Geopolitica
L’Argentina vuole che Londra discuta la restituzione delle Falkland
L’Argentina ha invitato ufficialmente il Regno Unito a riprendere i colloqui sulle Isole Falkland controllate dai britannici, affermando di voler trovare finalmente una «soluzione» alla disputa territoriale. La dichiarazione in merito è stata rilasciata mercoledì dal ministero degli Esteri di Buenos Aires, in occasione del 190° anniversario dell’occupazione britannica delle isole, conosciute in Argentina come Las Islas Malvinas (le isole Malvine).
Dal 1833, tutti i governi argentini hanno riaffermato i loro «diritti di sovranità legittimi e imprescrittibili sulle Malvine, Georgia del Sud e Isole Sandwich Meridionali e sulle aree marittime circostanti», ha affermato il ministero in una nota, segnalando che la nuova amministrazione non ha fatto eccezione.
«Il Governo argentino esprime ancora una volta la sua volontà di riprendere i negoziati bilaterali per trovare una soluzione a questa disputa di sovranità, in conformità con le pertinenti risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite», ha affermato il Ministero.
«In questo quadro, il Governo argentino desidera mantenere una relazione matura con il Regno Unito che implichi un dialogo sostanziale e costruttivo su tutte le questioni di reciproco interesse, con l’obiettivo di costruire un clima di fiducia favorevole alla ripresa dei negoziati», scrive la nota ministeriale.
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L’arcipelago conteso si trova a circa 1.500 chilometri al largo della terraferma argentina. Buenos Aires sostiene di avere diritti di sovranità sui territori poiché gli è stata concessa l’autorità su di essi quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Spagna nel 1816.
La dichiarazione di mercoledì del governo argentino è in linea con le promesse elettorali fatte dal presidente argentino Javier Milei, recentemente insediatosi, che ha ripetutamente invocato la questione delle Malvine, affermando che era ora di «riprenderle». Il Milei si è impegnato a lavorare sulla questione una volta in carica, attenendosi ai «canali diplomatici» per risolvere la controversia.
Le promesse di Milei hanno ricevuto una fredda accoglienza a Londra, con l’ufficio del primo ministro britannico Rishi Sunak che ha affermato che la sovranità del paese sulle Falkland era «non negoziabile» e che la questione «è stata risolta in modo decisivo qualche tempo fa»: quest’ultima osservazione si riferiva apparentemente alla guerra di 74 giorni tra le due nazioni nel 1982, che portò alla sconfitta dell’Argentina.
La guerra delle Falkland fu tecnicamente una guerra non dichiarata, e durò appena dieci settimane. L’obiettivo era il controllo di due territori dipendenti dalla Gran Bretagna nell’Atlantico meridionale: le Isole Falkland e la sua dipendenza territoriale, la Georgia del Sud e le isole Sandwich meridionali.
Il conflitto iniziò il 2 aprile 1982, quando l’Argentina invase e occupò le Isole Falkland, seguita il giorno successivo dall’invasione della Georgia del Sud.
Il 5 aprile, il governo britannico inviò una task force navale per ingaggiare la marina e l’aeronautica argentina prima di sferrare un assalto anfibio alle isole. La guerra si concluse con la resa dell’Argentina il 14 giugno, che restituì le isole sotto il controllo britannico. In totale, 649 membri militari argentini, 255 membri militari britannici e tre isolani delle Falkland furono uccisi durante le ostilità.
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Immagine di Ben Tubby via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Geopolitica
Trump: Putin fermerà gli attacchi su Kiev
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Geopolitica
Orban: Kiev «ha oltrepassato il limite»
I tentativi di intimidazione messi in atto da Kiev non convinceranno Budapest a ritirare il proprio veto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea né a concedere ulteriori aiuti finanziari al Paese, ha dichiarato il primo ministro ungherese Viktor Orban.
Durante il suo intervento al World Economic Forum di Davos la settimana scorsa, il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha affermato che Orban – il quale ha costantemente criticato le sanzioni europee contro la Russia e ha invocato una soluzione diplomatica al conflitto tra Mosca e Kiev – «merita uno schiaffo in testa» per quella che ha definito «la svendita degli interessi europei».
