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La trappola del decreto di reintegro dei medici non vaccinati

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Nessuno pare aver capito quale trappola vi sia dietro il decreto legge 162/2002, il primo atto del nuovo governo, quello con cui, ha titolato in prima pagina il quotidiano La Verità la settimana passata, «la  Meloni smonta la gabbia del COVID».

 

Crediamo che non solo ciò risponda al vero, ma che vi sia, insito nel decreto incensato, un pericolo immenso. E non solo per i sanitari: per tutti.

 

Davanti al presunto DL liberatore, le reazioni, nell’Italia polarizzata, sono state quelle che ci immaginiamo: da una parte, il mondo vaccinatore (governatori, capi-istituzione sanitaria, virologi TV, la stampa tutta etc.) che si scaglia contro l’ingiusta reintegrazione dei pericolosi no-vax, che non solo sono contagiosi, ma che, come il figliol prodigo, hanno evitato il conformismo dei colleghi autosottopostisi alla terapia genica con di Stato.

 

Dall’altra parte vi sono, più preoccupanti, le reazioni dei non vaccinati: i quali sono larga parte gioiosi per il ritorno al lavoro (e, comprensibilmente, allo stipendio), in una sorta di tacita approvazione di quanto fatto subito dal governo melonico, che parrebbe loro aver allungato la mano verso chi aveva scelto di stare lontano dalla siringa mRNA. Ben fatto Giorgia, taluni dicono, magari bofonchiandeselo tra sé.

 

Altri reintegrati no-vax sono invece seccati: non basta essere stati riammessi, ci vogliono le scuse, non possiamo lasciar correre una simile infrazione dei diritti individuali, della legge, della Costituzione, etc. E nemmeno un’umiliazione personale come quella subita in questi mesi. Non hanno torto.

 

Tuttavia, a guardare il panorama delle reazioni, davvero nessuno pare aver capito una cosa fondamentale: non è finita. Manco per niente. La cosa non solo è sorprendente, è un po’ fastidiosa: vedere i cavalieri festeggiare la fine del drago quando quello è ancora lì, appena dietro l’angolo, con il suo respiro ancora ben percepibile, è uno spettacolo triste e disperante. La cosa, soprattutto, è pericolosa: non capire quello che sta per succedere ci lascia vulnerabili a chi invece non solo ha una lettura migliore della mappa, ma comanda il gioco.

 

Basterebbe capire in cosa consiste questo decreto rivoluzionario, andandosi a vedere cosa hanno detto i diretti interessati. «Il provvedimento che abbiamo preso oggi durante il Consiglio dei ministri è quello di anticipare al 1 novembre la scadenza dell’obbligo vaccinale per gli esercenti delle professioni sanitarie» ha dichiarato il neoministro della Salute Orazio Schillaci il 31 ottobre in una conferenza stampa a Palazzo Chigi.

 

Il ministro, già nel CTS che decise la sottomissione del popolo italiano alla prigionia pandemica, ha ragione: ciò che fa il decreto è semplicemente spostare la lancetta della fine dell’obbligo vaccinale dal 31 dicembre al 1° novembre. Uno sconto di una sessantina giorni.

 

Potete guardare il testo in Gazzetta Ufficiale: davvero, non c’è altro. Articolo 7, «Disposizioni in materia di obblighi di vaccinazione anti SARS-CoV-2»:

 

«1. Al decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all’articolo 4: 1) al comma 1, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; 2) al comma 5, alla fine del primo periodo, le parole: «31 dicembre 2022» sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; 3) al comma 6, le parole: “31 dicembre 2022» sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; b) all’articolo 4-bis, comma 1, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022”; c) all’articolo 4-ter, commi 1 e 3, le parole: “31 dicembre 2022” sono sostituite dalle seguenti: “1° novembre 2022″».

 

Fine. Questo è il grande ribaltamento fatto dal governo Meloni in merito alle politiche pandemiche. Un accorciamento dei tempi, peraltro già arrivati, praticamente, a scadenza.

