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L’America verso la violenza del monopartito. E l’Italia?

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La rete si è subito scatenata. Il terrificante discorso di Philadelphia di Biden sull’«anima della nazione» è stato ribattezzato «Dark Brandon», dove Brandon è oramai codice gergale per definire Biden e il mandarlo a. (Qualcuno, in effetti, ce lo ha mandato: ad una certa, si sente un coretto…)

 

Il discorso, con il fondo rosso, è stato paragonato a quelli visti al cinema coi dittatori di Guerre Stellari o V for Vendetta. Qualcuno ha parlato di un’immagine dall’inferno: il rosso si stagliava al punto sul nero che, non è uno scherzo, la CNN lo ha in diretta virato più verso il rosa, che è più rassicurante e LGBT-friendly.

 

A noi, più concretamente, il tutto ricordava incontrovertibilmente le potenti architetture di luce di Albert Speer, l’architetto del III Reich.

 

L’elemento marziale del quadro aggiungeva un tocco ancora più disturbante: in una deviazione dalla tradizione dei discorsi presidenziali – e questo lo era, a tutti gli effetti: non il discorso elettorale, ma una comunicazione diretta della Casa Bianca – ecco due Marines in alta uniforme ai lati del Dark Brandon.

 

Proprio così: due miliziani del corpo militare più duro posti accanto al presidente. Non si era mai visto. Il messaggio è chiarissimo.

 

Chiarissimo è stato, tuttavia, anche il discorso letto sul gobbo dal vegliardo del Delaware.

 

Come ha riassunto Sky News, «Joe Biden ha “effettivamente dichiarato guerra” a metà dell’America».

 

«I repubblicani MAGA… abbracciano la rabbia. Vivono nel caos. Vivono non alla luce della verità, ma all’ombra della menzogna» ha proclamato il presidente americano. Ombra, menzogna, rabbia… sta parlando di demoni? La scenografia ci farebbe propendere per il sì.

 

Nonostante i tentativi di Biden all’interno dello stesso discorso di separare i repubblicani tradizionali (cioè quelli corrotti e compromessi, o quelli che chiamano RINO, «repubblicani solo di nome») dai trumpiani ora chiamati «Maga republicans», sappiamo bene che la minaccia è rivolta a chiunque non ha votato per lui.

 

Perché praticamente tutti i candidati sostenuti da Trump hanno vinto le primarie di partito: quindi, dei «repubblicani tradizionali» non resta più nulla, chiedete a Liz Cheney. E 73 milioni di persone hanno votato Donald Trump nelle famigerate elezioni del 2020: più voti di quanti ne prese Obama, ma 7 milioni in meno del presidente più votato di sempre, Joe Biden, i cui voti peraltro sono arrivati nelle ore successive alle votazioni.

 

Quindi, Biden ha dichiarato guerra alla minoranza politica (se credete ai risultati elettorali oppure non volete essere bannati dai social) americana? Ha dichiarato guerra all’intera popolazione che non lo vota?

 

Sì, possiamo dire che lo sapevamo già da tempo. Perché chi non si conforma, oggi, è un problema sistemico da eliminare, piallare via per sempre. L’accusa è radicale: non la pensi come me, sei una minaccia allo Stato stesso.

 

«Donald Trump e i repubblicani MAGA rappresentano un estremismo che minaccia le fondamenta stesse della nostra repubblica», ha avuto il coraggio di dire (cioè, leggere dal teleprompter) Biden, aggiungendo che i MAGA «accendono le fiamme della violenza politica».

 

Chi legge Renovatio 21 sa che questa non è una novità. Lo abbiamo visto in questi anni, e da subito. Una delle prime cose che Biden fece una volta entrato in carica fu lo spostamento dell’attenzione delle agenzie di sicurezza verso i domestic terrorist: cioè, il problema non era più al-Qaeda o l’ISIS (che del resto pochi giorni fa a Kabul colpisce l’ambasciata russa, che coincidenza), ma gli «estremisti» interni. I bianchi suprematisti, i bianchi bigotti, i bianchi tout court o, più semplicemente, i genitori dei bambini a scuola, che rifiutano con veemenza l’indottrinamento dei loro figli a base di gender e nuovo razzismo. Ai genitori degli studenti che osano protestare, ricordiamolo, Biden ha mandato addosso l’antiterrorismo. Sul serio.

