Sorveglianza
Ecco il nuovo satellite che può scrutare all’interno degli edifici, di giorno o di notte
Alcuni mesi fa, una società chiamata Capella Space ha lanciato un satellite in grado di acquisire immagini radar nitide di qualsiasi parte del mondo, con una risoluzione incredibile. Può persino vedere all’interno di alcuni edifici, compresi gli aeroplani da recognizione all’interno degli hangar, anche se solo nel caso di strutture leggere, ha chiarito l’azienda, e non dense come grattacieli o case residenziali.
A differenza della maggior parte della vasta gamma di satelliti di sorveglianza e osservazione in orbita attorno alla Terra, il satellite Capella 2 può scattare un’immagine nitida durante la notte o il giorno, con la pioggia o con il sole.
A differenza della maggior parte della vasta gamma di satelliti di sorveglianza e osservazione in orbita attorno alla Terra, il satellite Capella 2 può scattare un’immagine nitida durante la notte o il giorno, con la pioggia o con il sole.
Mercoledì scorso Capella ha lanciato una piattaforma che consente ai clienti governativi o privati di richiedere immagini di qualsiasi cosa nel mondo, una capacità che diventerà ancora più potente con il dispiegamento di sei satelliti aggiuntivi l’anno prossimo.
«È inquietante dal punto di vista della privacy? Sicuro» scrive Futurism.
Al contrario, Capella può scrutare attraverso il cielo coperto e vedere altrettanto bene alla luce del giorno come nell’oscurità totale. Questo perché invece dell’imaging ottico, utilizza radar ad apertura sintetica o SAR.
Al contrario, Capella può scrutare attraverso il cielo coperto e vedere altrettanto bene alla luce del giorno come nell’oscurità totale. Questo perché invece dell’imaging ottico, utilizza radar ad apertura sintetica o SAR.
Il SAR funziona in modo simile a come i delfini ei pipistrelli navigano utilizzando l’ecolocazione. Il satellite trasmette un potente segnale radio a 9,65 GHz verso il suo bersaglio, quindi raccoglie e interpreta il segnale mentre rimbalza in orbita.
Un’altra innovazione, dice, è la risoluzione alla quale i satelliti di Capella possono raccogliere le immagini. Ogni pixel in una delle immagini del satellite rappresenta un quadrato di 50 centimetri per 50 centimetri, mentre gli altri satelliti SAR sul mercato possono scendere solo a circa cinque metri. Quando si tratta di discernere effettivamente ciò che stai guardando dallo spazio, ciò fa un’enorme differenza.
Il SAR funziona in modo simile a come i delfini ei pipistrelli navigano utilizzando l’ecolocazione. Il satellite trasmette un potente segnale radio a 9,65 GHz verso il suo bersaglio, quindi raccoglie e interpreta il segnale mentre rimbalza in orbita.
In questo momento, è la migliore risoluzione possibile con il SAR. Non a causa dei limiti tecnologici – Capella spera di migliorare con i successivi lanci di satelliti lungo la strada – ma a causa della legge statunitense, dei controlli sulle esportazioni e dei requisiti di licenza.
Le possibilità abbondano. Addestra due satelliti SAR sullo stesso bersaglio e possono effettivamente visualizzare i bersagli in tre dimensioni fino a minime differenze di altezza.
I vertici dell’azienda hanno riferito che un gruppo sta già usando il sistema per misurare la quantità di petrolio immagazzinata in pozzi di petrolio scoperti o quanto viene estratto da un pozzo a cielo aperto in un dato giorno – nonché, stanno usando queste informazioni come proxy per il valore di vari prodotti. Ciò può anche aiutare le autorità a monitorare l’infrastruttura per possibili problemi di sicurezza: il SAR può monitorare quanto il terreno sopra un tunnel affonda nel tempo, ad esempio.
Il tema della sovranità spaziale, che interseca sia quello della sovranità tecnologica che quello della sovranità territoriale, è ogni giorno sempre più delicato, e spazia decisamente verso la libertà personale
Il tema della sovranità spaziale, che interseca sia quello della sovranità tecnologica che quello della sovranità territoriale, è ogni giorno sempre più delicato, e spazia decisamente verso la libertà personale. Come riportato da Renovatio 21, è stato attivato pochi mesi fa ICARUS, sistema minuscoli sensori e apparecchiature a bordo della Stazione spaziale, in teoria rivolto al monitoraggio degli animali che trasmigrano tra continenti: in pratica, l’embrione di un sistema satellitare (quindi: non direttamente abbattibile) di controllo biologico.
