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Economia

Guerra economica alla Russia, il ruolo chiave di Draghi: Possiamo permettercelo?

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Mario Draghi avrebbe avuto un ruolo da protagonista nella vicenda del sequestro dei fondi russi all’estero, la più grande confisca (qualcuno dice: furto) mai avvenuta nella storia umana. Lo riporta il Financial Times in una serie di articoli che sta pubblicando in questi giorni.

 

Non si tratta di qualcosa di marginale, né da un punto di vista politico e neppure da un punto di vista storico: perché, scrive FT, «questo è un nuovo tipo di guerra: l’armamento del dollaro USA e di altre valute occidentali per punire i loro avversari».

 

Parliamo insomma di una guerra a tutti gli effetti, già dichiarata ai russi – e i russi, come abbiamo riportato, ne sono pienamente consapevoli. È la guerra economica, ma non si tratta più di un modo di dire, bensì di una realtà che ha impatto geopolitico rilevante.

 

«È un approccio al conflitto in corso da due decenni. Poiché gli elettori negli Stati Uniti si sono stancati degli interventi militari e delle cosiddette “guerre infinite”, la guerra finanziaria ha in parte colmato il divario. In assenza di un’ovvia opzione militare o diplomatica, le sanzioni – e sempre più sanzioni finanziarie – sono diventate la politica di sicurezza nazionale preferita» spiega FT.

 

Juan Zarate, ex alto funzionario della Casa Bianca che ha contribuito a ideare le sanzioni finanziarie che l’America ha sviluppato negli ultimi 20 anni, ha parlato «shock and awe» (la dottrina militare del colpisci-e-terrorizza) impiegata su vasta scala.

 

«Si tratta di uno smantellamento aggressivo del sistema finanziario e commerciale russo come è possibile immaginarlo».

 

Siamo in un territorio della polemologia (lo studio della guerra) di fatto non ancora completamente esplorato o assimilato dagli storici.

 

«L’armamento della finanza ha profonde implicazioni per il futuro della politica e dell’economia internazionali. Molti dei presupposti di base sull’era del dopoguerra fredda vengono capovolti» scrive la rivista.

 

Che arriva ad ammettere qualcosa di inaspettato: «la globalizzazione un tempo veniva venduta come una barriera al conflitto, una rete di dipendenze che avrebbe avvicinato sempre più gli ex nemici. Invece, è diventato un nuovo campo di battaglia».

 

La globalizzazione invece che la pace, come andavano ripetendo tutti i corifei del neoliberismo, ha portato la guerra?

 

Il potere bellico delle sanzioni alla Russia è stato compreso perfino dal sempre più confuso presidente statunitense Joe Biden:

 

«Queste sanzioni economiche sono un nuovo tipo di arte economica di governo con il potere di infliggere danni che rivaleggia con la potenza militare», ha detto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel suo sfrontato discorso a Varsavia a fine marzo.

 

Il Financial Times quindi descrive in dettaglio come si sono svolti gli eventi nelle stanze dei bottoni occidentali, e il ruolo da protagonista dell’attuale premier italiano Draghi.

 

Secondo la prima delle due puntate intitolata «Weaponization of Finance: How the West Unleashed ‘Shock and Awe’ on Russia» («La militarizzazione della finanza: come l’Occidente ha scatenato un “colpisci e terrorizza” sulla Russia”), due figure sono state fondamentali in Europa per forzare la decisione di congelare la banca centrale della Banca di Russia riserve nel terzo giorno dell’intervento militare in Ucraina: Mario Draghi e il capo di Stato maggiore di Ursula von der Leyen, Björn Seibert.

 

«Von der Leyen ha chiamato Mario Draghi, Primo Ministro italiano, e gli ha chiesto di discutere i dettagli direttamente con [il segretario del Tesoro USA Janet] Yellen. “Stavamo tutti aspettando, chiedendo: “Perché così tanto tempo?” ricorda un funzionario dell’UE».

 

«Poi è arrivata la risposta: “Draghi deve fare la sua magia sulla Yellen”. Entro la sera, l’accordo era stato raggiunto», scrive FT.

