Spirito
La Chiesa anglicana minacciata di smantellamento
I risultati del censimento che rivelano che l’Inghilterra non è più un paese prevalentemente cristiano hanno suscitato appelli per la fine del ruolo della Chiesa in Parlamento e nelle scuole, mentre Leicester e Birmingham sono diventate le prime città britanniche a presentare «maggioranze di minoranza».
L’espressione «Chiesa d’Inghilterra» si riferisce oltre Manica alla Chiesa anglicana, così chiamata per la sua situazione privilegiata, in particolare per il fatto che il Re – o la Regina – è il governatore supremo di questa Chiesa. Il giuramento di incoronazione contiene anche questa affermazione: «Sosterrò con tutte le mie forze la religione protestante riformata istituita per legge nel Regno Unito».
Di conseguenza, i vescovi e gli arcivescovi anglicani detengono 26 seggi nella Camera dei Lord e alle scuole statali potrebbe essere richiesto di tenere il culto anglicano. Va ricordato che i titoli di vescovo o arcivescovo sono nominali, perché le ordinazioni anglicane sono invalide dal punto di vista cattolico.
Una pubblicazione dell’Office for National Statistics (ONS)
L’Office of National Statistics ha appena pubblicato un censimento etico e religioso. È il secondo aspetto che qui viene considerato. Tuttavia, per la prima volta in un censimento, meno della metà della popolazione di Inghilterra e Galles, ovvero 27,5 milioni di persone, si è definita «cristiana», 5,5 milioni in meno rispetto al «2011».
Inoltre, il censimento rivela che la popolazione musulmana è passata da 2,7 milioni di persone nel 2011 a 3,9 milioni nel 2021. Mentre il 46,2% delle persone si dichiara cristiano, il 37,2% dichiara di non avere religione, ovvero 22 milioni di persone. Se la tendenza attuale continua, il numero di persone senza religione supererà quello dei cristiani entro dieci anni.
Il vicedirettore del censimento dell’ONS Jon Wroth-Smith ha affermato che le cifre descrivono «la società sempre più multiculturale in cui viviamo», ma ha aggiunto che, nonostante la crescente diversità etnica, «nove persone su dieci in Inghilterra e Galles si identificano ancora con un’identità nazionale britannica, e quasi otto su dieci a Londra».
Chiede lo smantellamento della Chiesa d’Inghilterra
Il risultato del censimento ha suscitato richieste di riforma urgente delle leggi riguardanti il posto privilegiato della Chiesa d’Inghilterra. Il ruolo della Chiesa in Parlamento e nelle scuole è in discussione poiché il censimento rivela un calo di 5,5 milioni di credenti in Inghilterra e Galles.
Questo calo numerico della cristianità viene rivelato, in qualche modo ironicamente, poco dopo che re Carlo assunse i titoli di Difensore della Fede e Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra alla morte della regina Elisabetta II.
L’arcivescovo di York, Stephen Cottrell, ha detto che la chiesa sa che deve lottare per arginare il declino, affermando che «ci sfida, non solo a credere che Dio costruirà il suo regno sulla terra, ma anche a fare la nostra parte nel far conoscere Cristo».
Lynne Cullens, vescovo di Barking, ha insistito sul fatto che la Chiesa non deve sentirsi «sconfitta». «Dobbiamo scendere prima di salire. Ci evolveremo in una Chiesa più in sintonia con le esigenze di culto delle comunità così come sono oggi».
Ma si stanno alzando altre voci: Vernon Bogdanor, professore di governo al King’s College di Londra, ha affermato che i risultati rendono «più difficile da giustificare» il mantenimento dei leader della Chiesa d’Inghilterra alla Camera dei Lord e «solleva la questione della decostituzionalizzazione del Chiesa di Inghilterra».
L’amministratore delegato della National Secular Society , Stephen Evans, ha affermato che l’attuale status quo è «assurdo e insostenibile», mentre la professoressa Linda Woodhead, capo del dipartimento di teologia e studi religiosi al King’s College di Londra, ha dichiarato: «il fatto che il cristianesimo non sia più la religione maggioritaria significa che la politica non è al passo con la società».
Il dottor Scot Peterson, studioso di religione e stato al Corpus Christi College di Oxford, ha dichiarato: «dall’inizio del XX secolo è stato difficile difendere l’esistenza di una chiesa consolidata, ma ora diventa un frutto dell’immaginazione. Il fatto che il re fosse il capo della Chiesa d’Inghilterra aveva senso nel 1650, ma non nel 2022».
Reazione dei vescovi cattolici
La pubblicazione del sondaggio è stata rilanciata anche dai vescovi cattolici. Il vescovo di Portsmouth, Philip Egan, ha affermato che «questi dati non sorprendono viste le forti forze secolarizzanti all’opera in Gran Bretagna».
