In una delle storie più bizzarre dell’ultimo anno, l’ex presidente del Barcelona (la celeberrima squadra di calcio) Sandro Rosell è stato costretto a negare di aver acquistato illegalmente un fegato umano per l’ex difensore del Barcellona Eric Abidal nel 2012, dopo un reportage sul quotidiano spagnolo El Confidencial in cui la polizia affermava di aver intercettato le telefonate di Rosell che presumibilmente comprovano l’acquisto dell’organo da trapiantare al suo giocatore.
Una dichiarazione ufficale del Barcelona ha negato categoricamente le accuse , e ha sottolineato che un tribunale catalano aveva archiviato un’inchiesta sulla questione nel 2017. Altri dinieghi formali sono stati rilasciati da Abidal e dall’ospedale in cui è stato sottoposto a intervento chirurgico, mentre si è fatta avanti anche la Organizzazione Nazionale Trapianti spagnola. per confermare che l’operazione è stata eseguita in conformità con la legge.
L’ex presidente del BarcelonaSandro Rosell,è stato costretto a negare di aver acquistato illegalmente un fegato umano per l’ex difensore del Barcellona Eric Abidal nel 2012
In questo caso appare chiaro che il trapianto era legale, ma l’incidente fa brillare i riflettori sul trapianto di organi commerciali e sul torbido mercato nero degli organi umani. Ma cos’è questo commercio e quanto spesso si verifica?
Cos’è il commercio di organi?
Il business dei trapianti comporta l’acquisto, la vendita o comunque la mercificazione degli organi umani. È riconosciuto come un crimine grave nella grande maggioranza dei paesi, con l’eccezione dell’Iran.
In pratica il termine copre un ampio spettro di comportamenti. I casi più preoccupanti riguardanoil traffico di esseri umani al fine di rimuovere i loro organi. Le vittime possono essere trattenute contro la loro volontà, costrette a sottoporsi a esami medici e alla fine operati senza il loro consenso. Il fenomeno accade già in alcune parti del mondo .
Il turismo degli organi è difficile da seguire e anche più difficile da fermare
Più comune è il cosiddetto «turismo dei trapianti», che vede i pazienti viaggiare all’estero per i trapianti che potrebbero faticare altrimenti ottenere rapidamente. Anche se i pagamenti illegali non sono sempre coinvolti, alcuni potrebbero avere un parente oltreoceano disposto a donare – questi viaggi all’estero dovrebbero scatenare campanelli d’allarme.
La portata globale dei social media rende sempre più facile l’offerta di organi tramite vendita online. Ad esempio, entro due giorni dall’ingresso in un gruppo di Facebook sulla donazione di organi, sono stato messaggiato da un uomo in India che si è offerto di vendermi il suo rene.
La portata globale dei social media rende sempre più facile l’offerta di organi tramite vendita online. Ad esempio, entro due giorni dall’ingresso in un gruppo di Facebook sulla donazione di organi, sono stato messaggiato da un uomo in India che si è offerto di vendermi il suo rene.
Non dovrebbe sorprendere nessuno che il pagamento della «donazione» di organi sia spesso associato alla coercizione e allo sfruttamento di chi è in condizioni di povertà. La Dichiarazione di Istanbul , approvata dalle organizzazioni di trapianti di tutto il mondo, afferma chiaramente che il traffico di esseri umani e il trapianto «violano i principi di equità, giustizia e rispetto della dignità umana e dovrebbero essere proibiti». C’è un dibattito accademico in corso che circonda l’etica del business dei trapianti, ma la sua illegalità è chiaramente stabilita nelle leggi della maggior parte dei paesi.
Una frequenza sconosciuta
Dato che i trasgressori raramente denunciano i propri crimini, è difficile accertare un quadro preciso, ma è stato stimato che il 5-10% dei trapianti di organi in tutto il mondo coinvolgono pagamenti. I dati del Regno Unito, per esempio, suggeriscono che quasi 400 pazienti hanno ricevuto un trapianto all’estero negli ultimi 16 anni, anche se alcuni di questi potrebbero essere stati perfettamente legali.
È stato stimato che il 5-10% dei trapianti di organi in tutto il mondo coinvolgono pagamenti
È anche possibile che sempre nel Regno Unito alcune donazioni implichino ricompense illecite e sottobanco. Ci sono misure di sicurezza per contrastare questo e l’ Human Tissue Act 2004 rende questo inequivocabilmente illegale. Ma ancora una volta è difficile provare qualcosa: se un beneficiario grato compra una nuova auto al donatore qualche mese dopo un trapianto, chi può tracciare il confine tra pagamento differito e generosità onesta?
