Economia
L’Argentina utilizzerà lo yuan per pagare il FMI e non toccherà le riserve in dollari
Il ministro delle finanze argentino Sergio Massa ha annunciato stamattina presto che per pagare 2,7 miliardi di dollari dovuti oggi al FMI, non utilizzerà nessuna delle scarse riserve in dollari della Banca centrale, ma si affiderà piuttosto allo scambio di yuan della People’s Bank of China (PBC) per un importo di 1,7 miliardi di dollari più il prestito ponte di 1 miliardo di dollari fornito dalla Development Bank of Latin America (CAF). Lo riporta la testa economica argentina Ambito Financiero.
Il ministro massa ha ringraziato la CAF, 20 dei cui 21 membri avevano approvato il prestito all’Argentina il 28 luglio, per aver sostenuto il Paese «nel preservare le sue riserve estere». Massa ha quindi ringraziato anche il governo cinese e la PBC per avergli permesso di attingere alla seconda tranche dello swap da 18 miliardi di dollari per effettuare questo pagamento, in modo da non ridurre ulteriormente le riserve estere.
Precandidato alla presidenza per la coalizione di governo dell’Unione per la Patria (UP), Massa ha colto l’occasione per attaccare il prestito originario di 57 miliardi di dollari concesso dal FMI nel 2018 al presidente filo-Washington Mauricio Macri, che, ha sottolineato, «non è andato a ospedali, scuole o strade o a qualsiasi miglioramento per famiglie o aziende argentine», venendo utilizzato invece, ha detto, «per finanziare la fuga di capitali dall’Argentina».
Ambito Financiero osserva che i due precandidati presidenziali in corsa nella coalizione di Macri Juntos por el cambio («Insieme per il cambiamento»), il sindaco della città di Buenos Aires Horacio Rodriguez Larreta e l’ex ministro della sicurezza Patricia Bullrich, hanno entrambi promesso che se dovessero vincere la presidenza, torneranno immediatamente dal FMI per richiedere più prestiti.
Come riportato da Renovatio 21, in una conferenza stampa dello scorso mese, accompagnato dall’ambasciatore cinese Zou Xiaoli, il ministro delle Finanze argentino Sergio Massa aveva annunciato che il governo di Buenos Aires avrebbe iniziato pagare i beni intermedi importati dalla Cina in yuan anziché in dollari, grazie allo scambio di valute esistente tra la Banca Popolare cinese e la Banca Centrale argentina.
Un anno fa l’Argentina aveva significato apertamente la volontà di entrare nel gruppo BRICS. Il gruppo di Paesi potrebbe lanciare una nuova moneta al prossimo Summit in Sud Africa in agosto.
L’Argentina entra definitivamente nella lista dei Paesi che stanno mollando il dollaro a favore dello yuan cinese in quel processo che pare oramai inarrestabile chiamato dedollarizzazione, i cui effetti sociopolitici a livello planetario ancora sono a tutti ignoti.
Immagine di Casa Rosada (Argentina Presidency of the Nation) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.5 Argentina (CC BY 2.5 AR)
Economia
La Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania
La più grande casa automobilistica dell’UE, la Volkswagen (VW), ha annunciato che taglierà circa 50.000 posti di lavoro in Germania, motivando la decisione con il crollo dei profitti, l’impennata dei costi energetici e le crescenti pressioni commerciali.
Nel suo rapporto annuale di martedì, la VW ha comunicato che l’utile netto si è quasi dimezzato nel 2025, scendendo a 6,9 miliardi di euro (oltre 8 miliardi di dollari), il risultato più debole dallo scandalo diesel del 2016, mentre i ricavi sono calati a poco meno di 322 miliardi di euro.
VW «ridurrà sistematicamente i costi» nei prossimi anni, hanno dichiarato i dirigenti, confermando che decine di migliaia di posizioni saranno eliminate in tutte le sedi tedesche del gruppo entro il 2030, oltre alle riduzioni di personale già annunciate in precedenza. Nel 2024 l’azienda aveva raggiunto un accordo con i sindacati per evitare licenziamenti involontari e chiusure di stabilimenti nei siti produttivi tedeschi.
«L’anno 2025 è stato caratterizzato da tensioni geopolitiche, tariffe e forte concorrenza», ha affermato il direttore finanziario della VW, Arno Antlitz, precisando che entro il 2030 saranno tagliati 50.000 posti di lavoro e che potrebbero seguire ulteriori misure di riduzione dei costi per rendere la casa automobilistica più competitiva.
