Geopolitica
Cresce il sogno della Grande Turchia
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Vertice dei Paesi turcofoni in Uzbekistan: la creatura di Erdogan per la rinascita del «sogno ottomano». Pressing di Ankara sul Turkmenistan, ancora semplice osservatore. Un processo di integrazione che va avanti dal crollo dell’Unione Sovietica. La guerra in Ucraina potrebbe dare più rilevanza al blocco «turanico».
Ieri si è aperto a Samarcanda un summit di due giorni dell’Organizzazione degli Stati Turanici (OST), segnando l’avvio del turno di presidenza dell’Uzbekistan. L’incontro è stato presentato dal capo del Dipartimento per le relazioni regionali di Taškent, Rakhmatilla Nurimbetov, che ha illustrato l’ordine del giorno dell’assise. In discussione sono lo sviluppo delle relazioni commerciali, della semplificazione dei processi burocratici legati alle tratte di trasporto e comunicazione, dell’assistenza doganale e dell’apertura di nuovi corridoi di attraversamento delle frontiere.
Il tutto sarà siglato dagli Stati membri in un documento pomposamente definito la «Dichiarazione di Samarcanda».
Prendono parte al summit dell’OST, fondata nel 2009 come «Consiglio Turanico», l’Azerbaigian, il Kazakistan, il Kirghizistan e la Turchia in qualità di Paesi fondatori; l’Uzbekistan si è ufficialmente unito al gruppo nel 2018, partecipando all’incontro di Baku dell’anno successivo. Si aggiungono con lo status di osservatori l’Ungheria e il Turkmenistan. La nuova denominazione dell’Ost è stata decisa un anno fa all’assemblea di Istanbul, sotto la guida del presidente Erdogan, che vede in questa collaborazione la rinascita del «sogno ottomano»” della grande Turchia.
Il ministro turco degli Esteri, Mevljut Çavuşoğlu, aveva dichiarato a settembre che il Turkmenistan avrebbe partecipato come membro a pieno titolo dell’Ost, ma senza chiarire se questa formalità sarebbe stata definita a Samarcanda. Da Ašgabat è però giunto a Samarcanda l’ex presidente e capo del Senato Gurbanguly Berdymukhamedov e non il figlio, il presidente in carica Serdar, mentre da Budapest è arrivato il premier Viktor Orban.
Il prestigio del «padre della Patria» turkmeno, il cosiddetto Arkadag, che ha ceduto al figlio la guida del Paese, da un lato manifesta la grande considerazione nei confronti dell’Ost, ma d’altra parte abbassa il rango ufficiale della delegazione di Ašgabat, che si riserva comunque di rimanere a margine della piena adesione, difendendo il suo tradizionale principio di separazione e riservatezza rispetto a tutte le relazioni internazionali.
Il Turkmenistan ha sottolineato questa sua dimensione di chiusura anche di recente, quando ha chiesto alla Turchia di annullare il regime di libero ingresso senza visto tra i due Paesi, che era in vigore da oltre 15 anni, anche per meglio controllare il passaggio di cittadini non allineati con il regime dei Berdymukhamedov. Solo nel 2021 Ašgabat si era inserita nell’OST come osservatore, e ad aprile di quest’anno Gurbanguly è entrato nel «Consiglio degli anziani» dell’Organizzazione turanica, organo direttivo della struttura.
La Turchia tiene in modo particolare al rapporto con i turkmeni, considerati i «parenti più prossimi» del neo-sultanato, e lo stesso Erdogan ha rivolto negli ultimi anni diversi appelli al Turkmenistan, per spingerlo ad una partecipazione più strutturata. Ašgabat insiste però sulla necessità di soffocare il movimento dei dissidenti turkmeni residenti in Turchia, e finché non otterrà risultati convincenti, continuerà a rimanere in disparte.
L’unione dei Paesi turcofoni è un processo che si protrae dalla fine dell’URSS, quando il 30 ottobre 1992 ad Ankara sono stati chiamati i rappresentanti dei Paesi dell’Asia centrale che a vario titolo si riferiscono alla storia e alla tradizione culturale turanica.
L’iniziatore era l’allora presidente turco Turgut Ozal, e vi avevano partecipato i primi leader post-sovietici di cinque Paesi: SaparmuratNiyazov del Turkmenistan, Islam Karimov dell’Uzbekistan, Nursultan Nazarbaev del Kazakistan, Askar Akaev del Kirghizistan e Abulfaz Elčibej dell’Azerbaigian. Non partecipa il Tagikistan, Paese centrasiatico di discendenza iranica e non turanica.
Le vicende degli ultimi anni, soprattutto il conflitto russo in Ucraina, hanno modificato profondamente il quadro generale non solo delle relazioni in Asia centrale e Turchia, ma in tutti gli equilibri post-sovietici, e il ruolo dell’OST potrebbe diventare assai più incisivo, e non meramente simbolico come è stato finora.
