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Militaria

I gruppi per i diritti umani attaccano Biden per le mine antiuomo in Ucraina

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Le organizzazioni occidentali per i diritti umani hanno condannato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden per aver fornito all’Ucraina mine antiuomo, accusando il leader americano uscente di aver infranto la promessa del 2022 di limitarne l’uso.

 

La decisione del presidente del Partito Democratico USA ha suscitato indignazione e i lobbisti hanno messo in guardia dall’impatto devastante e a lungo termine delle armi.

 

«Le mine antiuomo sono armi indiscriminate che uccidono e mutilano civili, e in particolar modo bambini, per generazioni dopo la fine delle guerre», ha affermato Hichem Khadhraoui, direttore esecutivo del Center for Civilians in Conflict (CIVIC), secondo Politico.

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«Queste armi non possono distinguere tra civili e combattenti, come richiesto dal diritto umanitario internazionale».

 

«È devastante e francamente scioccante che il presidente Biden abbia preso una decisione così importante e pericolosa poco prima che la sua eredità nel servizio pubblico venisse suggellata per i libri di storia», ha affermato Ben Linden, un alto funzionario di Amnesty International USA.

 

Il dietrofront di Biden arriva in un momento in cui la NATO si preoccupa sempre di più delle conquiste di Mosca nel Donbass, nella regione di Kursk e in alcune parti dell’Ucraina.

 

Le mine, che hanno lo scopo di rallentare l’avanzata russa, sono state descritte dai funzionari statunitensi con l’espressione eufemistica di mine «non persistenti». A differenza delle mine tradizionali, si disattivano quando la batteria si esaurisce.

 

«Sono fusi elettricamente e richiedono l’energia della batteria per esplodere. Una volta che la batteria si esaurisce, non esploderanno», ha assicurato un funzionario statunitense, parlando in forma anonima per difendere la decisione della Casa Bianca.

 

Nonostante questa rassicurazione, i critici hanno sostenuto che tali misure di sicurezza non eliminano i rischi intrinseci. Quasi 130.000 chilometri quadrati dell’Ucraina pre-2014, un’area più grande dell’Inghilterra, devono già essere bonificati da mine e ordigni inesplosi, secondo le stime di Kiev.

 

Biden ha inviato munizioni a grappolo a Kiev nel 2023, in un’altra mossa ampiamente criticata a causa del potenziale delle armi di danneggiare i civili. L’approvazione delle mine antiuomo segna un netto contrasto con la sua politica del 2022 che limitava l’uso o il trasferimento di mine antiuomo da parte degli Stati Uniti, tranne che nella penisola coreana. Tale politica aveva ribaltato la decisione dell’allora presidente Donald Trump di espandere l’uso delle mine antiuomo.

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La Casa Bianca avrebbe chiesto all’Ucraina di limitare l’uso delle mine al suo territorio e di evitare le aree civili. Tuttavia, i gruppi per i diritti umani rimangono scettici su tali rassicurazioni.

 

Mentre oltre 160 paesi hanno firmato il Trattato di Ottawa del 1997 che vieta la produzione e il trasferimento di mine antiuomo, gli Stati Uniti e la Russia non lo hanno fatto.

 

L’Ucraina è firmataria dell’accordo del 1997, il che significa che accettare le forniture di Biden è una violazione dei suoi obblighi contrattuali. La decisione di Biden, hanno avvertito gli attivisti, rischia di normalizzare ulteriormente l’uso delle mine antiuomo in una delle zone di conflitto più minate al mondo.

 

Negli scorsi mesi l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva deciso di consegnare a Kiev le armi a grappolo nonostante il fatto che la stessa Casa Bianca ne avesse definito criminale l’uso quando la Russia le avrebbe impiegate. Washington ha affrontato le critiche dei suoi stessi alleati sulla mossa, poiché il Regno Unito, il Canada e la Germania, così come molti altri membri della NATO e nazioni non NATO, hanno espresso il loro disaccordo con questa decisione.

 

Il potente advisor in politica estera di Biden Jake Sullivan aveva parlato di «garanzie fatte per iscritto» dal regime di Kiev che non userà le cluster bombs in modi che mettono in pericolo i civili. Nessun giornale ha messo in luce quanto sia ridicola una dichiarazione del genere.

