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Civiltà

Investitore miliardario prevede la Guerra Civile in USA

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C’è un «rischio pericolosamente alto» che gli Stati Uniti possano scivolare nella guerra civile entro i prossimi 10 anni a causa della «quantità eccezionale di polarizzazione» attualmente osservata nel paese, afferma il miliardario Ray Dalio.

 

Non si tratta dell’opinione di uno qualsiasi.

 

Ray Dalio è a capo di un immane hedge fund, Bridgewater Associates, un fondo di investimenti che gestisce almeno 140 miliardi di dollari – ma qualcuno dice che sono più di 200. Si tratta del più grande hedge fund al mondo.

 

Dalio, oltre che finanziere, è noto per le sue analisi sociopolitiche e filosofiche. È autore di un libro, Principles, tradotto anche in italiano con il titolo I principi del successo. Il New York Times lo ritiene « una sorta di intellettuale e life coach pubblico, sostenendo un particolare stile di gestione che descrive come “trasparenza radicale”».

 

Ora è in uscita con un nuovo volume, The Changing World Order, pubblicato il 30 novembre

 

Nel suo nuovo libro, sostiene che c’è una probabilità del 30% di avere una nuova Guerra Civile americana. Indicando le sei fasi del ciclo ordine/disordine interno, che termina con la guerra civile, Dalio afferma che gli Stati Uniti sono attualmente nella quinta fase: cattive condizioni finanziarie e intenso conflitto.

 

Indicando le sei fasi del ciclo ordine/disordine interno, che termina con la guerra civile, Dalio afferma che gli Stati Uniti sono attualmente nella quinta fase: cattive condizioni finanziarie e intenso conflitto

«Ad esempio, quando vengono giudicate elezioni ravvicinate e i perdenti rispettano le decisioni, è chiaro che l’ordine viene rispettato. Quando il potere viene combattuto e conquistato, ciò segnala chiaramente il rischio significativo di un cambiamento rivoluzionario con tutto il relativo disordine»,  scrive l’ultramiliardario.

 

Dalio osserva che moltissimi cittadini, compresi i funzionari di alto rango, hanno apertamente dubitato della validità delle recenti elezioni e hanno espresso la loro volontà di combattere per le proprie convinzioni.

 

Vengono quindi citati diversi studi che mostrano il crescente divario emotivo tra i due partiti politici USA.

 

Il sondaggio più terrificante, effettuato recentemente, mostra che il 15% dei Repubblicani e il 20% dei Democratici pensavano che il paese sarebbe stato meglio se la maggioranza del partito politico avversario «morisse».

 

Secondo Dalio la Costituzione americana è «l’ordine interno più duraturo e più ammirato», il che «rende meno probabile che venga abbandonato, ma più traumatico se lo è».

Dalio osserva che moltissimi cittadini, compresi i funzionari di alto rango, hanno apertamente dubitato della validità delle recenti elezioni e hanno espresso la loro volontà di combattere per le proprie convinzioni

 

Nel libro Dalio va in cerca di metriche per stabilire la salute e la durata degli imperi, esaminando  esaminato quattro imperi: olandese, britannico, americano e cinese.

 

Secondo lui tutti hanno seguito quasi lo stesso identico percorso:

 

«L’aumento dell’istruzione porta a una maggiore innovazione e tecnologia, che porta a una maggiore quota del commercio mondiale e della forza militare, una produzione economica più forte, la costruzione del principale centro finanziario del mondo e, con un ritardo, l’istituzione della valuta come riserva valuta».

 

In una sorta di necrologio anticipato del dollaro, il nostro scrive:

 

«Potete vedere come per un lungo periodo la maggior parte di questi fattori è rimasta forte insieme e poi è diminuita in un ordine simile. La valuta di riserva comune, proprio come la lingua comune del mondo, tende a rimanere dopo che un impero ha iniziato il suo declino perché l’abitudine all’uso dura più a lungo dei punti di forza che l’hanno resa così comunemente usata».

 

Il sondaggio più terrificante, effettuato recentemente, mostra che il 15% dei Repubblicani e il 20% dei Democratici pensavano che il paese sarebbe stato meglio se la maggioranza del partito politico avversario «morisse»

L’altra preoccupazione è la fine dell’Impero americano e il re-inizio di un altro impero, quello cinese. Questa transizione, dice Dalio, potrebbe comprendere una guerra.