 

Uno dice: ma insomma, sono due mesi di stipendi, e magari anche la tredicesima. Vero. Tuttavia, vale la pena di sforzarsi a vedere come nell’apparente vacuità queste righe potrebbe esserci innestato un meccanismo che rimetterà tutto in discussione.

 

Il decreto, di fatto, non attacca l’obbligo vaccinale: semplicemente, ne anticipa la fine. Non prende posizione sull’imposizione del siero, semplicemente ne accorcia i tempi.

 

Chi conosce i magheggi del legislatore italiano, sa bene come alcune leggi paiono essere create con la chiara intenzione di vederle poi smontate più avanti dalla magistratura, sia da quella ordinaria che dai livelli superiori. Chi scrive crede di aver visto qualcosa del genere con la legge 40/2004, quella che in teoria doveva regolare la produzione di esseri umani in laboratorio: una legge da per sé iniqua, ma pure con evidenti contraddizioni al suo interno, con non sequitur tali da far pensare il malizioso che chi la compilò prefigurasse già il suo smontaggio per mano giudiziaria.

 

Qui avviene qualcosa di simile, o se vogliamo, di ancora più cristallino. Non prendendo alcuna posizione sulla siringa di Stato, il decreto crea un vuoto che non può essere lasciato esistere, un vuoto che, immancabilmente, chiamerà qualcuno che lo riempirà. E noi pensiamo alla Corte Costituzionale.

 

È inevitabile: quello che è considerato il più alto organo di garanzia di rispetto della Carta sarà chiamato, una volta per tutte, a dirimere la questioni dei vaccini, che si trascina dall’anno lorenziniano 2017, e che ora non è più rinviabile, specie quando la Costituzione è chiamata in causa da coloro che erano, e in larga parte ancora sono, giudicati dall’esprit du temps come nemici pubblici, i no-vax.

 

Quindi, il decreto Meloni è un cross fatto in area per la Corte Costituzionale? Parrebbe: e aggiungete che il portiere è a farfalle i giocatori della difesa sono già negli spogliatoi. Basterà appoggiarla in rete. Qualcuno può ricordare cosa accadde dieci mesi fa con la storia delle cure domiciliari, con la sentenza del TAR, che le liberalizzava – come previsto dalla legge, dalla Costituzione e dalla deontologia medica – ribaltata da un altro alto organo giudiziario, il Consiglio di Stato, con decreto monocratico del suo presidente Franco Frattini.

 

Quindi, quando sarà chiesto alla Corte la risposta finale sulla legittimità dell’obbligo, la risposta cambierà tutto. E in modo piuttosto permanente – e difficilmente appellabile.

 

Nel caso i giudici costituzionali rilevassero che l’imposizione della siringa genica è legittima, possiamo immaginare il caos che seguirebbe. In pratica, il decreto appena passato sarebbe disintegrato, e così le vite delle persone che vi erano appese.

 

Ho parlato con un’amica giurista. Lei esclude che in una prospettiva del genere possano arrivare a rivolere indietro gli stipendi degli esclusi non vaccinati. Personalmente, non lo so: abbiamo imparato, in questi anni, la meschineria dei funzionari intermedi: magari non lo fa il governo, ma cominciano a domandarlo i governatori regionali, i capi delle ASL, i direttori sanitari, i ras ospedalieri, e via elencando tutta la burocrazia della cattiveria che abbiamo imparato a riconoscere, quelli più realisti del re, quelli che pretendono il green pass anche quando per legge non possono più farlo.

 

Immaginate la catastrofe. Dipingetevi nella mente questo reset. Le lancette che si spostano, stavolta davvero, indietro a quando l’apartheid biotica era una realtà granitica, onnipervadente, pienamente visibile, non discutibile.

 

Immaginatevi il disordine, la delusione, il dolore. La rabbia. Magari immaginatevi pure la protesta – e la legge anti-rave pronta ad accoglierla.

 

Questa, secondo noi, è la situazione che giocoforza si prepara: perché la vacuità del decreto meloniano, che neanche per sogno disattiva la bomba dell’obbligo vaccinale, apre esattamente a questa prospettiva.