Inevitabilmente gli organi umani sono a volte a disponibilità limitata, quindi i pazienti in lunghe liste d’attesa possono essere tentati di pagare un organo all’estero.
Il commercio illegale di organi è complesso e illusorio e, senza i medici che segnalano casi, probabilmente rimarranno tali.
Ma quando tornano nel Regno Unito richiedendo cure di follow-up, i loro medici avranno generalmente i loro sospetti. La maggior parte dei professionisti del settore medico si sente legata dalla riservatezza del paziente e non denuncia i propri sospetti, ma ciò elimina uno dei pochi metodi potenziali per individuare e perseguire questo oscuro mondo sotterraneo.
Il commercio illegale di organi è complesso e illusorio e, senza i medici che segnalano casi, probabilmente rimarranno tali.
La morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni e mezzo deceduto dopo aver ricevuto un cuore «bruciato» all’ospedale Monaldi di Napoli, è stata raccontata come un tragico incidente, un errore nella catena di conservazione e trasporto dell’organo.
Un caso isolato, insomma. Ma a volte certi «inconvenienti» hanno il merito involontario di squarciare il velo che copre interi sistemi. E la vicenda di Domenico ha avuto proprio questo effetto: ha scoperchiato il vaso di Pandora di un modello sanitario che, dietro la retorica dell’eccellenza, nasconde fragilità strutturali e verità scomode.
La narrazione pubblica dei trapianti è costruita attorno a un’immagine della medicina che salva vite, ma ciò che non viene quasi mai raccontato è l’altra metà della storia. I numeri ufficiali del Centro Nazionale Trapianti mostrano infatti una realtà molto meno lineare: tra il 2000 e il 2021, su 419 bambini sottoposti a trapianto di cuore in Italia, 79 sono morti entro i primi cinque anni.
In altre parole, quasi un bambino su cinque non sopravvive a medio termine all’intervento che dovrebbe restituirgli la vita. Ma non si tratta di casi isolati: a Roma, all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, si sono registrati 34 decessi su 161 pazienti; a Torino 12 su 51; a Padova 8 su 39; al Monaldi di Napoli 5 su 24; a Bergamo 8 su 70.
Il dato forse più eloquente riguarda il fallimento dell’organo trapiantato: 92 cuori, sul totale di quelli impiantati, hanno smesso di funzionare prima dei cinque anni. Il trapianto viene presentato come una rinascita, mentre nella realtà segna spesso l’inizio di una condizione clinica nuova, fragile e permanente.
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Un trapiantato non è, nella maggior parte dei casi, una persona guarita, bensì un malato cronico. Per impedire all’organismo di rigettare l’organo ricevuto, il sistema immunitario deve essere artificialmente indebolito attraverso terapie antirigetto che accompagnano il paziente per tutta la vita. Il risultato è una vita medicalizzata, scandita da controlli costanti, esami periodici e un equilibrio biologico estremamente fragile.
Gli stessi chirurghi parlano di «gestione a lungo termine del paziente trapiantato», una formula che traduce in linguaggio tecnico una realtà semplice: la malattia non scompare, cambia forma. Inoltre, la vicenda del piccolo Domenico ha mostrato quanto l’intero sistema dipenda da una catena estremamente delicata di passaggi clinici, tecnici, organizzativi, in cui ogni anello deve funzionare perfettamente.
La stessa testata giornalistica che ha pubblicato i numeri relativi ai fallimenti dei trapianti ha ricordato un altro caso emblematico: quello di Lisa Federico, la sedicenne morta nel 2020 all’Ospedale Bambino Gesù dopo un trapianto di midollo in cui la sacca proveniente da una donatrice tedesca conteneva globuli rossi incompatibili. Un altro tragico episodio che mostra quanto fragile sia un sistema in cui basta un errore di conservazione, una valutazione sbagliata, un protocollo applicato male per causare una morte.
Ma c’è un’altra questione che il racconto pubblico evita accuratamente di affrontare, ossia che ogni trapianto di organo vitale presuppone un atto preliminare: l’espianto dell’organo da una persona che, fino a prova contraria, è ancora in vita.
Come abbiamo più volte avuto modo di sottolineare, la medicina contemporanea ha risolto questa contraddizione introducendo una definizione giuridica, la «morte cerebrale», che consente di dichiarare morto un essere umano il cui corpo continua a manifestare molte delle funzioni tipiche della vita biologica. E sappiamo altresì che senza questa ridefinizione arbitraria della morte ogni espianto di organo vitale verrebbe considerato un omicidio.
