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La distruzione della Russia porterà ad una catastrofe per tutto il mondo. Il Patriarca Cirillo lancia un monito apocalittico

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Qualsiasi tentativo di distruggere la Russia potrebbe significare un disastro per il mondo intero, ha avvertito giovedì il capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca Kirill.

 

Parlando dopo una cerimonia religiosa che ha segnato la festa cristiana ortodossa dell’Epifania, il primate ha affermato che sia la comunità internazionale che la Russia stanno affrontando «minacce davvero enormi».

 

Secondo il Patriarca Kirill, la radice del problema è che alcuni «pazzi» credono che la Russia, che «ha armi potenti ed è popolata da gente fortissima… che non ha mai ceduto al nemico ed è sempre uscita vittoriosa, possa essere sconfitta nelle attuali circostanze».

 

Né sarebbe possibile, ha dichiarato il religioso, «imporre loro certi valori che non si possono nemmeno chiamare valori, in modo che siano come tutti gli altri e obbediscano a coloro che hanno il potere di controllare la maggior parte del mondo».

 

«Preghiamo il Signore affinché illumini quei pazzi e li aiuti a capire che qualsiasi desiderio di distruggere la Russia significherà la fine del mondo», ha ammonito il Patriarca di tutte le Russie.

 

Le osservazioni del Patriarca fanno eco a una dichiarazione dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev di giovedì, che ha avvertito quei Paesi che desiderano vedere Mosca sconfitta in Ucraina che le potenze nucleari come la Russia «non hanno mai perso un grande conflitto da cui dipendeva il loro destino». Se una tale nazione dovesse perdere una guerra convenzionale, potrebbe innescare un conflitto nucleare, ha ricordato l’ex presidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, alla viglia del lancio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin aveva parlato di una escalation verso la guerra nucleare in Europa «senza vincitori».

 

In aprile Putin aveva avvertito i Paesi che stanno minacciando la Russia «dall’esterno» del conflitto parlando di «strumenti» di cui disporrebbe solo la Russia.

 

«Vorrei sottolineare ancora una volta che se qualcuno intende intervenire negli eventi in corso dall’esterno e crea minacce strategiche per la Russia per noi inaccettabili, dovrebbe sapere che la nostra risposta ai contrattacchi sarà fulminea» afferma Putin, che dispone di armi come i missili ipersonici che non sono ancora nella disponibilità degli USA.

 

 

«Abbiamo tutti gli strumenti per questo, del tipo di cui nessun altro può vantarsi in questo momento. E non ci vanteremo. Li useremo, se necessario. E voglio che tutti lo sappiano: abbiamo preso tutte le decisioni su questo argomento».

 

La realtà, che i vertici religiosi e politici russi hanno compreso ma quelli occidentali no (o forse lo hanno capito, ma non gli importa, e continuano a mentirci), è che non siamo mai stati così vicini alla catastrofe termonucleare globale.

 

 

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

 

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«L’inganno di chi crede di spacciare l’Anticristo come vero Messia». Mons Viganò, omelia nella domenica delle Palme

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò nella seconda Domenica  di Passione, o Domenica delle Palme.

 

 

Ecce Rex tuus veniet

Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme

 

Exsulta satis, filia Sion;

jubila, filia Jerusalem:

ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:

ipse pauper, et ascendens super asinam

et super pullum filium asinæ.

 

Esulta grandemente, o figlia di Sion;

giubila, o figlia di Gerusalemme:

ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;

egli è povero, e cavalca sopra un’asina

e sopra un puledro figlio di asina.

Zc 9, 9

 

 

La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.

 

Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.

 

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Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.

 

L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi (1) non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento (2). Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.

 

Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica (3). Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante (4) così come era di fatto vacante il potere sacerdotale (5). L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles

 

Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua.

 

Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace». (6)

 

Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30)

 

E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29). (7)

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È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870, «affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola». (8)

 

I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.