 

Del resto, basta far attenzione alle parole. A quando Giorgia, nel discorso più importante della sua vita, ha trovato di modo di comunicare che «purtroppo non possiamo escludere una nuova ondata di COVID, l’insorgere in futuro di una nuova pandemia». Un momento di fischiettamento, con la neopremier che zufola un motivetto facendo finta di niente, ci sarebbe pure stato bene, a quel punto. A chi può interessare, del resto, il potere politico assoluto che, abbiamo visto, può fornire un’emergenza?

 

Tuttavia, basta anche solo sentire cosa dichiara apertis verbis il neoministro CTS Schillaci. «Oggi il quadro epidemiologico è mutato rispetto a quando il provvedimento è stato preso», ha detto in conferenza stampa: quindi, significa che se i numeri dovessero divenire preoccupanti (e sappiamo come li hanno fatti, i conti del COVID…), i non vaccinati non dovrebbero tornare. Capite: non è una questione di diritto, né di realtà oggettiva – è il conformarsi al senso pandemico dell’esistenza, alla politica che abbiamo subito sin dal 2020.

 

Senza contare come il ministro abbia ribadito poi la tesi utilitarista della «grave carenza del personale medico e sanitario nei nostri ospedali»: in mancanza di meglio, facciamo tornare i no-vaxi. «Crediamo fortemente che aver rimesso a lavorare nelle nostre strutture questi medici e questi operatori sanitari serve a contrastare la carenza che si registra sul territorio. Questo è importante per garantire il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione».

 

Rileggetevi il passaggio: dice, in pratica, che usiamo medici e infermieri non vaccinati per garantire i diritti costituzionali dei pazienti, cioè degli altri, cioè della massa vaccina. Non, per prima cosa, il diritto dei soggetti reintegrati, ma quello degli utenti della Sanità azzoppata dalla legge del razzismo biomolecolare. La contrapposizione tra classi sociali biologiche ci è evidente: non va pensata la mostruosa violazione dell’art. 32 subita dallo stesso personale sanitario (che è fatto, ricordiamolo, di cittadini…); no, bisogna pensare al diritto alla salute dei loro pazienti.

 

Lo vedete anche voi? Siamo noi che crediamo stia dicendo che i medici no-vax sono al massimo uno strumento per far funzionare gli ospedali della popolazione vaccinata?

 

È una nostra impressione che questo linguaggio nasconda una volontà di apartheid biotica virulenta tanto quanto quella dei governi Conte e Draghi?

 

Del resto, sappiamo come è la storia: ci ricordiamo quel 25 settembre 2021, quando a Milano la futura premier, che teneva un comizio a latere del luogo d’incontro settimanale della protesta no-green pass (grande idea), di fatto si tenne separata, lei capo dell’opposizione, dai manifestanti antigovernativi, e vi furono pure tafferugli. Giorgia se ne andò via rapidamente, senza nemmeno tentare di stabilire un contatto con quella marea di persone che, c’è da pensare, in parte potevano pure votarla…

 

 

Ricordiamo altresì i resoconti secondo cui la premier, iniziata la campagna elettorale, avrebbe cancellato i suoi post pro-vaccini sui social. Pensare che FdI fosse un partito anti-green pass è come pensare che sia un partito contro l’aborto, l’Europa, le sanzioni, etc. Puro wishful thinking di un elettorato estenuato.

 

Sappiamo bene cosa abbiamo davanti. Non è che c’è solo Giorgia Meloni, con i suoi ministri e la sfilza di impresentabili caporioni al seguito.

 

C’è un programma da implementare, che è quello della sottomissione definitiva delle popolazioni occidentali, e poi mondiali. L’inflizione di restrizioni emergenziali, accoppiate con l’emergere di piattaforme elettroniche di controllo e programmazione totali – come l‘imminente euro digitale, costruito ben prima della pandemia sulle stesse basi informatiche del green pass.

 

Il programma avanza non solo da noi, ma in ogni Stato del mondo, in Asia o nelle Americhe, in pace o in guerra. Ora, che sia la Meloni o il PD, Draghi o Conte, nulla può davvero cambiare davanti alla vastità e alla potenza della macchinazione planetaria in corso, che non bisogna aver più paura di chiamare, se si vuole, Nuovo Ordine Mondiale.