 

Non è uno scherzo: lo shift è avvenuto, e da un pezzo. Il dissenso è visto come minaccia radicale, da estirpare senza pietà. L’incredibile raid dell’FBI a Mar-a-Lago, per sequestrare documenti all’ex presidente Trump, va in questa direzione – non c’è trattativa di sorta con l’altra parte, bisogna eliminarla, cancellarla, resettarla. E basta.

 

«I repubblicani MAGA non rispettano la Costituzione, non credono nello stato di diritto… Promuovono i leader autoritari». E chi sarebbero i leader autoritari? Orban, di cui praticamente è proibito parlare in America dopo che Tucker Carlson lo ha intervistato? Oppure è un riferimento a Trump? Oppure sta parlando direttamente di Putin, che magari, nonostante il tentativo fallito di incolparlo per inflazioni e prezzo della benzina alle stelle, sanno essere più popolare di quanto si creda negli USA?

 

Qui l’unico leader autoritario, per quanto possa sembrare pazzesco visto che si tratta di un vecchio con la demenza senile, parrebbe essere Biden.

 

O meglio, autoritario è il sistema che lo ha messo lì: chiamiamolo Deep State, chiamiamolo Swamp (la «palude»), chiamiamolo Permanent Washington, chiamiamolo «la Cattedrale» (come fa Curtis Yarvin), chiamiamolo complesso militare-industriale, o una somma di tutto questo, che si esprime nei pupari prima facie Ron Klain, Barack Obama etc., cioè coloro che hanno il vero potere oggi alla Casa Bianca. Il vero presidente è chi scrive il teleprompter, cioè il gobbo del presidente, ha detto ieri il futuro candidato presidenziale (e probabile parte del ticket repubblicano finale) governatore della Florida Ron De Santis.

 

Costoro, a dispetto del loro burattino sempre più imbarazzante, stanno costruendo un Paese autoritario davvero: un’autocrazia, nel vero senso della parola. Dissentire, in America, diverrà impossibile: il biennio del COVID, con discriminazioni alienanti e libertà della parola sancita dalla Costituzione distrutta per sempre, sta qua ad indicarcelo.

 

È cos’è una delle prime cose che accadono in un’autocrazia? Beh, qui la storia dà tanti esempi: su tutti, c’è l’imposizione del monopartito.

 

Un partito unico che decide tutto, che si fonde con lo Stato stesso – uno Stato-partito, dove la scelta elettorale per qualsiasi altro movimento, qualora venga lasciato cosmeticamente in vita, è risaputa essere una cosa inutile.

 

L’Italia fascista (proprio lei) aveva l’assetto monopartitico. Ce lo aveva l’URSS. Ce lo aveva anche la Germania nazista, dove lo Stato-partito a tal punto si identificava con la Nazione e la Repubblica che la bandiera del partito divenne bandiera del Paese. In ognuno di questi esempi, il dissenso sappiamo come veniva trattato. E sappiamo con che velocità sono stati eliminati tutti gli altri gruppi politici, compresi quelli che pure magari avevano propositi simili.

 

Il lettore avrà capito che c’è un esempio recente ancora più impressionante di Stato partitico. No, non parliamo dell’Emilia-Romagna piddificata, di cui abbiamo già detto in passato.

 

Ci riferiamo, ovviamente, al capolavoro dello Stato-partitico che è la Repubblica Popolare Cinese. Il Partito Comunista Cinese decide qualsiasi cosa – dall’economia agli affari militari, fino al numero di figli che puoi avere (quelli in più li ammazziamo, o ti multiamo, o tutt’e due) – e si identifica di fatto non solo con la politica cinese tutta, ma con lo stesso Regno di Mezzo.