 

«A Washington, i piani delle sanzioni sono stati guidati da Daleep Singh, un ex funzionario della FED di New York che ora è vice consigliere per la sicurezza nazionale per l’economia internazionale alla Casa Bianca, e Wally Adeyemo, un ex dirigente di BlackRock che serve come vice segretario al Tesoro».

 

«L’altra figura centrale era il ministro delle finanze canadese Chrystia Freeland, che è di origine ucraina ed è stato in stretto contatto con i funzionari a Kiev. Poche ore dopo che i carri armati russi hanno iniziato ad arrivare in Ucraina, Freeland ha inviato una proposta scritta sia al Tesoro degli Stati Uniti che al Dipartimento di Stato con un piano specifico per punire la banca centrale russa, afferma un funzionario occidentale. Quel giorno, Justin Trudeau, il primo ministro canadese, ha sollevato l’idea in un vertice di emergenza dei leader del G7».

 

Ricordiamo al lettore di Renovatio 21 chi è la Freeland: la donna dietro alla proposta di congelare i conti in banca dei camionisti che hanno protestato contro l’obbligo vaccinale in Canada. Lo stesso ministro delle Finanze di Ottawa che ha disintegrato raccolte di fondi e detto che anche la criptovalute sarebbero state messe sotto la lente delle leggi anti-riciclaggio e anti-terrorismo. La Freeland, come abbiamo ricordato, la Freeland è membra del consiglio di amministrazione del World Economic Forum di Davos, la creatura di Klaus Schwab che vanta l’«infiltrazione» di numerosi governi del pianeta.

 

Il Financial Times continua il suo racconto del «colpisci e terrorizza», titolando un paragrafo «Draghi takes the initiative» («Draghi prende l’iniziativa»)

 

«In Europa, è stato Draghi a spingere l’idea di sanzionare la Banca Centrale al vertice di emergenza dell’UE la notte dell’invasione. L’Italia, grande importatore di gas russo, in passato era stata spesso titubante riguardo alle sanzioni. Ma il leader italiano ha sostenuto che le scorte di riserve della Russia potrebbero essere utilizzate per attutire il colpo di altre sanzioni, secondo un funzionario dell’UE».

 

«”Per contrastarlo… devi congelare i beni”, dice il funzionario”».

 

La decisione repentina aveva una vulnerabilità: se la Russia avrebbe comunciato a sospettare dell’immane, inedito blocco posto ai fondi di una banca centrale, avrebbe potuto cominciare a rimuovere le sue riserve in altre valute..

 

 

Uno dei funzionari dell’UE citati da FT afferma che, dati i rapporti che Mosca aveva iniziato a effettuare ordini, le misure dovevano essere pronte prima dell’apertura dei mercati lunedì in modo che le banche non elaborasse alcuna operazione.

 

«Abbiamo colto di sorpresa i russi: non l’hanno ripreso fino a troppo tardi» afferma il papavero UE fonte della ricostruzione del giornale.

 

Un vero colpo gobbo, non c’è che dire. Un colpo gobbo mondiale.

 

Quindi: l’Occidente ha rubato i miliardi russi per tenerseli e tamponare la catastrofe della fine del gas russo? Un furto per mitigare l’autolesionismo delle sanzioni a Mosca?

 

E questa idea verrebbe secondo il prestigioso Financial Times, dal premier italiano Draghi?

 

Si stenterebbe a crederlo. Tuttavia, c’è un precedente. Un discorso, che all’epoca ci era sembrata anche un po’ bizzarro, accennato da Draghi in Senato qualche settimana fa:

 

«Era stato tutto premeditato da tanto tempo, le riserve della Banca centrale russa dalla guerra di Crimea ad oggi sono state aumentate sei volte, alcune sono state lasciate in deposito presso altre Banche centrali in giro per il mondo, altre presso banche normali. Non c’è quasi più nulla, è stato portato via tutto, queste cose non si fanno in giorno, in mesi, mesi e mesi. Non ho alcun dubbio che ci fosse molta premeditazione e preparazione».

 

 

Ci era parso, avevamo scritto, una sorta di superficiale «complottismo» del Premier, a riprova della non profondissima capacità di analisi politica dimostrata in questi mesi.

