Connettiti con Renovato 21

Razzismo

Il partito nero sudafricano torna a cantare «uccidi il bianco boero»

Pubblicato

il

Uno dei principali partiti sudafricani torna a far risuonare il coro razzista che chiede l’omicidio della popolazione bianca.

 

Il partito sudafricano Economic Freedom Fighters (EFF), sedicente «Black Party» (partito nero) del Paese, è un movimento marxista di estrema sinistra con milioni di membri. In varie occasioni è emersa nel movimento la volontà di eradicazione di tutti i sudafricani bianchi, tuttavia tali appelli al genocidio su basi razziali sono ignorate dai media occidentali, che – anzi – tacciano di fake news chiunque parli dei programmi di sterminio della popolazione boera (cioè di origine olandese) in Sudafrica.

 

In una affollata manifestazione di questa settimana, il leader dell’EFF Julius Malema – innalzato al cielo con un una piattaforma che lo ha fatto librare davanti a quelle che paiono diecine di migliaia di persone – ha esaltato la folla con un canto razzista ben conosciuto: «Kill the Boers, Kill the Farmers» («Uccidete i boeri! Uccidi i contadini!»)

 

La parola boero è usata in Sud Africa è talvolta utilizzata non solo per descrivere i contadini bianchi di origini olandesi, ma i bianchi in generale.

 

Il lettore può vedere da sé il Malema, antico capo della sezione giovanile dell’ANC (il partito di Mandela), saltellare in uno stadio stracolmo facendo ripetere alle migliaia di seguaci «Kill the Boers, Kill The Farmer».

 

 

Il problema del canto che incita allo sterminio di boeri e farmer (parole che talvolta possono perfino essere equivalenti in Sudafrica) è risalente.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 la divisione per l’uguaglianza della Corte Suprema del Sudafrica ha stabilito che la canzone «Kill the Boers» non costituisce un caso di «incitamento all’odio». Chiedere il massacro di un’intera classe sociale, se non di un’intera razza non è hate speech, se a farlo cantare alle masse è Julius Malema, leader marxista-leninista, panafricanista, anticapitalista, antimperialista, con una certa passione, si dice, per le BMW che guiderebbe anche con un po’ troppa velocità.

 

Così il massimo tribunale del Sudafrica ha deciso che celebrare e stimolare l’uccisione collettiva di una certa parte della popolazione può essere un’azione protetta dalla libertà di espressione e deve essere lasciata al dibattito politico all’interno della società.

 

I membri dell’EFF sono sospettati in passato di aver partecipato ad attacchi alle fattorie di proprietà dei bianchi e di aver ucciso agricoltori; orribili crimini che i media hanno costantemente negato oramai per decenni: episodi di violenza belluina, talvolta pure filmati, si susseguono in pratica dal 1994, l’anno celebrato come l’arrivo della democrazia in Sud Africa, con l’installazione dell’ex terrorista marxista Nelson Mandela al potere.

 

Il copione è sempre identico: fattorie isolate, per lo più gestite da famiglie boere, vengono attaccate nottetempo da bande di neri, che torturano, mutilano, violentano, uccidono i farmer boeri in modo atroce.

 

Con l’andare del tempo, si è formata una giustificazione politica per tali massacri: le terre possedute e lavorate (magari da generazioni) da boeri, sono in realtà state «rubate» ai neri autoctoni, i quali peraltro non hanno una loro vera unità interna, in quanto, in ultima analisi, assai divisi dall’appartenenza tribale (zulu, xhosa, bapedi, batswana, ndebele, basotho, venda, tsonga, swazi, etc.: basti pensare che l’inno sudafricano ha 11 lingue).

 

La cacciata anche violente dei boeri dalle loro fattorie è quindi un argomento politico che via via si è slatentizzato sino a divenire un baluardo per Malema e il suo partito. L’esperienza, peraltro, è già stata provata nell’area, con Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe: la persecuzione dei farmer bianchi, che ha avuto la fuga se non la morte di moltissimi, ha portato il Paese al collasso agricolo ed economico che possiamo testimoniare anche oggi.