 

Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15). (9)

 

Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. (10)

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

29 marzo MMXXVI

Dominica II Passionis seu in Palmis

1) L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.

 

Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.

 

2) Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.

 

3) Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9). È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.

 

4) Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un «re» ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.

 

5) Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa «corruzione» del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più «unti» secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.

 

6) S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».

 

7) Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.

 

8) ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf

 

9)«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde».

 

10) San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.

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La Stella Rossa di Belgrado multata perché i tifosi hanno mostrato allo stadio un’immagine sacra

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La Stella Rossa di Belgrado, arcinota squadra che ha fatto la storia del calcio serbo ed europeo, è stata multata di 40.000 euro dalla UEFA dopo che i tifosi sugli spalti hanno creato un’enorme icona cristiana di San Simeone con il messaggio «Che la nostra fede ti conduca alla vittoria».   La sanzione inflitta alla Stella Rossa, riportata nelle decisioni del 25 marzo dell’Organo di Controllo, Etica e Disciplina, è stata comminata per «aver trasmesso un messaggio non adatto a un evento sportivo» e per «aver screditato il calcio e la UEFA».     L’«incidente» è avvenuto il 26 febbraio 2026, durante la partita tra la nazionale serba e il Lille.   Commentatori in rete hanno subito fatto notare sui social media che la UAEF applica «le regole in modo selettivo» e ha «un evidente doppio standard», per cui le immagini demoniache sono permesse, quelle sante no.     «Perché è accettabile realizzare un’immagine con letteralmente Satana, un pentagramma e una frase in latino che chiede al diavolo di prendersi le loro anime, mentre non lo è quella di un santo cristiano?», ha chiesto un utente Twitter.  

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«La stessa UEFA ha promosso per anni il culto di Black Lives Matter e la propaganda LGBTQ+ senza problemi. Ma ha inflitto una multa salatissima alla squadra serba della Stella Rossa per un semplice messaggio di un tifoso cristiano: “Che la nostra fede vi conduca alla vittoria!”» ha osservato un altro utente, citando il politico tedesco Tomasz Froelich.   Fragkos Ammanouil Fragkoulis, membro ortodosso del Parlamento europeo greco , ha dichiarato di aver «presentato formalmente una lettera al Commissario europeo per lo sport in merito alla multa inflitta dopo l’incidente della Stella Rossa di Belgrado, esprimendo serie preoccupazioni sulla posizione della UEFA in materia di espressione cristiana ortodossa».   «L’applicazione selettiva delle regole rivela un evidente doppio standard», ha affermato Fragkoulis. «Non si può parlare di neutralità quando la fede viene trattata in modo diseguale».   «L’UEFA dichiara di essere neutrale, eppure la sua applicazione appare selettiva», ha scritto Fragkoulis nella sua lettera. «Il caso rafforza la percezione che le espressioni culturali e religiose vengano giudicate più severamente rispetto ad altre forme di comunicazione, anche quando sono positive e non violente».   Il Fragkoulis ha citato alcuni esempi significativi che mettono in luce i doppi standard della UEFA:    
  • Violazione della neutralità (bandiere politiche): Celtic FC vs Hapoel Be’er Sheva, UEFA Champions League, 17 agosto 2016: bandiere palestinesi; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (gesto militare): nazionale di calcio turca contro nazionale di calcio francese, qualificazioni a UEFA Euro 2020, 14 ottobre 2019: saluto militare; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simbolismo territoriale/politico): nazionale di calcio ucraina contro nazionale di calcio olandese, UEFA Euro 2020, 13 giugno 2021: mappa della maglia che include la Crimea; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (valori/espressione politica): nazionale di calcio tedesca contro nazionale di calcio ungherese, UEFA Euro 2020, 23 giugno 2021: fasce arcobaleno al braccio; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simboli politici – nessuna sanzione): Real Madrid CF vs FC Barcelona, ​​La Lifa, 2021-2023 – ripetuta esposizione di bandiere e striscioni indipendentisti catalani da parte dei tifosi; nessuna azione disciplinare da parte della UEFA nonostante il chiaro contenuto politico.