 

Invece, con probabilità stava dicendo, o non dicendo, altro.

 

In poche parole, Draghi ci ha portato in guerra. Effettivamente. Lo ricorda già nelle prime righe l’articolo del Financial Times.

 

«Il piano concordato dalla Yellen e Draghi per congelare gran parte dei 643 miliardi di dollari di riserve in valuta estera di Mosca era qualcosa di molto diverso: stavano effettivamente dichiarando guerra finanziaria alla Russia».

 

643 miliardi di dollari in totale sono una quantità impressionante di danaro: una cifra tale da cambiare il destino del mondo. Non era mai successo: perfino durante la Seconda Guerra Mondiale, con Hitler e soci a invadere e distruggere mezzo mondo, i fondi tedeschi presso la Banca Centrale del Regno Unito non furono toccati, e la Germania continuò ad averne disponibilità. Esisteva, insomma, come in tanti altri rami dell’attività umana, la Civiltà – sì, perfino una Civiltà finanziaria è possibile, con il diritto rispettato perfino durante il più sanguinoso dei conflitti.

 

Ora, con la manovra di Draghi e compagnia, possiamo dire che non è più così. Anche qui, siamo passati di fase. E la finanza è divenuta ufficialmente un’arma.

 

Alcuni sostengono che al momento i beni della Banca Centrale russa sequestrati ammonterebbero a 300 miliardi. I russi hanno ovviamente calcolato tutto prima di partire con l’Operazione Z: possono farcela nonostante la rapina inflitta dall’Impero delle Menzogne e dai suoi premier-banchieri. Di liquidità in casa ne hanno, e altro danaro arriverà con i nuovi mercati su cui si sposterà il focus economico russo: l’India e la Cina, ad esempio, non hanno votato all’ONU la condanna per l’Ucraina, e in tutto contano circa tre miliardi di individui, cioè quasi metà della popolazione terrestre.

 

Il rublo ha già più che recuperato, e si candida a divenire la moneta di riserva internazionale in un mondo avviato alla de-dollarizzazione: con il rublo potrai comprare gas, petrolio, grano, nickel, uranio, palladio, neon, e tanta tecnologia militare, che sarà sempre più necessaria.

 

E con il dollaro? Se i Saud tradiscono il patto fatto decenni fa con gli USA – la protezione della real casa in cambio dell’uso del petroldollaro – per l’economia USA è finita.

 

Ciononostante, è difficile pensare che una mossa come quella che FT accusa Draghi di aver fatto possa essere perdonata.

 

Avevamo visto altre mosse governative da stropicciarsi gli occhi: il capo della diplomazia italiana Luigi Di Maio che in diretta TV definisce il presidente della Federazione Russa «più atroce di qualsiasi animale», gongolando genialmente poi sul 30% perso dal rublo, ora totalmente già recuperato.

 

Avevamo riportato di Draghi che interviene pubblicamente per definire un articolo dove si discute l’assassinio di Putin, un articolo per il quale l’ambasciatore russo Razov ha sporto denuncia in tribunale, come «libertà di stampa» – il tutto il giorno prima di una telefonata con lo Zar per trattare del gas che manca al Paese e alle sue aziende.

 

«Forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione» aveva affermato il premier del green pass. «Da noi si sta molto meglio».

 

Poche ore dopo: «Pronto, presidente Putin, sono qui per parlare del gas…». Incredibile. Possiamo insomma godere della libertà di scrivere riguardo a attentati ai vertici di Paesi che erano partner economici fino a poco fa, mentre vediamo le aziende fallire e andiamo verso la fame.

 

Basta, ci era sembrata già tanta roba così. Già con questi episodi, era chiaro che il nostro governo era squalificato nei rapporti con Mosca. Con evidenza, non avevamo visto ancora niente.

 

In nessun modo, crediamo, l’Italia con Draghi alla sua testa può trattare alcunché con la Russia. Non con l’uomo che il Financial Times ritiene protagonista del sequestro ai danni dei russi di centinaia di miliardi di dollari.

 

Draghi protagonista di un’azione senza precedenti, che perfino i giornalisti occidentali possono ora chiamare come guerra economica.