Satelliti di controllo ed osservazione, satelliti di comunicazione, satelliti militari: è chiaro che l’unica via per una Nazione che si dice sovrana e che ha a cuore la libertà dei suoi cittadini è quello di poter impedire l’attività di spionaggio satellitare di tecnologie sempre più invasive come questa.
Immagine di archivio
Sorveglianza
Perugia ti aspetta al varco ZTL
«Varchi ZTL, dalla primavera multe anche per chi esce». È questo il titolo che in questi giorni campeggia nella cronaca locale di Perugia de Il Messaggero. Una notizia che segna l’ennesima stretta sulla mobilità cittadina, voluta dalla giunta comunale guidata dal sindaco Vittoria Ferdinandi.
Dopo i timidi allentamenti introdotti dalla precedente amministrazione del primo cittadino Andrea Romizi, oggi la direzione sembra essere radicalmente cambiata. A Palazzo dei Priori si lavora infatti all’attivazione dei varchi ZTL anche in uscita, con l’obiettivo di sanzionare chi non abbandonerà la zona entro l’orario imposto. Un ulteriore giro di vite che colpisce ancora una volta gli automobilisti, trasformando il centro storico in una sorta di recinto a tempo.
Sempre Il Messaggero è puntuale nel descrivere le apparenti motivazioni di questa ipotetica nuova ordinanza: «il motivo è chiaro: la giunta Ferdinandi ha puntato forte alla lotta contro la sosta selvaggia e la difesa della Zona traffico limitato per tutelare i residenti del centro storico, è un passaggio chiave. Ecco perché quello che era stato confermato, dopo diverse anticipazioni, dall’assessore alla Mobilità Pierluigi Vossi durante la conferenza di fine anno, adesso è un piano di lavoro. Dovrebbero essere, da quello che filtra, sette i varchi in cui saranno attivate le telecamere che multeranno chi non lascia la Zona traffico limitato entro i limiti previsti dagli orari di apertura e chiusura. Gli uffici sono al lavoro per individuare le vie di uscita da far controllare alle telecamere in uscita».
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Se il provvedimento dovesse diventare operativo, il rischio è quello di dover consumare una cena al ristorante in fretta e furia, con l’ansia dell’orologio più che il piacere della serata. Al conto, spesso già salato, potrebbe infatti aggiungersi anche quello di una multa, per essere usciti dall’acropoli pochi minuti oltre l’orario imposto. Resta da capire se l’amministrazione si dimostrerà almeno più magnanima del celebre incantesimo di Cenerentola, con rientro obbligatorio allo scoccare della mezzanotte.
Questa impostazione, che per molti in città richiama scenari degni di George Orwell, non è in realtà una novità assoluta. Le sue radici risalgono a oltre dieci anni fa, quando una proposta analoga era stata già avanzata dall’amministrazione dell’ultimo sindaco di centrosinistra, Wladimiro Boccali. Un’idea successivamente accantonata con l’avvento del nuovo corso politico, che ha visto una destra moderata guidare la città per due mandati consecutivi, fino all’ultima tornata elettorale.
Scrivendo queste righe mi è tornato alla mente un episodio singolare. Era l’estate del 2002, quando per la prima volta vennero introdotte le telecamere per delimitare una zona a traffico limitato. I dispositivi furono installati lungo l’arteria principale che conduce a piazza Italia, nel cuore della città.
Il cartello di avviso di quella che, per l’epoca, rappresentava una tecnologia del tutto nuova, venne collocato diverse centinaia di metri prima rispetto alla posizione effettiva delle telecamere. Una persona a me molto cara, all’epoca ben inserita nei gangli della politica locale – allora saldamente orientata a sinistra – mi raccontò che alcuni tecnici comunali avevano proposto di far entrare in funzione le telecamere qualche minuto dopo l’orario indicato sui pannelli informativi. L’intento era quello di concedere agli automobilisti il tempo necessario per comprendere la novità e mettersi nelle condizioni di non violare il divieto, evitando così sanzioni involontarie.
Secondo quel racconto, tuttavia, un alto dirigente comunale, espressione del partito di maggioranza, non avrebbe approvato tale soluzione, preferendo un’applicazione immediata e rigida del sistema, che avrebbe inevitabilmente prodotto un numero maggiore di multe ai danni di cittadini ignari.
