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Persecuzioni

I cristiani tra le vittime del massacro nella «nuova Siria» di al-Jolani

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Sacerdoti, madri, minori: sono decine i cristiani travolti dalle violenze innescate della rivolta divampata nell’ex feudo di Assad. In un messaggio i patriarchi siriani parlano di «pericolosa escalation di violenza, torture e omicidi» contro «civili innocenti, tra cui donne e bambini». Il tardivo appello dell’ex leader islamista all’unità. Padre Jihad: «Digiuno e preghiera» comune per la pace.

 

Un sacerdote della Chiesa greco-ortodossa ucciso a sangue freddo; una famiglia intera – nonni, genitori, figli – massacrata all’interno della propria abitazione; decine di uomini, anziani, donne e persino minori vittime di vere e proprie esecuzioni per il solo fatto di essere cristiani.

 

Dalla Siria giungono testimonianze drammatiche – rilanciate da gruppi attivisti – di una deriva sanguinosa degli scontri, iniziati la scorsa settimana, fra fazioni fedeli all’ex presidente di Bashar al-Assad e la nuova leadership al potere a Damasco che hanno già causato oltre 800 morti. Epicentro delle violenze quelli che, un tempo, erano i feudi del regime in un’area a maggioranza alawita le città costiere di Tartus e Latakia. L’intervento delle milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) del presidente ad interim Ahmad al-Sharaa in reazione alla rivolta di formazioni lealiste del vecchio regime hanno causato durissimi scontri, sfociati in omicidi sommari e massacri di civili innocenti, compresi i cristiani.

 

La spirale di morte e terrore che ha investito i cristiani, di cui si erano già visti i primi accenni nel dicembre scorso in seguito all’ascesa dei miliziani e della cacciata di Assad, con croci divelte e un orrendo omicidio, preoccupa i vertici della Chiesa locale. In una dichiarazione congiunta i patriarchi Giovanni X (greco-ortodosso), Ignace Afrem II (siro-ortodosso) e Youssef Al-Absi (greco-melchita), parlano di «pericolosa escalation di violenza, torture e omicidi» contro «civili innocenti, tra cui donne e bambini».

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Da qui la «ferma condanna» dei massacri e la richiesta di «condizioni adeguate» per la ripresa del cammino di «riconciliazione nazionale» da più parti invocato e sottolineato ad AsiaNews anche dalla sola rappresentante cristiana nel Comitato dei sette Hind Kabawat. Stigmatizzando ogni forma di «vendetta ed esclusione», i patriarchi concludono il messaggio invitando a difendere «l’unità del territorio siriano» e «cercare soluzioni pacifiche che preservino la dignità umana».

 

Secondo il sito cristiano Assyro-chaldéens, l’histoire continue, che rilancia fonti locali, fra le vittime vi sarebbe un sacerdote della Chiesa greco-ortodossa di sant’Elia a Tartous, identificato come padre Yohann Youssef Boutros. Il sacerdote sarebbe stato freddato da fazioni affiliate al nuovo governo siriano di Abou Mohammed al-Jolani.

 

Con un colpo alla testa è stato ucciso un altro «martire cristiano» di nome Fares Bassam Kawi; l’uccisione è avvenuta nel quartiere di al-Datour a Latakia, in precedenza l’uomo era stato «costretto a camminare a quattro zampe come un cane». E ancora, un’intera famiglia è stata massacrata nella cittadina di Banias.

 

Un altro cristiano è stato ammazzato nel villaggio siriano maronita di Dahr Safra, con la vittima Tony Khoury centrato da un proiettile al volto. E ancora, il sindaco del villaggio cristiano di al-Mazra’a Wadi al-Nasara ucciso da fazioni vicine ad HTS, così come due cristiani – padre e figlio – di origine armena anche in questo caso a Latakia. Fra le decine di vittime cristiane coinvolte nell’escalation fra HTS ed ex fedelissimi di Assad, nel quadro di una rivolta sferrata da ex alti ufficiali dell’esercito lealista, vi sarebbe anche il padre del sacerdote Gregorius Bechara, della parrocchia di Notre-Dame dell’Annunciation, colpito a Banias.

