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Politica

È morto Berlusconi. Viva Silvio, la pace e la vita umana

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È morto Silvio Berlusconi, e la notizia è per chiunque scioccante – perché per un trentennio si era preso il centro della scena politica italiana, e quindi anche della nostra vita.

 

Riteniamo di scriverne subito, senza aspettare, anche perché quello che pensiamo del personaggio lo abbiamo ripetuto varie volte, anche di recente.

 

Berlusconi muore, ma rappresentava proprio la vita contro la morte.

 

Berlusconi era l’uomo che più di ogni altro, oggi come venti anni fa, incarnava lo slancio verso la pace mondiale. Per questo, cerchiamo di capirlo una volta per tutte, è stato attaccato, massacrato fatto divorziare dalla politica e dalla scena internazionale – e forse pure dalla moglie.

 

Per chi per decadi lo ha stupidamente combattuto come il male incarnato, non può essere un momento di soddisfazione. L’Italia, grande laboratorio politico dell’umanità, ha già portato chiunque oltre lo shock del miliardario incontenibile che scende in politica, e con il passare degli anni senza di lui, con i Monti, i Renzi, i Conte, i Draghi, deve essere apparso chiaro pure a molti antiberlusconisti viscerali che poteri ben più oscuri operavano dietro l’esistenza del cittadino – e contro Silvio Berlusconi.

 

L’America non è così fortunata: in queste ore Trump, miliardario televisivo populista sceso in campo pure, riceve una ulteriore raffica di accuse, che lo porteranno ancora in tribunale, per motivi non sempre comprensibili, nel tentativo di azzoppare la sua inarrestabile corsa elettorale. La sinistra USA, forte di un blocco fatto dei grandi media (e dei social media) e dell’Intellighentsja tutta – dove è che avevano già visto questa cosa? – soffre di quella che si chiama Trump Derangement Syndrome, sindrome del disturbo Trump. In Italia non siamo stati così bravi da trovare una definizione simile, ma è esattamente quello che è accaduto per decenni: un Paese ostaggio di isterici malati della Berlusconi Derangement Syndrome.

 

«Giustizia ad orologeria»: era una delle sue espressioni preferite. Era stato un lungo countdown: per anni era uscito intonso dai processi, ma alla fine proprio i giudici riuscirono a estrometterlo definitivamente. Prima il colpo lo diede il fatale 2011, dove forze oscure angloamericane e francesi avevano trucidato Gheddafi – l’uomo da cui Berlusconi aveva tratto accordi assai vantaggiosi per l’Italia (contratti, gas, petrolio, zero migranti), finendo pure impresso, nell’immagine della storica stretta di mano con il rais di Tripoli, nei passaporti libici.

 

Il lettore forse potrebbe non ricordare, ma dopo Gheddafi e Berlusconi, tentarono di disarcionare pure Putin, in campagna elettorale per il voto del 2012 che lo avrebbe riportato alla presidenza. Cioè: un asse alternativo al potere Atlantico, che si era creato abbracciando tre continenti e tante, tante risorse – era stato demolito.

 

Merkel e Sarkozy risero di Berlusconi davanti ai giornalisti. Draghi, con una lettera recapitata dalla BCE di cui era presidente, diede una mano: rammenterete la panzana dello spread, arma economica di distrazione di massa. Dall’altra parte dell’Oceano c’era Obama, un tizio forse infiltrato alla Casa Bianca dalla CIA (che odia Berlusconi come nient’altro, sin dal 1994, quando ruppe le uova nel paniere dei nuovi beneficiari ex-comunisti dell’affetto del Deep State), che da Senatore si era rifiutato di applaudire Berlusconi quando questi parlò al congresso americano.

 

Tutto il complotto fu ammesso dall’ex segretario del Tesoro USA Geithner. Berlusconi disse che lo avevano fatto fuori perché contrastava la Germania. L’odio per lui, tuttavia, ha radici ben più profonde, radici metastoriche, metapolitiche, apocalittiche, che si fondono con quelle dell’odio per la Russia che stiamo vedendo mostruosamente all’opera ora, a costo delle vite di centinaia di migliaia di ragazzi ucraini.

 

Misero al suo posto Monti, un alieno scelto direttamente dalla tecnocrazia. Di lì fu l’inizio di un declino inesorabile. Sino a Giorgia Meloni – che votò Monti, come pure suoi attuali scherani come Mantovano et similia – possiamo tranquillamente dire che non c’è stato un premier eletto dopo averci messo la faccia in campagna elettorale. L’ultimo è stato, appunto, Berlusconi.