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Come riportato da Renovatio 21, i tifosi del Kaiserslautern l’anno passato avevano messo in scena allo stadio un’immane coreografia a base di satanismo, con tanto di pentagramma, preghiera diabolica in latino e immagine del demonio che emergeva dalla massa ultras.   Due anni fa ultras tedeschi del Bayer leverkusen erano stati invece multati per lo striscione «ci sono solo due sessi».   Va ricordato come la Stella Rossa, nata nel 1945 agli albori della Yugoslavia comunista, fosse una squadra che richiamava il socialismo ateo sin dal suo nome. Ora invece la sua tifoseria riproduce icone sacre con immense coreografie.   Insomma, anche in curva: ex oriente lux.

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Mons. Schneider esorta a sostenere la FSSPX

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Il 25 marzo, Michael Matt, caporedattore di The Remnant, ha pubblicato un’intervista con il vescovo Athanasius Schneider sulle imminenti consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Il prelato kazako di origini tedesche gode di una certa autorevolezza in questo ambito, essendo stato chiamato nel 2015 da Papa Francesco a partecipare alla visita vaticana ai seminari della FSSPX e avendo da allora avuto accesso a numerosi documenti vaticani in tale veste.

 

Per il vescovo Schneider non ci sono dubbi sul fatto che l’arcivescovo Marcel Lefebvre, il defunto fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, abbia deciso, nel 1988, di consacrare quattro vescovi senza l’approvazione di Roma «per i papi» e «per amore della Chiesa», e che la Fraternità sia «un’opera della Chiesa». Come prova che questo ordine sacerdotale cattolico tradizionale non sia scismatico, il vescovo Schneider ha sottolineato che questi sacerdoti pregano nelle loro Sante Messe per il vescovo locale e per il Pontefice romano. Hanno inoltre ricevuto l’autorizzazione da Roma ad ascoltare le confessioni e ad amministrare, a determinate condizioni, il Sacramento del Matrimonio.

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Il vescovo Schneider ha anche menzionato che uno dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il vescovo Bernard Fellay, ricevette in passato la delegazione incaricata di fungere da giudice in un’inchiesta canonica riguardante uno dei sacerdoti della Fraternità.

 

Inoltre, il vescovo Schneider ha auspicato una «visione più equilibrata di ciò che è scisma e di ciò che è obbedienza nella Chiesa». Non ogni atto di disobbedienza al Papa, ha aggiunto, è «scismatico». Persino consacrare illecitamente un vescovo contro la volontà del Papa «non è, di per sé, un atto malvagio», ha spiegato Schneider. È «completamente sbagliato» affermare che un tale atto sia «intrinsecamente malvagio», come aveva affermato una dichiarazione di una ex comunità di Ecclesia Dei.

 

Parlando con Michael Matt, il vescovo Schneider ha deplorato che alcune comunità tradizionali, vescovi e cardinali di spicco «comincino in qualche modo ad attaccare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, definendoli scismatici o minacciandoli di scomunica». «Non è utile», ha commentato Schneider. «Dovrebbe essere il contrario». Alla luce della confusione e della relativizzazione che regnano nella Chiesa e del fatto che cardinali e vescovi che oggi esprimono «eresie» non vengano rimproverati da Roma, e anche alla luce della crescente diffusione dell’agenda LGBT e della islamizzazione dell’Europa, il vescovo Schneider ritiene che «dovremmo unirci» a coloro che desiderano preservare «l’integrità della fede».

 

Il prelato kazako ha aggiunto: «In questo contesto, deploro profondamente questi attacchi» da parte di altri gruppi e prelati contro la SSPX, invece di opporsi al nemico insieme.