 

A tre mesi dalla rapida ascesa delle milizie di HTS, un tempo affiliate alla galassia jihadista e guidate dal presidente ad interim al-Sharaa, che ha portato in poche settimane al crollo del vecchio regime, la Siria sembra tornare alle fasi più sanguinose e cruente della guerra civile. Una pericolosa escalation in una nazione ancora profondamente divisa al suo interno, che deve fronteggiare gravissimi problemi economici e una difficile difesa dell’integrità territoriale: a partire dalle mire indipendentiste curde nel Nord-Est, fino agli interessi incrociati di potenze regionali dalla Turchia nel Nord-Ovest fino al Golan, dove si fa sempre più massiccia l’occupazione israeliana.

 

Elementi che rendono sempre più delicato – e difficile – il lavoro dell’Assemblea costituente che, almeno sulla carta, vorrebbe garantire massima rappresentanza a tutte le componenti etniche e religiose del Paese, ivi compresi gli alawiti, l’etnia di appartenenza degli Assad.

 

In queste ore è intervenuto lo stesso al-Sharaa, che durante le preghiere del mattino per il Ramadan a Damasco ha rilanciato l’obiettivo dell’unità nazionale di fronte alle violenze e alle esecuzioni sommarie, peraltro perpetrate da gruppi affiliati alla sua fazione. «Quello che sta succedendo in Siria ora – ha sottolineato – è una delle sfide attese». Egli ha poi accusato i lealisti di Assad e potenze straniere (non specificate) colpevoli di «incitare nuovi conflitti e trascinare la nazione in una guerra civile, con l’obiettivo di dividerlo e distruggerne l’unità e la stabilità».

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Fra gli appelli contro la violenza vi è quello lanciato in queste ore da padre Jihad Youssef, del monastero di Mar Musa, che oltre a rivolgere le condoglianze alle famiglie delle vittime, ai «civili indifesi» vittima di «martirio», chiede di «non tornare alle battaglie e vendette di un tempo». Perché, avverte, la logica della vendetta non garantisce «giustizia».

 

«Sto parlando qui – sottolinea in un messaggio rilanciato sui social – come cittadino siriano, come uomo cristiano, come uno di voi, come alawita, come sunnita, come druso, come curdo, come arabo, sunnita, assiro, armeno, turkmeno orientale, tutti coloro che vivono sulla terra siriana, tutti coloro che avvertono dolore e compassione l’uno per l’altro».

 

Esortando i siriani ad archiviare le ingiustizie del passato, il religioso chiede di promuovere «pace e perdono», guardando al futuro e ricordando il passato per «imparare da esso e non ripetere gli errori». Da qui, l’invito finale a una comune veglia di digiuno e preghiera di cristiani e musulmani «per la pace e la riconciliazione sulla costa e in tutto il Paese».

 

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Palestina, coloni israeliani attaccano una famiglia cristiana: donna ferita gravemente

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Gli estremisti hanno portato i loro capi di bestiame nei pressi della casa, poi hanno devastato i raccolti e lanciato pietre contro l’abitazione. I figli hanno cercato di difendersi, ma le forze di sicurezza li hanno arrestati proteggendo gli assalitori. Nel 2025 aumentate le violenze dei coloni. Nei giorni scorsi inaugurato nuovo insediamento a Beit Sahour.   Una donna cristiana palestinese è rimasta gravemente ferita in seguito ad un nuovo attacco sferrato da coloni israeliani contro la sua abitazione in Cisgiordania. Le violenze, ultime in un crescendo di assalti che hanno fatto registrare un numero record lo scorso anno, sono avvenute il 24 gennaio scorso alla periferia di Birzeit, cittadina a nord di Ramallah, poco distante dalla barriera militare di Atara. Gli estremisti ebraici hanno prima portato il loro bestiame al pascolo nei pressi della casa, poi hanno devastato di proposto i raccolti della famiglia e, infine, lanciato pietre verso le mura e le finestre.   A raccontare l’attacco ai media locali è Nafiz Emeid, figlio della 62enne Najat Jadallah Emeid che nell’assalto ha riportato gravi ferite alla testa e si trova ora ricoverata in una struttura per cure mediche. «Mia madre – spiega l’uomo al Middle East Eye (MME) – è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio». Lui stesso ha riportato ferite alle mani e diverse contusioni, mentre suo fratello Eid Emeid ha subito la frattura di una mano e di un dito cercando di allontanare i coloni dopo aver visto la madre a terra sanguinante e quasi priva di sensi.

