Politica
LA NEOMINISTRO GRILLO, LE EPIDEMIE, I TOPI DI FOGNA
Ammettiamo che il giro sulle montagne russe è stato interessante.
La partenza con centrodestra e grillini in confusione (cioè, lo stato perenne del PD anche mentre ci governava, rappresentato plasticamente dalla costante espressione interrogativa dipinta sul volto del segretario Martina). Poi il saliscendi dei «due forni» di Di Maio. Poi Berlusconi che dà i numeri. Poi le settimane per il contratto gialloverde.
Arrivati al giro della morte – con Mattarella, che, più realista del Re sfiora l’alto tradimento (il Re, se non lo avete capito, non è lui) – un po’ di paura ce la siamo presa.
Riguardo a ciò che qui ci compete, quando è sbucato Cottarelli (che in verità era «precottarelli», visto come è stato tirato fuori dal taschino del Presidente, per poi divenire all’istante decottarelli), abbiamo visto uscire il nome che questi voleva come ministro della Sanità: Walter Ricciardi. Massì, proprio lui: il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.
Più che paura, queste montagne russe stavano mettendo sconforto, rassegnazione, finanche noia.
Ricciardi, un nome che (specie considerando il risultato elettorale!) dovrebbe essere ritenuto «impresentabile» viste le storie di conflitti di interesse recentemente emerse («Non sapevo che ci fosse una lobby dietro quelle riviste» è una giustificazione che se la gioca con l’appartamento che Scajola ha acquistato a sua insaputa), rappresentava la più perfetta continuità possibile con gli anni lorenzinici.
Ricordiamo la fortuna di Beatrice: negli ultimi tre governi, con tre premier diversi, lei ha sempre mantenuto il posto… Come mai? Vallo a sapere.
(Una fortuna davvero sfacciata: quasi quanto ottenere con una gravidanza sola due bambini eterozigoti)
Ricciardi che addiveniva ministro significava che il Moloch industrial-sanitario e i suoi reggicoda statali e clericali non volevano tirarsi indietro di nemmeno un millimetro, neanche quando decine di milioni di italiani gli votano contro.
Ma la giostra si è dimostrata davvero coinvolgente, quindi ecco che rispunta l’idea esecutivo gialloverde, che scombina due nomi (Savona trasloca al numero civico successivo…) e firma in un batter di ciglia.
Tutti amano Giulia Grillo
Fanno ministro Giulia Grillo. Di mestiere fa l’anatomopatologa: un medico al Ministero della Salute, roba rara dopo gli anni della diplomata al liceo classico che parla di virus saltellanti.
Molti tirano un sospiro di sollievo: forse a settembre potremo mandare i bambini all’asilo.
Tuttavia, insospettisce che i giornaloni siano più teneri del previsto.
La neoministro «si è contraddistinta per posizioni sempre miti e di ascolto del mondo scientifico» scrive Repubblica.
La linea incarnata dalla Grillo è «una sintesi faticosa raggiunta nei gruppi parlamentari del Movimento nella scorsa legislatura», una posizione architettata da quell’esempio di eleganza, sobrietà ed acume politico che è la senatrice Paoletta Taverna. «Una posizione di mediazione», dice il giornale di De Benedetti: «no all’obbligo se non in caso di picchi, di epidemie come quella recente sul morbillo». Questo ultimo parrebbe non essere un virgolettato dell’interessata, ma il riassunto della giornalista di Repubblica.
«No all’obbligo se non in caso di picchi, di epidemie come quella recente sul morbillo»
Il Corriere pubblica una foto in cui la Grillo appare professionale e sofisticata. Poi nell’articolo fa parlare praticamente solo Burioni. Uno non può non finire a chiedersi: ma perché? Ancora?!?
Se qualcuno non ha ancora capito il suo ruolo di messia prescelto dal dio Pharma e non solo da quello, per favore apra gli occhi: ci aspettano altri mesi, anni di Burioni che fuoriesce da ogni anfratto di TV e giornali dell’establishment.