 

Per questo riteniamo non sia il caso di festeggiare questo decreto, né pensare che esso possa essere davvero di aiuto anche ai singoli che parrebbero beneficiarne. Guardate, per favore, più avanti del vostro naso.

 

Timeo Danaos et dona ferentes. Non sarà l’ultimo cavallo di Troia che vedremo nei prossimi mesi. Perché la nostra città, alla fine, deve essere saccheggiata e bruciata, e noi siamo gli ultimi ad opporsi a questo piano.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Politica

Elon Musk pronto a rientrare in politica

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Elon Musk si appresta a impegnare con tutta la sua influenza a favore del Partito Repubblicano in vista delle decisive elezioni di medio termine, malgrado il recente attrito con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti vicine alla vicenda.

 

Persone informate sulla questione hanno dichiarato al giornale che Musk, titolare di X, SpaceX e Tesla, è stato avvicinato da figure di spicco repubblicane, tra cui il vicepresidente JD Vance, affinché contribuisse a preservare la maggioranza repubblicana in entrambe le camere del Congresso.

 

In tale contesto, Musk avrebbe destinato 10 milioni di dollari a un super PAC che appoggia l’imprenditore del Kentucky Nate Morris, candidato al seggio senatoriale lasciato libero da Mitch McConnell.

 

Fonti del WSJ hanno inoltre indicato che il team politico di Musk ha incontrato nelle scorse settimane potenziali collaboratori, con un focus particolare su esperti di marketing digitale e di messaggistica istantanea. L’obiettivo prioritario del miliardario per le elezioni di medio termine di novembre consisterebbe nel mobilitare gli elettori che in passato hanno sostenuto Trump ma che dimostrano scarso entusiasmo per le consultazioni congressuali.

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Tuttavia, i piani di Musk e l’entità effettiva dell’intervento non sono ancora definitivi, e non esiste certezza sui precisi strumenti da adottare per supportare il Partito Repubblicano, precisa l’articolo.

 

Musk ha esercitato un’influenza notevole nelle elezioni del 2024, quando ha versato 288 milioni di dollari a sostegno di Trump e di altri candidati repubblicani, stando a quanto riportato dal Washington Post. Dopo il successo di Trump, Musk è stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), ormai sciolto.

 

Nonostante ciò, il rapporto tra i due si è incrinato a metà del 2025, quando Musk ha criticato aspramente il pacchetto di misure fiscali e di spesa promosso da Trump, definendolo «completamente folle e distruttivo». In seguito, i due sembrano aver superato le vecchie tensioni, come dimostrato dalla loro apparizione congiunta a una cerimonia in ricordo dell’attivista conservatore Charlie Kirk e dalle foto emerse di una cena condivisa.

 

La rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party.

 

Elone già nel corso del 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.

 

Il rientro di Musk nell’arena politica avviene in un momento di preoccupazione per il Partito Repubblicano, che teme di perdere la maggioranza al Congresso. Un sondaggio del New York Times/Siena di questa settimana ha mostrato i Democratici in vantaggio su una scheda elettorale generica congressuale, con il 48% contro il 43% tra gli elettori registrati.

 

Trump ha descritto le elezioni di medio termine come fondamentali per la sua presidenza, affermando questo mese ai repubblicani della Camera che «devono vincere le elezioni di medio termine… [o] verrò messo sotto accusa».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Economia interna ed Europa: punti salienti del discorso di Trump al WEF

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Il presidente americano Donald J. Trump ha parlato al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, pronunciando un discorso di estrema rilevanza dove ha riaffermato la leadership americana sulla scena mondiale e esternato la sua visione per il resto del mondo, dalla Groenlandia, alla Cina, alla Russia, all’Europa. Sottolineando gli imperativi della sovranità nazionale USA e il primato degli interessi del Paese e dei suoi cittadini, Trump ha articolato una strategia per promuovere la prosperità dell’America nella sua economia interna e, qualora cooperassero, pure dei Paesi europei in stato di decadenza.   Di seguito i punti salienti del discorso del presidente al WEF.  