 

La domanda che deve farsi la Nazione, a questo punto, è piuttosto semplice.

 

Possiamo permettercelo?

 

Possiamo permetterci di avere a Palazzo Chigi qualcuno che in nessun modo può ottenere alcunché dal più grande fornitore di energia e materia prima del pianeta?

 

Possiamo permetterci di avere alla presidenza del Consiglio un uomo, peraltro mai eletto da nessuno, ora noto per aver pianificato il ferimento dell’economia della più grande superpotenza atomica della Terra?

 

Sono domande che ci poniamo qui su Renovatio 21: da altre parti, pare che nessuno abbia notato questa incongruenza. Anzi, qualcuno addirittura aveva azzardato che Putin stimava Draghi, per cui avrebbe potuto fare lui da mediatore.

 

Sì, è incredibile il livello di menzogna a cui siamo arrivati. È incredibile quanto oramai cerchino di disorientarci, narcotizzarci, ingannarci, di ribaltare la realtà in modo osceno.

 

C’è solo una realtà da tenere a mente nell’ora presente: Draghi ci ha trascinato nella guerra economica contro la Russia. Ci saranno, come in ogni guerra, delle conseguenze.

 

Siamo pronti ad accettarle? Siamo in tempo per cambiare il corso degli eventi?

 

Siamo in grado di salvare l’Italia dalla prospettiva di distruzione, economica e materiale, che potrebbe essere lì dietro l’angolo?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0); immagine ritoccata e modificata per scopi artistici ed espressivi

Economia

Putin: la produzione di petrolio nel Golfo potrebbe fermarsi tra poche settimane

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Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la produzione di petrolio che dipende dallo Stretto di Hormuz potrebbe interrompersi del tutto entro un mese, mettendo in guardia sui gravi rischi che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran potrebbe comportare per il mercato energetico mondiale.

 

Lo scorso anno, circa un terzo delle esportazioni mondiali di petrolio via mare è transitato attraverso lo stretto, ha affermato Putin lunedì durante una riunione di governo dedicata ai mercati energetici globali. «Si tratta di circa 14 milioni di barili al giorno, di cui l’80% è diretto ai paesi asiatici e del Pacifico», ha precisato, aggiungendo che «ora questa rotta è di fatto chiusa».

 

Secondo le informazioni disponibili, il traffico nello stretto è calato dell’80% la scorsa settimana, in seguito alla campagna di bombardamenti lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha scatenato attacchi di rappresaglia da parte di Teheran. Diverse petroliere sono state colpite nelle vicinanze. Questi sviluppi hanno portato il prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile e hanno alimentato previsioni di misure energetiche d’emergenza da parte dell’UE e di altre grandi economie.

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«La produzione di petrolio che dipende dallo stretto rischia di fermarsi completamente nel prossimo mese. Sta già calando», ha sottolineato il presidente. Ripristinare la produzione potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi, ha proseguito.

 

I prezzi globali del petrolio sono già in rialzo, ha osservato Putin, precisando che l’aumento ha superato il 30% solo nell’ultima settimana. Le interruzioni nelle forniture energetiche, secondo il presidente, aggravano l’inflazione e provocano un calo della produzione industriale.

 

Putin ha avvertito che il mondo si trova di fronte a una «nuova… realtà dei prezzi», definendola «inevitabile».

 

La Russia si conferma un «fornitore energetico affidabile», ha dichiarato il presidente, assicurando che continuerà a fornire petrolio e gas alle nazioni considerate partner affidabili. Secondo Putin, tra questi figurano paesi asiatici e membri dell’UE come Slovacchia e Ungheria.

