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Bioetica

La vita senza il dolore

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Oggi ho appreso che l’ha fatto anche R.

 

È il terzo nell’arco degli ultimi 12 mesi, ma forse sto contando solo gli amici di giovinezza della mia città natale. Se aggiungo Milano, la città dove ho passato quasi un terzo del mio tempo sulla terra, il computo probabilmente sale.

 

Sono sincero, non ho la lucidità, o forse la voglia, di mettermi a contare quanti sono.

 

Ho in mente i tre di quest’anno perché sono detonati come una bomba terrorista nel tempio d’oro dei ricordi, lasciando voragini dove un tempo era il giardino degli anni più belli.

 

R., come L. e A., si è suicidato.

 

 

Epidemia

L’Istituto Superiore di Sanità, ente che in realtà non gode della mia simpatia, dà la sua definizione: un’epidemia «si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo. L’infezione si diffonde, dunque, in una popolazione costituita da un numero sufficiente di soggetti suscettibili. Spesso si riferisce al termine di epidemia con un aumento del numero dei casi oltre l’atteso in una particolare area e in uno specifico intervallo temporale».

 

Hanno gridato varie volte all’epidemia di morbillo, per giustificare l’obbligo – cioè il consumo coatto per la gioia della Glaxo – dei vaccini. Lo hanno fatto magari davanti a due o tre casi di bambini contagiati.

 

Quindi, sono qui io davanti ad una epidemia vera, reale, pericolosa? Certamente.

 

Del resto la contagiosità del suicidio è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (un altro monstrum superstatale che avverso).

 

Del resto, iscritto all’Ordine dei Giornalisti – quindi obbligato a seguire ogni anno corsi deontologici pena la radiazione – sono informato del fatto che dei suicidi io non dovrei scrivere, neanche in questo momento:

 

«Le norme deontologiche indicano chiaramente le cautele con cui devono essere esposti questi casi per non provocare dei fenomeni di emulazione: ci sono dati dell’Organizzazione mondiale della sanità che dimostrano in modo chiaro che parlare dei suicidi fa aumentare il numero delle persone che decidono di togliersi la vita. E raccomandano anche la necessità di tenere al riparo da un’inutile e crudele pubblicità i familiari e i parenti già provati da un così forte dolore.

 

Per questo, a parte pochi, straordinari casi nei quali il diritto e il dovere di cronaca prevale sul rispetto della privacy, non devono essere divulgate le generalità di chi ha deciso di togliersi la vita e altri particolari che rendano il suicida identificabile, nel pieno rispetto della persona, che è uno dei cardini della professione, come ricordano i principi della Carta dei doveri del giornalista».

 

 

Necrocultura

State pensando a DJ Fabo? A Welby? Ai suicidi in Isvizzera filmati con gaudio dalle Iene? Alla piccola epidemia di suicidi tra registi scoppiata con Lizzani e Monicelli? Alla Ripa di Meana?

 

Sì? Se lo state facendo, è perché, lapalissianamente, i giornalisti se ne fottono: delle stesse patetiche regole che si vogliono dare, della dignità dei morti, e soprattutto della responsabilità innanzi a chi potrebbe emulare.

 

Vi raccontano tutto con dovizia di particolari, perché la cosa è di estrema importanza per i loro padroni: ai Signori della Necrocultura la cronaca suicida importa eccome, perché sappiamo che è in agenda.

 

“Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato”

 

La morte volontaria è overtonizzata da mo’. Una cosa impensabile un tempo (il girone del settimo cerchio in Dante), diviene radicale («lo fanno i samurai, i kamikaze»), poi razionale («in fondo è giusto che ognuno decida per sé»), quindi popolare («lo fanno i famosi, da Hemingway a Cleopatra»), infine legalizzata: e qui sappiamo che parliamo di una questione freschissima. Come ha titolato splendidamente Repubblica lo scorso 31 gennaio: «Biotestamento: da oggi i desideri dei malati sono legge».

 

Il suicidio è oramai legale in Italia, e nella formula del feticidio 194/78: come morte di Stato.

 

Inutile nascondersi dietro ai «paletti» democristiani: oggi riguarda il fine-vita, ma, visto che abbiamo gli esempi neerlandesi e belgi, sappiamo che si fa prestissimo a domandarsi cos’è il fine-vita, e a garantire il suicidio a carico del contribuente a giovani depressi, a persone che considerano la propria vita «completa», oppure semplicemente ad ammazzare le persone senza il loro consenso (431 eutanatizzati senza il loro consenso in Olanda nel 2015), inclusi i bambini.

