Geopolitica
Il ministro sionista: Israele non prende ordini dagli USA
Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha respinto le critiche degli Stati Uniti alle proposte di reinsediare i palestinesi nei territori fuori Gaza, affermando in un messaggio pubblicato sui social media che Israele «non è un’altra stella sulla bandiera americana».
Ben-Gvir, insieme al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, negli ultimi giorni ha sostenuto piani per la «migrazione volontaria» postbellica dei palestinesi dall’enclave di Gaza sotto assedio.
Funzionari israeliani hanno condotto colloqui segreti con rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo e di altre nazioni africane, sul possibile reinsediamento dei palestinesi una volta conclusa la guerra con Hamas, ha scritto mercoledì il Times of Israel.
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Smotrich ha affermato che circa il 70% della popolazione israeliana sostiene tali proposte di migrazione «volontaria». Questa settimana ha detto all’emittente pubblica israeliana KAN che «2 milioni di persone [a Gaza] si svegliano ogni mattina con il desiderio di distruggere lo Stato di Israele e massacrare, stuprare e uccidere gli ebrei».
Ben-Gvir ha aggiunto separatamente che Israele vuole «incoraggiare l’emigrazione volontaria, e dobbiamo trovare paesi disposti ad accogliere [i palestinesi]».
La retorica dei due funzionari israeliani è stata respinta come «infiammatoria e irresponsabile» in una dichiarazione rilasciata martedì dal Dipartimento di Stato di Washington, spingendo Ben-Gvir a postare su Twitter che, sebbene l’aiuto di Washington sia stato apprezzato, si trattava di una questione spetta a Israele decidere.
«Apprezzo davvero gli Stati Uniti d’America», ha scritto martedì, «ma non siamo un’altra stella sulla bandiera americana».
«Gli Stati Uniti sono i nostri migliori amici, ma prima di tutto faremo ciò che è meglio per lo Stato di Israele: la migrazione di centinaia di migliaia da Gaza consentirà agli abitanti dell’enclave di tornare a casa e vivere in sicurezza e proteggere il territorio. Soldati dell’IDF».
Martedì, nei suoi commenti di opposizione alle dichiarazioni di Ben-Gvir e Smotrich, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha affermato che a Washington è stato «ripetutamente e coerentemente detto» dal governo israeliano, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu, che «tali dichiarazioni non riflettono» la politica formale israeliana.
«Siamo stati chiari, coerenti e inequivocabili sul fatto che Gaza è terra palestinese e rimarrà terra palestinese, con Hamas che non avrà più il controllo del suo futuro e nessun gruppo terroristico in grado di minacciare Israele», ha aggiunto il Dipartimento di Stato.
A dicembre, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha citato Ben-Gvir e i suoi alleati in un discorso in cui ha affermato che alcuni membri della coalizione israeliana sembravano volere una «punizione» contro tutti i palestinesi in risposta all’attacco transfrontaliero di Hamas del 7 ottobre.
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Il ministro Itamar Ben Gvir appartiene al partito sionista Otzma Yehudit («Potere ebraico») è associato al movimento erede del partito Kach, poi dissolto da leggi anti-terroriste varate dal governo Rabin nel 1994, fondato dal rabbino americano Mehir Kahane.
Kach è nella lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche di USA, Canada e, fino al 2010, su quella del Consiglio dell’Unione Europea. Il Kahane fu assassinato in un vicolo di Nuova York nel 1990, tuttavia le sue idee permangono nel sionismo politico, in primis l’idea di per cui tutti gli arabi devono lasciare Eretz Israel, la Terra di Israele.
Come riportato da Renovatio 21, il ritorno al potere Netanyahu è dovuto al boom del partito sionista Otzma Yehudit. Il ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu, che appartiene al partito sionista, ha dichiarato la disponibilità di nuclearizzare la Striscia di Gaza.