 

Lunedì, il Primo Ministro ungherese Viktor Orban e il ministro degli Esteri Peter Szijjarto hanno chiesto a Brusselle di revocare il divieto sul petrolio e sul gas russi, alla luce dell’escalation del conflitto in Medio Oriente. In precedenza, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato un allentamento parziale delle sanzioni sul petrolio russo per contribuire alla stabilizzazione dei mercati.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Economia

Trump «furioso» con Israele per i massicci attacchi alle infrastrutture petrolifere iraniane

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Secondo alcune voci finite sulla stampa americana, il presidente Trump darebbe «furioso» con Israele per gli attacchi unilaterali alle infrastrutture petrolifere iraniane, al punto che un vertice programmato tra Stati Uniti e Israele sia stato annullato, mentre emerge il primo grave disaccordo tra i due Paesi.   Gli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner (il suo genere ebreo, proveniente da una famiglia di finanziatori di Netanyahu) avrebbero dovuto incontrare il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme martedì.   «Trenta depositi di carburante iraniani sono stati distrutti nel fine settimana, con immagini apocalittiche che mostrano incendi che si innalzano nel cielo, enormi colonne di fumo e una pioggia nera e oleosa che cade dal cielo» scrive il giornale britannico Daily Mail.

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I funzionari della Casa Bianca erano sbalorditi dalla portata dei bombardamenti israeliani e temevano che le immagini del petrolio in fiamme avrebbero fatto infuriare gli americani, costretti a fronteggiare l’aumento dei prezzi della benzina: fino a 3,4 dollari al gallone in media, rispetto ai 2,9 dollari di prima dell’inizio della guerra. Un consigliere del presidente Trump, citato da Axios, avrebbe dichiarato: «Al presidente non piace l’attacco. Vuole salvare il petrolio. Non vuole bruciarlo. E ricorda alla gente l’aumento dei prezzi della benzina».   Il prezzo del petrolio è schizzato a 120 dollari al barile, prima di scendere a 106 dollari.   In un post pubblicato domenica su Truth Social, il presidente Trump ha affermato che i prezzi sarebbero rapidamente «scesi» una volta «terminata la distruzione della minaccia nucleare iraniana».   «I prezzi del petrolio a breve termine, che scenderanno rapidamente quando sarà terminata la distruzione della minaccia nucleare iraniana, rappresentano un prezzo molto basso da pagare per gli Stati Uniti e per il mondo, per la sicurezza e la pace», ha scritto il presidente Trump.   «SOLO GLI SCIOCCHI PENSEREBBERO DIVERSAMENTE!»   Dall’Iran, nel frattmepo, arrivano immagini impressionanti.  

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Il trasporto attraverso lo stretto di Ormuzzo, un importante passaggio giornaliero per il 20% del petrolio mondiale, è stato quasi bloccato a causa dell’operazione Epic Fury, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran.   La scorsa settimana, secondo l’American Automobile Association, il prezzo medio nazionale per un gallone di benzina normale è aumentato di 27 centesimi, raggiungendo una media di 3,25 dollari.   «L’ultima volta che la media nazionale ha fatto un simile balzo settimanale è stato a marzo 2022, all’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina», ha affermato l’organizzazione.   Il segretario all’Energia americana Chris Wright ha dichiarato alla CBS che i prezzi scenderanno nel giro di poche settimane e non di mesi, e ha affermato che l’operazione contro l’Iran darà inizio a «un’era di prezzi ancora più bassi».  

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Economia

Chiusura di Ormuzzo, l’allarme del ministro del Qatar per l’economia mondiale

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Venerdì il ministro dell’energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha dichiarato al Financial Times che il conflitto nel Golfo potrebbe scatenare uno shock economico globale, avvertendo che il protrarsi dei combattimenti obbligherebbe tutti gli esportatori di energia del Golfo a sospendere la produzione e potrebbe spingere i prezzi del greggio Brent oltre i 150 dollari al barile.

 

«Tutti coloro che non hanno invocato la forza maggiore, prevediamo che lo faranno nei prossimi giorni se la situazione continua. Tutti gli esportatori della regione del Golfo dovranno invocare la forza maggiore», ha spiegato Kaabi. «Se non lo fanno, a un certo punto dovranno pagare legalmente la responsabilità, e questa è una loro scelta».

 

Il Qatar, secondo produttore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), è stato costretto a dichiarare lo stato di forza maggiore all’inizio di questa settimana dopo gli attacchi con droni dei pasdaran iraniani contro il suo impianto di Ras Laffan.