Iniziative innovative per ridurre i costi per i cittadini americani

«La proprietà della casa è sempre stata un simbolo di salute e vigore della società americana, ma questo obiettivo è diventato irraggiungibile per milioni e milioni di persone nell’era Biden… Le case sono costruite per le PERSONE, non per le aziende, e l’America NON diventerà una nazione di affittuari… Ecco perché ho firmato un ordine esecutivo che vieta ai grandi investitori istituzionali di acquistare case unifamiliari… E chiedo al Congresso di trasformare questo divieto in legge permanente».   «Ho dato istruzioni alle istituzioni sostenute dal governo di acquistare fino a 200 miliardi di dollari in obbligazioni ipotecarie per abbassare i tassi di interesse… La scorsa settimana, il tasso medio dei mutui a 30 anni è sceso sotto il 6% per la prima volta in molti anni».  

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«Il margine di profitto per le società di carte di credito supera ora il 50%, uno dei più alti, e applicano agli americani tassi di interesse del 28%… Per aiutare i nostri cittadini a riprendersi dal disastro di Biden… chiedo al Congresso di limitare i tassi di interesse delle carte di credito al 10% per un anno».   «Sto anche lavorando per garantire che l’America rimanga la capitale mondiale delle criptovalute… Il Congresso sta lavorando duramente alla legislazione sulla struttura del mercato delle criptovalute… Che spero di firmare molto presto, aprendo nuove strade agli americani per raggiungere la libertà finanziaria».  

I risultati economici del suo primo anno di ritorno in carica

«Sotto l’amministrazione Biden, l’America era tormentata dall’incubo della stagflazione, ovvero bassa crescita e alta inflazione: una ricetta per miseria, fallimento e declino. Ma ora, dopo solo un anno di politiche da me intraprese, stiamo assistendo all’esatto opposto: praticamente nessuna inflazione e una crescita economica straordinariamente elevata».   «In un anno, ho ridotto il nostro deficit commerciale mensile di un sorprendente 77%, e tutto questo senza inflazione, cosa che tutti dicevano non si potesse fare».   «Grazie alla mia schiacciante vittoria elettorale, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha colpito ogni nazione europea che ha perseguito la Green New Scam [«la grande truffa verde», ndr], forse la più grande bufala della storia».  

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«Sotto la mia guida, la produzione di gas naturale degli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico, la produzione di petrolio degli Stati Uniti è aumentata di 730.000 barili al giorno… il prezzo della benzina è ora inferiore a 2,50 dollari al gallone in molti Stati».   «In 12 mesi, abbiamo rimosso oltre 270.000 burocrati dalle buste paga federali, la più grande riduzione annuale dell’occupazione pubblica dalla fine della seconda guerra mondiale… Abbiamo tagliato la spesa federale di 100 miliardi di dollari e ridotto il deficit di bilancio federale del 27% in un solo anno… A luglio, abbiamo approvato i più grandi tagli fiscali nella storia americana, tra cui nessuna tassa sulle mance, nessuna tassa sugli straordinari e nessuna tassa sulla previdenza sociale per i nostri cari anziani».  

Appello all’azione per i partner europei

«Gli Stati Uniti sono il motore economico del pianeta e quando l’America prospera, prospera anche il mondo intero».   «Negli ultimi decenni, a Washington e nelle capitali europee è diventato opinione diffusa che l’unico modo per far crescere un’economia occidentale moderna fosse attraverso una spesa pubblica in continua crescita, una migrazione di massa incontrollata e infinite importazioni dall’estero… Questa è stata la strada che l’amministrazione del sonnolento Joe Biden e molti altri governi occidentali hanno seguito in modo molto sciocco, voltando le spalle a tutto ciò che rende le nazioni ricche, potenti e forti».   «Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime: crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale, maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili e forze armate molto, molto più piccole».  