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I coloni lo hanno aggredito lanciandogli pietre, per questo ha reagito scagliando a sua volta sassi contro gli assalitori e ferendone uno alla testa. Sorpresi dalla reazione di difesa, gli estremisti hanno chiamato l’esercito che è intervenuto arrestando i membri della famiglia cristiana. I soldati hanno fatto irruzione nella casa e hanno arrestato Eid, Nafiz e i loro cugini Saeb e Basem. In seguito hanno rilasciato solo Nafiz. «Non abbiamo attaccato i coloni, non li abbiamo aggrediti. Abbiamo difeso noi stessi, la nostra casa e la nostra terra – conclude Nafiz – dal loro barbaro attacco».   Nariman Koura, un’altra figlia di Najat, conferma che «questo non è il primo attacco» nei confronti della famiglia, ma è solo l’ultimo di una serie di episodi di intolleranza e prevaricazione, spesso compiuti con l’avallo di militari e autorità. «I coloni – prosegue la donna – portano regolarmente qui le loro pecore per molestarci e cercare di costringerci ad andarcene». Koura ha poi ammesso che la famiglia teme ulteriori attacchi, ciononostante è determinata a restare. «Non importa cosa faranno, non lasceremo – assicura – la nostra terra».   Dopo l’incidente, i coloni hanno iniziato a incitare alla violenza online, chiedendo la demolizione della casa e invocando attacchi contro Birzeit e Atara, omettendo qualsiasi riferimento all’aggressione alla madre anziana. Wadie Abunassar, coordinatore del Forum Cristiano della Terra Santa, ha condannato l’attacco e l’arresto dei membri della famiglia da parte dell’esercito che lascia «senza parole» in un contesto di crescente impotenza di fronte alla violenza dei coloni e alla protezione di cui beneficiano.   Secondo l’Alto Comitato Presidenziale per gli Affari Ecclesiastici, nel primo trimestre del 2025 si sono verificati 41 attacchi contro i cristiani, tra cui insulti verbali, sputi, lancio di pietre e aggressioni fisiche. Nel secondo trimestre si sono verificati 69 attacchi, tra cui profanazione di luoghi sacri, atti di vandalismo, sputi e insulti. Un caso emblematico è la cittadina palestinese di Taybeh, diventata lo scorso anno simbolo delle violenze degli estremisti ebraici.   Inoltre, fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni. Attivisti locali parlano di un «piano di pulizia etnica» contro i villaggi e le cittadine palestinesi.   Secondo la Commissione per la resistenza alla colonizzazione e al muro, la popolazione dei coloni in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, ha raggiunto i 770.420 abitanti alla fine del 2024, distribuiti in 180 insediamenti e 256 avamposti, 138 dei quali agricoli o pastorali. Tutti gli insediamenti nei territori palestinesi sono da considerarsi illegali secondo il diritto internazionale, mentre vengono sostenuti e alimentati dal governo israeliano del premier Benjamin Netanyahu sostenuto da movimenti dell’ultra-destra e pro-occupazione. L’escalation delle violenze è confermato anche dai dati dell’esercito e dalle forze di sicurezza israeliane (Shin Bet), secondo cui i raid e gli assalti sono aumentati del 27% nel 2025 rispetto all’anno precedente. Anche il numero di «gravi episodi» di matrice criminale «nazionalista» da parte di coloni estremisti, classificati dagli organismi di sicurezza israeliani come atti di terrorismo, è aumentato di oltre il 50%. Inoltre, gli attacchi, che si verificano con cadenza quasi quotidiana, rimangono in gran parte impuniti.   I funzionari del Comando Centrale Idf (le forze di sicurezza israeliane), responsabile della Cisgiordania e della Valle del Giordano, hanno dichiarato di provare un senso di «fallimento» per la loro incapacità di mitigare la crescente violenza. Nel corso del 2025, l’Idf e lo Shin Bet hanno registrato 867 episodi di «criminalità nazionalista», rispetto ai 682 dell’anno precedente, con un aumento del 27%. Oltre all’aumento generale degli attacchi dei coloni, nel 2025 si è registrato anche un aumento del numero di incidenti gravi, tra cui sparatorie, incendi dolosi e altri crimini violenti: 128 nell’ultimo anno, rispetto agli 83 del 2024 e ai 54 del 2023.