Oggi, negli scranni comunali, siedono in larga parte coloro che possono essere considerati i figli e i nipoti politici di quell’amministrazione di sinistra di oltre vent’anni fa. Un dettaglio che, forse, aiuta a leggere con maggiore continuità alcune scelte del presente.
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Congetture a parte, non è del tutto chiaro quali siano le motivazioni precise che spingono la politica locale ad adottare questa ulteriore restrizione, anche se secondo alcuni l’obiettivo sarebbe quello di incentivare cittadini e turisti all’uso dei mezzi pubblici, come il Minimetrò e il nuovo Metrobus attualmente in costruzione.
Per quanto si voglia promuovere l’utilizzo di autobus e metropolitane, la conformazione della città di Perugia consente di spostarsi in automobile da una parte all’altra del territorio urbano in pochi minuti, mentre con i mezzi pubblici il tempo di percorrenza risulta spesso maggiore.
Valorizzare la mobilità sostenibile è un obiettivo condivisibile, ma qui si rischia di oltrepassare una linea sottile: quella che separa l’incentivo dall’imposizione. Una cosa è offrire servizi efficienti e lasciare al cittadino la libertà di scelta, un’altra è restringere progressivamente le possibilità fino a rendere l’automobile una colpa da punire.
Ed è proprio la libertà di scelta il punto cruciale. La libertà di muoversi nella propria città come si ritiene più opportuno, senza vincoli sempre più stringenti decisi dall’alto. Una libertà tutt’altro che secondaria, soprattutto se si guarda ai modelli urbanistici che vengono sempre più spesso evocati, come quello delle cosiddette «città dei 15 minuti», in cui ogni cittadino dovrebbe trovare lavoro, servizi, svago e istruzione nel raggio di un quarto d’ora a piedi o in bicicletta.
Un’idea presentata come idilliaca e sostenibile, ma che solleva interrogativi legittimi quando diventa parte integrante dei grandi progetti globali legati alla famigerata Agenda 2030. Perché dietro il linguaggio della sostenibilità e dell’innovazione si cela spesso una progressiva riduzione delle libertà individuali, mascherata da necessità collettiva.
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Detto ciò, è lecito domandarsi quali conseguenze pratiche possa avere questo ulteriore giro di vite sul centro storico. Un centro che, soprattutto nei mesi invernali, appare già esanime: deserto, svuotato, a tratti spettrale, in particolare nelle ore serali e notturne. Il corso principale ha perso gran parte della sua anima, colonizzato da catene commerciali di basso profilo, fast food e locali anonimi, tutti uguali, privi di identità e di radicamento nel tessuto cittadino. Qualche negozio oramai storico e una manciata di ristoranti gestiti da perugini resistono stoicamente a questa desertificazione sempre più marcata.
A questo quadro già desolante si aggiunge, negli ultimi mesi, una recrudescenza di episodi di violenza, come puntualmente abbiamo riportato nel nostro giornale. Coincidenze? Forse. Ma è legittimo chiedersi se il cambio di maggioranza non abbia avuto anche un impatto sul livello di sicurezza percepita e reale. In ogni caso, se questa nuova normativa dovesse entrare in vigore, rischierebbe di rappresentare l’ennesima mazzata a un’economia già fragile, mettendo ulteriormente in difficoltà le attività dell’acropoli. Il centro storico potrebbe così trasformarsi in una nuova no-go zone per imposizione burocratica.
Già oggi, nelle nostre città, le zone di non accesso si moltiplicano. Parchi che un tempo erano luoghi di gioco e di socialità per le famiglie sono diventati spazi evitati, occupati da gruppi che bivaccano, spacciano e intimidiscono chi prova semplicemente a passeggiare in quello che dovrebbe essere uno spazio pubblico, libero e sicuro.
Come riportato da Renovatio 21, ci sono le stazioni ferroviarie – e quella di Perugia non fa certo eccezione – attorno alle quali gravitano, in Italia come nel resto d’Europa, personaggi e gang di ogni sorta, pronti ad avventarsi sullo studente, sul pendolare di turno o sull’inerme cittadino.
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Eppure il treno e i mezzi pubblici li usiamo tutti: per andare a lavorare, per necessità personali o anche solo per una gita. Il pendolare medio – spesso appartenente a quella classe lavoratrice già schiacciata da tasse, balzelli e multe di ogni genere – si trova così a dover temere per la propria incolumità e per quella dei suoi cari, affrontando una sorta di percorso di guerra quotidiano. Un paradosso amaro: essere minacciati da soggetti che, in molti casi, si contribuisce anche a mantenere con i propri contributi.