 

Citando una delle principali comunità cattoliche tradizionali, la Fraternità di San Pietro, il vescovo Schneider si è chiesto «perché la Fraternità di San Pietro, o altre, debbano attaccare e minacciare pubblicamente e continuamente la Società con l’accusa di essere scismatica e così via». «Penso che tutte le comunità tradizionali, i buoni cardinali e vescovi dovrebbero rivolgere un appello comune e unanime al Santo Padre, chiedendo: “Per favore, conceda loro, con un gesto generoso – eccezionalmente, perché si tratta di legge ecclesiastica, non di legge divina – il permesso di consacrare le persone”». «Le comunità di Ecclesia Dei dovrebbero farlo», ha aggiunto, «ma invece di farlo, attaccano».

 

«L’intenzione della Fraternità Sacerdotale San Pio X non è chiaramente scismatica… e lo fanno solo per servire la Chiesa e il papato, e penso che in seguito, dopo questa enorme crisi, la Chiesa sarà grata e riconoscente alla Fraternità», ha insistito.

 

Michael Matt stesso ha sottolineato in questo contesto che il Summorum Pontificum, la liberalizzazione della Messa tradizionale avvenuta nel 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI, fu in realtà il frutto del lavoro della Fraternità Sacerdotale San Pio X, poiché quest’ultima insistette su tale aspetto nei suoi rapporti con Roma all’epoca.

 

Il vescovo Schneider ha inoltre insistito sul fatto che le obiezioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) contro alcuni elementi degli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono legittime e devono essere discusse. A tal proposito, ha citato gli insegnamenti sulla libertà religiosa, l’ecumenismo e la collegialità, principi ai quali egli stesso nutre obiezioni dottrinali. Il principio di collegialità, ha affermato il vescovo Schneider, è «contro il Vangelo», perché Cristo ha affidato a San Pietro la guida della Chiesa senza includere gli Apostoli.

 

Non esiste una «via collettiva» di guida della Chiesa universale. Schneider ha anche espresso preoccupazione per alcuni elementi problematici della Messa del Novus Ordo, come l’enfasi sulla natura di un pasto piuttosto che di un sacrificio. Non possiamo «permettere ambiguità dottrinali» in quella liturgia o in generale. Dobbiamo «discutere» di questi problemi e non possiamo evitare di esaminarli. La FSSPX è «di grande aiuto per risolvere onestamente queste questioni e questi problemi», ha proseguito. «Ci vorrà del tempo».

 

Come uno degli aspetti problematici degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, il vescovo Schneider ha indicato il documento conciliare Lumen Gentium, che insegna riguardo ai musulmani che «insieme a noi adorano l’unico Dio misericordioso, giudice dell’umanità nell’ultimo giorno». Il vescovo Schneider ha respinto questa affermazione perché i musulmani adorano Dio solo a livello naturale, non attraverso il battesimo e la fede. Pertanto, il loro atto di adorazione è «sostanzialmente diverso» da quello dei cattolici. Ha definito questa affermazione conciliare «altamente ambigua». La conseguenza di una simile affermazione è anche che ci si chiede se sia ancora necessario convertire i musulmani, dato che, secondo il prelato, adorano già lo stesso Dio.

 

Papa Francesco, come ha ricordato il vescovo Schneider, ha sottolineato che la sua controversa dichiarazione di Abu Dhabi, secondo cui la diversità delle religioni è «voluta da Dio», è in linea con le affermazioni del Concilio Vaticano II sulle altre religioni. Ciò non può essere interpretato in modo tradizionale, secondo il prelato, perché ci sono aspetti «molto ambigui che necessitano di essere chiariti».