Ben Gvir da ministro l’anno scorso ha vietato le bandiere palestinesi, mentre quest’anno un altro membro del partito ha minimizzato riguardo gli sputi degli ebrei contro i pellegrini cristiani (un’«antica tradizione ebraica»), mentre sul territorio si moltiplicano gli attacchi e le profanazioni ai danni dei cristiani e dei loro luoghi in Terra Santa.
Come riportato da Renovatio 21, in un altro editoriale di pochi giorni fa Haaretz scriveva che «il governo di Netanyahu è tutt’altro che conservatore. È un governo rivoluzionario, di destra, radicale, messianico che ha portato avanti un colpo di stato e sogna di annettere i territori».
Il messianismo sionista si basa sulla teoria apocalittica del Terzo Tempio, che ha diversi sostenitori anche nel protestantesimo americano.
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Immagine di Eladkarmel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International l
Geopolitica
Orban: l’Ucraina è il nostro nemico
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Geopolitica
Orban: l’UE cerca di tagliare il sostegno alle famiglie per finanziare l’Ucraina
Il primo ministro ungherese Vittorio Orban ha accusato l’Unione Europea di voler sottrarre ulteriori risorse alle famiglie ungheresi per finanziare la guerra dell’Ucraina contro la Russia.
In un messaggio pubblicato venerdì su X, Orban ha scritto: «I burocrati di Bruxelles allungano le mani, cercando di rubare denaro alle nostre famiglie per poi girarlo a Kiev. Per Bruxelles è eresia mettere le famiglie al primo posto. Per noi è solo buon senso».
Orban ha legato la polemica alla sua politica di redistribuzione del reddito e di rafforzamento dei sostegni familiari, citando la tredicesima mensilità pensionistica e i piani per introdurre gradualmente la quattordicesima. Secondo lui, «i soldi stanno molto meglio nelle tasche delle famiglie ungheresi che a Kiev».
🫴 Brusselian bureaucrats have their hands out, trying to take money from our families so they can shovel it over to Kyiv. Brussels calls putting families first heresy. We call it common sense. pic.twitter.com/QqryAo90jB
— Orbán Viktor (@PM_ViktorOrban) February 6, 2026
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L’UE è finanziata attraverso i contributi degli Stati membri e le risorse proprie comuni: qualsiasi aiuto all’Ucraina si traduce quindi in maggiori esborsi nazionali o in prestiti comunitari che poi gravano sui bilanci. Il mese scorso diversi organi di stampa hanno riferito che Stati Uniti e Unione Europea stanno discutendo di un piano decennale per la ricostruzione dell’Ucraina del valore di circa 800 miliardi di dollari.
Orban, da sempre contrario al sostegno finanziario a Kiev, ha definito tale roadmap uno «shock», sostenendo che getterebbe l’UE in un abisso di debito. Ha inoltre criticato duramente il prestito da 90 miliardi di euro già approvato dall’UE per l’Ucraina nel biennio 2026-2027. L’Ungheria, insieme ad altri Stati membri, si è astenuta dall’approvazione di tale misura.
Nel frattempo Bruxelles ha continuato a sospendere porzioni significative dei fondi europei destinati all’Ungheria, motivando le decisioni con le controversie sullo stato di diritto e con il presunto mancato rispetto delle riforme richieste. L’ultima sospensione, superiore a 1 miliardo di euro, è arrivata proprio in prossimità delle elezioni parlamentari ungheresi in programma ad aprile.
L’Ungheria resta uno dei Paesi più apertamente critici all’interno dell’UE verso il massiccio sostegno finanziario e militare all’Ucraina e verso il regime di sanzioni contro la Russia.
Lo Orban ha ripetutamente sostenuto che le sanzioni non hanno fermato il conflitto, ma hanno fatto esplodere i costi energetici, danneggiato la competitività europea e scaricato un peso insostenibile sulle famiglie. Ha inoltre espresso contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’UE e nella NATO, avvertendo che ciò trascinerebbe l’Unione in un confronto diretto con la Russia.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
La Finlandia si oppone alle garanzie «simili all’articolo 5» NATO per l’Ucraina
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