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Ad attacchi e violenze, si lega a doppio filo la politica espansionista del governo israeliano scandita da un riconoscimento crescente di insediamenti e avamposti illegali in territorio palestinese: la scorsa settimana, infatti, i coloni israeliani hanno inaugurato un nuovo insediamento sulla cima di una collina che si affaccia sulla città palestinese di Beit Sahour, in Cisgiordania, segnando il riconoscimento formale di quello che fino a poco tempo fa era un avamposto non autorizzato. Il nome ufficiale «Yatziv», che significa «stabile» in ebraico, ed è stato istituito con case prefabbricate a novembre ricevendo l’approvazione ufficiale il mese scorso. Imponenti le misure di sicurezza adottate dal governo, con soldati israeliani schierati intorno al sito mentre i coloni si riunivano per la cerimonia.   Beit Sahour, una comunità prevalentemente cristiana situata vicino a Betlemme e conosciuta in tutto il mondo come il biblico Shepherds’ Field, il Campo dei pastori, è famosa per essere il luogo dell’annuncio della nascita di Gesù.   Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne. Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Uomo profana l’altare e il Santissimo Sacramento all’interno della Basilica di San Pietro

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Un uomo ha profanato l’altare della Cappella del Santissimo Sacramento nella Basilica di San Pietro, provocando un immediato rito di riparazione. Lo riporta LifeSite.

 

Sabato, un uomo non identificato è salito sull’altare della Cappella del Santissimo Sacramento all’interno della Basilica di San Pietro in Vaticano e ha scagliato violentemente i candelieri, l’ostensorio e la croce dell’altare a terra davanti ai fedeli riuniti in preghiera, un atto considerato particolarmente grave perché il Santissimo Sacramento era esposto all’adorazione perpetua. Le autorità hanno eseguito immediatamente un rito penitenziale di riparazione secondo il diritto canonico.

 

Subito dopo la profanazione è stato celebrato un rito di riparazione, ha raccontato un testimone al giornalista del Il Giornale Nico Spuntoni. Tuttavia, la sicurezza ha cercato di insabbiare l’accaduto.

 

L’uomo sarebbe riuscito a raggiungere l’altare e a far cadere gli arredi liturgici prima di essere fermato. La Cappella del Santissimo Sacramento è una delle aree più delicate della basilica, in quanto riservata all’adorazione eucaristica durante le ore diurne, il che significa che l’Ostia consacrata è esposta.

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Spuntoni ha confermato a LifeSiteNews che, secondo il testimone, l’incidente sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio. Sebbene non vi sia certezza su questo punto e le autorità siano evasive al riguardo, è altamente probabile che la profanazione sia avvenuta mentre il Santissimo Sacramento era esposto. Secondo il programma di adorazione pubblicato sul sito web della Basilica di San Pietro, il sabato l’adorazione è ininterrotta fino alla benedizione eucaristica delle 18:45.

 

Secondo il Codice di Diritto Canonico, quando un luogo sacro o un altare vengono gravemente violati, la celebrazione della liturgia non è consentita finché non sia stato compiuto un rito penitenziale di riparazione (cfr. can. 1211 ). Il testimone citato da Spuntoni ha affermato che questo rito è stato celebrato subito dopo l’accaduto, ripristinando la cappella al culto.

 

La profanazione del 17 gennaio segue una serie di profanazioni avvenute all’interno della Basilica di San Pietro negli ultimi tempi. Il 1° giugno 2023, un uomo nudo salì sull’Altare della Confessione all’interno della basilica e urlò un messaggio pro-Ucraina.

 

Il 7 febbraio 2025, un cittadino rumeno salì sullo stesso altare, gettò a terra i candelabri e ne rimosse la tovaglia. In quell’occasione, tuttavia, non venne celebrato alcun rito penitenziale.

 

Il 10 ottobre 2025, un altro uomo ubriaco compì quella che fu descritta come una grave profanazione presso lo stesso altare, spogliandosi nudo e orinando davanti ai presenti. Quanto a questo caso gravissimo, Silere non possum riferì che inizialmente non era stato pianificato un rito di riparazione immediato. Secondo la stessa fonte, fu necessario l’intervento diretto di Papa Leone XIV affinché il Cardinale Mauro Gambetti celebrasse un rito riparatore senza indugio.

 

Diversi testimoni di questi atti vandalici hanno dichiarato che, in diverse occasioni, membri del personale vaticano, noti come sampietrini , e ufficiali della Gendarmeria vaticana hanno intimato alle persone presenti, compresi i turisti, di cancellare i video registrati sui loro telefoni cellulari e di rimanere in silenzio. Nonostante queste istruzioni, informazioni su questi episodi sono circolate online.