 

Ora, ci fa schifo vedere soloneggiare le scorregge giornalistico-politiche, che lo hanno schifato per anni su ordine dei loro padroni – editori che avevano interesse diretto a mettere in difficoltà lui e le sue aziende, e poi forze più oscure che si sono pian piano palesate.

 

Ci fa schifo, perché nessuno avrà mai il coraggio di dire, ora, che con Berlusconi la situazione sarebbe assai diversa.

 

Non parliamo solo dell’inutile strage ucraina, che certo non potrebbe andare avanti se un membro della NATO e della UE si mettesse coraggiosamente di mezzo – e soprattutto, non inviasse le armi. Teniamo presente che Silvio fu il solo a dire che se armiamo Kiev significa che siamo in guerra con Mosca. Per questo fu attaccato dal regime Zelens’kyj.

 

Vogliamo dire anche del fatto che il nostro Paese, basato sulla manifattura, mai avrebbe accettato di perdere la più stabile ed economica fornitura di gas possibile – una scelta suicida che sta strangolando definitivamente la nostra economia produttiva, come da imperativo dell’oligarcato che vuole la decrescita, cioè la povertà e lo sterminio per le nostre famiglie.

 

L’amicizia con Putin era vera. Non si spiega, altrimenti non solo la ridda di voci (il tunnel per attraccare i sottomarini sotto villa Certosa è una fake news, vero?), ma episodio incontrovertibili. Berlusconi che prende la parola ad una conferenza stampa a due rispondendo lui ad una domanda sugli scontri in Georgia nel 2008, difendendo a spada tratta il presidente russo lì al suo fianco (da Wikileaks avremo saputo quanto questa cosa avesse irritato gli USA). Putin che si presenta nella villa in Sardegna appena dopo le elezioni, prima che Berlusconi entrasse in carica: in pratica la conferenza della vittoria elettorale, Silvio la fece con Putin… a casa sua!

 

Diremo di più: era vero che Berlusconi aveva conquistato, all’Italia, la simpatia non solo della Russia, ma di tutte le Russie. E oltre.

 

A inizio 2009 chi scrive si trovava a Mosca. C’era un immane evento di partnership tra Russia e Italia, la più grande missione ICE mai organizzata prima. Dovevano partecipare Putin e Berlusconi, ma venne solo il presidente russo: Berlusconi restò in Italia perché in quelle ore vi fu il tremendo terremoto umbro – ogromnaja tragedja, immensa tragedia, disse Putin al pubblico italo-russo, mentre Silvio saliva in elicottero per dirigersi immediatamente nelle zone del sisma.

 

Il fatto è che dell’assenza di Berlusconi a Mosca – dove si prevedevano irresistibili siparietti pubblici con Putin – lo appresi da un tassista, cioè un uomo qualsiasi, perché a Mosca per farsi portare da qualche parte basta alzare la mano in strada e contrattare con la persona a caso che si è fermata quanto costa il passaggio (Uber, levati). Il signore russo mi descrisse per filo e per segno cosa era successo in Italia, e sembrava pure dispiaciuto. Quando parlava di Berlusconi, mi rendevo conto, parlava di una figura che conosceva bene, e che apprezzava moltissimo.

 

L’attacco definitivo a Berlusconi, osservò qualcuno, iniziò lì: il terremoto lo rese enormemente popolare, dicevano i sondaggi. Di lì parti tutta la storia delle ragazze. I giornali pubblicarono improvvisamente le foto di Berlusconi al compleanno di una ragazza napoletana; poi spuntarono fuori escort varie che, chissà perché, improvvisamente volevano raccontare la loro storia sessuale con Berlusconi – senza che vi fosse un reato, o un comportamento immorale da parte del presidente del consiglio, anzi.

 

Qualche tempo dopo, in un viaggio differente, attraversavo via terra il confine tra Iran e l’ex repubblica sovietica del Turkmenistan, ora Stato indipendente dove si parla russo e vi sono molti russi. I doganieri, dopo averci visto i documenti, parlottarono fra loro e ci sorrisero: «noi amiamo Silvio Berlusconi», dissero i funzionari turkmeni armati, e con grande sincerità. Con me c’erano dei compagni di viaggio (sbagliati) drogati dall’onnipervadente stampa debenedettiana, quindi con sindrome antiberlusconica: non capivano, non poterono capire, si scandalizzarono. Una bella insopportabile ragazza di sinistra che era con me voleva pure rispondere e protestare, poi guardò le pistole e i fucili dei soldati, e cambiò idea.