 

Nel 2018, con l’intensificarsi degli attacchi violenti e delle minacce di morte contro i contadini bianchi in Sudafrica, una delegazione di 30 famiglie di contadini sudafricani è arrivata nella regione russa di Stavropol in cerca di rifugio.

 

«È una questione di vita o di morte : ci sono attacchi contro di noi. Si è arrivati ​​al punto in cui i politici stanno fomentando un’ondata di violenza”, aveva detto allora un rappresentante dei contadini sudafricani ai giornali. «Il clima qui [nella regione di Stavropol] è temperato e questa terra è stata creata da Dio per l’agricoltura. Tutto questo è molto attraente». Si era così sparsa l’idea che Putin potesse accogliere in Russia i farmer perseguitati.

 

L’esistenza stessa della persecuzione, tuttavia, per i grandi media è tabù, anzi, è incredibilmente combattuta come fake news: quando Trump solo nominò la questione, vi fu il putiferio, con giornali e TV americane che arrivarono a negare l’evidenza.

 

L’ideologia razzista dell’EFF si sposa in realtà perfettamente con l’ideologia woke ammanita da università e media in America e sempre più in Europa, secondo la quale la società occidentale è eminentemente razzista e quindi va riformulata tenendo conto dei danni prodotti dalla razza bianca.

 

Negli USA, come è stato notato con le razzie di Black Lives Matter nel 2020, gli appelli alla violenza razziale contro i bianchi sono diventati un luogo comune: è il caso dell’oratore del movimento nero che, con davanti a centinaia di afroamericani armati, due anni fa aveva esortato a «uccidere ogni cosa bianca vediate». Da nessuna parte, a parte in siti come Renovatio 21, si riportò l’inquietante notizia – i gruppi armati razzisti americani esistono davvero, e sono pure neri.

 

Ciò spiega perché l’incitamento alla pulizia etnica – ad un genocidio razziale! – cantato in uno stadio non abbia alcuna eco sul sistema mediatico anche italiano, mentre l’epiteto razzista uscito dalla curva alla partita di calcio genera ettolitri di inchiostro e provvedimenti pubblici e – qui siamo al maoismo vero e proprio – corsi di rieducazione.

 

Chi crede che milioni di africani maschi in età militare siano stati trasferiti in Europa per «lavorare» deve meditarci un po’ sopra. Visto che non «scappano dalla guerra», come più nessuno del resto ha il coraggio di dire, non è che sono stati piazzati qui per un’altra guerra programmata dai padroni del mondo?

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

Continua a leggere

Gender

Politica brasiliana si dipinge la faccia: «mi identifico come negra, fatemi presiedere la commissione antirazzismo»

Pubblicato

il

Da

Fabiana Bolsonaro, politica brasiliana, ha protestato contro il transessualismo truccandosi da persona di colore per dimostrare che cambiare aspetto non cambia la propria identità. «Mi identifico come negra… perché non posso presiedere la commissione antirazzismo?… Perché non sono negra».

 

Fabiana de Lima Barroso (nata il 10 aprile 1993), meglio conosciuta come Fabiana Bolsonaro , è una politica brasiliana che presta servizio come membro dell’Assemblea legislativa di San Paolo dal 2023. Dal 2021 al 2023 è stata vicesindaco di Barrinha, un comune nello Stato di San Paolo. È la figlia di Adilson Barroso, ora deputato nazionale brasiliano e membro dell’assemblea legislativa paulista nel ventennio precedente.

 

 

La Fabiana ha adottato il soprannome «Bolsonaro» come nome sulla scheda elettorale nelle elezioni del 2022, sebbene non fosse imparentata con l’ex presidente Jair Bolsonaro . Secondo Poder360, l’adozione è avvenuta come strategia di allineamento ideologico, in seguito a una richiesta dell’allora leader a suo padre.

 


Iscriviti al canale Telegram

Nella stessa elezione, la deputata ha cambiato la sua autodichiarazione di razza da «bianca» (registrata nel 2020) a «marrone», il che, secondo le regole elettorali allora in vigore, ha comportato vantaggi nella distribuzione del tempo radiofonico e televisivo e delle risorse dei fondi elettorali per i candidati che si dichiaravano neri o marroni.