 

All’esterno della Basilica di San Pietro, la sicurezza è garantita dalla Polizia di Stato italiana, che mantiene una presenza costante in Piazza San Pietro. All’interno della basilica, la sicurezza è di competenza del Vaticano. Negli ultimi anni, la sicurezza in San Pietro sembra essere stata notevolmente ridotta. Secondo i resoconti svolti nel corso degli anni dal sito Silere non possum, la responsabilità ricadrebbe su « gestione incapace e familistica delle risorse: molti sampietrini sono stati tolti dalla Basilica e assunti in ufficio nella Fabbrica di San Pietro».

 

La responsabilità del governo interno della Basilica di San Pietro spetta al cardinale Mauro Gambetti , francescano conventuale italiano, arciprete della Basilica Papale di San Pietro, vicario generale del Papa per lo Stato della Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro. Il Gambetti è stato creato cardinale da papa Francesco nel 2020.

 

Monsignor Gambetti è stato al centro di diverse controversie. Dal 2023, in seguito all’attuazione del motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco , non ha permesso ai partecipanti al tradizionale pellegrinaggio annuale Summorum Pontificum di celebrare la Messa in latino tradizionale all’interno della Basilica di San Pietro, consentendo solo una breve funzione liturgica.

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Persecuzioni

La polizia nigeriana nega che vi sia stato un altro rapimento di massa in chiesa

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La polizia dello Stato nigeriano di Kaduna ha smentito categoricamente le notizie secondo cui banditi armati avrebbero rapito oltre 160 fedeli cristiani da chiese nel nord-ovest della regione durante le celebrazioni domenicali.   Il commissario di polizia dello Stato, Muhammad Rabiu, ha definito lunedì tali resoconti una «falsità messa in circolazione da imprenditori del conflitto che intendono seminare caos». Ha precisato che le forze di sicurezza hanno condotto indagini approfondite sulle accuse, ma non hanno riscontrato alcuna evidenza di un attacco.   Anche Dauda Madaki, presidente dell’area di governo locale di Kajuru – dove sarebbe avvenuto il presunto episodio – ha respinto le affermazioni. «Non appena abbiamo appreso della voce di un attacco, abbiamo immediatamente inviato polizia e altre unità di sicurezza nella zona di Kurmin Wali, ma abbiamo constatato che non si era verificato alcun incidente», ha dichiarato.

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Tuttavia, un esponente religioso ha sostenuto che uomini armati abbiano effettivamente assaltato le chiese della zona e sequestrato decine di fedeli. Il reverendo Joseph Hayab, presidente dell’Associazione Cristiana della Nigeria nel nord del Paese, ha riferito ai media locali che gli aggressori avrebbero colpito due chiese.   «Dalle informazioni raccolte sul posto, 172 persone sarebbero state rapite; nove di loro sarebbero riuscite a fuggire, mentre le restanti 163 risulterebbero ancora in mano ai rapitori», ha affermato Hayab.   Secondo varie fonti locali, uomini armati avrebbero aperto il fuoco contro due chiese nella comunità forestale di Kurmin Wali, nel distretto di Afogo, intorno alle 11:25, costringendo i fedeli a darsi alla fuga nella boscaglia. L’agenzia di stampa nigeriana Vanguard ha riportato che a essere prese di mira sarebbero state addirittura tre chiese e che i banditi avrebbero sparato raffiche per terrorizzare la popolazione.   Negli ultimi mesi la Nigeria ha registrato una serie di rapimenti di massa: gruppi armati prendono di mira soprattutto villaggi isolati, scuole e luoghi di culto, sequestrando decine o centinaia di persone, sacerdoti inclusi. Nonostante una legge approvata nel 2022 che proibisce il pagamento di riscatti, i rapitori continuano a esigere somme ingenti per liberare le vittime.   Il 3 gennaio gruppi armati hanno fatto irruzione nel villaggio di Kasuwan-Daji, nello Stato del Niger, uccidendo almeno 30 persone e rapendone un numero ancora imprecisato.

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A novembre, uomini armati avevano sequestrato oltre 300 tra alunni e membri del personale della scuola cattolica St. Mary, sempre nello Stato del Niger, in uno dei più gravi rapimenti di massa scolastici degli ultimi anni. Un mese fa 100 studenti cattolici erano stati liberati.   Come riportato da Renovatio 21, a dicembre Trump – dopo aver annunziato l’azione militare, pur respinte da Lagos – aveva attaccato con missili i proxy dell’ISIS in Nigeria, definendoli per soprammercato «feccia».   Secondo l’amministrazione Trump la persecuzione dei cristiani nigeriani è classificabile come «genocidio».

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