 

L’autore sostiene che gli americani non capiscono i cinesi e il ruolo della Cina nella storia:

 

«300 anni sembrano tantissimi anni fa per gli americani, ma per i cinesi non è affatto tanto. Mentre la prospettiva di una rivoluzione o di una guerra che capovolgerà il sistema statunitense è inimmaginabile per la maggior parte degli americani, entrambi sembrano inevitabili ai cinesi perché hanno visto queste cose accadere ancora e ancora e hanno studiato i modelli che inevitabilmente le precedono. Mentre la maggior parte degli americani si concentra su eventi particolari, specialmente quelli che stanno accadendo ora, la maggior parte dei leader cinesi vede gli eventi attuali nel contesto di modelli più ampi ed evolutivi».

 

Si tratta insomma del frusto luogo comune riguardo la lungimiranza cinese, un cliché tuttavia messo a dura prova in questo biennio pandemico in cui la gestione di ogni cosa, per la Cina, si è dimostrata, quantomeno all’apparenza, disastrosa.

 

Dalio sostiene quindi che qualsiasi tentativo da parte degli Stati Uniti di controllare o cambiare la Cina si ritorcerà contro:

 

«Data l’impressionante esperienza della Cina e quanto profondamente impregnata la cultura dietro di essa, non c’è più possibilità che i cinesi rinuncino ai loro valori e al loro sistema di quanto ce ne siano per gli americani che rinuncino ai loro. Cercare di costringere i cinesi e i loro sistemi ad essere più americani significherebbe, per loro, soggiogare le loro convinzioni più fondamentali, per la cui protezione combatterebbero fino alla morte proteggere».

L’altra preoccupazione è la fine dell’Impero americano e il re-inizio di un altro impero, quello cinese. Questa transizione, dice Dalio, potrebbe comprendere una guerra

 

Il discorso sembra piuttosto banale, ma vabbeh.

 

Con la previsione della nuova Guerra Civile americana, Dalio si potrebbe aggiungere alla lista di grandi investitori dotati di poteri precognitivi.

 

Renovatio 21 vi ha parlato di Paul Singer, potentissimo mega-speculatore noto in Italia per la sua partecipazione al padronato del Milan e di TIM, che, molto prima del momento, inviò ai suoi dipendenti una lettera in cui diceva loro di prepararsi per la pandemia.

 

 

 

 

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Immagine di Tyler Merbler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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Civiltà

Trump: l’Europa si sta autodistruggendo

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Le nazioni europee devono invertire un decennio di scelte che lui stesso ha definito «orribili» per smettere di «distruggersi», ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Intervenendo mercoledì al World Economic Forum di Davos, Trump ha sostenuto che, sebbene gli Stati Uniti vogliano vedere l’Europa prosperare, «non stanno andando nella giusta direzione».

 

Ha imputato la responsabilità alle politiche migratorie incontrollate dei Paesi europei e a quella che ha chiamato la «nuova truffa verde», espressione con cui indica le politiche energetiche verdi, sostenendo che l’enfasi sull’energia eolica ha provocato un aumento dei prezzi energetici nella regione.

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«Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime, tra cui una crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale e una maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili», ha affermato.

 

I Paesi europei devono «uscire dalla cultura che hanno creato» negli ultimi dieci anni, ha aggiunto Trump. «È orribile quello che si stanno facendo, si stanno distruggendo. Vogliamo alleati forti, non seriamente indeboliti», ha dichiarato il presidente statunitense.

 

Poco dopo, il Segretario di stato americano Marco Rubio ha rilanciato le parole di Trump su X, sostenendo che se gli europei non modificano la loro traiettoria culturale, «si autodistruggeranno».

 

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Come riportato da Renovatio 21, anche l’ultima Strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, pubblicata a dicembre, ha messo in guardia contro quella che definisce una «cancellazione della civiltà» in Europa. Il documento ha attribuito la colpa ai tentativi dell’UE e delle organizzazioni internazionali di minare la «libertà politica» e la libertà di espressione, oltre che di imporre politiche migratorie dannose.

 

Anche Mosca ha più volte evidenziato il declino dell’UE. A dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che, dopo il crollo dell’URSS, la Russia si aspettava di essere accolta nella «famiglia occidentale civilizzata», ma che «la civiltà lì è inesistente e il degrado è tutto ciò che esiste».

