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Geopolitica

Intelligenti segnali distensivi: Biden dice che Putin «non ha un’anima» ed è «un killer»

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Tempi duri per chi spera in una distensione tra le superpotenze atomiche. Insulti gravissimi sono volati dalla Casa Bianca al Cremlino grazie all’avvedutezza  e alla innegabile lucidità dell’attuale inquilino che occupa Washington.

 

In un’intervista bomba con George Stephanopoulos di ABC News, Joe Biden ha dichiarato  di essere d’accordo sul fatto che Vladimir Putin è un «assassino» («killer») e che ne pagherà un prezzo.

In un’intervista bomba con George Stephanopoulos di ABC News, Joe Biden ha dichiarato  di essere d’accordo sul fatto che Vladimir Putin è un «assassino»

 

«Il prezzo che sta per pagare, lo vedrai a breve», ha detto l’anziano mentitore del Delaware.

 

La CNN riferisce quindi che sono probabilmente in arrivo nuove sanzioni, specificamente rivolte a «persone vicine al presidente russo Vladimir Putin già la prossima settimana».

 

«Il prezzo che sta per pagare, lo vedrai a breve»

 

Biden ha inoltre ricordato di aver avuto un incontro con Putin durante il quale il presidente della Federazione Russa gli avrebbe detto di «non avere un’anima»

Biden ha inoltre ricordato di aver avuto un incontro con Putin durante il quale il presidente della Federazione Russa gli avrebbe detto di «non avere un’anima». Tale riferimento fa eco ad un famoso incontro faccia a faccia del 2001 tra George W. Bush e Putin. Bush giunse alla conclusione opposta in quel momento: «Ho guardato l’uomo negli occhi… sono stato in grado di avere percezione della sua anima».

 

Per questa frase, Dubya Bush fu sfottuto grandemente, non da ultima da Hillary Clinton, che disse in pubblico che Putin non aveva un’anima, perché è un agente del KGB i quali per definizione sono privi di anima. È noto che i rapporti tra la Clinton e Putin non sono mai stati troppo buoni.

 

Le parole sconsiderate di Biden arrivano in un momento preciso: martedì è stato declassificato un rapporto congiunto delle agenzie di spionaggio di Washington, tra cui la CIA e il Dipartimento per la Sicurezza Interna.

Il nuovo documento dichiara (o meglio: ripete) che la Russia ha tentato di influenzare il voto del 2020 con l’obiettivo di «denigrare la candidatura del presidente Biden e il Partito Democratico, sostenere l’ex presidente Trump, minare la fiducia del pubblico nel processo elettorale ed esacerbare le divisioni sociopolitiche negli Stati Uniti»

 

Il nuovo documento dichiara (o meglio: ripete) che la Russia ha tentato di influenzare il voto del 2020 con l’obiettivo di «denigrare la candidatura del presidente Biden e il Partito Democratico, sostenere l’ex presidente Trump, minare la fiducia del pubblico nel processo elettorale ed esacerbare le divisioni sociopolitiche negli Stati Uniti».

 

La campagna, ha insistito, è stata condotta da delegati tra cui «individui collegati all’Ucraina con legami con l’intelligence russa e le loro reti», che hanno cercato di diffamare il candidato democratico per presunti collegamenti corrotti con Kiev: si tratta del caso, non occultabile in alcun modo, di Hunter Biden, il figlio drogato e dissoluto di Joe che fu messo nel board di Burisma, una mega-azienda energetica ucraina.

 

Chi durante la campagna elettorale ha cercato di parlare di questa storia – ammessa con boria dallo stesso Biden che in una conferenza al CFR disse di aver personalmente dato un ultimatum al Presidente ucraino affinché licenziasse il giudice che stava indagando sugli affari del figlio – è stato pesantemente censurato dalla stampa e dai media: è il caso del New York Post, il più antico giornale americano finito bannato da Twitter per aver provato a raccontare al pubblico del sistema corrotto di quella che Rudy Giuliani chiama la «Biden Crime Family».

 

Si tratta di una ultronea riesumazione, davvero fuori tempo massimo, del Russiagate. Trump deve fare ancora tanto paura. E la sinistra americana (non solo quella) è davvero ridotta ad azioni pavloviane, ripetizioni, demenza conclamata: in questo, bisogna dire che è ben rappresentata

Come rileva RT, Non è immediatamente chiaro come questa presunta rete di influenza ucraina riconduca a Mosca, tuttavia il rapporto afferma che la Russia «quasi certamente vede l’ingerenza nelle elezioni statunitensi come una risposta equa alle azioni percepite da Washington e un’opportunità sia per minare la posizione globale degli Stati Uniti che per influenzare il processo decisionale degli Stati Uniti».