 

Ma non è nemmeno questo quello che voglio scrivere davvero: di geremiadi politiche pro-vita, nel Paese dei Soloni antiabortisti eunuchi e dei leader cattolici sterili o esibizionisti e della demenza pro-life generalizzata, ne abbiamo già troppe.

 

Vorrei scrivere qualcosa di più semplice, ma al contempo profondo, e tecnico.

 

I suicidi che in questo stesso momento stanno bombardando la mia esistenza sono l’effetto preciso di un fenomeno epocale non molto dibattuto, del cambio di paradigma umano che interessa l’umanità occidentale da oramai più di due secoli.

 

 

Utilitarismo

Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo.

 

L’Utilitarismo, che di rado si studia al liceo e nemmeno all’Università, è quella dottrina filosofica per la quale il Bene è ciò che aumenta la felicità – cioè, il piacere – degli esseri senzienti.

 

Nell’algebra morale degli utilitaristi, la società deve perseguire con ogni mezzo quelle azioni che aumentano la quantità di piacere della popolazione, anche a discapito di una minoranza, che può essere tranquillamente sacrificata per il bene maggiore, cioè per il piacere maggiore ( sì, la logica neo-cattolica del male minore passa soprattutto da qui).

 

Non stupisce che l’Utilitarismo fiorisca tra il Settecento e l’Ottocento in Inghilterra, quando la Corona d’Albione intraprendeva il saccheggio cruento dell’Africa, dell’India, e della Cina. Al sacrificio dei selvaggi depredati, corrispondeva l’estasi della borsa di Londra, che ne trasse il lucro di immani piaceri imperiali.

 

“Nella mente del mondo è stato installato un nuovo software: l’Utilitarismo”

 

Jeremy Bentham, oggi considerabile come il pensatore principale dell’Utilitarismo, nei suoi discorsi trattò della libertà personale ed economica (è uno dei diòscuri del liberalismo), della divisione di stato e chiesa (come da tradizione di Enrico VIII), e poi dei dei diritti degli animali (di cui fu pioniere assoluto, come riconosciuto dal padre dell’animalismo contemporaneo, il super-utilitarista ultra-abortista Peter Singer), delle punizioni corporali (alle quali preferiva un potere che estendesse un subdolo e costante controllo su tutti, inventando la prigione a Panopticon, che tanto mi ricorda, oggi, internet, dove con poco sforzo ogni tuo singolo pensiero può essere scrutato e sorvegliato), il diritto al divorzio, il diritto all’usura (scrisse Difesa dell’usura), il diritto alla sodomia (scrisse Difesa dell’omosessualità).

 

Come potete ben vedere, il mondo moderno ha avuto una programmazione piuttosto evidente, leggibile, direi quasi open-source.

 

Il mondo dei diritti, il mondo del desiderio liberato dalle rivoluzioni «civili» e «sessuali» ha fatto leva sul piacere, tanto da divenire indistinguibile dalla legge stessa dello Stato: ho diritto a ciò che desidero, ho diritto a ciò che mi dà piacere, come da morale utilitarista.

 

Un matrimonio invertito, una droga sintetica, un bambino in provetta.

 

 

Piacere

Senza la trappola del piacere, tale riprogrammazione dell’umanità non avrebbe trovato clienti.

 

Un’umanità fatta di puro piacere, vecchia promessa degli anni delle rivolte giovanili, sembra tutt’ora la destinazione finale del progresso.

 

La medicina vuole curare ogni male: Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook e di tutti i vostri dati, ha già detto che userà i suoi miliardi per eliminare ogni malattia entro la fine del XXI secolo.

 

In Nordamerica sono in corso sperimentazioni di neurotecnologie per fare sparire i cattivi ricordi, così come si può essere denunciati per aver provocato sconforto in una persona semplicemente per aver parlato di un tema per loro intimamente traumatico (è il cosiddetto Trigger Warning, strumento d’azione del politicamente corretto).

 

Sappiamo inoltre come la principale causa di morte negli Stati Uniti in questo mondo sia l’overdose da oppioidi: droghe che i dottori americani (spalleggiati da colossi farmaceutici come la Purdue) hanno prescritto a tonnellate per eliminare il dolore dei loro pazienti.

 

La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi.

 

Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso.

 

“La vita moderna, insomma, coincide con il piacere che può percepire, nell’identità assoluta dei due elementi. Una vita disgiunta dal piacere deve terminare, perché priva del suo senso. L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita? Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.”

L’Utilitarismo è penetrato nella logica profonda dell’uomo comune. Senza piacere, cosa è la mia vita?

 

Essa diviene lebenunswerten leben, espressione tedesca che dai pionieri uncinati degli anni Trenta è passata a definire con esattezza la nostra epoca: «vita indegna di essere vissuta».