 

Durante il discorso, trasmesso su TV Alesp, la parlamentare si è dichiarata donna bianca e ha chiesto: «Io, essendo una persona bianca, avendo vissuto tutto ciò che ho vissuto come una persona bianca, ora a 32 anni, decido di truccarmi, di travestirmi da persona nera, truccandomi e lasciando trasparire solo l’aspetto esteriore. E qui, chiedo: e adesso? Sono diventata nera?», elaborando un’analogia per sostenere che le persone trans non potevano rappresentare le cause delle donne cisgender.

 

Dopo la sessione, la Fabiana ha negato di aver praticato il cosiddetto blackface, descrivendo l’atto come un’«analogia» e un «esperimento sociale», e ha affermato che il suo discorso era stato «distorto».

 

La messa in scena ha generato una reazione immediata in plenaria da parte delle forze gosciste. La deputata Mônica Seixas (PSOL) ha sollevato una questione di ordine, classificando l’episodio come razzismo e transfobia, chiedendo l’interruzione della sessione. Dopo la fine della sessione, Seixas e la consigliera comunale di San Paolo Luana Alves (PSOL) hanno presentato una denuncia alla stazione di polizia per la repressione dei crimini razziali e dei crimini di intolleranza (Decradi). La Seixas ha riferito che il delegato della Polizia Civile presente all’Assemblea Legislativa dello Stato di San Paolo(ALESP) si è rifiutata di registrare l’arresto in flagranza di reato, invocando l’immunità parlamentare.

 

Un gruppo di 18 parlamentari di PT, PSOL, PCdoB e PSB ha presentato una denuncia al Consiglio etico dell’ALESP chiedendo la rimozione di Fabiana per violazione del decoro parlamentare, sostenendo che la condotta era «premeditata e intenzionale» e superava i limiti dell’immunità parlamentare. La deputata Ediane Maria (PSOL) ha anche annunciato una denuncia alla Procura della Repubblica per razzismo e transfobia, mentre Beth Sahão (PT) ha presentato separatamente una denuncia al Consiglio etico, sottolineando che entrambe le condotte costituiscono reati.

 

In una dichiarazione ufficiale, l’ALESP ha informato che la Costituzione garantisce l’inviolabilità dei parlamentari per le loro opinioni, parole e voti espressi in plenaria e che il Consiglio etico è l’organo competente ad analizzare eventuali eccessi di immunità parlamentare.

 

«Eu sou uma mulher» ha esclamato la Bolsonaro durante la performanza assembleare mentre si spalmava la cute di una sostanza marròn. «Io sono una donna».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato il Brasile ha visto il caso di una femminista brasiliana che ha ottenuto asilo in Europa dopo aver rischiato 25 anni di carcere solo per aver detto che un trans è un uomo e non una donna.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da Twitter

Continua a leggere

Razzismo

Il Ghana chiede all’ONU di dichiarare la tratta degli schiavi come «crimine gravissimo». Vale anche per gli schiavisti negri?

Pubblicato

il

Da

Il Ghana intende presentare una risoluzione alle Nazioni Unite che dichiari la tratta transatlantica degli schiavi un crimine «gravissimo» contro l’umanità e che chieda risarcimenti. Questa iniziativa si inserisce in una crescente campagna che coinvolge diversi Stati africani e caraibici per ottenere giustizia per i crimini storici.   La proposta potrebbe essere presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite già questo mese, ha dichiarato il Ministero degli Esteri del Paese dell’Africa occidentale in un comunicato stampa riportato giovedì da Reuters.   «La risoluzione proposta mira a riconoscere la tratta transatlantica degli schiavi come il crimine più grave nella storia dell’umanità, tenendo conto della sua portata, della sua durata, della sua legalizzazione e delle sue conseguenze durature», ha affermato il ministero.