 

Abbiamo sentito Mario Monti, di recente, lodare la leadership pechinese, parlare di quanto bene sono formati, selezionati, istruiti i quadri. Ancora una dimostrazione di come quello che 11 anni fa ci avevano venduto come un «professore» pieno di «competenza» forse non è esattamente come ce lo dipingevano: caro Monti, l’unica cosa che conta, per la classe dirigente in Cina, e per il potere in generale, è la distanza che si ha da una manciata di famiglie facenti parti dell’aristocrazia del PCC, dove il nonno magari ha fatto la Lunga Marcia con Mao, cose così.

 

Xi Jinping è figlio di Xi Zhongxun, già vicepremier con Deng, uomo che istituì le zone ecnomiche speciali. Il suo è l’esempio più alto, assieme a quello di Bo Xilai, il sindaco di Chongqing ora in galera dopo una trama di spionaggio con contorno di morto britannico. Sono in politica il figlio e la figlia di Deng, il figlio di Zhou Enlai, il nipote di Mao, che è generale dell’Esercito di Liberazione Popolare.  Il loro gruppo è chiamato Taizidang, «principi ereditari di partito». Una lista dei principini principali conta qualcosa come 226 voci.

 

Sì, la Cina è un’aristocrazia monopartitica.

 

I rampolli dei principini non di rado finiscono invischiati in storiacce, Ferrari accartocciate in incidenti, droga, morti, etc. Nessuno però li tocca, nessuno in realtà ne parla. Perché, nello Stato aristo-monopartitico, non c’è altro potere se non quello delle loro famiglie, cioè quello del Partito, che non è – come non lo è ovunque nel mondo – un insieme di persone accomunate da ideali, ma un consorzio di interessi di clan.

 

Quando pensate ad Hunter Biden, alle cose incredibili contenute nel suo laptop – e non parliamo solo di selfie drogastici e di autopornografia estrema, ma di prove del coinvolgimento della famiglia Biden in affari loschi e potenzialmente molto illegali – dovete tenere a mente quanto abbiamo scritto sopra. Del resto Hunter, cioè la famiglia Biden, faceva affari con la Cina, qualcuno dice perfino con operativi direttamente legati al clan Xi.

 

Gli USA si stanno sinizzando? La Casa Bianca sta diventando sempre più una Città Proibita? Le 50 stelle della bandiera americana possono diventare 5 come in quella della RPC?

 

Sì, il monopartito alla cinese – autocratico, aristocratico, totalista – è stato oramai dichiarato definitivamente.

 

E non c’è scampo alla conseguenza più logica ed immediata che avrà il monopartito: la violenza.

 

Perché lo Stato-partito non può accettare alcun potere oltre al suo, pena il crollo della sua raison d’etre principale presso il popolo: ascoltami, votami, obbediscimi perché ci sono solo io.

 

È del tutto possibile, a questo punto, che la Seconda Guerra Civile americana non sarà iniziata dai buzzurri delle militias degli Stati dell’America interna, dove ancora oggi è un tripudio di cappelli rossi MAGA.

 

A iniziare la Guerra Civile sarà con probabilità l’establishment. Certo, magari useranno un false-flag, o chissà quale altra provocazione. Ma la funzione dell’operazione a questo punto deve essere chiarissima: è un’epurazione, un genocidio, un «democidio», dice qualcuno.

 

Perché alla fine non due partiti in lotta, a quanto dice Biden: c’è, da una parte l’establishment di Washington (i politici, i produttori di armi, l’esercito, la CIA, l’FBI, gli interessi del grande capitale finanziario), che si esprime di facciata con un Partito che dice «noi siamo la democrazia, noi siamo gli USA»; dall’altre, settanta e passa milioni di persone di cui non viene più considerata la rappresentanza parlamentare e politica – contro di essa, anzi, vengono fatti raid in casa.