Tuttavia Burioni, invece di dirle «somara» e ricordarle che la democrazia non vale nulla rispetto alle sue opinioni (Burioni assomiglia sul serio sempre più ad un titolo di Lercio), inspiegabilmente fa partire una leccatina: «vediamo che cosa farà, intanto buon lavoro».
Burioni inspiegabilmente fa partire una leccatina: «vediamo che cosa farà, intanto buon lavoro»
Cioè: quello che gioiva pazzamente per la radiazione del dottor Gava, quello che si augurava che i bambini non vaccinati venissero emarginati, saluta quasi con cauto ottimismo l’installarsi al Ministero di un personaggio in odore di No-Vax.
Il Corrierone spinge il violino perfino più in là. ecco il commento di Lucio di Mauro, presidente dell’Ordine dei Medici (sì: l’organo che ha espulso Gava, Miedico, Rossaro, Lesmo) di Catania: «riservata, seria, non l’ho mai vista agire per interesse personale. Ha vinto il concorso alla scuola di specializzazione col massimo dei voti, 67 su 67. Sembra finta per quanto è brava». Slurp.
«Sembra finta per quanto è brava». Slurp
Se non siete già travolti dalla glicemia, potete leggere anche del «papà Archimede, detto Dino, anestesista e pionieri del surf» che insegna alla figlia «segreti e magie del vento».
Per il lettore che insiste il diabete è alle porte, e al momento non sappiamo quale farmaceutica si avantaggerebbe con la conseguente necessità di insulina.
Lo zampino del Gatto Silvestri
A chiarirci le idee potrebbe essere il post su Facebook che la Grillo ha approntato ieri, dove illustra le indicazioni sul futuro della Sanità. Qualcuno ha notato che più che quanto viene scritto è più rilevante il non-detto: sui vaccini, il tema più caldo che esista (soprattutto se tra dopo due giorni si va a fare un passaggio di consegne materiale con Beatrice Lorenzin), neanche mezza parola.
«Ora tace, o comunque non mette la cancellazione della legge Lorenzin alle prime cose a cui pensa»
«Ora tace, o comunque non mette la cancellazione della legge Lorenzin alle prime cose a cui pensa» scrive oggi in un ulteriore articolo Repubblica.
La realtà è che in atto c’è già la metamorfosi dei grilli: da antivaccinari da bar (memorabili i candidati alle parlamentarie online 2013 che ritenevano che i vaccini rendessero omosessuali i bambini) stanno rientrando verso più miti consigli.
Per Guido Silvestri e multinazionali del farmaco vanno difese: «Pensare che loro facciano i soldi coi vaccini è come pensare che le industrie del petrolio facciano i soldi con la miscela dei motorini».
Il garante di tale metamorfosi lo si trova negli USA, è uno scienziato e si chiama Silvestri.
Questi è un vaccinofilo convintissimo, intransigente, estremista. Da quale aereo sia stato paracadutato nel M5S non è dato saperlo (supporlo, però, sì).
L’opera del Silvestri è tale che tocca di vedere sugli organi grillini titoli come «Il MoVimento 5 Stelle è per la massima copertura vaccinale».
Il dottore «americano» considera le storie che circolano su Big Pharma e vaccini «delle sciocchezze». Le multinazionali del farmaco vanno difese: «Pensare che loro facciano i soldi coi vaccini è come pensare che le industrie del petrolio facciano i soldi con la miscela dei motorini».
In pratica, Silvestri sta al M5S come Burioni sta al PD: sacerdoti del dio Vaccino il cui compito è tuonare contro chi dentro o fuori dal partito osa sfidare l’ortodossia della siringa. (I due, riportano le cronache, si conoscono e si complimentano vicendevolmente)
In pratica, Silvestri sta al M5S come Burioni sta al PD
Insomma, a dettare la linea del nuovo ministro della Salute è decisamente il Burioni grillino.