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump a dicembre ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza». Il premier ungherese Vittorio Orban gli ha fatto eco dicendo che Trump comprende il «declino della civiltà» europea.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Civiltà

Orban: Trump comprende il «declino della civiltà» europea

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Il primo ministro ungherese Vittorio Orban ha dichiarato che il presidente statunitense Donald Trump comprende perfettamente il declino in atto in Europa.   La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale americana (NSS), resa pubblica la settimana scorsa, contiene una dura critica all’indirizzo politico e culturale dell’Unione Europea: accusa Bruxelles di eccessiva burocrazia, di politiche migratorie destabilizzanti, di «cancellazione della civiltà» e di repressione dell’opposizione, esortando esplicitamente i «partiti patriottici europei» a difendere le libertà democratiche e a celebrare «senza imbarazzi» l’identità nazionale.   «L’America ha una diagnosi lucidissima del declino europeo. Vede il crollo di civiltà contro il quale noi ungheresi combattiamo da quindici anni», ha scritto Orbán giovedì su X.   In carica dal 2010, Orban sostiene da tempo che l’UE stia affondando sotto il peso della stagnazione economica e della pressione migratoria. Propone il modello ungherese – forte sovranità nazionale, confini rigorosamente controllati e valori sociali conservatori – come antidoto alla crisi strutturale del continente.

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Il premier magiaro ha inoltre attaccato la gestione europea del conflitto ucraino, definendo un errore madornale l’interruzione di ogni canale con Mosca e sottolineando che oggi gli Stati Uniti riconoscono la necessità di ristabilire rapporti strategici con la Russia. Orban ha invitato l’Occidente a privilegiare la via diplomatica con il Cremlino invece di continuare a «bruciare miliardi» nella guerra, una linea che coincide con la svolta negoziale impressa da Trump.   Mosca ha salutato con favore diversi passaggi dell’NSS, considerandoli in larga parte coincidenti con la propria visione strategica, e ha lasciato intendere che il documento potrebbe aprire nuove prospettive di cooperazione tra Russia e Stati Uniti.   Nell’UE la reazione è stata invece di netta condanna. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di «provocazione deliberata». Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha messo in guardia Washington contro «ingerenze nella vita politica europea». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito alcune affermazioni «inaccettabili».   I rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea sono ai minimi termini da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca a gennaio: i contrasti si sono moltiplicati su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e strategia verso l’Ucraina.   Come riportato da Renovatio 21, Trump in settimana ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza».

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Immagine Attribution: © European Union, 1998 – 2025 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
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Civiltà

Gli Stati Uniti mettono in guardia l’Europa dalla «cancellazione della civiltà»

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L’Europa rischia la «cancellazione della civiltà», in quanto i leader del continente promuovono la censura, soffocano le voci dissidenti e ignorano gli effetti dell’immigrazione incontrollata, avverte la nuova Strategia per la sicurezza nazionale diffusa dall’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump.

 

Il testo, dal tono aspro e innovativo, reso pubblico venerdì, rileva che, sebbene l’Unione Europea mostri chiari segnali di stagnazione economica, è il suo deterioramento culturale e politico a costituire una minaccia ben più grave.

 

La strategia denuncia le scelte migratorie dell’UE, la repressione dell’opposizione, i vincoli alla libertà di espressione, il crollo della natalità e la «perdita di identità nazionali e di autostima», ammonendo che il Vecchio Continente potrebbe risultare «irriconoscibile entro 20 anni o anche meno».

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Secondo il documento, numerosi governi europei stanno «intensificando i loro sforzi lungo la traiettoria attuale», mentre Washington auspica che l’Europa «rimanga europea» e si liberi dal «soffocamento regolatorio», un’allusione evidente alle tensioni transatlantiche sulle norme digitali dell’UE, accusate di penalizzare colossi tech americani come Microsoft, Google e Meta.

 

Tra le priorità degli Stati Uniti figura il «coltivare la resistenza alla traiettoria odierna dell’Europa all’interno delle nazioni europee», precisa il testo.

 

La strategia trumpiana esalta inoltre l’emergere dei «partiti patriottici europei» come fonte di «grande ottimismo», alludendo al boom di consensi per le formazioni euroscettiche di destra che invocano restrizioni ferree ai flussi migratori in tutto il blocco.

 

Il documento sentenzia che «l’era delle migrazioni di massa è conclusa». Sostiene che questi flussi massicci abbiano prosciugato le risorse, alimentato la criminalità e minato la coesione sociale, con l’obiettivo americano di un ordine globale in cui gli Stati sovrani «collaborino per bloccare anziché solo gestire» i movimenti migratori.

 

Tale posizione si inserisce nel contesto delle spinte di Trump affinché i partner europei della NATO incrementino le spese per la difesa. In passato, il presidente aveva ventilato di non tutelare i «paesi inadempienti» in caso di aggressioni, qualora non avessero accolto le sue istanze. Durante un summit europeo all’inizio dell’anno, l’alleanza ha approvato un piano per elevare la spesa complessiva in difesa fino al 5% del PIL, superando di gran lunga la soglia del 2% a lungo stabilita dalla NATO.

 

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