 

Sappiamo anche che il 6 gennaio è stato di fatto un test che il sistema ha organizzato per fare una valutazione riguardo alla Guerra Civile: siamo convinti della teoria di quanti sostengono che il vero obbiettivo della insurrezione di cartapesta del 2021 (per la quale sono ancora in galera, in isolamento, diverse persone…) non fosse né Trump né il suo popolo, ma l’esercito. Una Patriot Purge, la «purga dei patrioti».

 

Il 6 gennaio sarebbe servito come cartina tornasole per capire dove si sarebbero posizionate le forze armate USA in caso di rivolta. Sarebbero state con Trump (ricordate, quelle strane toppe con la Q che comparivano sulle divise dei soldati…) o avrebbero obbedito a generali come Milley (che in quelle ore telefonava a generali cinesi dicendo che nel caso Trump avesse dato l’ordine di attaccare la Cina lui non l’avrebbe fatto: in pratica, un golpe) già compromessi con la mafia democratica della Washington permanente?

 

Il risultato del test lo conosciamo: i militari non si sono uniti alla popolazione. Eliminato per via giudiziaria Flynn (a cui hanno pure cancellato il conto in banca) non sembra che nessun’altra personalità militare americana fosse in grado di guidare i ragazzi in un ammutinamento. E il 7 gennaio, si racconta, nelle basi d’America tutte le automobili dei soldati avevano adesivi mancanti: avevano fatto sparire il teschio, l’aquila dalla testa bianca, lo slogan trumpista, in alcuni casi addirittura la bandiera americana.

 

Ora che lo Stato profondo può contare saldamente sulla base militare, è chiaro che piani di distruzione dell’eventuale opposizione popolare sono stati fatti. Ricordiamolo: l’opposizione popolare americana è, grazie al Secondo Emendamento della Costituzione, assai armata. Tuttavia, essa non può competere al livello di distruttività tecnologica che possiede l’esercito USA.

 

Non sappiamo nulla di piani del genere, ma possiamo immaginare: dopo tanta pratica in Afghanistan negli anni di Obama a far saltare centinaia di persone ai matrimoni fra le montagne, il programma dei droni (diretto dalla CIA) potrebbe essere impiegato anche sul territorio nazionale.

 

In pratica, in una eventuale conflitto interno USA, i dissidenti armati potrebbero fare come i partigiani di Alba Rossa, e salire sulle montagne rocciose, nascondersi nelle foreste di sequoie, sparire nei deserti, inabissarsi in qualche paesino sperduto: sarebbero, tuttavia, scovati e disintegrati all’istante grazie ad un robot assassino volante. Aspettando, come ricordiamo spesso su Renovatio 21, non solo il robot-killer aereo, ma anche il robocane assassino, o quello che sarà.

 

La Seconda Guerra Civile americana è stata predetta da tantissimi in questi mesi. Noi aggiungiamo qualcosa di scioccante: essa potrebbe essere l’unica via di fuga alla situazione di stallo in cui è finito il pianeta. Con gli USA che rivolgono la loro attenzione all’interno invece che all’esterno, le questioni in Ucraina, in Medio Oriente e a Formosa si risolvono in velocità.

 

(Era già successo con l’altra guerra civile, 150 e passi anni fa: Washington muoveva qualche pedina in Mediterraneo per favorire, ovviamente, Garibaldi: la guerra lasciò libero il campo del nostro Risorgimento ai soli inglesi e ai loro minions massonici come Mazzini & Co.)

 

Tuttavia, la Seconda Guerra Civile non può essere vinta dal popolo americano, se non ad un prezzo di sangue infinito, e con alla base una determinazione in grado di farla durare anni e anni. Perché la Bestia di Washington non si farà abbattere con facilità, e non a scrupoli a spargere il sangue del suo popolo, anzi ricordiamo quanti dicono che essa è fondata su un demone che chiede proprio quello, sempre e comunque, nei secoli.