Se ne accorge persino il quotidiano milanese nell’articolo di oggi: il ministro «ha precisato più volte la sua linea, ispirata al manifesto tracciato da Guido Silvestri, ricercatore marchigiano, ora figura di rilievo in USA, chiamato come consulente a titolo gratuito per correggere l’iniziale ostilità grillina».
a dettare la linea del nuovo ministro della Salute è decisamente il Burioni grillino.
Colpisce, oltre all’ennesima sviolinata che però aiuta a ben comprendere il disegno sottostante, la sincerità con cui si può parlare della normalizzazione del M5S, che si infiltra e si dirotta senza neanche tanto sforzo. Gratis, perfino.
Obbligo del sushi
Veniamo alla sostanza: riteniamo che la linea del neoministro Grillo sia pericolosa (oltre che illogica) per due ordini di motivi. Uno pragmatico, e uno più oscuro.
Da un punto di vista pragmatico, la dottrina Silvestri sposata devotamente dalla Grillo, è un controsenso tossico e allucinante.
La dottrina Silvestri sposata devotamente dalla Grillo: «Noi siamo favorevoli all’obbligatorietà dei quattro vaccini che oggi, per legge, sono già obbligatori, e siamo anche favorevoli all’introduzione di misure di obbligatorietà per vaccini che proteggono da malattie per le quali esiste una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)»
«Noi siamo favorevoli all’obbligatorietà dei quattro vaccini che oggi, per legge, sono già obbligatori, e siamo anche favorevoli all’introduzione di misure di obbligatorietà per vaccini che proteggono da malattie per le quali esiste una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)» si legge sulla Pravda a 5 stelle nel post che ha segnato la conversione del partito alla dea siringa.
In pratica, il grillino ti fa lo sconto: macché 10 vaccini, se ci voti a tuo figlio ne faremo solo 4. Come sempre. Sulla pericolosità della siringa (dopo centinaia di ore di spettacoli di grillo, video, comizi, e perfino l’antica collaborazione con il dott. Montanari) abbiamo scherzato.
Siamo seri, su: dobbiamo fare gli adulti, ché tra poco si va al governo.
Fateci capire: la libertà vaccinale la si chiede per coloro che ritengono che i vaccini (alcuni più di altri, come il MPR) siano degli intrugli venefici che possono danneggiare i propri figli. Dire che si è per i vaccini liberi, per poi obbligare a siringarne quattro ai bambini italiani, è, più che un controsenso, una presa per i fondelli.
Dire che si è per i vaccini liberi, per poi obbligare a siringarne quattro ai bambini italiani, è, più che un controsenso, una presa per i fondelli.
Sappiamo che il mercurio nel pesce fa male: invece che lasciarci in pace lontani dal ristorante che lo serve (o, meglio, invece di chiuderlo), i grillini ci obbligano ad entrare, «ma costringiamo i vostri figli a mangiare solo il sushi con il salmone, con il tonno e il California Maki, il resto del menu glielo prendete se volete».
Non fa una grinza.
Il conto del ristorante, ça va sans dire, lo pagherai comunque tu, il contribuente.
È tuttavia sulla seconda parte dell’enunciato che preme dire due parole.
«Una reale emergenza epidemica (come esiste al momento per il morbillo)» è un’espressione bella impegnativa. Innanzitutto per la definizione di emergenza epidemica: i pochi casi di morbillo dell’anno scorso sono un’epidemia?
Come si quantifica una epidemia?
Una malattia che, dicono alcuni studi di cui abbiamo dato conto, avrebbe persino effetti benefici a lungo termine, può essere considerata alla stregua dell’HIV, dell’influenza aviaria o dell’Ebola?
Qui poi si apre lo scenario più oscuro, finanche un pochino apocalittico.
Nel momento in cui la molla per rendere obbligatorio il vaccino (pensate dal punti di vista di Big Pharma: venderlo) diviene l’epidemia, come si può essere certi che nessuno lo metterà volontariamente in circolo?
Nel momento in cui la molla per rendere obbligatorio il vaccino (pensate dal punti di vista di Big Pharma: venderlo) diviene l’epidemia, come si può essere certi che nessuno lo metterà volontariamente in circolo?