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Cina
La Cina sta mediando tra Pakistan e Afghanistan
Pechino sta mediando direttamente un cessate il fuoco tra Pakistan e Afghanistan, Paesi confinanti coinvolti in intensi combattimenti da febbraio, ha dichiarato il Ministero degli Esteri cinese.
Il ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto colloqui telefonici con i suoi omologhi afghano e pakistano nel corso dell’ultima settimana, ha affermato lunedì il portavoce del ministero, Lin Jian, in un post su X.
«L’inviato speciale del Ministero degli Affari Esteri per gli affari afghani ha fatto la spola tra l’Afghanistan e il Pakistan», ha dichiarato Jian, aggiungendo: «Anche le ambasciate cinesi sono state in stretto contatto con entrambe le parti».
Il portavoce ha precisato che la Cina continuerà a facilitare la riconciliazione e a ridurre le tensioni tra i due paesi confinanti, affermando: «La Cina auspica che l’Afghanistan e il Pakistan mantengano la calma e la moderazione, si confrontino faccia a faccia al più presto, raggiungano un cessate il fuoco appena possibile e risolvano le divergenze e le controversie attraverso il dialogo».
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Come riportato da Renovatio 21, Pakistan e Afghanistan si affrontano da settimane dopo che Islamabad ha dichiarato «guerra aperta» a febbraio. Il Pakistan ha condotto attacchi contro installazioni militari e altre infrastrutture in profondità nel territorio del vicino occidentale, inclusa la capitale Kabullo.
La tensione nei rapporti tra i due Paesi vicini, da tempo in crisi, è attribuita anche al crescente coinvolgimento di Kabul con l’India, storica rivale del Pakistan.
All’inizio di questo mese, la Cina ha inviato un inviato speciale in Afghanistan, dopo il fallimento della tregua mediata da Qatar e Turchia lo scorso ottobre.
Il Pakistan accusa Kabul di offrire rifugio ai combattenti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), accuse che i talebani respingono. Per la Cina, la guerra rappresenta non solo una crisi di sicurezza, ma una sfida diretta alla sua più ampia visione strategica di integrazione regionale.
Islamabad ha affermato che le forze afghane hanno subito quasi 1.000 perdite nell’ultima escalation transfrontaliera.
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Immagine di Anthonymaw via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata
Geopolitica
Oleodotto russo, Zelens’kyj accusa l’UE di «ricatto»
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Geopolitica
Lo «zar» AI di Trump mette in guardia dal rischio nucleare e chiede una via d’uscita
David Sacks, «zar» responsabile per l’Intelligenza Artificiale e le criptovalute del presidente Donald Trump e figura di spicco nella Silicon Valley e nel mondo del Venture Capital, ha usato il suo podcast «All In» per esortare pubblicamente l’amministrazione a cercare un ritiro dalla guerra israelo-americana contro l’Iran. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
«Questo è il momento giusto per dichiarare vittoria e ritirarsi», ha affermato Sacks, riprendendo le parole usate dallo stesso Presidente nel definire l’operazione una «spedizione» che ha già raggiunto i suoi obiettivi.
Il Sacks si è discostato dalle posizioni dei falchi come il senatore Lindsey Graham, che premono per estendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, e ha lanciato un duro avvertimento sulla traiettoria della guerra: «Se questa guerra continua per settimane o mesi, Israele potrebbe essere semplicemente distrutto».
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L’investitore di origini ebraico-sudafricane, già nel team che con Elone Musk e Peter Thiel creò, sviluppò e vendette PayPal, ha anche paventato la possibilità che Israele «intensifichi il conflitto prendendo in considerazione l’uso di un’arma nucleare, il che sarebbe davvero catastrofico».
Sacks sostiene che un cessate il fuoco o una soluzione negoziata con l’Iran sia l’unica alternativa responsabile.
Le autorità israeliane non hanno lasciato intendere che sia in considerazione un dispiegamento di armi nucleari, in linea con la politica di lunga data del Paese di ambiguità strategica.
Sacks ha inoltre delineato le specifiche vulnerabilità che, a suo avviso, alimentano gli scenari peggiori. Attacchi alle infrastrutture di desalinizzazione del Golfo, ha avvertito, potrebbero rivelarsi catastrofici: «Credo che circa 100 milioni di persone nella penisola arabica ricevano l’acqua tramite desalinizzazione. Voglio dire, è praticamente un deserto, no? E questi impianti di desalinizzazione sono obiettivi facili».
È stato altrettanto incisivo riguardo alla fazione neoconservatrice che spinge per l’escalation: «Queste sono persone che non hanno mai voluto ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan: saremmo rimasti lì per oltre 20 anni se avessero potuto scegliere… È il momento di ignorare queste voci».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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