In seguito, il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha ha aggiunto che Orban «costituisce una minaccia per il suo stesso popolo».
Lunedì Orban ha dato disposizione al ministro degli Esteri ungherese di convocare l’ambasciatore ucraino a Budapest, motivando la decisione con la conclusione dei servizi di sicurezza nazionale secondo cui le dichiarazioni e le azioni dei politici ucraini rientrano in un’operazione coordinata volta a interferire nelle prossime elezioni parlamentari ungheresi e a minacciare la sovranità del Paese.
Mercoledì, su X, Orban ha ammonito che il governo ucraino ha «superato il limite».
«Vogliono un nuovo governo filo-ucraino a Budapest», ha scritto.
The Ukrainian leadership crossed a line.
We did not seek conflict, yet for days now Hungary has been in the crosshairs. Still, neither threats from the president, nor from the foreign minister, nor from extremist military groups will deter us from standing up for the interests… pic.twitter.com/dSRFERc93N
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) January 28, 2026
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«Non abbiamo cercato il conflitto, eppure l’Ungheria è nel mirino da giorni. Tuttavia, né le minacce del presidente, né quelle del ministro degli Esteri, né quelle dei gruppi militari estremisti ci impediranno di difendere gli interessi degli ungheresi», ha aggiunto il premier.
Budapest «non permetterà che l’Ucraina venga spinta nell’Unione Europea entro due anni calpestando il diritto dell’UE, perché ciò significherebbe importare anche la guerra», ha insistito Orban.
Secondo indiscrezioni, l’accelerazione dell’adesione di Kiev rientra in un piano di «prosperità» per la ricostruzione da 800 miliardi di dollari, promosso dagli Stati Uniti e trasmesso in via riservata dalla Commissione Europea agli Stati membri all’inizio di questo mese. L’iniziativa ha già destato preoccupazioni in diversi Paesi dell’Unione.
«Non invieremo soldi in Ucraina: è meglio nelle famiglie ungheresi che nel bagno di un oligarca ucraino», ha affermato Orban, riferendosi al water dorato rinvenuto dagli inquirenti nell’appartamento di Kiev di Timur Mindich, socio di Zelens’kyj, fuggito dal Paese in seguito a un vasto scandalo di corruzione esploso lo scorso novembre.
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva dichiarato in ottobre che l’Ungheria merita rispetto perché, pur essendo uno «Stato membro della NATO e dell’UE, assume una posizione speciale in termini di sovranità e difesa dei propri interessi».
Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Orban aveva dichiarato che la Russia non permetterà a NATO e UE di entrare nei suoi confini e che Zelens’kyj è «un uomo in una posizione disperata». Tre mesi fa si era scagliato contro la «rete mafiosa di guerra» legata al vertice ucraino, il mese precedente aveva parlato di «ricatto morale» da parte dello Zelens’kyj.
Ad agosto Orban aveva accusato lo Zelens’kyj di aver minacciato gli ungheresi, quando il comandante militare della forza dei droni dell’Ucraina aveva rivendicato l’attacco al gasdotto russo che trasporta petrolio in Ungheria e Slovacchia – un altro Paese che sotto il governo Fico si è dimostrato amico della Russia ed ostile ai programmi ucraini come l’adesione alla NATO.
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L’attacco all’oleodotto Druzhba non arriva, per i lettori di Renovatio 21, come un fulmine a ciel sereno. Già nel 2023 uno scoop del Washington Post faceva emergere che il presidente ucraino aveva proposto durante un incontro con il vice primo ministro Yulia Svridenko a febbraio di «far saltare in aria» il Druzhba («amicizia», in russo), che trasporta il petrolio russo in Ungheria.
Secondo i documenti citati dal quotidiano di Washington, lo Zelens’kyj avrebbe detto che «l’Ucraina dovrebbe semplicemente far saltare in aria l’oleodotto e distruggere… l’industria ungherese [del primo ministro] Viktor Orban, che si basa pesantemente sul petrolio russo».
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato è stata data alle fiamme nella zona di confine una chiesa cattolica ungherese, sui cui muri è stato scritto in ucraino «coltello agli ungheresi».
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