È una cosa di cui qualche medico che ha conservato l’umanità parla, anche se, certo, solo sottovoce. La diffusione programmatica di patogeni è un incubo da complottisti?
Diciamo proprio di no.
Disneyland e il traffico dei virus
Dovrebbe sovvenire alla mente di un caso di non molto tempo fa. Fu coinvolta Ilaria Capua, virologa ben nota nonché senatrice di Scelta Civica (partito massonico biodegradabile e unto dai vescovi che Dagospia ribattezzò efficacemente «Sciolta civica»).
Per i PM, la consorteria di cui faceva parte l’onorevole Capua poteva essersi resa colpevole di «una pluralità indeterminata di delitti di ricettazione, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica, corruzione, zoonosi ed epidemia».
I dodici imputati accusati a vario titolo di traffico illecito di virus dell’influenza aviaria furono portati in tribunale «per aver utilizzato virus altamente patogeni dell’influenza aviaria, di provenienza illecita, al fine di produrre in forma clandestina, specialità medicinali ad uso veterinario (quale è il vaccino dell’influenza aviaria), procedendo successivamente, sempre in forma illecita, alla loro commercializzazione e somministrazione agli animali avicoli di allevamenti intensivi».
I dodici imputati accusati a vario titolo di traffico illecito di virus dell’influenza aviaria furono portati in tribunale «per aver utilizzato virus altamente patogeni dell’influenza aviaria, del tipo H9 ed H7N3, di provenienza illecita, al fine di produrre in forma clandestina, senza la prescritta autorizzazione ministeriale, specialità medicinali ad uso veterinario (quale è il vaccino dell’influenza aviaria), procedendo successivamente, sempre in forma illecita, alla loro commercializzazione e somministrazione agli animali avicoli di allevamenti intensivi».
Gli accusati secondo i PM avevano agito «determinando la diffusione non più controllata del virus dell’influenza aviaria negli allevamenti avicoli del nord Italia, con grave pericolo per l’incolumità e la salute pubblica, che determinava, da un lato, il contagio di sette persone tra gli operatori del settore come accertato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso un’indagine epidemiologica, e dall’altro il grave pericolo per la salute derivante dal consumo della carne oggetto della vaccinazione indiscriminata, determinando, quale misura di prevenzione, l’abbattimento di milioni di capi di polli e tacchini, con un considerevole danno al patrimonio avicolo nazionale, calcolato dal Centro regionale epidemiologia veterinaria in 40 milioni di euro»
Come immaginerete, stiamo copiando e incollando frasi da carte processuali.
Non è un panzana cospirazionista : è una inchiesta giudiziaria vera e propria, che mette in luce la facilità con cui si può trafficare virus devastanti, al di fuori di ogni controllo.
«…grave pericolo per l’incolumità e la salute pubblica (…) il contagio di sette persone tra gli operatori del settore come accertato dall’Istituto Superiore di Sanità attraverso un’indagine epidemiologica, (…) il grave pericolo per la salute derivante dal consumo della carne oggetto della vaccinazione indiscriminata, (…) l’abbattimento di milioni di capi (…) un considerevole danno al patrimonio avicolo nazionale, calcolato dal Centro regionale epidemiologia veterinaria in 40 milioni di euro»
La Capua fu prosciolta, ma nel frattempo era espatriata: andò permanentemente in Florida con il marito, anche lui imputato.
Come notava L’Espresso, il giornale che fece lo scoop passato però sotto silenzio presso le altre testate (del resto un deputato che traffica virus in uno scenario da guerra biologica è cosa che capita tutti i giorni, no?), il proscioglimento dell’onorevole non toglie come le intercettazioni del caso abbiamo svelato le dinamiche del grande, mostruoso business.
