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Geopolitica

Istanbul, prima preghiera islamica a Chora: coperti affreschi e mosaici cristiani

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.

 

 

Venerdì 30 ottobre è in programma il primo rito musulmano nella ex basilica cristiana, poi museo. Una vicenda analoga alla ancora più famosa basilica di Santa Sofia. Una tenda bianca per rimuovere ogni segno originario dell’edificio. Ma non mancano le voci critiche: il rischio è di distruggere «il carattere e il valore artistico».

Le autorità turche hanno coperto affreschi e mosaici dell’ex monastero di Cristo Salvatore a Chora, a lungo un museo e convertito di recente in moschea dietro impulso del presidente Recep Tayyip Erdogan, in vista della prima preghiera islamica

Le autorità turche hanno coperto affreschi e mosaici dell’ex monastero di Cristo Salvatore a Chora, a lungo un museo e convertito di recente in moschea dietro impulso del presidente Recep Tayyip Erdogan, in vista della prima preghiera islamica. La funzione è in programma venerdì 30 ottobre, quando l’edificio di origine bizantina sarà aperto ai fedeli di Maometto completandone la trasformazione a luogo di culto musulmano.

 

A seguito del decreto presidenziale che prevede la trasformazione del museo di Chora al culto come moschea, le immagini di Gesù, gli affreschi e le icone che testimoniano la sua radice cristiana sono stati coperti con una tenda bianca. La mossa di Erdogan si basava sulla decisione presa dal Consiglio di Stato nel novembre 2019, secondo cui l’uso dell’edificio come museo era «contrario alla legge». In precedenza, lo stesso Consiglio, aveva provveduto a dare il nulla osta a Erdogan per trasformare in moschea il museo di Santa Sofia.

 

Il museo Kariye Cami si trova nel quartiere di Fatih, il più popoloso e confessionale di Istanbul. L’edificio risale al 534, durante il periodo bizantino. Le mura interne, i pilastri e le cupole sono interamente coperte da mosaici ed affreschi che sono datate attorno all’XI secolo.

Le immagini di Gesù, gli affreschi e le icone che testimoniano la sua radice cristiana sono stati coperti con una tenda bianca

 

Dopo la conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani (1453), il monastero è stato trasformato in moschea nel 1511, in una maniera molto simile al destino di Santa Sofia. Nel 1945, il Consiglio dei ministri della Repubblica di Turchia ha convertito la moschea in un museo.

 

Fra le voci critiche vi è quella di Mahir Polat, vice-segretario generale della İstanbul Metropolitan Municipality (IMM), il quale ha confermato la «copertura degli affreschi e dei mosaici» di uno dei «capolavori della storia dell’arte mondiale». Questa scelta, prosegue, «distruggerà il carattere e il valore artistico dell’edificio». Nel suo messaggio egli ha allegato due immagini (vedi foto), una precedente e una successiva alla trasformazione in moschea, sottolineando che il progetto è intrapreso e gestito dal «ministero e dalle sue istituzioni che gestiscono e proteggono il patrimonio culturale della Turchia».

 

L’edificio risale al 534, durante il periodo bizantino. Le mura interne, i pilastri e le cupole sono interamente coperte da mosaici ed affreschi che sono datate attorno all’XI secolo

Ali Erbaş, presidente del consiglio per gli Affari religiosi, ha annunciato l’apertura dell’edificio alla preghiera per il prossimo 30 ottobre. L’Islam proibisce l’uso di immagini e di icone, da qui la scelta di coprire mosaici e affreschi, in passato con uno strato di intonaco e oggi con una tenda bianca per non comprometterne il valore artistico e culturale.

 

 

 

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Geopolitica

Trump è «molto serio» sull’annessione della Groenlandia: parla la premier danese

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Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha avvertito che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a essere «molto serio» riguardo all’annessione della Groenlandia, pur avendo recentemente moderato la sua retorica sull’uso della forza militare per impossessarsi del territorio artico ricco di risorse.

 

Come notissimo, Trump ha espresso più volte il desiderio di acquisire il territorio autonomo danese, motivandolo con la sua posizione strategica e con le presunte minacce provenienti da Russia e Cina – affermazioni respinte da Copenaghen, Mosca e Pechino. Sebbene in un primo momento non avesse escluso il ricorso alla forza militare, il mese scorso ha annunciato un accordo quadro con il Segretario Generale della NATO Mark Rutte.

 

Intervenendo sabato alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, la Frederiksen ha sostenuto che la minaccia non è affatto svanita, definendo la pressione sulla Groenlandia «inaccettabile».

 

«Purtroppo, il presidente degli Stati Uniti rimane molto serio», ha affermato, aggiungendo che «il popolo della Groenlandia non è mai stato minacciato da nessuno prima».

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Sebbene Copenaghen sia disponibile a collaborare con Washington per consentire una presenza militare ampliata, la Frederiksena ha precisato che «ci sono, ovviamente, cose su cui non si può scendere a compromessi», come la sovranità e l’integrità territoriale.

 

«Ora abbiamo un gruppo di lavoro. Cercheremo di trovare una soluzione… faremo tutto il possibile, ma ovviamente ci sono limiti che non verranno superati», ha dichiarato venerdì, al termine di un incontro di 45 minuti con il Segretario di Stato americano Marco Rubio. I dettagli dei colloqui non sono stati resi noti.

 

Il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha espresso le proprie preoccupazioni, definendo «oltraggioso» il fatto che i groenlandesi siano minacciati da un membro della NATO.