Aiuta Renovatio 21

L’ex colonia britannica è diventata una delle più attive sostenitrici delle riparazioni per la schiavitù, e il suo leader, John Dramani Mahama, è stato nominato dall’Unione Africana come paladino del risarcimento per il continente.   Mahama ha annunciato per la prima volta l’intenzione di promuovere la risoluzione alle Nazioni Unite a margine del vertice dell’Unione Africana ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il mese scorso. L’iniziativa gode del sostegno di 40 Stati membri dell’UA ed è solo il primo passo, ha affermato il presidente ghanese, aggiungendo che «la verità sulla storia della tratta degli schiavi transatlantica deve essere raccontata».   L’Unione Africana ha designato il 2025 come anno delle riparazioni, definendo la giustizia riparativa come un insieme di indennizzi finanziari, riconoscimenti formali, riforme politiche e restituzione dei manufatti culturali. Il blocco dei 55 paesi ha successivamente adottato una risoluzione che chiede il riconoscimento formale e la criminalizzazione della schiavitù, del colonialismo e della segregazione razziale.   Questa non è la prima iniziativa legata al dibattito delle Nazioni Unite sulle riparazioni. Nel 2024, il Forum permanente delle Nazioni Unite sulle persone di origine africana ha rinnovato il suo appello all’Assemblea generale affinché vengano compiuti passi concreti verso l’istituzione di un tribunale per la schiavitù.   Il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che ha sostenuto la giustizia riparativa per superare «generazioni di discriminazione», ha affermato che fino a 30 milioni di persone sono state sradicate violentemente dall’Africa in un arco di oltre 400 anni.   Diversi Stati europei, tuttavia, si oppongono persino all’avvio di negoziati sulle riparazioni, sostenendo che i governi attuali non dovrebbero essere ritenuti responsabili di crimini storici. La Gran Bretagna ha respinto le richieste di risarcimento. I Paesi Bassi, invece, si sono scusati nel 2022 per il loro ruolo nella schiavitù e hanno annunciato che avrebbero stanziato 200 milioni di euro per iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad affrontare le sue conseguenze a lungo termine.   L’idea ghanese non tiene conto della realtà storica dello schiavismo – dove la variante europea del fenomeno costituisce una percentuale piccola del totale – né dell’esistenza, la cui matrice è ancora visibile oggi in conflitti tribali, dello schiavismo negro.   La schiavitù transatlantica (che stabiliamo sia avvenuta dal 1500 dal 1867 circa), gestita principalmente da potenze europee bianche (Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Paesi Bassi), ha coinvolto circa 12–12,8 milioni di africani deportati (di cui circa 10,7 milioni arrivati vivi), secondo il database SlaveVoyages e storici come David Eltis.   Tale cifra rappresenta solo una frazione minoritaria della schiavitù storica totale. Il commercio arabo-musulmano di schiavi (dal VII al XX secolo) ha coinvolto stime di 10–18 milioni di africani subsahariani (più milioni di europei, slavi, caucasici e altri). La schiavitù interna africana, asiatica (es. India, Cina), ottomana e antica era enormemente diffusa e numericamente preponderante su scala millenaria.   Stime approssimative indicano che il commercio transatlantico europeo rappresenti circa il 10–20% del totale della schiavitù documentata nella storia umana (molti storici lo considerano tra il 5% e il 15%, a seconda dei criteri).