«Le conversazioni registrate dai Nas dei carabinieri svelano, fra i tantissimi episodi, gli interventi di Capua sulla Intervet, filiale italiana di un colosso dei farmaci veterinari. I vertici di Intervet si erano mostrati critici sull’efficacia del sistema Diva. Ma la signora dei virus gli avrebbe fatto sapere che nell’Istituto zooprofilattico di Padova era in corso un esperimento su un vaccino prodotto da Intervet: il marchio però sarebbe stato menzionato nel suo studio solo se i responsabili della casa farmaceutica avessero assecondato le sue richieste, tra le quali quella di rivalutare il test Diva. E parlarne bene. E ai manager avrebbe fatto arrivare un messaggio chiaro attraverso un intermediario: “Lei (Capua ndr) non è una persona che si compra con quattro lire”».
«l manager della Merial (la multinazionale coinvolta, ndr) si rivolge alla virologa (…) perché lei è la responsabile del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria e quindi è nella possibilità di sapere con certezza con quale ceppo virale si preparerà il nuovo vaccino. Nello stesso tempo è una delle poche persone che in ambito internazionale ha la possibilità di farsi inviare, in breve tempo, un ceppo virale da altri istituti senza la prescritta autorizzazione ministeriale”».
Multinazionali e istituti profilattici trafficano virus – incluso linguaggio che faceva pensare a mazzette – con una disinvoltura pressoché assoluta
Insomma, multinazionali e istituti profilattici trafficano virus – incluso linguaggio che faceva pensare a mazzette – con una disinvoltura pressoché assoluta.
Come pensare, quindi, che davanti alla prospettiva di vendite record grazie ad una epidemia, a qualche stakeholder del sistema vaccinale non venga la matta tentazione di diffondere qualche patogeno fra i bimbi italiani?
È una ipotesi, oscura quanto volete, che però può tornare alla mente certe volte.
Vi furono a Disneyland 52 casi, la vasta maggioranza dei quali riguardava – surprise! – fanciulli già vaccinati proprio per il morbillo.
Molti conosceranno il caso Disneyland.
Come noto, nel 2015, scoppiò un focolaio di morbillo (sempre lui…) in quello che è il luogo per eccellenza simbolo dell’innocenza, della cosa più importante che il nostro mondo adulto deve proteggere: i nostri bambini.
Vi furono 52 casi, la vasta maggioranza dei quali riguardava – surprise! – fanciulli già vaccinati proprio per il morbillo.
Questo dato garantì stupende contorsioni da parte dei media dell’establishment siringatore, tuttavia non placò la narrativa che doveva emergere: per quanto possa essere incongruo, la colpa era, dissero i mezzi di informazione, delle mamme no-vax.
Sì. Era per colpa loro, e per colpa dei loro figli non vaccinati, che era scoppiata l’«epidemia» di Disneyland.
Le conseguenze non tardarono ad arrivare: il New York Times mandò in rete una mappa interattiva con il numero di non vaccinati per asilo, la California divenne uno dei tre stati dell’Unione che rifiuta l’obiezione di coscienza riguardo le vaccinazioni.
Prima era possibile evitare lo shot (a sé e alla propria prole) citando motivazioni filosofiche e/o religiose. Dopo Disneyland, anche l’ultima scappatoia è stata cancellata.
Bene: conoscendo questo film, come è possibile non pensare, quando la Lorenzin tira fuori Gardaland, ad un remake?
Conoscendo questo film, come è possibile non pensare, quando la Lorenzin tira fuori Gardaland, ad un remake? Che non si tratta di accadimenti, ma di uno schema preciso?
Che non si tratta di accadimenti, ma di uno schema preciso?
Sono supposizioni che uno è tentato di fare.
Per questo motivo, riteniamo che lasciare aperta la porta dell’obbligo in epidemia sia pericoloso, pericolosissimo: anzi forse più dannoso dell’obbligo stesso!
Il ministro dei ratti di fogna mangiatori di feti?
Ma c’è un’ultima rilievo che Renovatio 21 non può non muovere al neoministro.
La Grillo è nota alle microcronache parlamentari per essersi spesa in abbondanza a favore della pillola abortiva RU486
La Grillo è nota alle microcronache parlamentari per essersi spesa in abbondanza a favore di un particolare farmaco: la RU486.