C’è da augurarsi che tragedie come quella del piccolo Domenico possano costringere finalmente l’opinione pubblica a interrogarsi su ciò che realmente accade nei reparti di trapiantologia. È arrivato il momento di squarciare il velo della menzogna che da decenni avvolge il prelievo di organi da presunti cadaveri e di chiamare le cose con il loro nome. E di riconoscere che dietro ogni trapianto di organo vitale non c’è soltanto una vita che si spera di salvare, ma anche una vita che, fino a prova contraria, è stata deliberatamente sacrificata.
La vicenda del piccolo Domenico, il bambino napoletano di due anni e mezzo morto dopo il trapianto di cuore effettuato all’ospedale Monaldi di Napoli, è stata raccontata dai media come una tragica fatalità: un errore umano, un organo conservato male, un’indagine giudiziaria per accertare le responsabilità. Si parla di ghiaccio secco, di procedure, di protocolli violati, di sei indagati e di una commissione ministeriale. Il racconto pubblico si ferma qui.
Ma la storia, se analizzata fino in fondo, pone un quesito fondamentale: che cosa rende possibile un trapianto?
Il cuore che doveva salvare Domenico batteva prima di essere espiantato. Non proveniva da un cadavere nel senso comune del termine, ma da un corpo mantenuto in circolazione, caldo, perfuso, capace di preservare organi perfettamente funzionanti. È qui che entra in gioco il criterio della morte cerebrale: la definizione giuridica e medica introdotta verso la fine degli anni sessanta che consente di considerare morto un organismo che continua a manifestare funzioni vitali.
Senza questa ridefinizione della morte, il sistema dei trapianti di organi vitali semplicemente non potrebbe esistere.
La retorica pubblica insiste sul fatto che i trapianti «salvano vite». Ma questa rappresentazione mostra soltanto la metà della realtà. L’altra metà è costituita dalla trasformazione del corpo umano in una riserva di organi disponibili.
Nel linguaggio tecnico, il cuore diventa un organo da prelevare, conservare, trasportare e impiantare. Un errore di temperatura, una conservazione sbagliata, e quell’organo perde la sua utilità. È esattamente ciò che sarebbe accaduto nel caso di Domenico: il cuore sarebbe stato trasportato in un contenitore con ghiaccio secco, una procedura non prevista, che avrebbe danneggiato irreversibilmente il tessuto cardiaco.
Il punto, però, non è l’errore. Quasi nessuno si interroga sulla premessa culturale che rende possibile tutto questo, ossia l’idea che l’essere umano possa essere ridotto a un insieme di parti sostituibili. Il corpo umano non appare più come l’unità indivisibile di una persona, ma come un sistema modulare di componenti intercambiabili.
La storia di Domenico rivela, in modo drammatico, anche un altro aspetto della narrazione dominante: l’idea che il trapianto rappresenti sempre e comunque una rinascita. In realtà, il trapianto è una procedura estremamente complessa, segnata da rischi enormi, complicazioni frequenti e risultati spesso incerti. Non è la fine della malattia, ma l’inizio di un percorso fragile e medicalizzato. In questo caso, la promessa della medicina non si è realizzata: il cuore che doveva salvare il piccolo bambino è diventato parte di una tragedia ancora più grande.
La morte di Domenico commuove, addolora e indigna. Ma dovrebbe anche spingerci a interrogarci su ciò che normalmente resta invisibile: il sacrificio silenzioso che precede ogni intervento; un sacrificio reso accettabile attraverso un linguaggio rassicurante, una ridefinizione giuridica, una costruzione culturale.
Dietro ogni trapianto c’è una decisione radicale su cosa sia un essere umano, quando possa essere dichiarato morto e fino a che punto il suo corpo possa essere utilizzato. Finché queste premesse resteranno fuori dal dibattito pubblico, continueremo a raccontare storie edificanti e incomplete, storie che commuovono. Ma si tratterà sempre e comunque di storie dimezzate.
E una storia dimezzata, per quanto emozionante, non è mai la verità intera.
Alfredo De Matteo
L’Ospedale Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha annunciato quello che viene presentato come un risultato storico: il primo trapianto di faccia al mondo proveniente da un donatore sottoposto a eutanasia. La notizia è stata accolta con entusiasmo dagli ambienti medici e rilanciata come una nuova vittoria della chirurgia ricostruttiva, un traguardo che confermerebbe l’eccellenza del centro catalano nel campo dei trapianti complessi.