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

C’è poi da considere il tema dello schiavismo tra neri africani verso altri neri africani. Si tratta fenomeno antico e diffuso nel continente, ben precedente all’arrivo degli europei.   Nelle società dell’Africa occidentale e centrale, già prima del XV secolo, la schiavitù esisteva in forme diverse: debiti, punizioni per crimini, prigionia di guerra o rapimenti. Gli schiavi non erano considerati proprietà ereditaria perpetua come nel sistema chattel atlantico, ma spesso perdevano la protezione familiare e potevano essere integrati nella società del padrone, talvolta riscattati o liberati dopo generazioni.   In regni potenti come Mali, Songhai, Ashanti, Dahomey o Regno del Congo, i prigionieri di conflitti intertribali o intertribali diventavano schiavi per lavoro agricolo, domestico, militare o come status symbol per i capi. Molti venivano usati localmente per espandere la produzione o il potere dei regnanti, e il concetto di una «razza negra» unificata non esisteva: l’alterità era etnica, linguistica o politica, non cromatica.   Con l’espansione del commercio transatlantico (dal XVI secolo), alcuni regni africani intensificarono razzie e guerre per catturare prigionieri da vendere agli europei sulla costa, fornendo circa il 90% degli schiavi deportati (stima di Thornton e Heywood). Il commercio arabo-musulmano (trans-sahariano e orientale) assorbì milioni di africani subsahariani dal VII secolo in poi.   Tuttavia, la schiavitù interna rimase massiccia: stime indicano che, durante i secoli del commercio atlantico, molti più africani rimasero schiavizzati all’interno del continente rispetto a quelli esportati (circa 12 milioni nel commercio atlantico contro decine di milioni in contesti locali e islamici cumulativi).   Lo storico canadese Paul Lovejoy nel suo libro Transformations in Slavery descrive come l’incontro con mercati esterni abbia trasformato la schiavitù africana da marginale a centrale in molte società, aumentando esponenzialmente il numero di schiavi domestici per soddisfare la domanda esterna. Questo sistema generò sofferenze immense, destabilizzò intere regioni e alimentò cicli di violenza, ma non fu mai concepito in termini razziali assoluti come il modello europeo nelle Americhe.   La schiavitù africana interna persistette a lungo, anche dopo l’abolizione formale del commercio atlantico, fino al XX secolo in alcune aree.   In particolare, nel Ghana precoloniale, la schiavitù interna tra neri africani era diffusa, specialmente nel potente Impero Ashanti (Asante), che dominava la regione dal XVIII secolo. Gli Ashanti catturavano prigionieri in guerre contro gruppi vicini (come i Dagomba o i Denkyira), per debiti, crimini o rapimenti, riducendoli in schiavitù.   Questi schiavi lavoravano nelle miniere d’oro (attività tabù per i liberi), nelle piantagioni, come domestici, portatori o soldati. Molti restavano nel regno per espandere l’economia e il potere reale, mentre altri venivano venduti agli europei sulla costa (Elmina, Cape Coast) in cambio di armi e merci, alimentando il commercio transatlantico.   La schiavitù ashanti non era razziale ma etnica e sociale: gli schiavi potevano integrarsi, sposarsi o essere riscattati, ma subivano punizioni severe, inclusi sacrifici umani in riti come l’Odira. La pratica era vista come istituzione naturale, sancita dagli antenati e dagli dei. Milioni rimasero schiavizzati localmente, superando numericamente gli esportati.   Secondo alcuni, è ancora possibile parlare di schiavismo, sia pure in un’accezione moderna, nel Ghana, anche se la schiavitù tradizionale è stata abolita da secoli e il Paese africano ha leggi severe contro di essa.   Secondo il Global Slavery Index della ONG per i diritti umani Walk Free (dati aggiornati al 2023-2025), in Ghana circa 91.000 persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, con una prevalenza di 2,9 ogni 1.000 abitanti.   Questo include il lavoro forzato (soprattutto in agricoltura, miniere artigianali d’oro e settore informale), traffico di esseri umani (Ghana è paese di origine, transito e destinazione), sfruttamento sessuale e matrimoni forzati.

Iscriviti al canale Telegram

Nel settore del cacao (principale esportazione), persistono forme di lavoro minorile pericoloso e casi di lavoro forzato, nonostante i progressi e i piani governativi come il Ghana Accelerated Action Plan Against Child Labor (2023–2027).   Una pratica residua è il sistema «Trokosi» nelle regioni del Volta: ragazze vergini vengono donate a santuari animisti per espiare «peccati» di famigli maschi, diventando schiave sessuali e lavorative dei sacerdoti dei culti pagani africani. Bandito nel 1998, tale schiavismo sessua rituale persiste su scala ridotta in aree rurali per mancanza di enforcement, analfabetismo e resistenze culturali. Molte sono state liberate dall’intervento di ONG, ma non ci sono state condanne significative.   Il governo ghanese critiche da ONG per insufficiente azione contro un’emergenza stimata in miliardi di cedi, la valuta locale.   Nonostante ciò, ecco che il Ghana spinge attivamente per riconoscimenti internazionali della schiavitù storica transatlantica, senza guardare dentro alla sua storia e al suo presente.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Indies1 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
Continua a leggere

Razzismo

Nike indagata per accuse di discriminazione nei confronti dei bianchi

Pubblicato

il

Da

La Equal Employment Opportunity Commission (EEOC) degli Stati Uniti sta conducendo un’indagine per accertare se il gigante dell’abbigliamento sportivo Nike abbia discriminato i propri dipendenti bianchi.