Le stazioni diventano così i non-luoghi simbolo di una vera e propria anarco-tirannia: spazi in cui al cittadino onesto viene ricordato, ogni giorno, che la sua sicurezza non è più garantita. Non importa se si viva in una grande metropoli o in quella che per anni abbiamo definito «provincia sonnacchiosa». La stazione, porta d’ingresso di una città, il suo biglietto da visita, nel nostro caso è diventata, per qualche mese, una «zona rossa» per decisione del Governo, a causa dell’elevato numero di reati. Un luogo dove la legge è dettata da chi non avrebbe alcun diritto di farlo, secondo la logica del più prepotente.
E allora la domanda finale è inevitabile: se in centro rischio la multa perché è sempre più zona a traffico limitato, se il parco sotto casa non è sicuro, se la stazione è un luogo pericoloso, dove posso andare?
La tanto citata Costituzione afferma che «ogni cittadino può muoversi, stabilirsi o soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale» e che «è esclusa qualsiasi restrizione per motivi politici».
Una domanda sorge spontanea: siamo davvero ancora fedeli a questo principio, o lo stiamo sacrificando un pezzo alla volta?
Francesco Rondolini
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Immagine di Mariordo (Mario Roberto Durán Ortiz) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata
Sorveglianza
I rivoltosi di Minneapolis utilizzano sistemi di riconoscimento automatico delle targhe?
As a former Special Forces Warrant Officer with multiple rotations running counterinsurgency ops—both hunting insurgents and trying to separate them from sympathetic populations—I’ve seen organized resistance up close. From Anbar to Helmand, the pattern is familiar: spotters,…
— Eric Schwalm (@Schwalm5132) January 25, 2026
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Internet
Google pagherà 68 milioni di dollari per lo «spionaggio» dell’assistente vocale
Il colosso tecnologico statunitense Google ha raggiunto un accordo preliminare per versare 68 milioni di dollari al fine di risolvere una causa legale in cui il suo assistente vocale è accusato di aver spiato gli utenti di smartphone. Lo riporta l’agenzia Reuters, citando documenti giudiziari.
Secondo stime preliminari riportate da The Verge, gli acquirenti di dispositivi potrebbero ricevere un risarcimento compreso tra 18 e 56 dollari. Chi ha utilizzato Google Assistant o ha vissuto in una casa con un dispositivo che avrebbe registrato conversazioni potrebbe ottenere da 2 a 10 dollari.
Gli utenti sostengono che Google, controllata da Alphabet, abbia registrato illegalmente conversazioni private attraverso Google Assistant per poi sfruttarle nella creazione di pubblicità mirate. L’intesa preliminare di class action è stata depositata venerdì presso il tribunale federale di San Jose, in California, come visionato da Reuters, e attende l’approvazione della giudice distrettuale statunitense Beth Labson Freeman.
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L’assistente vocale è programmato per attivarsi in risposta alle «parole chiave» come «Ehi Google» o «Okay Google», analogamente a Siri di Apple e Alexa di Amazon. I querelanti contestano il fatto che l’assistente abbia riconosciuto erroneamente il linguaggio normale come comandi vocali – fenomeno noto come «false accepts» – portando alla ricezione di annunci pubblicitari non richiesti.
L’accordo riguarderebbe gli utenti che hanno acquistato dispositivi Google o hanno subito «false accettazioni» a partire dal 18 maggio 2016.
Il caso mette in luce la tensione costante tra le nuove tecnologie e la tutela della privacy. Nel novembre 2025 Google è stata nuovamente citata in giudizio per aver intercettato, tramite l’assistente di Intelligenza Artificiale Gemini, comunicazioni private su Gmail, chat e piattaforme di videoconferenza. A settembre aveva accettato un accordo da 425,7 milioni di dollari in un’altra class action per presunte violazioni della privacy.
Come riportato da Renovatio 21, nel dicembre 2024 Apple ha patteggiato per 95 milioni di dollari in relazione alle accuse secondo cui il suo assistente Siri avrebbe registrato conversazioni private senza consenso.
Amazon, invece, ha affrontato una class action nazionale per presunte violazioni della privacy legate al suo assistente vocale Alexa: un giudice federale ha autorizzato gli utenti a presentare reclami sostenendo che i dispositivi abbiano registrato e conservato conversazioni private senza esplicito consenso, in violazione delle leggi sulla tutela dei consumatori.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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