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Il settore automobilistico tedesco versa in difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, della debole domanda in Europa, della crescente concorrenza dei produttori cinesi, dei dazi statunitensi e di una transizione ai veicoli elettrici più lenta del previsto. Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, l’UE ha ridotto drasticamente le importazioni di petrolio e gas russi, obbligando gli Stati membri a ricorrere ad alternative più costose. La crisi energetica che ne è derivata ha alimentato timori sulla tenuta della più grande economia manifatturiera del blocco e sul rischio di una recessione più profonda.
I mercati energetici hanno registrato una nuova ondata di volatilità negli ultimi giorni a causa dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran e delle interruzioni del trasporto marittimo globale attraverso lo Stretto di Ormuzzo, arteria cruciale per le forniture mondiali di petrolio e GNL. Secondo le notizie, il traffico nello Stretto è diminuito dell’80% nell’ultima settimana. I prezzi all’ingrosso del petrolio greggio e del gas in Europa sono saliti bruscamente, aggravando la pressione sulle industrie ad alta intensità energetica e accendendo allarmi sulla sicurezza energetica dell’Unione.
La situazione ha spinto alcuni politici dell’UE a rilanciare con forza le richieste di riconsiderare le sanzioni alla Russia, dopo che il presidente Vladimir Putin ha avvertito che Mosca potrebbe interrompere le forniture di gas prima del divieto previsto da Bruxelles per il 2027.
Secondo indiscrezioni, la Commissione Europea starebbe valutando possibili misure di emergenza per tutelare i produttori dall’aumento dei costi dell’elettricità, tra cui una revisione delle tasse nazionali sull’energia, delle tariffe di rete e dei meccanismi di fissazione del prezzo del carbonio.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitlerro.
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Immagine di Harrison Keely via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
L’UE ha dato all’Ucraina 195 miliardi di euro
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Economia
Putin: la produzione di petrolio nel Golfo potrebbe fermarsi tra poche settimane
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la produzione di petrolio che dipende dallo Stretto di Hormuz potrebbe interrompersi del tutto entro un mese, mettendo in guardia sui gravi rischi che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe comportare per il mercato energetico mondiale.
Lo scorso anno, circa un terzo delle esportazioni mondiali di petrolio via mare è transitato attraverso lo stretto, ha affermato Putin lunedì durante una riunione di governo dedicata ai mercati energetici globali. «Si tratta di circa 14 milioni di barili al giorno, di cui l’80% è diretto ai paesi asiatici e del Pacifico», ha precisato, aggiungendo che «ora questa rotta è di fatto chiusa».
Secondo le informazioni disponibili, il traffico nello stretto è calato dell’80% la scorsa settimana, in seguito alla campagna di bombardamenti lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha scatenato attacchi di rappresaglia da parte di Teheran. Diverse petroliere sono state colpite nelle vicinanze. Questi sviluppi hanno portato il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile e hanno alimentato previsioni di misure energetiche d’emergenza da parte dell’UE e di altre grandi economie.
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«La produzione di petrolio che dipende dallo stretto rischia di fermarsi completamente nel prossimo mese. Sta già calando», ha sottolineato il presidente. Ripristinare la produzione potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi, ha proseguito.
I prezzi globali del petrolio sono già in rialzo, ha osservato Putin, precisando che l’aumento ha superato il 30% solo nell’ultima settimana. Le interruzioni nelle forniture energetiche, secondo il presidente, aggravano l’inflazione e provocano un calo della produzione industriale.
Putin ha avvertito che il mondo si trova di fronte a una «nuova… realtà dei prezzi», definendola «inevitabile».
La Russia si conferma un «fornitore energetico affidabile», ha dichiarato il presidente, assicurando che continuerà a fornire petrolio e gas alle nazioni considerate partner affidabili. Secondo Putin, tra questi figurano paesi asiatici e membri dell’UE come Slovacchia e Ungheria.
Lunedì, il Primo Ministro ungherese Viktor Orban e il ministro degli Esteri Peter Szijjarto hanno chiesto a Brusselle di revocare il divieto sul petrolio e sul gas russi, alla luce dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. In precedenza, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato un allentamento parziale delle sanzioni sul petrolio russo per contribuire alla stabilizzazione dei mercati.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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