Geopolitica
Il ministero della Sanità israeliano ordina ai medici di non collaborare con le indagini ONU sulle atrocità di Hamas
Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha istituito una commissione internazionale indipendente d’inchiesta per indagare su tali accuse di violazioni dei diritti umani sia in Israele che in Palestina.
Il quotidiano Times of Israel ora riporta che il Ministero della Sanità israeliano ieri ha ordinato ai suoi medici: «di non collaborare con la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati. Nelle ultime settimane, medici esperti e personale ospedaliero che hanno curato le vittime del 7 ottobre e rilasciato gli ostaggi hanno ricevuto lettere ed e-mail dalla commissione, che opera sotto il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. La commissione ha richiesto informazioni e interviste per la sua indagine sui crimini internazionali e di genere».
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«L’emittente pubblica israeliana Kan ha riferito che il Ministero della Giustizia ha incaricato il dipartimento legale del Ministero della Sanità di dire ai medici israeliani e ad altri coinvolti nella cura delle vittime del 7 ottobre e degli ostaggi rilasciati di non parlare con la commissione d’inchiesta» scrive il giornale israeliano.
In pratica, l’ONU sta indagando sulle accuse israeliane di violazioni dei diritti umani, tuttavia Israele non è disposto nemmeno a far esaminare le presunte azioni di Hamas.
Israele ha criticato severamente le Nazioni Unite per non aver prestato attenzione alle atrocità di Hamas del 7 ottobre, e ora, anche per aver tentato di indagare su di esse. Il portavoce del ministero degli Esteri Lior Haiat ha fornito la spiegazione: la commissione delle Nazioni Unite è – aspettate un attimo – «un organismo anti-israeliano e antisemita» e le «tre persone scelte per guidarlo sono famosi personaggi antisemiti e anti-israeliani».
Ad esempio, l’australiano Chris Sidoti, nel luglio 2022, aveva «respinto le accuse di antisemitismo contro la commissione, affermando che venivano “gettate in giro come riso a un matrimonio”. È una tragedia e una parodia banalizzare l’antisemitismo per scopi politici, per derubarlo del suo contenuto, per usarlo come scudo per la critica ordinaria delle azioni di uno Stato».
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Come poi tale mancata collaborazione ordinata dallo Stato Ebraico ai suoi dottori si accordi con Ippocrate e i principi dell’etica medica, è un mistero che solo il mondo moderno e il suo programmatico immoralismo sanitario può spiegare
Come riportato da Renovatio 21, il 5 novembre, un centinaio di medici israeliani dell’organizzazione «Medici per i diritti dei soldati israeliani» ha rilasciato una dichiarazione affermando che il grande complesso medico Al-Shifa di Gaza e altri ospedali di Gaza sono obiettivi legittimi da distruggere, in quanto ospitano i terroristi di Hamas, aveva riferito il canale satellitare panarabo con base in Libano Al Mayadeen.
Il 6 novembre, un gruppo di medici palestinesi residenti a Gaza ha rilasciato una dichiarazione in risposta ai medici israeliani, ha riferito il sito americano Common Dreams. Guidati dal dottor Marwan Shafiq Al-Ham, direttore dell’ospedale Muhammad Yusuf Al-Najjar, i dottori palestinesi scrivono:
«Noi medici siamo ambasciatori di pace. Salviamo vite umane. I medici israeliani che hanno firmato una lettera che promuove il bombardamento degli ospedali con pazienti all’interno hanno commesso un tradimento nei confronti della loro nobile professione e se ne assumono la responsabilità. Abbiamo giurato di proteggere le vite umane. Pertanto non è lecito tradire il giuramento e la professione».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Trump minaccia dazi del 100% sul Canada per l’accordo con la Cina
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Geopolitica
La Santa Sede invitata al Consiglio per la Pace di Trump
Mentre Donald Trump ha appena annunciato ufficialmente la creazione del suo «Consiglio per la Pace» (Board of Peace), l’invito rivolto a Papa Leone XIV pone la Santa Sede in una posizione delicata. Sospesa tra il desiderio di dialogo e l’impegno per il multilateralismo, la diplomazia vaticana si sta prendendo il suo tempo per rispondere, pur esprimendo le riserve di una Chiesa che si rifiuta di vedere l’ordine mondiale dettato da un «club privato».
Anche se probabilmente non gli verrà richiesto di pagare il miliardo di euro «in contanti» richiesto agli altri capi di Stato dall’occupante della Casa Bianca per entrare a far parte del suo Consiglio per la Pace, il pontefice si sta prendendo il tempo per riflettere.
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Un’istituzione con poteri esorbitanti
E per una buona ragione: inizialmente concepito lo scorso settembre per supervisionare la ricostruzione di Gaza, il Consiglio per la Pace ha visto le sue prerogative espandersi notevolmente. Il suo statuto, pubblicato il 18 gennaio 2026, delinea un «secondo Consiglio di Sicurezza», libero dai vincoli dell’ONU, che considera «obsoleto e inefficace».
Il funzionamento di questo nuovo organismo è piuttosto semplice. Donald Trump ha poteri discrezionali: sceglie i membri, può revocarli e ha persino il diritto di designare il suo successore. Ancora più sorprendente, lo statuto prevede una membership «premium».
Infatti, gli Stati che versano un miliardo di dollari nel primo anno si assicurano un seggio permanente, aggirando il processo di rinnovo triennale. Mentre alleati come Viktor Orban (Ungheria), Javier Milei (Argentina) e Re Mohammed VI (Marocco) hanno già firmato, altri sono esitanti.
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La prudenza diplomatica della Santa Sede
È in questo contesto di accresciute tensioni che il Vaticano ha ricevuto il suo invito. La risposta, fornita dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, è improntata a «vigile prudenza». Sebbene Papa Leone XIV abbia sempre sostenuto una cultura del dialogo, il formato proposto da Washington sembra scontrarsi con gli attuali principi fondamentali della diplomazia pontificia.
Interrogato su questi sviluppi, il cardinale Pietro Parolin ha sottolineato la preoccupazione della Santa Sede per l’erosione del diritto internazionale. Per il numero due del Vaticano, la pace non può essere il prodotto di un “giudizio pragmatico” esercitato da una manciata di Stati «volontari», ma deve essere perseguita nel quadro delle istituzioni multilaterali esistenti. La Santa Sede teme che questo Consiglio possa diventare uno strumento di pressione politica piuttosto che un autentico strumento di stabilità.
Inoltre, la composizione del consiglio esecutivo – composto esclusivamente da stretti collaboratori del presidente americano (Marco Rubio, Jared Kushner), con l’eccezione di Tony Blair – rafforza l’immagine di una diplomazia «transazionale». Per la Santa Sede, aderire a un simile organismo rischierebbe di comprometterne la neutralità, essendo spesso chiamata ad agire come mediatore imparziale nei conflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Mentre Vladimir Putin sta ancora valutando le «sfumature» del suo invito, il Vaticano sembra prendere tempo. Preso tra la tentazione di influenzare le decisioni della Casa Bianca dall’interno e la necessità di proteggere l’ordine internazionale, il Papa cammina su un filo teso: un ruolo di osservatore al Consiglio per la Pace – come alle Nazioni Unite – potrebbe rappresentare una via di mezzo?
Una cosa è certa: la Santa Sede non darà carta bianca a un organismo in cui la pace sembra avere un prezzo «premium».
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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