«Come cattolici, abbiamo sempre una missione ad intra e ad extra: cioè evangelizzare noi stessi e approfondire il nostro rapporto con Dio, così come raggiungere coloro che ci circondano per offrire loro il Vangelo», ha detto in un messaggio del 29 novembre al Catholic News Service.
Il 37% della società si dichiara «senza religione», ha proseguito. «Dovrebbe ispirarci a raggiungerli, a servirli e ad accompagnarli, ad aiutarli a pregare e ad aiutarli a trovare Gesù Cristo. Un numero come questo non è solo una sfida: è una grande opportunità».
Il Vescovo di Shrewsbury, Mark Davies, ha affermato: «un censimento che mostra che poco più del 46% della popolazione si dichiara cristiana, mentre oltre il 37% dichiara di non avere religione, rappresenta una sfida non solo per i cristiani nel compito del nuovo evangelizzazione, ma una sfida profonda per la società britannica, fondata e costruita sui valori cristiani».
«Stiamo assistendo a una deriva dalle nostre radici cristiane, più, a quanto pare, per difetto che per convinzione. Le persone non possono vivere a lungo nel vuoto e, a meno che il cristianesimo non venga riscoperto come nostra luce guida, la società sarà sempre più vulnerabile alle ideologie passeggere e spesso pericolose».
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Immagine di fourthandfifteen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Mons. Eleganti contro le consacrazioni FSSPX
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Spirito
Un uomo di Bergoglio nominato in una posizione chiave
Nominando mons. Carlo Roberto Maria Radaelli Segretario del Dicastero per il Clero, il Papa ha posto un prelato in una posizione chiave, noto sia per la sua competenza canonica e la sua efficienza amministrativa, sia per la sua opposizione alla Messa tradizionale.
Il 22 gennaio 2026 è stato annunciato ufficialmente: mons. Carlo Radaelli è stato nominato Segretario del Dicastero per il Clero. Questo segna un passo importante: il Dicastero per il Clero è infatti uno degli organi più delicati della Curia, poiché gestisce la vita, la formazione e la disciplina dei sacerdoti in tutto il mondo, nonché l’amministrazione dei beni ecclesiastici.
Ed è importante ricordare che il ruolo di segretario di un dicastero lo rende una figura di spicco all’interno della Curia. mons. Redaelli non è estraneo a questo ruolo. Ordinato nel 1980 e consacrato vescovo nel 2004, ha ricoperto inizialmente l’incarico di vescovo ausiliare di Milano prima di essere nominato arcivescovo di Gorizia, diocesi situata al confine tra Italia e Slovenia.
La sua esperienza come canonista suggerisce inizialmente il desiderio di professionalizzare l’amministrazione centrale. Come segretario, il prelato avrà il gravoso compito di tradurre la guida spirituale del Papa in direttive amministrative e canoniche concrete.
Questa nomina giunge in un momento in cui il clero di tutto il mondo si trova ad affrontare sfide importanti, che vanno dalla crisi vocazionale alla necessaria riforma della formazione seminaristica.
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Del nuovo con del vecchio?
La domanda scottante che tutti si pongono è se monsignor Redaelli si limiterà a proseguire le politiche della precedente amministrazione o se incarnerà il nuovo «metodo dell’ascolto» che, secondo il saggista Andrea Gagliarducci, ha caratterizzato il pontificato di Leone XIV.
Mentre Gagliarducci vede nel nuovo Segretario del Clero una forma di stabilità, la cui nomina appare incentrata sull’efficienza amministrativa e sulla profonda comprensione delle problematiche, un’analisi più approfondita della biografia del prelato rivela che egli rappresenta comunque una linea decisamente progressista all’interno della Curia Romana.
Le inclinazioni ideologiche di monsignor Redaelli sono evidenziate innanzitutto dal suo background pastorale: ex presidente di Caritas Italia (2019-2026), è percepito come vicino al cardinale Luis Antonio Tagle, figura di spicco dell’ala riformista. Le critiche dottrinali e liturgiche provenienti dagli ambienti conservatori confermano questa posizione.
Il sito web Rorate Caeli lo descrive come un «nemico di lunga data della Messa tradizionale», ricordando che già nel 2018 aveva guidato l’opposizione di diversi vescovi italiani al motu proprio Summorum Pontificum. Inoltre, molti osservatori ne denunciano la nomina, definendolo un arcivescovo «ambiguo» sulle questioni LGBT.
La domanda chiave è se i suoi stretti legami con l’eredità di Papa Francesco e la sua dichiarata ostilità al tradizionalismo renderanno davvero il nuovo Segretario del Dicastero per il Clero un attore chiave nella «rivoluzione di velluto» di Papa Leone XIV. È ragionevole dubitarne.
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