabarro e vai in giro, le cose cambiano e sembra che il mondo sia diverso. Ne ho regalato uno anche a mia moglie. È una vera passione. Mi piace partecipare ai raduni e vedo che sono sempre più partecipati!
Grazie, Maurizio.
Grazie a voi!
Francesco Rondolini
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