 

Lo capite bene: chi è depresso è giocoforza tagliato fuori dalla logica utilitaria – la depressione è appunto definita come anedonia, cioè incapacità di provare piacere davanti a qualsiasi esperienza.

 

Il depresso, convinto nel profondo che la vita sia solo piacere, non può che essere legittimato a togliersela.

 

E questo ammesso che la depressione esista, e non sia – come sostiene qualche psichiatra controcorrente – solo un’etichetta medica affibbiata alle umanissime condizioni della miseria e della maliconia, etichetta stampata per far vendere qualche milione di ore di psicoterapia (a differenza del Sacramento della Confessione, si paga) e qualche trilione di pastiglie psicotrope, i cui effetti-paradosso sono talmente noti che in America devono recare nel bugiardino il Black Box Warning (gli antidepressivi, debbono scrivere i foglietti illutrativi bordando il tutto con colore nero, possono amentare il rischio di suicidio).

 

Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane (per sapere il nome del farmaco a cui era sottoposto lo sparatore bisogna in genere aspettare mesi, perché i giornali non hanno voglia di dare un dispiacere alle Big Pharma che comprano loro tanta pubblicità) e non solo quelle, basti pensare allo Zoloft di cui era imbottito il pilota della Germanwings che fece schiantare il suo aereo con tutti i passeggeri, pochi anni fa.

 

Il depresso, nella logica utilitarista che è oggi il software del mondo, è disfunzionale, non performante, forse neppure autonomo (aspetto principale della bioetica utilitarian di Peter Singer, che sostiene che l’handicappato o il bambino piccolo possano essere ammazzati tranquillamente: non sono autonomi né funzionali).

 

Il malinconico va eutanatizzato: al momento lo fa da sé, ma da ora gli darà sempre più una mano anche lo Stato biotestamentario.

 

“Gli psicofarmaci, per inciso, sono l’unica vera costante di tutte le stragi nelle scuole americane”

Consideriamo che oltre che letteralmente inutile, egli può risultare addirittura pericoloso: il suo male sporca il principio di piacere generale, potrebbe estendersi per contagio presso la restante massa gaudente.

 

Ci sarebbe da chiedersi quindi: e prima du tutto questo, cosa c’era?

 

 

Croce

Prima, cari lettori, c’era la Croce. Prima c’era la Civiltà. La Civiltà cristiana – l’unica vera Civiltà, circondata da tradizioni umane fatte di suicidi e sacrifici umani che, se sono rimaste in piedi, è solamente perché hanno copiato lo slancio dell’Europa – aveva una base semplice, chiarissima.

 

A quel tempo, il mondo era unito dalla Passione.

 

La Civiltà adorava un Dio che soffriva.

 

Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto.

 

Ogni città aveva mille croci sulle sue strade e nelle sue case: sopra le Chiese, dentro le Chiese, sopra le case, dentro le case, nei racconti e nei cuori delle persone.

 

Che il dolore fosse una parte integrante della vita era naturale: il dolore era la cifra stessa del sacrificio di Dio per l’umanità.

“La Civiltà adorava un Dio che soffriva. Un Dio torturato a morte, umiliato, sconfitto”

 

Di più. Il dolore non solo era connaturato alla vita stessa, ma era collegato con ciò che vi stava oltre: la vita eterna domandava sacrifici, nei casi dei Santi Martiri così come delle persone comuni.

 

Non è il piacere che ti porta in Paradiso, e ciò – il rovescio chirale della modernità – era iscritto nella logica profonda anche del più misero uomo.

 

La scristianizzazione era necessaria alla costruzione della nuova umanità.

 

Togliere Cristo per far dimenticare il dolore, esorcizzarlo, demonizzarlo.

 

Sconvolgere per sempre l’insiemistica dell’esistenza: la vita non contiene il piacere e il dolore, la vita coincide con il solo piacere, se vi è dolore non è vita, quindi meglio darsi alla morte.

 

Credo che questa sia la motivazione primaria dell’ecatombe di amici che sto vedendo innanzi a me.

 

Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore.

 

 

Terrore

Non ho scritto di loro, anche se ne avevo tanto bisogno.

 

Scriverò qualcosa di me, allora, e con l’ovvia vergogna del caso. Tanto per aggiungere un pensiero cristiano in più.

 

Perché io ho avuto tanta fortuna, più di loro, e questo adesso mi fa pure un po’ soffrire.

 

Ho anche io, come una enorme porzione di altri uomini, attraversato momenti di tenebra vera, assoluta. Momenti in cui il mondo aveva spezzato ogni singola fibra del mio essere, e ogni pensiero si trasformava in un’apocalisse che si inghiottiva tutto.