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Per rafforzare ulteriormente le sue argomentazioni, il vescovo Schneider ha ricordato in modo significativo l’appello che il cardinale Dario Castrillón-Hoyos aveva rivolto all’assemblea dei vescovi nel 2005, alla presenza di papa Benedetto XVI: «Ho anche assistito, nel 2005, al termine di un Sinodo a Roma sotto il pontificato di Benedetto XVI – a cui ho partecipato – e al termine del Sinodo, nell’aula gremita e con il Papa, il cardinale Castrillón-Hoyos alzò la voce e disse: “Vi prego, siate generosi e accogliete la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Come possiamo essere indifferenti? A quel tempo c’erano almeno 500 sacerdoti che desideravano davvero servire la Chiesa, per tanti laici e famiglie. Vi prego, siate generosi con loro”». Queste parole, non le dimenticherò, le ho sentite, ero presente nell’aula del Sinodo, del Cardinale Castrillon Hoyos. Ha lanciato un forte appello affinché tutta la Chiesa si avvicinasse più positivamente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X e contribuisse alla sua integrazione nella vita della Chiesa.

 

Matt ha potuto confermare le parole del vescovo Schneider, dato che lui stesso aveva intervistato in passato il cardinale Castrillón-Hoyos, in qualità di capo della Commissione Ecclesia Dei responsabile per le comunità cattoliche tradizionali nella Chiesa, riguardo alla situazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

 

Matt chiese al cardinale se fosse opportuno usare il termine «scisma» in riferimento alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, se fossero effettivamente in scisma, e il cardinale rispose: «No, si tratta di una disputa interna che si risolverà a tempo debito, secondo la volontà di Dio». Matt aggiunse che dovremmo piuttosto dire «grazie a Dio», che «dovremmo provare una certa gratitudine» verso la Fraternità San Pio X.

 

D’accordo, il vescovo Schneider ha poi aggiunto:

 

«Questo è il mio appello, vorrei invitare tutte le comunità della Chiesa, la Fraternità San Pietro (FSSP), che apprezzo e che sta svolgendo un lavoro buono e importante, e gli altri istituti, gli altri buoni vescovi, a unirsi maggiormente» affinché «formiamo una forza unica per restaurare la nostra Santa Madre Chiesa in questa situazione di emergenza senza precedenti, e preghiamo per il Papa, affinché Dio lo illumini veramente affinché sia il nostro capo, perché il Papa deve essere il nostro capo della Tradizione».

 

In vista delle prossime consacrazioni dei nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, che si terranno il 1° luglio a Écone, in Svizzera, il vescovo Schneider auspica che papa Leone «trovi in qualche modo un gesto generoso, ma anche se non fosse così, Dio lo permetterà, affinché sia di beneficio a tutta la Chiesa. Dio sa come usarlo nella divina provvidenza».

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Il vescovo ha concluso dicendo che «dobbiamo confidare nella divina provvidenza, nella Madonna. Lei è la Madre della Chiesa; dobbiamo implorarla e implorare anche l’arcivescovo Lefebvre».

 

Il prelato ha poi ricordato al suo pubblico l’anniversario della morte dell’arcivescovo Lefebvre, il 25 marzo, aggiungendo: «Sono convinto che un giorno, in futuro, sarà riconosciuto dalla Chiesa come un grande vescovo, e non escludo che un giorno, in futuro, in qualche modo, verrà canonizzato come vescovo confessore in tempi difficili, che ha sempre amato la Santa Sede e i Papi. Ciononostante, fu perseguitato e sospeso, scomunicato, ma fino alla fine pregò per il Papa e amò la Santa Sede e la Santa Madre Chiesa».

 

Il dottor Robert Moynihan ha recentemente rivelato in un articolo pubblicato sul suo sito web Inside the Vatican che «il compianto cardinale senegalese Hyacinthe Thiandoum (1921-2004) mi disse, in una conversazione privata a Roma negli anni ’90, poco dopo la morte di Lefebvre, che credeva che Lefebvre, per la sua profonda fede cattolica e le sue virtù personali, un giorno sarebbe stato canonizzato come santo.»

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