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«Gli Stati Uniti hanno molto a cuore il popolo europeo… e crediamo profondamente nei legami che condividiamo… Ecco perché questioni come l’energia, il commercio, l’immigrazione e la crescita economica devono essere preoccupazioni centrali per chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito».   «La situazione in Minnesota ci ricorda che l’Occidente non può importare in massa culture straniere che non sono mai riuscite a costruire una società di successo».   «L’esplosione di prosperità e progresso che ha costruito l’Occidente non è derivata dai nostri codici fiscali; in ultima analisi, è derivata dalla nostra cultura molto speciale. Questa è l’eredità di pressione che America ed Europa hanno in comune… Dobbiamo difendere quella cultura e riscoprire lo spirito che ha elevato l’Occidente dalle profondità del Medioevo all’apice delle conquiste umane».

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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L’assassino dell’ex primo ministro giapponese condannato all’ergastolo

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L’uomo che ha ucciso l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe nel 2022 è stato condannato mercoledì alla pena dell’ergastolo.

 

Tetsuya Yamagami, 45 anni, fu arrestato immediatamente sul luogo del delitto a Nara, dove il veterano politico – il primo ministro più longevo nella storia del Giappone – stava tenendo un comizio elettorale per il Partito Liberal Democratico (PLD). Yamagami ha confessato l’omicidio in aula lo scorso ottobre.

 

Il processo, celebrato presso il tribunale distrettuale di Nara, ha messo in evidenza i rapporti tra il Partito Liberal Democratico e la Chiesa dell’Unificazione, potente organizzazione religiosa con sede in Corea del Sud, fondata nel 1954 dall’autoproclamato messia Sun Myung Moon e spesso definita dai critici una setta a scopo di lucro. In Italia è nota per la querelle intorno al «matrimonio» del vescovo esorcista zambiano Emmanuel Milingo, contratto con una seguace del reverendo Moon, celebre per celebrare matrimoni di massa negli stadi tra persone che nemmeno si conoscevano.

 

Molti considerano il movimento religioso di Moon come un attrezzo della Guerra Fredda, con legami con CIA e Stato profondo americano. Bisogna inoltre ricordare che in Italia la sua figura veniva salutata dalle autorità.

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Secondo le testimonianze riportate dai media, Yamagami ha dichiarato di aver maturato un profondo risentimento verso la chiesa – comunemente nota in America come la setta dei «moonies» – dopo che la madre aveva donato alla setta gran parte dei risparmi familiari. L’imputato ha spiegato di aver scelto Abe come bersaglio perché l’ex premier aveva partecipato e sostenuto un evento organizzato da un gruppo collegato alla Chiesa dell’Unificazione.

 

Un’indagine interna condotta dal PLD ha rivelato che oltre cento parlamentari del partito intrattenevano legami con l’organizzazione religiosa. Storicamente, il partito conservatore giapponese e la chiesa condividevano una comune avversione al comunismo e ad altre ideologie di sinistra. Il mondo dei podcast è tornato a discutere della Unification Church.

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo l’assassinio fioccarono accuse di frode contro la Chiesa dell’Unificazione giapponese.

 

In seguito all’assassinio di Abe, l’allora primo ministro Fumio Kishida fu costretto a prendere pubblicamente le distanze sia dal PLD sia dalla Chiesa dell’Unificazione. A marzo dello scorso anno, il tribunale distrettuale di Tokyo ha disposto lo scioglimento della branca giapponese dell’organizzazione.

 

Sebbene Abe fosse una figura controversa all’interno del Giappone, numerosi leader internazionali ne hanno riconosciuto le doti diplomatiche e la capacità di instaurare relazioni personali efficaci. Il presidente russo Vladimir Putin, in particolare, ha ricevuto lo scorso maggio al Cremlino la vedova di Abe, Akie.

 

Lo Yamagami nel frattempo è divenuto particolarmente popolare in Giappone, con la rete che ne sottolinea la lucidità e pure l’avvenenza. Il risentimento nei confronti della gerarchia del PLD – una sorta di pachidermica, immutabile DC nipponica – si esprime anche con l’ascesa del partito Sanseito, documentata ampiamente e direttamente da Renovatio 21.

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