 

Nel 2022 il sindaco di Donetsk Aleksej Kulemzin aveva dichiarato le forze ucraine avevano lanciato mine antiuomo PFM-1 sulla capitale della Repubblica Popolare di Donetsk. Le PFM-1 sono conosciute anche come «papagalli verdi», espressione che fece da titolo ad un libro del cooperante Gino Strada, fondatore della talvolta controversa ONG Emergency, ora defunto.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’ente atomico ONU AIEA a luglio 2023 aveva trovato mine antiuomo nella centrale nucleare di Zaporiggia.

 

Secondo l’ONU, bombe a grappolo inesplose e le mine terrestri hanno presumibilmente «contaminato» centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio ucraino, per un totale di quasi un terzo.

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Due anni fa la portavoce degli Esteri russa Maria Zakharova aveva dichiarato che l’Italia non era qualificata per mediare la pace prima che fermasse l’invio di armi e mine antiuomo a Kiev.

 

Le mine antiuomo continuano ad uccidere in Afghanistan: a inizio anno in un giorno si è toccata la cifra di 11 bambini morti, più cinque feriti.

 

Durante il conflitto russo-ucraino Hun Sen, il primo ministro di un Paese dilaniato dalle bombe a grappolo – la Cambogia – ha pregato i leader americano e ucraino di fermare questa follia.

 

Segnaliamo, en passant, la presenza ai gay pride passati di rappresentanze di produttori di sistemi per le bombe a grappolo.

 

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Militaria

L’Iran definisce gli eserciti dell’UE come «organizzazioni terroristiche»

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Il parlamento iraniano ha classificato le forze armate degli Stati membri dell’Unione Europea come «organizzazioni terroristiche», in una mossa che ricalca la recente decisione del blocco di inserire nella lista nera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran (detto anche «i pasdaran»).   A dicembre sono esplose proteste di massa in tutta la Repubblica Islamica, inizialmente motivate da ragioni economiche, che si sono rapidamente trasformate in violente sommosse accompagnate da richieste politiche. Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato e alimentato la violenza letale nelle strade, ormai in gran parte rientrata.   Domenica, intervenendo pubblicamente, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha dichiarato che, etichettando la Guardia Rivoluzionaria come organizzazione terroristica, l’UE intendeva solo compiacere il suo «padrone», gli Stati Uniti, in un inutile tentativo di dissuaderlo dal mettere a rischio l’integrità territoriale dei suoi Stati membri, chiaro riferimento alle recenti minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la Groenlandia.   In un messaggio pubblicato giovedì su X, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Bruxelles di «alimentare le fiamme» di una guerra totale nella regione. Il capo della diplomazia ha definito la designazione dei pasdarani come organizzazione terroristica da parte dell’UE «un altro grave errore strategico» e una mera «operazione di propaganda».

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Le sue parole sono arrivate dopo la dichiarazione dell’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, che ha annunciato: «I ministri degli Esteri dell’UE hanno appena adottato la decisione cruciale di designare la Guardia rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica», in risposta al modo in cui Teheran ha gestito le recenti proteste.   La formalizzazione della misura è attesa nei prossimi giorni. Anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso soddisfazione per la decisione, insieme all’«accordo politico su nuove sanzioni contro» la Repubblica islamica, che colpiscono 15 persone e sei entità con il congelamento dei beni, il divieto di ingresso e altre misure restrittive.   La Guardia Rivoluzionaria è già considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti, Israele, Canada, Australia, Arabia Saudita e Bahrein.   Nelle scorse settimane il presidente Trump ha più volte minacciato l’Irano con un intervento militare, dichiarando di aver dispiegato nella regione una «imponente» e «bellissima armata». Al contempo, ha lasciato trapelare che Washington sta ancora considerando la possibilità di una soluzione diplomatica.  

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Militaria

Generale israeliano di alto rango visita segretamente il Pentagono

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Una delegazione militare israeliana di alto livello, capeggiata dal capo di stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), tenente generale Eyal Zamir, ha compiuto una visita riservata a Washington nel corso del fine settimana, sullo sfondo di crescenti tensioni legate ai programmi nucleari e missilistici iraniani e al rafforzamento della presenza militare statunitense nella regione.

 

Secondo fonti riportate da media israeliani e americani, Zamir ha avuto colloqui al Pentagono con il capo di stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, e altri alti responsabili della difesa USA. Nel corso degli incontri ha condiviso informazioni classificate, esaminato possibili opzioni militari nei confronti dell’Iran e cercato di influenzare l’andamento dei contatti diplomatici attualmente in corso tra l’amministrazione Trump e Teheran.