 

Con evidenza, Berlusconi aveva conquistato pure il Turkmenistan. Sì: Berlusconi, a Est, era una superpotenza di soft power. E il valore di ciò è rimasto incomprensibile a una porzione immensa d’Italia divenuta tossica di propaganda, portata all’odio cieco verso l’uomo.

 

Me lo ripeté a Madrid, un’amica spagnola, direi pure di sinistra, ma talmente felice e libera – nelle sue passeggiate, nelle sue risate, nelle sue performance di contastorie – da non occuparsi troppo di politica. Mi disse che, nell’appartamento studentesco dove viveva, ad un certo punto era arrivato un ragazzo italiano, e, vedendo che lui insisteva sempre su quel tasto, gli chiese d’improvviso di spiegarle perché Berlusconi non andasse bene. «Parlò per venti minuti. Alla fine non fui capace di capire davvero quale fosse il motivo. Non c’era un argomento che fosse uno. Nada».

 

Era impossibile allora spiegare alle persone che se odiavano Berlusconi era perché c’era un quadro globale – geopolitico, ma non solo – in cui Silvio, come tanti altri privi di tutti i fili che servano ai burattinai – non poteva trovare un posto.

 

Dire loro che, sin dal 1994, l’odio antiberlusconiano coinvolgeva questioni americane e più avanti russe (nel senso: sempre americane, ma in ottica antirussa), e quindi equilibri di superpotenze atomiche e altre trame non visibili ma chiarissime, non avrebbe sortito effetto alcuno. Ricordare che nel 2002 Berlusconi era riuscito a portare la Russia nella NATO, con l’accordo di Pratica di Mare – un qualcosa che oggi pare un’allucinazione! – sarebbe servito a qualcosa.

 

E neanche ora, in cui il disegno è dolorosamente evidente, siamo sicuri che potrebbero capire: sono stati manipolati pavlovianamente, la bava gli esce dalla bocca, abbaiano ogni volta che sentono quel nome. La propaganda, del resto, serve a quello. A creare le basi per deviare il potere. I colpi di palazzo, pure. La pax eurasiatica di cui Berlusconi aveva gettato le fondamenta è ora disintegrata.

 

Cosa accadrà ora, non è dato sapere. L’inguardabile suo partito, Forza Italia, inizierà una diaspora – o, direbbe qualcuno, un mercato delle vacche – che altererà qualche equilibrio. Magari è già stato tutto calcolato, pure con qualche accordo. Un fatto rimane: politicamente, oltre che umanamente, era insostituibile. Questa è una scossa sistemica che non sarà immediatamente attutita.

 

Berlusconi è morto al San Raffaele, l’ospedale che, curiosamente, aveva detto durante una visita in Russia di aver finanziato, ai tempi di Don Verzè, per progetti di allungamento della vita.

 

Perdoniamo pure il transumanismo berlusconiano, perché era guidato da qualcosa di facilmente distinguibile: Silvio amava la vita. Amare la vita, per un uomo, può significare amare la prosperità, e pure le belle donne: capita. Non è, bisogna dirlo, un cattivo segno.

 

Una certa parte della popolazione, potete esserne sicuri, preferirebbe ancora oggi le «cene eleganti» con le olgettine alle dark room dove magari si infilano tanti politici che sfilano ai gay pride, o non sfilano, ma nelle dark room magari ci vanno lo stesso — luoghi non esattamente «eleganti» dove non si celebra la bellezza femminile né gli impulsi, pur discutibili, ma naturali.

 

Qualcuno ha suggerito che fosse un bipolare che conosceva però solo la fase manica: tuttavia, a differenza di chiunque altro, realizzava i suoi propositi altissimi, creava imperi immobiliari, editoriali, finanziari, saliva ai vertici del potere politico, vinceva campionati e Coppe dei Campioni (la squadra, si racconta, la faceva davvero lui).