 

Ne sono uscito talvolta con uno slancio di raziocinio eroico, per esempio la comprensione che, appunto, la mia vita non coincideva con quello che mi accadeva, ma era un insieme più grande: «sono più forte di qualsiasi pensiero, di qualsiasi sensazione io possa avere», mi ritrovai un giorno a scrivere in una lettera a mia sorella. L’essere, questo dono mistico che non mi era permesso di comprendere del tutto, era più grande di qualsiasi accidente terreno. La vita era più del mio dolore e più della mia mente: comprenderlo cambiava per sempre il gioco.

“Drogati dal paradigma del piacere utilitarista, nessuno di noi oggi riesce a sentire davvero il significato vitale del dolore”

 

Altre volte, invece, ho avuto una fortuna più grande: ho avuto paura. Giunto sull’orlo terminale, ho sentito lo spavento emanato dall’unica cosa che veramente un uomo debba temere: l’Inferno.

 

Davanti alla reale prospettiva dell’Inferno, tutto cambiava: un oceano di dolore infinito, senza redenzione, un sistema illimitato di dolore sterile, dolore che – a differenza di quello della croce – non produce nulla, se non la propria dannazione.

 

Timor Dei est initium sapientiae.

 

Il terrore più estremo è stato il mio più grande alleato, la mia sfortuna sfacciata.

 

Sì.

 

 

Catastrofe

Voi lo capite: anche io, come quel santo vescovo francese, accuso il Concilio.

 

Togliere l’Inferno, svuotarlo, dimenticarlo, abolirlo come ha fatto la neo-chiesa dei Von Balthazar e dei Bergoglio è stato, al contrario, popolarlo – e, sulla Terra, aumentare a dismisura il numero dei suicidi. E degli aborti. E financo degli omicidi.

 

Il Concilio si mostra, anche in questo frangente, come la più grande catastrofe nella Storia dell’Uomo, in quanto esso ha permesso la riprogrammazione dell’Uomo verso la sua estinzione – e la sua dannazione.

 

Celebrare pubblicamente i funerali di un suicida, come oramai perfettamente normale, aggiunge una dimensione pragmatica al vortice di morte.

 

R., che ci ha lasciato sabato, era presente alla cerimonia in chiesa di A., che ci ha lasciato un anno fa. Al funerale di A., cui scelsi di non partecipare, vennero lette tante belle cose, vennero ascoltate le musiche preferite dell’amico morto. Nella mente di un ulteriore potenziale suicida, non un clic da poco: se me ne vado, mi ricorderanno così, tutti uniti, affranti sì, ma finalmente insieme sotto il mio segno…

“L’Ordine dei giornalisti e l’OMS quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no”

 

L’Ordine dei giornalisti e l’OMS, ho detto all’inizio, quanto meno sulla carta si preoccupano del carattere contagioso del suicidio; la Chiesa di oggi invece no.

 

Perché la Chiesa di oggi è davvero un ente stupido quanto assassino.

 

Perché la Chiesa di oggi è il vero problema, il vero nemico dell’Umanità e del Dio della Vita.

 

 

La vita tutta intera

Ho scritto abbastanza.

 

Infine, voglio dirvelo: A., L., R., e poi andando indietro ancora, P., M., G., vi ho voluto bene. Pagherei qualsiasi cosa, ora, per avervi potuto parlare anche solo per un minuto in più. Per godere di questa sostanza preziosissima, che ora mi sarà negata senza appello.

 

Nella mia stupida posizione di sopravvissuto, voglio farvi questa promessa.

 

Io lotterò per conservare la ferita che ci avete inferto: perché il dolore che sento è il centro della mia umanità, come lo è stato per l’umanità di Dio.

 

E quindi, la chiave della mia sopravvivenza.

 

Perché la vita senza il dolore, ho capito, è solo desiderio di annientamento, è morte.

 

E di voi invece io voglio celebrare la vita, tutta intera.

 

Che è stata – che è – immensamente più grande del dolore e del piacere.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

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Bioetica

Una madre e i medici sudcoreani condannati dopo che un neonato nato vivo è stato messo nel congelatore per morire

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Una donna sudcoreana sulla ventina, identificata con il cognome Kwon, è stata condannata insieme a due medici per l’omicidio del suo neonato. Lo riporta LifeSite.

 

Come prevedibile, la stampa mainstream sta presentando la vicenda, che era emersa lo scorso anno, come prova della necessità dell’aborto tardivo legale.