 

Mercoledì la commissione ha presentato un’istanza alla Corte distrettuale federale per il distretto orientale del Missouri, chiedendo che Nike sia obbligata a consegnare documentazione dettagliata sulle sue politiche di gestione delle risorse umane, incluse quelle relative a diversità, equità e inclusione (DEI).

 

L’EEOC ha precisato che l’inchiesta si concentra sulla possibilità che l’azienda abbia applicato un «trattamento differenziato» ai danni di dipendenti e candidati bianchi in ambiti quali assunzioni, avanzamenti di carriera, scelte per i licenziamenti e accesso ai programmi di formazione.

Sostieni Renovatio 21

L’agenzia federale ha ricordato di aver avviato accertamenti sulle presunte violazioni sistemiche all’interno di Nike già a partire dal 2018. La presidente dell’EEOC, Andrea Lucas, ha sottolineato che la normativa contro la discriminazione sul lavoro è «cieca al colore della pelle» e impone all’agenzia il dovere di tutelare i lavoratori di ogni etnia da pratiche illegali.

 

Nike ha definito la richiesta dell’EEOC «un’escalation sorprendente e fuori dall’ordinario», precisando di aver già fornito «migliaia di pagine di documenti».

 

«Siamo fermamente impegnati a garantire pratiche di impiego eque e conformi alla legge, nel pieno rispetto di tutte le norme vigenti, comprese quelle che vietano ogni forma di discriminazione», ha dichiarato l’azienda in una nota inviata alla CNN.

 

Da tempo i conservatori denunciano che i programmi DEI (diversity, equity and inclusion) penalizzino ingiustamente i bianchi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto della lotta a quello che chiama «pregiudizio woke» uno degli assi portanti del suo secondo mandato.

 

«Credo che in questo Paese esista un forte sentimento anti-bianco e che ciò non possa essere tollerato», aveva dichiarato Trump alla rivista TIME nel 2024.

 

Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi che hanno eliminato le iniziative DEI all’interno della pubblica amministrazione federale. Da allora numerose aziende, tra cui Walmart e Google, hanno rimosso riferimenti e impegni relativi a DEI dai propri siti istituzionali.

 

Nike, uno dei marchi più noti al mondo, è stata coinvolta in numerosi scandali nel corso degli anni, spesso legati a questioni etiche, condizioni di lavoro e immagine aziendale.

 

Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta emersero le prime denunce sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche asiatiche, soprattutto in Indonesia, dove attivisti come Jeff Ballinger denunciarono salari inferiori al minimo legale, condizioni precarie e abusi. Nel 1996 lo scandalo esplose a livello globale quando la rivista Life pubblicò fotografie di bambini pakistani di 12 anni intenti a cucire palloni da calcio marchiati Nike, associando il brand allo sfruttamento minorile nei cosiddetti sweatshops. Questo episodio causò un crollo del titolo azionario del 58% in meno di due anni e danneggiò gravemente la reputazione dell’azienda.

Aiuta Renovatio 21

Negli anni successivi, tra il 1990 e il 2000, continuarono a emergere segnalazioni di abusi sistematici nelle fabbriche in Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia: ore di lavoro eccessive, salari da fame, violenze fisiche e verbali, assenza di libertà sindacale. Nel 2005 Nike stessa pubblicò un rapporto che ammetteva violazioni in oltre un quarto delle fabbriche controllate in Sud-est asiatico.

 

Negli anni 2000 e 2010 diversi atleti sponsorizzati da Nike finirono al centro di controversie personali: Lance Armstrong per doping (contratto terminato nel 2012), Tiger Woods per lo scandalo sessuale del 2009, Oscar Pistorius per omicidio, oltre a vari calciatori coinvolti in vicende extracalcistiche non edificanti, coem Neymar jr, Mason Greenwood, Ryan Brown.