Un farmaco speciale, che è l’apoteosi della medicina moderna – cioè, della Necrocultura – perché uccide l’essere umano, anzi, capolavoro, talvolta ne uccide due in un colpo solo.
Per chi non conoscesse questa sigla, stiamo parlando della pillola che ha trasformato l’aborto da chirurgico a chimico, da ospedaliero a domestico.
La neoministro grillina volle impegnare il governo nella risoluzione in commissione 7/00362 «ad avviare una campagna informativa attraverso corsi, seminari nelle scuole e nei consultori, periodici e diffusi su tutto il territorio nazionale che chiariscano la necessità e i tempi di assunzione della stessa, nonché gli effetti e i meccanismi di funzionamento del farmaco anche al fine di accompagnare le donne, specie le più giovani, in una fase estremamente delicata della propria vita, con la giusta consapevolezza e l’adeguata assistenza socio-sanitaria».
Con la RU486, la madre che vuole sbarazzarsi di suo figlio non si sottopone più ad intervento: piglia la pillola e va a casa.
Con la pillola RU486 il feto espulso finisce nel sistema fognario tramite il water dicasa; qui è molto probabile venga divorato dalla fauna locale: ratti, nutrie, rane, pesci.
Quando il farmaco ha effetto rendendo impossibile la gravidanza, alla madre viene somministrata una prostaglandina che provoca contrazioni espellendo quindi il feto.
Il lettore può immaginare dove: di solito, nel water di casa.
Chiediamo lo sforzo di pensare a quanto stiamo scrivendo, perché, essendo questa la verità, nessuno ve lo dirà con facilità altrove: il feto espulso finisce nel sistema fognario.
Qui, mi fece riflettere una volta una signora esperta di queste cose, è molto probabile venga divorato dalla fauna locale: ratti, nutrie, rane, pesci, e poi forse anche «i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi» di cui parla l’enciclica antiumana di Bergoglio Laudato Sii. La vendetta delle creature sull’uomo, in pratica.
Ma sono soprattutto i ratti a sembrarci degni di interesse: essi posseggono un fiuto talmente fino da rifiutare l’accoppiamento con un loro simile se questi ha il cancro, che essi riescono a determinare olfattivamente.
Davanti ad una porzione così succulenta di giovane carne umana – così ricca di cellule staminali! – la popolazione pantegana festeggia.
Altro che le polemiche sui «cimiteri» per i resti dei non-nati, altro che gli ospedali che usano i resti dell’aborto come materiale per la caldaia (succede). Le fogne, con l’aborto chimico (cioè il metodo che soppianterà per sempre quello chirurgico, costoso ed invasivo), si innalzano a luogo di umiliazione massima dell’essere umano, in cui la Necrocultura pagana neppure sacrifica più i bambini a maestosi dèi della morte; li consegna a topi affamati.
È così, un piccolo bambino italiano innocente, invece che tuffarsi in mare con il papà a fare windsurf come capita alla bravissima e fortunatissima Grillo, si deve tuffare nella melma degli scarichi per essere divorato dalle bestie più infime e schifose. Alla Grillo Dio ha dato il paradiso marittimo, ai non-nati la Grillo vuole dare l’inferno fognario.
Anche qui, non fa una grinza.
Chiunque chieda di aumentare il numero di aborti chimici nel Paese è di fatto la proiezione politica dei topi di fogna. E dei loro banchetti a base di carne umana innocente.
La vera informazione che lo Stato dovrebbe far circolare, di cui la Grillo non si cura minimamente, dovrebbe essere invece riguardo alla possibilità, se attuata in tempi rapidi, di invertire il processo. Se la donna si pente, esiste una via biochimica per eliminare l’effetto del mifepristone (la sostanza antiprogestinica contenuta nella RU486) e salvare il bambino. Di Abortion Pill Reversal negli USA si parla apertamente, in Italia non molto in verità.