 

«La donna voleva interrompere la gravidanza a 36 settimane, ma i pubblici ministeri hanno affermato che il bambino è nato vivo e poi è stato ucciso», ha riferito la BBC. Naturalmente, «interrompere la gravidanza» avrebbe comportato anche l’uccisione dello stesso bambino, dopo che avrebbe potuto sopravvivere fuori dall’utero.

 

Il bambino era nato vivo tramite parto cesareo e i medici lo hanno messo in un congelatore. Il bambino è così morto assiderato. La Kwon, che insistette di non sapere «che la procedura sarebbe stata eseguita in quel modo» (come disse la BBC), è stata condannata a tre anni di carcere con sospensione condizionale; il chirurgo che aveva operato e il direttore dell’ospedale sono stati condannati a quattro e sei anni di carcere.

 

Il caso ha attirato enorme attenzione pubblica in Corea del Sud. Kwon aveva caricato un vlog su YouTube nel 2024 in cui descriveva la sua esperienza di quello che lei chiamava aborto a 36 settimane; il video aveva suscitato indignazione pubblica, accuse di infanticidio e richieste di un’indagine ufficiale. Il ministero della Salute e del Welfare richiese un’indagine di polizia, che ha scoperto che il bambino era nato vivo e successivamente ucciso.

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Quando si è scoperto che il bambino era nato vivo, la polizia ha cambiato l’indagine da «aborto non regolamentato» a omicidio – il che, come il caso evidenzia in modo agghiacciante, è una distinzione senza alcuna differenza. Tuttavia, la stampa mainstream sottolinea che queste condanne segnano «la prima volta che vengono mosse accuse di omicidio contro donne che chiedevano un’interruzione di gravidanza in fase avanzata e contro i medici coinvolti nella procedura».

 

L’indagine della polizia ha rivelato che l’ospedale aveva falsificato i propri registri, registrando la morte del bambino, morto nel congelatore, come un feto morto. L’ospedale gestiva un’attività di aborto e, secondo i pubblici ministeri, «avrebbe ricevuto un totale di 1,4 miliardi di won (816.260 dollari) per praticare aborti su oltre 500 pazienti», la maggior parte delle quali, come Kwon, era stata presentata all’ospedale da intermediari.

 

Al processo, sia il direttore dell’ospedale che il chirurgo curante hanno confessato di aver ucciso il bambino della Kwon, ed entrambi sono stati immediatamente arrestati. La Kwon ha affermato di non aver saputo di essere incinta fino al settimo mese e di aver cercato di abortire perché aveva bevuto alcolici, fumato e non aveva un reddito stabile.

 

Ma il giudice ha stabilito che la Kwon era stata informata dal personale medico che il suo bambino era sano e aveva sentito il battito cardiaco tramite un’ecografia; è stato anche confermato che la Kwon era consapevole che il suo bambino sarebbe nato vivo tramite taglio cesareo. Il giudice, tuttavia, le ha inflitto una pena più mite a causa della mancanza di supporto per Kwon nella «fase avanzata della gravidanza» e della confusione che circonda il regime abortivo della Corea del Sud.

 

La Corte Costituzionale della Corea del Sud ha annullato il divieto di aborto nel Paese nel 2019 e ha raccomandato ai legislatori di approvare emendamenti che consentano l’aborto fino a 22 settimane (la prima settimana di vita di un bambino fuori dall’utero è di 21 settimane). Il Parlamento ha avuto tempo fino alla fine del 2020 per modificare le leggi sull’aborto. Il governo dio Seul ha proposto un disegno di legge che legalizza l’aborto su richiesta fino a 14 settimane, con il feticidio consentito fino a 24 settimane in caso di stupro o specifiche condizioni di salute.

 

«Tuttavia, quel disegno di legge è rimasto bloccato in Parlamento, a causa dell’opposizione dei legislatori conservatori per motivi religiosi», ha riferito la BBC. «Quando la rimozione del divieto è entrata in vigore nel 2021, il Paese non aveva alcuna legislazione in vigore per regolamentare l’aborto». Pertanto, l’aborto è ora praticato in un vuoto giuridico.

 

L’aborto è depenalizzato e non regolamentato: il Paese estremo orientale, dove spopolano sette protestanti di ogni genere, è ora un Far West del feticidio.