 

È vero che, ogni tanto, andava giù – spariva per un po’, parlavano di malattie, come nel 1996, forse ammalarsi fisicamente era il suo cambio di fase, da cui però tornava più forte, e quasi subito, inarrestabile: dichiarazioni, barzellette, incontri, sorrisi, teatrini, risate… Era un’entità irrefrenabile, e qualcuno che ce lo ha avuto a fianco per qualche ora mi dice che il fenomeno era talmente vero che sembrava avesse dentro di se una centrale atomica, una fonte inesauribile e misteriosa di energia, tanto che la tua sembrava sparire al suo cospetto, trascinata via dalle sue radiazioni implacabili.

 

È il ritratto, in realtà, di un uomo che viveva per amare la vita in tutte le sue forme.

 

Sì, Berlusconi era un alfiere dell’apollineo, della beltà visibile, dell’esistenza umana e dei suoi appetiti naturali, in un momento in cui il mondo moderno cominciava a piombarci nello ctonio e nella Cultura della Morte.

 

Pace all’anima tua, Silvio. Hai amato la vita, è una dote rarissima oggi.

 

Hai amato la pace. Hai amato la verità.

 

Hai difeso come hai potuto l’Italia e l’interesse dei suoi cittadini, e hai pagato per questo.

 

Noi non lo dimenticheremo. Mai.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di European People’s Party via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

 

Politica

Elon Musk pronto a rientrare in politica

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Elon Musk si appresta a impegnare con tutta la sua influenza a favore del Partito Repubblicano in vista delle decisive elezioni di medio termine, malgrado il recente attrito con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti vicine alla vicenda.

 

Persone informate sulla questione hanno dichiarato al giornale che Musk, titolare di X, SpaceX e Tesla, è stato avvicinato da figure di spicco repubblicane, tra cui il vicepresidente JD Vance, affinché contribuisse a preservare la maggioranza repubblicana in entrambe le camere del Congresso.

 

In tale contesto, Musk avrebbe destinato 10 milioni di dollari a un super PAC che appoggia l’imprenditore del Kentucky Nate Morris, candidato al seggio senatoriale lasciato libero da Mitch McConnell.

 

Fonti del WSJ hanno inoltre indicato che il team politico di Musk ha incontrato nelle scorse settimane potenziali collaboratori, con un focus particolare su esperti di marketing digitale e di messaggistica istantanea. L’obiettivo prioritario del miliardario per le elezioni di medio termine di novembre consisterebbe nel mobilitare gli elettori che in passato hanno sostenuto Trump ma che dimostrano scarso entusiasmo per le consultazioni congressuali.

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Tuttavia, i piani di Musk e l’entità effettiva dell’intervento non sono ancora definitivi, e non esiste certezza sui precisi strumenti da adottare per supportare il Partito Repubblicano, precisa l’articolo.

 

Musk ha esercitato un’influenza notevole nelle elezioni del 2024, quando ha versato 288 milioni di dollari a sostegno di Trump e di altri candidati repubblicani, stando a quanto riportato dal Washington Post. Dopo il successo di Trump, Musk è stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), ormai sciolto.

 

Nonostante ciò, il rapporto tra i due si è incrinato a metà del 2025, quando Musk ha criticato aspramente il pacchetto di misure fiscali e di spesa promosso da Trump, definendolo «completamente folle e distruttivo». In seguito, i due sembrano aver superato le vecchie tensioni, come dimostrato dalla loro apparizione congiunta a una cerimonia in ricordo dell’attivista conservatore Charlie Kirk e dalle foto emerse di una cena condivisa.

 

La rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX.

 

Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party.

 

Elone già nel corso del 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.

 

Il rientro di Musk nell’arena politica avviene in un momento di preoccupazione per il Partito Repubblicano, che teme di perdere la maggioranza al Congresso. Un sondaggio del New York Times/Siena di questa settimana ha mostrato i Democratici in vantaggio su una scheda elettorale generica congressuale, con il 48% contro il 43% tra gli elettori registrati.

 

Trump ha descritto le elezioni di medio termine come fondamentali per la sua presidenza, affermando questo mese ai repubblicani della Camera che «devono vincere le elezioni di medio termine… [o] verrò messo sotto accusa».