Chiunque chieda di aumentare il numero di aborti chimici nel Paese è di fatto la proiezione politica dei topi di fogna. E dei loro banchetti a base di carne umana innocente
Chiaramente, non nutriamo speranze in merito: sappiamo che i 5S sono al traino del pensiero radicale (aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali e «fra specie diverse purché consenzienti» – quest’ultimo copyright on. Carlo Sibilia) e, cosa ancora più grave, non sanno nemmeno bene perché.
Abbiamo detto.
Come Burioni, non resta che augurare al ministro Grillo «buon lavoro».
Tuttavia avrete anche capito per quali buone ragioni siamo – incredibile ma vero – molto meno ottimisti di Burioni.
Pensiero
Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum
Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.
54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.
Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.
Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.
Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.
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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).
Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).
Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.
Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.
Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.
Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?
Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.
Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.
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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.
Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».
Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?
Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.
Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.
Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.
La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.
Aiuta Renovatio 21
È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.
Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».
Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.
Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.
Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.
Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.
Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).
Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.
Roberto Dal Bosco
Politica
Ambulanze ebraiche incendiate a Londra
Very convenient isn't it this attack in Golders Green, 3 men know exactly where to go to find 4 unprotected ambulances, and they have exactly the right tools, packs of solid combustibles to do it.
— BladeoftheSun (@BladeoftheS) March 23, 2026
All exactly when they need it to generate support for the war in the Middle East. pic.twitter.com/rQef6psALC
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Massive explosion from the Hatzolah ambulance arson attack in Golders Green, London. https://t.co/lgyNiWoE0J pic.twitter.com/UQ2KHTTqYa
— G R I F T Y (@GriftReport) March 23, 2026
LONDON – HATZOLLAH AMBULANCE SET ALIGHT
— Australian Jewish Association (@AustralianJA) March 23, 2026
Someone thought it would be a good idea to break into the holding yard to torch multiple Hatzoloh ambulances in Golders Green, London UK.
Hatzollah is a Jewish paramedic response service, staffed by volunteers and funded by the community.… pic.twitter.com/xvhmYVXjXm
Four Hatzola ambulances were set ablaze in Golders Green, London in the early hours of Monday morning.
— S2J News (@s2jnews) March 23, 2026
No injuries or casualties have been reported.
Hatzola is a Jewish-run Ambulance service which serves the Jewish community.
The explosions heard are believed to be linked to… pic.twitter.com/nyGVQbAfDN
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Politica
Hamas ha 90 giorni di tempo per disarmarsi
Ad Hamas sono stati concessi 90 giorni per consegnare le armi pesanti e le mappe che illustrano la sua rete di tunnel sotterranei, in base a una nuova proposta di disarmo presentata nell’ambito del suo piano di pace con Israele.
La nuova proposta prevede che tutti i gruppi terroristici presenti a Gaza, non solo Hamas, ma anche la Jihad islamica e altri gruppi, si disarmino completamente nei prossimi mesi. Il movimento islamista palestinese ha ricevuto la proposta durante un incontro al Cairo presieduto dal politico e diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, rappresentante del presidente Trump nel Consiglio di pace di Gaza.
I combattenti islamici potrebbero inoltre ottenere l’immunità se consegnassero volontariamente le proprie armi.
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Mladenov ha insistito sul fatto che un piano di pace e la completa ricostruzione di Gaza richiedono «il disarmo totale di Hamas e di ogni gruppo armato, senza eccezioni né rinunce».
Sebbene Hamas abbia mostrato la volontà di rinunciare ad armi pesanti, inclusi lanciarazzi e missili, si è rifiutata di negoziare la consegna di armi leggere, che a suo dire sono necessarie per l’autodifesa.
La guerra a Gaza si è conclusa nell’ottobre del 2025, secondo i termini del piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente Trump. Il piano prevede che Hamas consegni le sue armi mentre Israele si ritira dal territorio.
Un governo tecnocratico apartitico, sotto la supervisione del Consiglio per la Pace, amministrerà il territorio, e una forza militare internazionale garantirà il mantenimento della pace.
Si prevede che Hamas risponderà alla proposta di disarmo la prossima settimana.
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Immagine di Fars Media Corporation via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International; immagine ingrandita
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