 

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Bioetica

Il Lussemburgo vuole sancire l’aborto nella sua Costituzione

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Seguendo l’esempio della Francia, il Granducato del Lussemburgo si prepara a sancire il «diritto» all’aborto nella sua legge fondamentale. Spinto da una coalizione guidata dal Partito Cristiano Sociale, il Paese sta sprofondando in una deriva ideologica che volta le spalle alla tutela della vita e all’eredità cristiana del Vecchio Continente.   «C’è qualcosa di marcio nello stato di Danimarca», fece dire Shakespeare a Marcello. Ma sembra che l’elenco sia ben lungi dall’essere limitato al paese di Amleto: sotto l’impulso del déi Lénk (partito di sinistra) e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, il Granducato di Lussemburgo ha compiuto, il 3 marzo 2026, un primo passo decisivo verso l’inserimento della libertà di aborto nella sua Costituzione.   Questa votazione, che ha avuto luogo alla Camera dei Deputati, segna un nuovo passo avanti nella secolarizzazione radicale che sta dilagando in Europa, dopo la Francia del 2024.

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Un tradimento delle radici cattoliche

Per chi sostiene una cultura della vita, lo shock rimane profondo. Il CSV, storico partito cristiano-sociale, ha votato a stragrande maggioranza (circa 16 membri su 21), nonostante la sua eredità cattolica. Accettando questa iscrizione per consolidare la sua coalizione con il Partito Democratico (DP) e altri, sembra allontanarsi dai suoi valori fondanti.   Come può un partito che si dichiara cristiano contribuire a stabilire come principio costituzionale ciò che per molti resta un crimine, una tragedia umana e un attentato alla vita innocente?   Consacrando questa libertà nella legge fondamentale, lo Stato non si limita più a depenalizzare l’aborto a determinate condizioni (come dal 1978, con recenti allentamenti): lo protegge in modo permanente da qualsiasi arretramento politico, presentandolo come una conquista irreversibile.

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Una grande rottura antropologica

Guidata in particolare dalla ministra per le Pari Opportunità, Yuriko Backes (DP), questa riforma mira a posizionare il Lussemburgo come un «pioniere» dei diritti sociali. Tuttavia, inverte la gerarchia: l’autonomia individuale prevale sul diritto naturale alla vita, spezzando il legame intergenerazionale che obbliga i più forti a proteggere i più deboli.   Segno di un generale calo di interesse, il dibattito è stato relativamente calmo, nonostante alcuni accesi scambi di opinioni. Le obiezioni morali rimangono discrete o timide. Eppure, la costituzionalizzazione dell’aborto cambia radicalmente la situazione.   Per non parlare della negazione della legge naturale che questa pratica implica, essa minimizza anche il trauma psicologico per molte donne e la mancanza critica di alternative reali – massicce politiche pro-maternità – che potrebbero offrire una vera alternativa all’aborto.   Una cosa è certa: mentre l’Europa si trova ad affrontare un inverno demografico senza precedenti , la scelta del Lussemburgo suona come un’ammissione di resa. Di fronte a questo diktat ideologico, cattolici e attivisti pro-life hanno il dovere di testimoniare che ogni vita umana è un dono del Creatore, dal concepimento alla morte naturale, un dono che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente abolire.

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Bioetica

Circoncisione, scoppia l’incidente diplomatico: il Belgio convoca l’ambasciatore americano

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Giorni fa Belgio ha convocato l’ambasciatore statunitense Bill White dopo che questi ha accusato le autorità del Paese di molestare la comunità ebraica. Si tratta di un importante sviluppo che porta alla luce il cortocircuito della circoncisione, che è di fatto una mutilazione genitale infantile al pari dell’infibulazione ma che, specie in ambito delle comunità ebraiche gode di un qualche status privilegiato, mentre va ricordato come essa abbia una sua storia precipua anche negli Stati Uniti d’America.

 

In un post su X White aveva chiesto al Belgio di ritirare l’azione penale nei confronti di tre mohel (figure religiose ebraiche che praticano circoncisioni) sospettati di aver eseguito tali procedure ad Anversa – antica capitale del taglio dei diamanti, attività principale di una nutrita comunità di famiglie ebraico-ortodosse – senza una licenza medica.

 

«Fermate questa inaccettabile molestia nei confronti della comunità ebraica qui ad Anversa e in Belgio», ha scritto White, aggiungendo che i mohel stavano «facendo ciò per cui sono stati addestrati per migliaia di anni».

 

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White ha inoltre accusato il ministro della Salute belga Frank Vandenbroucke di essere stato «molto maleducato» e di essersi rifiutato di stringergli la mano o di posare per una fotografia durante il loro primo incontro. «Era chiaro che non ti piaceva l’America», ha scritto White.

 

Il ministro degli Esteri belga Maxime Prevot ha condannato le dichiarazioni di White. «Qualsiasi insinuazione che il Belgio sia antisemita è falsa, offensiva e inaccettabile. Il Belgio condanna l’antisemitismo con la massima fermezza», ha scritto Prevot su X.