 

La Frederiksena aveva avvertito il mese scorso che le minacce di annessione potrebbero compromettere «tutto», inclusa l’alleanza militare a guida statunitense. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha criticato la posizione di Washington, definendo il «momento Groenlandia» la dimostrazione che l’amministrazione Trump è «apertamente antieuropea».

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.

 

Un mese fa Trump ha affermato, slatentizzando quasi totalmente il principio della sua nuova politica estera, di «non aver bisogno» del diritto internazionale.

 

 

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Il capo della NATO Rutte rivela di aver parlato con un cane

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Il segretario Generale della NATO Mark Rutte ha affermato di aver avuto un dialogo con un cane nel corso del suo più recente viaggio a Kiev, mentre insisteva sulla necessità di proseguire con gli aiuti militari all’Ucraina. Queste parole sono state pronunciate durante un dibattito congiunto con il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, svoltasi sabato.   Rutte si era recato nella capitale ucraina all’inizio di febbraio, occasione in cui aveva garantito che i paesi occidentali avrebbero mantenuto il proprio impegno, arrivando persino a ipotizzare l’invio di truppe in Ucraina, ipotesi giudicata inaccettabile da Mosca.   Sabato ha rievocato quella visita, menzionando in particolare l’incontro con un cane addestrato alla ricerca di esplosivi di nome Patron, il cui nome in ucraino significa «cartuccia di proiettile».

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Il Jack Russell Terrier del Servizio di emergenza statale ucraino è diventato una vera e propria mascotte per Kiev nel contesto del conflitto con la Russia ed è stato protagonista di una serie di cartoni animati su YouTube, finanziati attraverso i programmi di sovvenzioni dell’USAID e successivamente sospesi dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sciolto l’agenzia.   «Ho persino guardato il cane negli occhi e mi ha detto: “Non cederemo mai”», ha dichiarato Rutte, ribadendo l’urgenza di un sostegno più deciso a Kiev. Ha poi proseguito sottolineando che il conflitto ha provocato numerose perdite alla Russia, invitando i sostenitori occidentali di Kiev ad «assicurarsi» che l’Ucraina disponga «degli strumenti offensivi di cui ha bisogno… per colpire qualsiasi cosa debba colpire in Russia».   L’anno scorso il Rutte aveva suscitato perplessità quando, durante il vertice NATO all’Aia, aveva chiamato Trump «papà», così come per i suoi messaggi personali di adulazione al presidente statunitense, resi pubblici dallo stesso Trump in più occasioni.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso l’eurodeputata francese Nathalie Loiseau ha soprannominato il Rutte«dipendente del mese di McDonald’s», dopo che Rutte aveva assicurato a Trump il proprio impegno a individuare una «via d’uscita» al progetto del presidente statunitense di acquisire la Groenlandia.

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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
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Geopolitica

Zelens’kyj insulta Orban per la sua pancia

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha rivolto un nuovo attacco personale al primo ministro ungherese Viktor Orban, affermando che grazie a Kiev questi potrebbe «pensare a come farsi crescere la pancia» invece di impegnarsi a costruire un esercito efficiente. I due leader sono da tempo in contrasto a causa del rifiuto di Budapest di appoggiare l’Ucraina.

 

Lo Zelens’kyj ha tenuto il suo discorso sabato durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, sostenendo che l’Ucraina stia difendendo l’intera Unione Europea dalla Russia. «Sono gli ucraini a tenere il fronte europeo. Dietro il nostro popolo ci sono una Polonia indipendente e i liberi Stati baltici», ha dichiarato.

 

«E anche un solo Viktor può pensare a come farsi crescere la pancia, non a come far crescere il suo esercito per impedire ai carri armati russi di tornare nelle strade di Budapest», ha aggiunto, alludendo all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 per soffocare la rivolta popolare.

 

L’insulto – definibile come fat-shaming secondo la categoria del politcamente corretto – ha provocato applausi da parte di un pubblico prevalentemente favorevole all’Ucraina e all’UE, che tende a giudicare negativamente Orbán per la sua opposizione a diverse politiche del blocco.

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Nella sua replica su X, Orban non ha risposto direttamente all’offesa, ma ha suggerito che le parole di Zelens’kyj «aiuteranno notevolmente gli ungheresi a vedere la situazione più chiaramente», specialmente in merito alle aspirazioni dell’Ucraina di entrare nell’Unione Europea.

 

«Questo dibattito non riguarda me e non riguarda voi. Riguarda il futuro dell’Ungheria, dell’Ucraina e dell’Europa. È proprio per questo che non potete diventare membri dell’Unione Europea», ha precisato.

 

Il mese scorso Zelens’kyj aveva già lanciato un’altra stoccata a Orban, dichiarando al World Economic Forum di Davos che «ogni Viktor che vive di soldi europei mentre cerca di svendere gli interessi europei merita uno schiaffo in testa».

 

Il primo ministro ungherese ha descritto Zelens’kyj come «un uomo in una posizione disperata», insinuando che il leader ucraino non abbia manifestato altro che ingratitudine. «Il popolo ucraino, naturalmente – nonostante i vostri insulti accuratamente scelti – può ancora contare su di noi per continuare a fornire al vostro Paese elettricità e carburante».

 

Orban ha continuato a opporsi al sostegno militare all’Ucraina, sostenendo che gli aiuti non farebbero altro che ostacolare il raggiungimento di un accordo di pace. L’Ungheria si è inoltre opposta alla candidatura di Kiev all’UE e alla NATO, argomentando che tale adesione esporrebbe il blocco a un confronto diretto con la Russia.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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