 

E noi? Beh, lo sappiamo, neanche l’Italia è così lontana dal monopartito e dai processi derivati, come non lo sono la Francia, la Germania. Le nostre elezioni, dove in pratica non esiste un partito che sarà rappresentato che si discosta da green pass e attacco alla Russia, stanno ad indicarcelo precisamente. Ma, ripetiamo, è così ovunque. Lo abbiamo visto.

 

Si tratta di una riga di codice che hanno inserito nel sistema operativo di tutto il mondo moderno: sacrifica la minoranza, distruggi il diverso, cancella l’altro da te, resetta il quadro precedente. Odia chi dissente.

 

Tutti devono obbedire – lo dice la Scienza, lo dice la Democrazia, lo dice il Cambiamento Climatico, lo dice l’Ucraina.

 

Sottomettiti. Ti daremo qualche cosa da mangiare, la libertà di drogarti ed essere sodomizzato (i «diritti» del vaiolo delle scimmie), più qualche soldino suo tuo portafogli di euro digitali – sempre che non siano le ore, più o meno concordate, del blackout.

 

La polarizzazione della società è oramai irreversibile. E no, non l’abbiamo voluta noi. Non l’hanno voluta neanche loro, i vicini con la mascherina e la bandiera ucraina fuori dalla finestra.

 

È un disegno. È stato pensato per distruggerci. È stato pensato per schiavizzarci, terminarci, e più ancora per sterilizzarci.

 

Noi la chiamiamo Necrocultura, la Cultura della Morte. Ora, grazie al discorso di Biden possiamo aggiungere una nuova immagine esplicativa al suo album fotografico.

 

Ringraziamo Necro-Brandon, i suoi sceneggiatori, i suoi scenografi.

 

Quindi, infine, ci uniamo anche noi al coro: «Let’s go Brandon»

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine da Twitter, modificata

 

 

 

 

 

Stato

I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto

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Secondo un nuovo sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini dell’UE ritiene che i loro anni migliori siano ormai alle spalle e che la vita in Europa diventerà sempre più difficile in futuro. Oltre due terzi vorrebbero che i loro leader adottassero politiche più aggressivamente nazionaliste.

 

Secondo un sondaggio condotto in 23 paesi dell’UE dall’agenzia di comunicazione FGS Global e pubblicato martedì da Politico, circa il 63% degli intervistati concorda sul fatto che «i nostri anni migliori sono ormai alle spalle», mentre il 77% ritiene che la vita nel proprio Paese «sarà più dura per la prossima generazione».

 

Nel complesso, il 65% degli intervistati ha affermato che il proprio Paese sta «andando nella direzione sbagliata», con un’opinione più diffusa nell’Europa centrale e occidentale. La Francia è il Paese più pessimista tra i rispondenti, con il 79% di concordi con questa affermazione, seguito dal Belgio con il 74% e dall’Ungheria con il 73%.

 

Solo i cittadini di Polonia, Lituania e Danimarca credono che le cose stiano andando bene, con i lituani più ottimisti. Il 38% ritiene che il Paese stia «andando nella direzione sbagliata».

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Il sondaggio non ha misurato la soddisfazione per la leadership dell’UE a Bruxelles. Tuttavia, il 76% degli intervistati ha affermato che la democrazia è in declino in tutta Europa. Alla domanda su due affermazioni, più della metà ha risposto che il sistema politico del proprio Paese «sta deludendo le aspettative dei cittadini e necessita di riforme radicali», piuttosto che «funziona abbastanza bene e non necessita di riforme significative».

 

La maggior parte degli intervistati vorrebbe che i propri leader perseguissero un percorso più nazionalista, con il 71% che afferma che i propri paesi «dovrebbero essere più assertivi nei confronti dei [propri] interessi nazionali, anche se ciò crea attriti con altri Paesi».

 

A Est, le prospettive sono più positive. Secondo l’istituto di sondaggi indipendente russo Levada , il 53% dei russi guarda al futuro «con calma e fiducia»». Questa percentuale sale al 68% tra i 18-24enni. La ricerca di Levada è da tempo considerata accurata e affidabile a livello internazionale.