 

«Gli attacchi personali contro un ministro belga e l’ingerenza in questioni giudiziarie violano le norme diplomatiche fondamentali», ha aggiunto. Il Prevot ha precisato che, secondo la legge belga, solo i medici qualificati sono autorizzati a eseguire circoncisioni e ha affermato che si asterrà dal commentare il caso specifico.

 

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In seguito lo White ha dichiarato ai giornalisti che «non c’era bisogno di scuse» da parte sua e ha espresso la speranza che il Belgio «legalizzerebbe questo processo in modo che queste persone possano riprendere la loro vita».

 

Il ministro degli Esteri israeliano Gedeone Saar ha appoggiato White, citando quello che ha descritto come «un forte e continuo aumento degli attacchi antisemiti in Belgio», esortando il Prevot a «guardarsi attentamente allo specchio e riconoscere la realtà».

 

In risposta, il Prevot ha messo in guardia contro «l’uso inflazionistico del termine antisemitismo» e ha respinto le affermazioni di un diffuso sentimento antiebraico in Belgio – sì, persino nel «laico» (cioè, massonico) Regno del Belgio l’accusa di antisemitismo sembra essersi stinta sino a non significare più nulla, se non la protervia dell’accusatore, che è spesso giudeo o schierato per qualche ragione con gli interessi dello Stato di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, accuse di antisemitismo al Paese ospitante erano state mosse anche dall’ambasciatore USA a Parigi, Kushner, palazzinaro giudeo padre del genero di Trump Jared, ex galeotto e grande finanziatore di Netanyahu in Israele (in America, invece, sosteneva il Partito Democratico).

 

La circoncisione è un tema che nessuno vuole dibattere, tuttavia la sua rivoltante contraddizione talvolta emerge dalla cronaca.

 

È bizzarro come il mondo «laico», che ritiene il battesimo dei bambini come una forzatura religiosa su di una persona che non può decidere in autonomia, non abbia niente da dire contro questa oscena mutilazione genitale infantile – e dobbiamo ancora trovare qualcuno che ci convinca del fatto che la circoncisione sia diversa dall’infibulazione, quella sì, per qualche motivo, invisa alla società.

 

«Il taglio genitale non terapeutico priva il bambino, quando diventerà l’adulto, dell’opportunità di rimanere geneticamente immodificato (o intatto)» hanno scritto due bioeticisti oxoniani i due bioeticisti Lauren Notini e Brian D. Earp «Plausibilmente, la persona le cui “parti private” saranno permanentemente influenzate dal taglio dovrebbe avere la possibilità di valutare se è ciò che desidera, alla luce delle loro preferenze e valori a lungo termine»

 

Di fatto, l’individuo circonciso perde per sempre la sua integrità, vedendosi amputata una parte del corpo straordinariamente ricca di terminazione nervose, che sono quelle che danno il piacere durante l’atto sessuale. Notoriamente, l’infibulazione – condannata da tutte le società occidentali – agisce nello stesso identico modo.

 

C’è poi la questione della sicurezza dell’operazione mutilativa: i casi di bambini morti per circoncisione abbondano, anche in Italia, Nel 2023 bambino nigeriano è morto pochi giorni fa in zona Castelli Romani dopo una circoncisione fatta in casa. A Tivoli, nel 2018, morì un altro bambino nigeriano di appena due anni: aveva subito la circoncisione da parte di un sedicente medico; in quel caso, almeno, si salvò il gemello, portato d’urgenza in ospedale. Reggio Emilia, marzo 2019: neonato di famiglia ghanese, cinque mesi, morto dopo «diverse ore di agonia». Monterotondo, provincia di Roma, tre mesi prima: bimbo nigeriano di due anni morto per lo stesso motivo. Genova, aprile 2019, neonato morto nel quartiere Quezzi, e condannato a otto anni di carcere il nigeriano 34enne che aveva eseguito il taglio del prepuzio. Torino, giugno 2016: bebè di genitori ghanesi, circonciso in casa, morto in ospedale. Treviso, ottobre 2008: bimbo di due mesi morto per emorragia. Bari, luglio 2008: bambino deceduto per grave emorragia, «causata probabilmente da circoncisione fatta a domicilio».

 

Secondo dati ripetuti in questi giorni da tutti i giornali, le circoncisioni clandestine in Italia costituirebbero il 40% del totale. Su più di 15.000 circoncisioni richieste all’anno solo 8.500 vengono eseguite su territorio nazionale, mentre 6.500 operazioni di taglio del prepuzio sono effettuate nei Paesi d’origine dove gli immigrati tornano per «turismo etnico» (talvolta, come si è appreso, anche quando si dichiarano «rifugiati» e stanno facendo il percorso burocratico per essere riconosciuti tali totalmente a spese del contribuente italiano).