 

Nel 2018 scoppiò una grave crisi interna legata al movimento #MeToo: indagini interne rivelarono una cultura aziendale maschilista, con molestie sessuali, disparità salariali significative e discriminazione di genere. Il CEO Mark Parker si scusò pubblicamente, furono aumentati i salari per una parte dei dipendenti e alcuni executive si dimisero, mentre cause legali sono ancora in corso.

 

Sempre nel 2018-2019 la campagna pubblicitaria con Colin Kaepernick (“Believe in Something”) provocò boicottaggi e proteste negli Stati Uniti, anche se alla fine aumentò le vendite. Contemporaneamente emerse lo scandalo doping legato al Nike Oregon Project: l’allenatore Alberto Salazar fu squalificato per quattro anni per uso di sostanze vietate, portando alla chiusura del programma.

 

Negli anni 2020 Nike è stata accusata di acquistare materiali da fabbriche che utilizzano lavoro forzato di uiguri nello Xinjiang, di pagare salari sotto il minimo in India e di aver gestito male i licenziamenti durante la pandemia in Cambogia. Più recentemente, tra il 2023 e il 2025, alcune collaborazioni percepite come eccessivamente «woke» (come quella con l’influencer transgenderro Dylan Mulvaney) hanno scatenato ulteriori boicottaggi, contribuendo a un calo significativo delle vendite e del valore azionario rispetto ai picchi del 2021.

 

Un ulteriore scandalo del 2019 ha riguardato le politiche contrattuali discriminatorie verso le atlete incinte o neomamme. Atlete olimpiche di spicco come Allyson Felix (la donna più medagliata nella storia dell’atletica USA), Alysia Montaño (famosa per aver corso gli 800 metri a 8 mesi di gravidanza nel 2014) e Kara Goucher hanno denunciato pubblicamente sul New York Times che Nike penalizzava finanziariamente le atlete per la gravidanza: sospendeva i pagamenti del contratto di sponsorizzazione durante la gravidanza e il post-parto, o applicava riduzioni salariali basate su «mancato rendimento» (fino al 70% nel caso di Felix, che Nike propose dopo la sua maternità nel 2018).

Queste clausole trattavano la gravidanza come una «mancata performance», senza protezioni specifiche per maternità, costringendo di fatto molte atlete a scegliere tra carriera e famiglia. Dichiarazioni come quella della corritrice Phoebe Wright secondo cui rimanere incinta è il «bacio della morte per un’atleta donna» divennero virali. Le denunce volevano evidenziare l’ipocrisia secondo cui Nike promuoveva campagne empowering come «Dream Crazier» con atlete donne, ma nei contratti reali non garantiva supporto per la maternità.

 

Lo scandalo esplose con un’enorme indignazione pubblica, boicottaggi, petizioni e persino un’inchiesta congressuale USA. Nike rispose annunciando una nuova politica nell’agosto 2019: per 18 mesi intorno alla gravidanza (8 prima del parto + 10 dopo) non sarebbero state applicate riduzioni per calo di performance, garantendo stipendio e bonus. Altre aziende seguirono l’esempio.

Iscriviti al canale Telegram

Non emergono prove di Nike che abbia costretto atlete ad abortire, ma le politiche punitive indirettamente potevano spingere alcune a evitare o interrompere gravidanze per non perdere introiti (specie in un’industria dove i contratti sono brevi e performance-dipendenti). Casi separati, come abusi nel Nike Oregon Project (Mary Cain parlò di pressione sul peso e amenorrea indotta, con pillole anticoncezionali date per “perdere peso”), toccano temi di controllo sul corpo femminile, ma non aborto forzato.

Nel novembre 2019, l’ex corritrice del Nike Oregon Project (NOP) Mary Cain ha affermato che l’allenatore Alberto Salazar ha tentato di prescriverle pillole anticoncezionali e diuretici per perdere peso. Questa accusa faceva parte di una più ampia accusa di «cultura tossica» in cui veniva pressata a diventare «sempre più magra» per migliorare le prestazioni.

 

Nonostante questi scandali, Nike ha risposto nel tempo con riforme, codici di condotta, audit indipendenti e aumenti salariali, riuscendo a mantenere una posizione dominante sul mercato, anche se le critiche sulla catena di approvvigionamento e sulla cultura interna continuano a emergere periodicamente.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia 

Continua a leggere

Più popolari