Il paziente ricevente, colpito da una grave necrosi del volto a seguito di un’infezione, aveva perso funzioni fondamentali come la respirazione, l’alimentazione e la parola. L’intervento ha consentito una parziale ricostruzione facciale e l’avvio di un percorso di recupero funzionale, migliorando sensibilmente la sua qualità di vita.
Ciò che merita attenzione, tuttavia, non è la complessità dell’operazione, ma il contesto antropologico e morale che l’ha resa possibile. La donatrice non è morta a seguito di una patologia improvvisa o di un evento naturale, ma in virtù di una procedura deliberata di eutanasia. La sua morte è stata programmata e medicalmente assistita, permettendo al team chirurgico di pianificare con precisione il prelievo dei tessuti facciali.
Del resto, la pratica eutanasica e quella trapiantologica sono strettamente correlate: in esse la persona cessa di essere tale nel momento in cui perde determinate funzioni. L’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, sulla base di cui la persona viene fatta coincidere con le sue funzioni cerebrali, non è servita solamente a rendere possibile l’espianto di organi vitali, ma anche il distacco dei supporti vitali nei pazienti considerati senza speranza; e ciò per stessa ammissione della famigerata Commissione di Harvard, che venne istituita proprio allo scopo di trovare una soluzione operativa a tali problemi.
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In altri termini, si è trattato di un cambiamento epocale destinato a influenzare in maniera radicale il modo in cui si sarebbe gestita, da lì in avanti, la questione del fine vita, e non solo. Infatti, tutte le pratiche contro la vita (dall’espianto di organi all’aborto, dalla manipolazione embrionale all’eutanasia) hanno come minimo comune denominatore proprio la riduzione dell’essere umano ad aggregato biologico, privo di valore intrinseco se non manifesta determinate prestazioni funzionali.
Il corpo, in questa visione, non è più la dimensione costitutiva dell’identità personale, ma una struttura modulare che può essere oggetto di intervento tecnico. Il trapianto facciale, per sua natura, non è un’operazione salvavita in senso stretto, ma è teso al recupero di funzioni e identità relazionali. Proprio per questo assume un valore simbolico particolarmente forte: il volto, emblema del riconoscimento personale e dell’identità, viene trasferito da un corpo eliminato a un altro corpo da riparare.
E quando il corpo è ridotto a un insieme di parti sostituibili e la morte pianificata per massimizzare l’efficienza del prelievo, il passaggio dalla medicina ippocratica a una medicina tecnocratica è consequenziale. Il linguaggio istituzionale parla di protocolli etici rigorosi, di consenso informato, di generosità del donatore, ma ciò che rimane sullo sfondo è l’integrazione sistemica tra eutanasia e trapiantologia. Una convergenza che non è accidentale appunto, ma che si fonda su una medesima antropologia, nella quale la vita vale finché serve e il corpo acquista valore quando diventa utile ad altri.
I reparti di rianimazione e le unità trapiantologiche degli ospedali, rappresentano i luoghi «sacri» della nuova religione funzionalista, dove la persona, con la sua dignità ontologica, cede il passo all’organismo. In questo scenario, le pressioni sociali affinché le persone si decidano a farsi da parte quando la loro vita perde di significato sono sempre più forti. L’alternativa alla mancanza di senso viene individuata nella possibilità di rendersi utili alla collettività cedendo parti del proprio corpo a qualcuno che ne ha bisogno.
A tal proposito, è particolarmente significativo un cortometraggio intitolato Briciole al cielo che costituisce il manifesto della campagna a favore della donazione di organi. Un film, «per far capire cosa si prova a stare dalla parte di chi aspetta. Perché sono troppi quei sette milioni di italiani che non vogliono concedere una speranza di vita a chi ha bisogno di un trapianto». Il cortometraggio è girato in chiave poetica ma il messaggio è chiarissimo: far sentire moralmente responsabili coloro che non accettano di mettere il loro corpo a disposizione del sistema.
In definitiva, ciò che viene celebrato come progresso medico è in realtà il sintomo avanzato di una mutazione antropologica già in atto.
Quando la morte viene programmata per ottimizzare un prelievo e il volto stesso può essere trasferito come una componente funzionale, siamo di fronte a una medicina che non considera l’eutanasia una tragica eccezione ma come un ingranaggio perfettamente integrato nel sistema dei trapianti; e il trapianto, a sua volta, non è più un atto straordinario di cura, ma una modalità ordinaria di riciclo biologico.
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