 

La missione, rimasta segreta al momento della sua effettuazione, si inserisce in un momento di forte preoccupazione israeliana: il timore è che il presidente Donald Trump possa concludere un’intesa con l’Iran limitata al solo blocco dell’arricchimento dell’uranio, lasciando pressoché invariato il programma di missili balistici di Teheran e senza dare il via libera a un intervento armato.

 

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha successivamente incontrato Zamir a Tel Aviv per valutare lo stato di prontezza operativa delle forze armate «per qualunque scenario possibile», come riferito domenica dall’ufficio del ministro.

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Gli Stati Uniti hanno potenziato la propria presenza navale e aerea in Medio Oriente, dispiegando la portaerei USS Abraham Lincoln, ulteriori cacciatorpediniere equipaggiati con missili e sistemi avanzati di difesa antiaerea, in quella che Trump ha definito una «massiccia e splendida armata».

 

Fonti israeliane indicano che persino alti esponenti di entrambi i Paesi nutrono dubbi sul fatto che Trump scelga alla fine la via militare. In pubblico, il presidente ha ribadito la preferenza per una soluzione negoziata, rifiutandosi di svelare i dettagli del proprio «piano» sull’Iran – nemmeno agli alleati più stretti – sostenendo che tale riservatezza serve a non compromettere i colloqui in corso.

 

Parallelamente, ha ammonito Teheran che «il tempo sta per scadere» e che un eventuale attacco futuro sarebbe «molto più duro» rispetto alle operazioni congiunte USA-Israele dell’estate scorsa.

 

Sebbene Israele abbia evitato di apparire come promotore di un’azione bellica, alcuni funzionari hanno confidato in privato, secondo Ynet, che un’inerzia prolungata dopo tante minacce potrebbe essere interpretata dall’Iran come «debolezza». Allo stesso tempo, ritengono che un eventuale attacco statunitense contro la Repubblica Islamica scatenerebbe quasi certamente una rappresaglia iraniana diretta contro Israele, con il rischio di un’escalation regionale su larga scala.

 

Washington tiene a precisare che non ha intenzione di destabilizzare l’Iran né di provocare un collasso sul modello libico, mentre le autorità di Teheran ribadiscono la natura esclusivamente pacifica del proprio programma nucleare e affermano che i negoziati indiretti procedono regolarmente.

 

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Geopolitica

L’UE respinge la proposta di Zelensky di un esercito europeo

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L’idea di un esercito europeo unificato, come sostenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, risulta impraticabile perché molti Paesi dell’UE sono contemporaneamente membri della NATO, ha dichiarato Kaja Kallas, responsabile della politica estera e di sicurezza del blocco economico.   Zelens’kyj ha invocato la creazione di «forze armate unite» europee nel corso di un discorso controverso tenuto la scorsa settimana al Forum Economico Mondiale di Davos, sottolineando che l’esperienza di combattimento maturata dall’Ucraina contro la Russia avrebbe un valore prezioso, criticando con forza la divisione e l’indecisione tra i suoi sostenitori europei, chiedendo nel contempo l’adesione dell’Ucraina all’UE entro il 2027, un ultimatum accolto con derisione da parte di diversi membri dell’Unione.   «Non riesco a immaginare che i Paesi creino un esercito europeo separato», ha affermato Kallas ai giornalisti prima di una riunione del Consiglio Affari Esteri a Bruxelles giovedì. «Devono essere gli eserciti che già esistono», molti dei quali fanno parte della NATO e dispongono di strutture di comando consolidate all’interno dell’organizzazione a guida statunitense.

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«Se creiamo strutture parallele, il quadro non farà altro che confondersi. In tempi difficili, gli ordini potrebbero semplicemente cadere tra le sedie», ha aggiunto.   Questo mese i membri europei della NATO hanno reagito alla rinnovata proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di acquisire la Groenlandia. Trump ha accusato la Danimarca di essere troppo debole per difendere la sua isola dell’Atlantico settentrionale da un possibile attacco russo o cinese – scenario giudicato improbabile da Copenaghen – e non ha escluso il ricorso alla forza militare per raggiungere l’obiettivo. Le tensioni sono state poi allentate dal Segretario Generale della NATO Mark Rutte, che ha proposto a Trump un «quadro» per procedere.   La Kallas si conferma una ferma sostenitrice della necessità di proseguire gli aiuti militari occidentali a Kiev e di intensificare la pressione sulla Russia, piuttosto che perseguire una pace negoziata. Al termine dell’incontro di Bruxelles ha difeso la scelta dell’UE di non dialogare con Mosca, sostenendo che non vi sia nulla da offrire oltre quanto già avanzato dai mediatori statunitensi.  

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