 

In pratica, si tratta di una ultronea riesumazione, davvero fuori tempo massimo, del Russiagate. Trump deve fare ancora tanto paura. E la sinistra americana (non solo quella) è davvero ridotta ad azioni pavloviane, ripetizioni, demenza conclamata: in questo, bisogna dire che è ben rappresentata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

La Polonia minaccia di uscire dalla UE

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Il primo ministro Donald Tusk ha dichiarato che esiste «una minaccia concreta» che la Polonia possa uscire dall’UE, dopo che il presidente del Paese ha posto il veto su una legge che avrebbe consentito a Varsavia di accedere a miliardi di euro di prestiti per la difesa concessi dal blocco.

 

La scorsa settimana il presidente Karol Nawrocki ha esercitato il veto su una legge che avrebbe permesso alla Polonia di ottenere quasi 44 miliardi di euro (50 miliardi di dollari) in prestiti agevolati dell’UE destinati alla difesa, in gran parte a favore delle aziende nazionali del settore degli armamenti. Il governo ha risposto convocando una riunione di gabinetto d’emergenza e autorizzando i ministri della Difesa e delle Finanze a firmare direttamente l’accordo SAFE (Security Action for Europe), aggirando in tal modo il veto presidenziale.

 

In un post pubblicato domenica su X, Tusk ha accusato i partiti di destra, in particolare la maggior parte del blocco di opposizione Diritto e Giustizia, e personalmente Nawrocki di perseguire una «Polexit». Ha sostenuto che la Russia, il movimento MAGA del presidente statunitense Donald Trump e le fazioni europee guidate dall’ungherese Viktor Orban intendono «distruggere l’UE», avvertendo che per la Polonia «sarebbe una catastrofe» e promettendo di fare «di tutto» per impedirlo.

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I funzionari occidentali hanno da tempo invocato la minaccia di una presunta aggressione russa per giustificare gli incrementi della spesa militare, tra cui il piano ReArm Europe di Bruxelles da 800 miliardi di euro e l’impegno dei membri della NATO a portare i bilanci della difesa al 5% del PIL. Mosca ha respinto tali accuse definendole «assurdità».

 

I membri europei della NATO si sono affrettati a rispettare gli obiettivi indicati da Washington, mentre l’UE ha incontrato difficoltà nel rilanciare la propria industria della difesa e ha rilevato che l’acquisto di armi statunitensi per l’Ucraina sta diventando sempre più costoso.

 

Uno degli strumenti principali a disposizione dell’UE per perseguire tutti e tre questi obiettivi è il programma SAFE. Introdotto dalla Commissione europea lo scorso anno, consente al blocco di contrarre prestiti per 150 miliardi di euro sui mercati globali al fine di finanziare prestiti agli Stati membri destinati a progetti di difesa.

 

Lo scontro politico tra Nawrocki e Tusk non rappresenta una novità. Nel gennaio 2025, Nawrocki, allora candidato presidenziale dell’opposizione, partecipò a una protesta di agricoltori davanti alla sede della Commissione europea a Varsavia contro le norme ambientali dell’UE e le importazioni alimentari ucraine. Donald Tusk lo accusò in quell’occasione di voler spingere la Polonia fuori dal blocco.

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Immagine di European People’s Party via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

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Hamas dice all’Iran di non prendere di mira i Paesi limitrofi

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Il gruppo militante palestinese Hamas ha avvertito il regime iraniano di non attaccare i Paesi vicini mentre proseguono gli attacchi israelo-americani.   L’Iran ha già colpito obiettivi in diversi paesi limitrofi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta della Marina statunitense.   «Pur affermando il diritto dell’Iran di rispondere a questa aggressione con tutti i mezzi disponibili, nel rispetto delle norme e delle leggi internazionali, il gruppo invita i nostri fratelli in Iran a non prendere di mira i paesi vicini», ha dichiarato Hamas.   Questa è la prima volta che Hamas commenta pubblicamente le politiche iraniane. Hamas ha inoltre esortato i Paesi della regione e le organizzazioni internazionali a concordare una fine immediata della guerra.   Israele e Hamas hanno concordato un cessate il fuoco a Gaza, in vigore da ottobre. Nonostante il cessate il fuoco, si sono verificati attacchi regolari da entrambe le parti.