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Secondo una sigla di medici stranieri operanti in Italia, il 99% delle famiglie musulmane circoncide il bambino quando ha ancora pochi mesi. La realtà è che tuttavia la circoncisione è di fatto istituzionalizzata grazie agli accordi tra lo Stato italiano e la minoranza ebraica.

 

Come riportato in passato da Renovatio 21, grazie alla legge 101 del 1989 che ratifica l’intesa tra l’Italia e le comunità ebraiche italiane, i maschi di religione ebraica e musulmana possono usufruire di alcuni progetti «clinico-culturali» ed essere circoncisi per 400 euro da un medico in regime di attività libero professionale. La prestazione è da considerarsi al di fuori dei LEA (Livelli essenziali assistenziali). Tra i sottoscrittori il Policlinico Umberto I di Roma, l’Associazione internazionale Karol Wojtyla, la Comunità ebraica di Roma e il Centro islamico culturale d’Italia.

 

La pressione ebraica si dice abbia fatto cambiare rotta anche all’Islanda, che aveva tentato di liberarsi della pratica barbara. Si tratta della stessa procedura per cui ora, per aver parlato della circoncisione, Kennedy è definito «antisemita».

 

«Ogni individuo, non importa di che sesso o di quanti anni dovrebbe essere in grado di dare il consenso informato per una procedura che è inutile, irreversibile e può essere dannosa», aveva dichiarato nel 2018 la deputata Silja Dögg Gunnarsdóttir, 44 anni, del Partito progressista dell’Althing, il Parlamento islandese. «Il suo corpo, la sua scelta». «Autonomia» corporale: è lo slogan delle femministe e dell’aborto. È un dogma inscalfibile del mondo moderno.

 

Il disegno di legge non passò, perché le microcomunità ebraiche e musulmane alzarono un polverone: «l’impatto di questa legge sarebbe sentito molto al di là dei confini dell’Islanda», scriveva una lettera dello spaventatissimo Comitato degli affari esteri della Camera dei Rappresentanti, spiegando che la «mossa renderebbe l’Islanda la prima e unica nazione europea a mettere fuori legge la circoncisione. Mentre le popolazioni ebraiche e musulmane in Islanda possono essere poco numerose, il divieto di questo paese sarebbe sfruttato da coloro che alimentano la xenofobia e l’antisemitismo in Paesi con popolazioni più diversificate».

 

La circoncisione nel mondo è tollerata, forse, anche per la sua straordinaria diffusione presso la popolazione americana. Contrariamente a ciò che possono pensare beceramente alcuni, la questione in nessun modo è legata ai rapporti tra l’ebraismo e gli USA. La fonte della pratica è la stessa dei cereali che con probabilità il lettore consuma il mattino: John Harvey Kellogg (1852-1943).

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Il Kellogg era un dottore nutrizionista, oltre che un imprenditore di successo e un gran cultore dell’eugenetica. Tuttavia, un pensiero lo ossessionava: quello della riduzione della masturbazione presso la popolazione maschile.

 

Ecco quindi che raccomandò la circoncisione come rimedio: si taglia subito il prepuzio al bambino e lui non si toccherà crescendo. La cosa ancora più allucinante è che anche i cereali da lui commerciati (da qualche mese di proprietà della Ferrero) avevano in teoria lo stesso scopo: erano sostanze che riteneva «anafrodisiache» e che quindi andavano impiegate in massa per scoraggiare l’onanismo.

 

Kellogg, che come si è visto godeva di una certa influenza, era convinto sostenitore anche del vestirsi di bianco e dei clisteri, da praticare soprattutto se si erano assorbiti veleni come tè, caffè, cioccolato. Il Kelloggo, inoltre, scoraggiava il mescolarsi tra le razze: a fine carriera si dedicò alla creazione di una «Race Betterment Foundation, («Fondazione per il miglioramento della razza»), che propalava pure eugenetica razzista americana (registri genetici, sterilizzazioni delle «persone mentalmente difettose»), di quella che poi piacque assai allo Hitler, che – cosa poco nota – prese alcune leggi degli Stati americani come suo modello per la Germania nazionalsocialista.

 

L’America odierna, e il mondo tutto, si trova quindi ancora alle prese con l’eredità di questo tizio: circoncisione e colazione con cereali tostati. L’eugenetica, nel frattempo, la si fa con le provette.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’attuale segretario alla Saluta USA Roberto Kennedy jr. fu sommerso di critiche ed improperi quando osò ricordare studi esistenti che ipotizzano una correlazione tra la circoncisione e l’autismo.

 

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