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Economia interna ed Europa: punti salienti del discorso di Trump al WEF

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Il presidente americano Donald J. Trump ha parlato al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, pronunciando un discorso di estrema rilevanza dove ha riaffermato la leadership americana sulla scena mondiale e esternato la sua visione per il resto del mondo, dalla Groenlandia, alla Cina, alla Russia, all’Europa. Sottolineando gli imperativi della sovranità nazionale USA e il primato degli interessi del Paese e dei suoi cittadini, Trump ha articolato una strategia per promuovere la prosperità dell’America nella sua economia interna e, qualora cooperassero, pure dei Paesi europei in stato di decadenza.   Di seguito i punti salienti del discorso del presidente al WEF.  

Iniziative innovative per ridurre i costi per i cittadini americani

«La proprietà della casa è sempre stata un simbolo di salute e vigore della società americana, ma questo obiettivo è diventato irraggiungibile per milioni e milioni di persone nell’era Biden… Le case sono costruite per le PERSONE, non per le aziende, e l’America NON diventerà una nazione di affittuari… Ecco perché ho firmato un ordine esecutivo che vieta ai grandi investitori istituzionali di acquistare case unifamiliari… E chiedo al Congresso di trasformare questo divieto in legge permanente».   «Ho dato istruzioni alle istituzioni sostenute dal governo di acquistare fino a 200 miliardi di dollari in obbligazioni ipotecarie per abbassare i tassi di interesse… La scorsa settimana, il tasso medio dei mutui a 30 anni è sceso sotto il 6% per la prima volta in molti anni».  

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«Il margine di profitto per le società di carte di credito supera ora il 50%, uno dei più alti, e applicano agli americani tassi di interesse del 28%… Per aiutare i nostri cittadini a riprendersi dal disastro di Biden… chiedo al Congresso di limitare i tassi di interesse delle carte di credito al 10% per un anno».   «Sto anche lavorando per garantire che l’America rimanga la capitale mondiale delle criptovalute… Il Congresso sta lavorando duramente alla legislazione sulla struttura del mercato delle criptovalute… Che spero di firmare molto presto, aprendo nuove strade agli americani per raggiungere la libertà finanziaria».  

I risultati economici del suo primo anno di ritorno in carica

«Sotto l’amministrazione Biden, l’America era tormentata dall’incubo della stagflazione, ovvero bassa crescita e alta inflazione: una ricetta per miseria, fallimento e declino. Ma ora, dopo solo un anno di politiche da me intraprese, stiamo assistendo all’esatto opposto: praticamente nessuna inflazione e una crescita economica straordinariamente elevata».   «In un anno, ho ridotto il nostro deficit commerciale mensile di un sorprendente 77%, e tutto questo senza inflazione, cosa che tutti dicevano non si potesse fare».   «Grazie alla mia schiacciante vittoria elettorale, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha colpito ogni nazione europea che ha perseguito la Green New Scam [«la grande truffa verde», ndr], forse la più grande bufala della storia».  

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«Sotto la mia guida, la produzione di gas naturale degli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico, la produzione di petrolio degli Stati Uniti è aumentata di 730.000 barili al giorno… il prezzo della benzina è ora inferiore a 2,50 dollari al gallone in molti Stati».   «In 12 mesi, abbiamo rimosso oltre 270.000 burocrati dalle buste paga federali, la più grande riduzione annuale dell’occupazione pubblica dalla fine della seconda guerra mondiale… Abbiamo tagliato la spesa federale di 100 miliardi di dollari e ridotto il deficit di bilancio federale del 27% in un solo anno… A luglio, abbiamo approvato i più grandi tagli fiscali nella storia americana, tra cui nessuna tassa sulle mance, nessuna tassa sugli straordinari e nessuna tassa sulla previdenza sociale per i nostri cari anziani».  

Appello all’azione per i partner europei

«Gli Stati Uniti sono il motore economico del pianeta e quando l’America prospera, prospera anche il mondo intero».   «Negli ultimi decenni, a Washington e nelle capitali europee è diventato opinione diffusa che l’unico modo per far crescere un’economia occidentale moderna fosse attraverso una spesa pubblica in continua crescita, una migrazione di massa incontrollata e infinite importazioni dall’estero… Questa è stata la strada che l’amministrazione del sonnolento Joe Biden e molti altri governi occidentali hanno seguito in modo molto sciocco, voltando le spalle a tutto ciò che rende le nazioni ricche, potenti e forti».   «Le conseguenze di queste politiche distruttive sono state gravissime: crescita economica più bassa, standard di vita più bassi, tassi di natalità più bassi, migrazioni più distruttive dal punto di vista sociale, maggiore vulnerabilità ad avversari stranieri ostili e forze armate molto, molto più piccole».  