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Il presidente Trump ha recentemente avviato la seconda fase del piano di pace per Gaza, che prevede la creazione di un Consiglio per la Pace incaricato di sovrintendere al territorio, con Trump stesso a capo. Il Consiglio ha tenuto la sua prima riunione di recente.   Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, altri gruppi militanti sostenuti dall’Iran nella regione hanno partecipato ad attacchi diretti contro Israele. Mercoledì, Hezbollah ha lanciato centinaia di missili contro Israele. Israele ha iniziato l’invasione di terra del Libano poco dopo.   Funzionari israeliani e statunitensi, intervistati da Axios, hanno affermato che l’intera regione a sud del fiume Litani è stata designata per l’occupazione, con l’obiettivo di smantellare le infrastrutture militari di Hezbollah. L’operazione potrebbe essere la più grande dai tempi della disastrosa invasione del 2006.   «Faremo quello che abbiamo fatto a Gaza», ha detto un alto funzionario israeliano, riferendosi alla distruzione degli edifici che, secondo Israele, Hezbollah utilizza per immagazzinare armi e lanciare attacchi.   Secondo la testata statunintense Axios, mentre il governo statunitense avrebbe appoggiato l’operazione contro Hezbollah, stava anche esortando il governo israeliano a limitare i danni allo Stato libanese e a cercare di avviare colloqui diretti con il governo libanese per una soluzione postbellica.   Venerdì, il leader di Hezbollah, Naim Qassem, aveva dichiarato che ormai «non c’è altra soluzione se non la resistenza (…) Quando il nemico minaccia un’invasione di terra, gli diciamo: questa non è una minaccia, ma una delle trappole in cui cadrai», aveva affermato il  Qassem prima dell’invasione, «perché ogni avanzata di un’invasione di terra consente ai combattenti della resistenza di ottenere vantaggi e risultati attraverso il confronto diretto con il nemico».    

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Trump: «con Cuba posso fare quello che voglio»

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di aspettarsi di avere «l’onore» di «prendere Cuba in qualche forma», affermando di poter fare «qualsiasi cosa voglia» con la nazione caraibica.

 

Trump ha rilasciato queste dichiarazioni lunedì nello Studio Ovale, nonostante i colloqui in corso tra Washington e L’Avana, mentre l’isola è alle prese con una crisi energetica sempre più grave e diffusi blackout a causa del blocco petrolifero statunitense.

 

«Credo proprio che avrò… l’onore di prendere Cuba. È un grande onore», ha detto Trump, aggiungendo: «Prendere Cuba in qualche modo».

 

Incalzato dai giornalisti, Trump ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero intraprendere diverse azioni nei confronti dell’isola. «Che la liberi o la prenda. Penso di poter fare quello che voglio, volete sapere la verità?», ha detto, senza fornire ulteriori dettagli.

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Trump ha parlato mentre Cuba piombava in un blackout nazionale lunedì. Quasi 11 milioni di persone sono rimaste senza elettricità a causa della carenza di carburante che sta mettendo a dura prova le centrali elettriche obsolete del paese.

 

In seguito alle dichiarazioni del presidente statunitense, il New York Times ha riportato che i funzionari americani avrebbero fatto intendere, durante i negoziati, che la rimozione del presidente cubano Miguel Diaz-Canel potrebbe essere un obiettivo chiave nei colloqui bilaterali, sebbene Washington non abbia confermato pubblicamente tale richiesta.

 

Questi colloqui segnano la prima volta in oltre un decennio che L’Avana riconosce pubblicamente l’avvio di discussioni formali con Washington. Essi giungono dopo settimane di interruzioni di corrente, carenza di carburante e crescente rabbia popolare, in seguito al blocco delle spedizioni di petrolio venezuelano dopo la destituzione del presidente Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti e i tentativi di Washington di bloccare altri fornitori.

 

Trump ha ripetutamente minacciato un «blocco petrolifero totale» di Cuba e ha avvertito che i paesi che vendono petrolio greggio all’isola potrebbero dover affrontare dazi doganali.

 

La scorsa settimana Diaz-Canel ha affermato che qualsiasi dialogo con Washington deve basarsi su «uguaglianza e rispetto per i sistemi politici di entrambi i paesi», sottolineando la sovranità e l’autodeterminazione, aggiungendo che Cuba non riceve forniture di petrolio da tre mesi a causa di un blocco «malvagio», che, a suo dire, ha colpito molte persone, compresi i bambini che necessitano di cure mediche.

 

Come riportato da Renovatio 21, tra ultimatum e discorsi su un regime-change sull’isola caraibica, Trump ha fatto dichiarazioni su Cuba dicendo che il Paese «crollerà presto» e che rapirne il presidente «non sarebbe molto difficile».

 

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