 

Un sondaggio IPSOS del 2024 ha rilevato che l’86% degli intervistati cinesi si sente ottimista riguardo al futuro del proprio Paese.

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Pensiero

Montesquieu in cantina: il vero significato della separazione delle carriere

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.   Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.   Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.   Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.   Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.   Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.   Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.   Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.   Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.   Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.   Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.   La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.   Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.   Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.   Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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Stato

Quasi la metà della popolazione occidentale pensa che la democrazia sia «rotta»

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Quasi il 45% dei cittadini dei Paesi occidentali considera la democrazia nelle proprie nazioni «rotta» secondo i risultati di un’indagine IPSOS. Lo riporta Politico.

 

La ricerca, diffusa alla testata giornalistica, è stata realizzata a settembre e ha interessato 9.800 votanti di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia, Svezia, Croazia, Paesi Bassi e Polonia.

 

Dallo studio emerge che la popolazione di sette delle nove nazioni analizzate esprime insoddisfazione sul funzionamento della democrazia; Svezia e Polonia sono le uniche due eccezioni in cui la maggioranza degli interpellati nutre fiducia nel proprio modello di autogoverno.

 

In base all’indagine, circa il 60% dei partecipanti in Francia ha manifestato delusione per lo stato attuale, seguito da Stati Uniti (53%), Regno Unito (51%) e Spagna (51%). Gli intervistati hanno indicato la disinformazione, la corruzione, l’assenza di accountability dei leader politici e l’ascesa dei partiti radicali come le principali insidie al cammino democratico.

 

Nel Regno Unito e in Croazia, appena il 23% dei sondati ha espresso la convinzione che i rispettivi esecutivi li rappresentino adeguatamente.

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Lo studio rileva inoltre che, salvo la Svezia, una schiacciante maggioranza nei contesti esaminati paventa un aggravamento delle minacce all’autogoverno entro i prossimi cinque anni.

 

Gideon Skinner, direttore senior per la politica britannica di IPSOS, ha confidato a Politico che «c’è un’ansia diffusa sul funzionamento della democrazia, con i cittadini che si sentono inascoltati, specie da parte dei governi centrali. Nella maggior parte delle nazioni, aleggia un forte anelito a trasformazioni profonde».

 

L’illusione democratica sta insomma venendo percepita dai cittadini occidentali come, appunto, un’illusione – una simulazione accettata per inerzia e benefizio di salario.

 

Difficile che non sia così, quando vediamo gli Stati democratici chiedere il bando dei partiti più votati (come AfD in Germania) o quando rammentiamo quanto successe nel biennio pandemico, con tutte le Costituzioni nazionali calpestate e le famose «libertà democratiche» (dal libero pensiero, alla libera circolazione, alla libera associazione, alla libera espressione, all’autonomia del corpo) ridotte a pura barzelletta sotto il tallone di un sistema che aveva installato persino un sistema di apartheid biotico, un razzismo subcellulare con discrimanazioni mai prima vedute.

 

La popolazione, anche se continua a votare e a non rivoltarsi, sa la verità ultima: non siamo in una democrazia, siamo al massimo in una oligarchia, una plutocrazia dove comandano grandi interessi se non volontà oscure e violente.

 

No, non viviamo in una democrazia – e tutti lo sanno, e lo hanno accettato. Tuttavia non moltissimi continuano il pensiero: non siamo in una democrazia, ma neppure dovremmo esserci, perché il sistema corrotto può essere risolto solo con una forma di potere monarchico autoritario basato su principi morali condivisi e indistruttibili, con pene tremende per chi, al potere, trasgredisce (Carl Schmitt: tyrannum licet adulari, tyrannum licet decipere, tyrannumm licet occidere)

 

La democrazia – in ultima analisi concetto angloide imposto al mondo dopo la Seconda Guerra – con la sua dispotica finzione transnazionale, arriverà al capolinea?

 

 

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