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«Gli Stati Uniti hanno molto a cuore il popolo europeo… e crediamo profondamente nei legami che condividiamo… Ecco perché questioni come l’energia, il commercio, l’immigrazione e la crescita economica devono essere preoccupazioni centrali per chiunque voglia vedere un Occidente forte e unito».   «La situazione in Minnesota ci ricorda che l’Occidente non può importare in massa culture straniere che non sono mai riuscite a costruire una società di successo».   «L’esplosione di prosperità e progresso che ha costruito l’Occidente non è derivata dai nostri codici fiscali; in ultima analisi, è derivata dalla nostra cultura molto speciale. Questa è l’eredità di pressione che America ed Europa hanno in comune… Dobbiamo difendere quella cultura e riscoprire lo spirito che ha elevato l’Occidente dalle profondità del Medioevo all’apice delle conquiste umane».

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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
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L’assassino dell’ex primo ministro giapponese condannato all’ergastolo

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L’uomo che ha ucciso l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe nel 2022 è stato condannato mercoledì alla pena dell’ergastolo.

 

Tetsuya Yamagami, 45 anni, fu arrestato immediatamente sul luogo del delitto a Nara, dove il veterano politico – il primo ministro più longevo nella storia del Giappone – stava tenendo un comizio elettorale per il Partito Liberal Democratico (PLD). Yamagami ha confessato l’omicidio in aula lo scorso ottobre.

 

Il processo, celebrato presso il tribunale distrettuale di Nara, ha messo in evidenza i rapporti tra il Partito Liberal Democratico e la Chiesa dell’Unificazione, potente organizzazione religiosa con sede in Corea del Sud, fondata nel 1954 dall’autoproclamato messia Sun Myung Moon e spesso definita dai critici una setta a scopo di lucro. In Italia è nota per la querelle intorno al «matrimonio» del vescovo esorcista zambiano Emmanuel Milingo, contratto con una seguace del reverendo Moon, celebre per celebrare matrimoni di massa negli stadi tra persone che nemmeno si conoscevano.

 

Molti considerano il movimento religioso di Moon come un attrezzo della Guerra Fredda, con legami con CIA e Stato profondo americano. Bisogna inoltre ricordare che in Italia la sua figura veniva salutata dalle autorità.

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Secondo le testimonianze riportate dai media, Yamagami ha dichiarato di aver maturato un profondo risentimento verso la chiesa – comunemente nota in America come la setta dei «moonies» – dopo che la madre aveva donato alla setta gran parte dei risparmi familiari. L’imputato ha spiegato di aver scelto Abe come bersaglio perché l’ex premier aveva partecipato e sostenuto un evento organizzato da un gruppo collegato alla Chiesa dell’Unificazione.

 

Un’indagine interna condotta dal PLD ha rivelato che oltre cento parlamentari del partito intrattenevano legami con l’organizzazione religiosa. Storicamente, il partito conservatore giapponese e la chiesa condividevano una comune avversione al comunismo e ad altre ideologie di sinistra. Il mondo dei podcast è tornato a discutere della Unification Church.

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo l’assassinio fioccarono accuse di frode contro la Chiesa dell’Unificazione giapponese.

 

In seguito all’assassinio di Abe, l’allora primo ministro Fumio Kishida fu costretto a prendere pubblicamente le distanze sia dal PLD sia dalla Chiesa dell’Unificazione. A marzo dello scorso anno, il tribunale distrettuale di Tokyo ha disposto lo scioglimento della branca giapponese dell’organizzazione.

 

Sebbene Abe fosse una figura controversa all’interno del Giappone, numerosi leader internazionali ne hanno riconosciuto le doti diplomatiche e la capacità di instaurare relazioni personali efficaci. Il presidente russo Vladimir Putin, in particolare, ha ricevuto lo scorso maggio al Cremlino la vedova di Abe, Akie.

 

Lo Yamagami nel frattempo è divenuto particolarmente popolare in Giappone, con la rete che ne sottolinea la lucidità e pure l’avvenenza. Il risentimento nei confronti della gerarchia del PLD – una sorta di pachidermica, immutabile DC nipponica – si esprime anche con l’ascesa del partito Sanseito, documentata ampiamente e direttamente da Renovatio 21.

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