 

«Questo farà crollare le economie mondiali», ha avvertito. «Se questa guerra continua per qualche settimana, la crescita del PIL in tutto il mondo ne risentirà. Il prezzo dell’energia aumenterà per tutti. Ci saranno carenze di alcuni prodotti e si scatenerà una reazione a catena di fabbriche che non saranno in grado di rifornire».

 

«Non conosciamo ancora l’entità dei danni, poiché sono ancora in fase di valutazione. Non è ancora chiaro quanto tempo richiederanno le riparazioni» ha continuato il Kaabi.

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Giovedì l’economista del settore energetico Anas Alhajji ha parlato con i principali analisti di UBS in un webinaro che ha anche fornito una cronologia del caos nel mercato energetico e dei rischi di un imminente shock economico.

 

«Il nostro scenario principale è che, se questa situazione dovesse durare quattro settimane, la situazione sarebbe completamente fuori controllo. E quando dico fuori controllo, intendo che anche se la Cina iniziasse a liberare petrolio dalle sue scorte, il problema è che, a mio avviso, la Cina limiterebbe anche le esportazioni, il che significa che il petrolio rimarrebbe in Cina. Contavamo che quel petrolio fosse sul mercato, e ora non lo sarà più», ha detto Alhajji.

 

Alhajji ha delineato alcune domande critiche: la guerra riguarda il programma nucleare iraniano o è in gioco qualcosa di molto più ampio, in cui l’Iran funge più da fattore scatenante o da obiettivo strategico più ampio? Questa distinzione è molto importante perché i risultati a medio e lungo termine sarebbero molto diversi.

 

Un’altra domanda: l’attenzione dovrebbe essere focalizzata esclusivamente sul programma nucleare iraniano e sul cambio di regime, oppure la situazione dovrebbe essere analizzata nel contesto più ampio della Cina, delle guerre commerciali e dei dazi, della concorrenza dell’intelligenza artificiale, del Canale di Panama, del Mar Rosso, del Venezuela, della Siria e della Groenlandia?

 

Stiamo osservando dei conflitti all’interno di un conflitto più ampio, in cui alcuni gruppi sfruttano opportunisticamente la situazione per perseguire i propri obiettivi «locali»?

 

Il problema ora sono gli attacchi che scatenano acquisti dettati dal panico, mentre l’Arabia Saudita non può reagire. Pertanto, il rilascio di riserve di petrolio strategiche negli Stati Uniti è limitato e la Cina potrebbe vietare le esportazioni. I prezzi supererebbero facilmente i 100 dollari, ma la paura conterrebbe la crescita della domanda, limitando l’aumento dei prezzi del petrolio. L’impatto su GNL e NGL è maggiore rispetto al petrolio.

 

Secondo l’analista, non possiamo tornare rapidamente alla normalità. Ci vorranno almeno due mesi se la guerra dovesse finire domani – vi sono problemi logistici e tecnici che rimarrebbero, oltre alla evidente mancanza di cooperazione internazionale (ogni Paese per sé)

 

Nei mercati energetici, i future sul greggio Brent sono saliti del 21%, superando il picco del 20% registrato all’inizio della guerra tra Ucraina e Russia, e sono sulla buona strada per il loro maggiore guadagno settimanale dalla prima settimana di maggio 2020.

 

Al momento, non ci sono segnali che il conflitto sia prossimo alla fine. Anzi, secondo alcune fonti, le forze iraniane avrebbero colpito una petroliera di proprietà statunitense nei pressi del Kuwait.

 

All’inizio di questa settimana, gli analisti di Goldman Sachs avevano lanciato l’allarme: i prezzi del greggio sarebbero stati intorno ai 100 dollari al barile. Le turbolenze nel Golfo hanno già fatto salire i future sul diesel del 40% questa settimana, mentre le banche centrali mettono in guardia da un possibile picco dell’inflazione, scrive Zerohedge.

 

L’esposizione dell’Asia al petrolio del Golfo è preoccupante, ma quella della Cina è ancora più allarmante. Ciò suggerisce che, se il conflitto dovesse persistere, Pechino potrebbe trovarsi ad affrontare uno shock imminente che rischia di trasformarsi in una crisi finanziaria.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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