Epidemie
COVID, come si salva una RSA. Intervista al dott. Romano D’Alessandro
Mentre l’emergenza COVID-19 investiva il nostro Paese mandando al collasso parte del sistema ospedaliero a causa dell’elevato numero di ricoveri, in particolare di quei pazienti infetti ricoverati nei reparti di terapia intensiva e rianimazione, i focolai di SARS-CoV-2 divampavano nelle RSA e più in generale in tutte le case residenza per anziani.
La percentuale di contagi all’interno di esse, anche su scala nazionale, è altissima.
Riguardo ai decessi la situazione è, come sappiamo, ancora più drammatica: l’Istituto superiore di sanità ha recentemente reso pubblico il terzo rapporto sul contagio da Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie in Italia: in tutto, dal 1º febbraio al 18 aprile, sono stati contati 6.773 decessi, di cui il 40% riconducibili al Covid-19. I numeri, come abbiamo già più volte detto, potrebbero persino non essere quelli reali perché per molti dei decessi non si è avuta la conferma di tampone positivo.
Qualche realtà, però, si è salvata grazie ad un grande lavoro di prevenzione messo in atto da professionisti decisi a dare il massimo per la tutela dei propri ospiti e del personale dipendente.
Qualche realtà si è salvata grazie ad un grande lavoro di prevenzione messo in atto da professionisti decisi a dare il massimo per la tutela dei propri ospiti e del personale dipendente.
Una di queste, una vera e propria mosca bianca, è la struttura per anziani «Il Giardino» di Bagnolo in Piano, provincia di Reggio Emilia, facente parte del gruppo anniazzurri e sotto la direzione dell’Azienda lombarda Kos Care.
Renovatio 21 ha diffusamente parlato di quanto sta accadendo all’interno di questa CRA con il dottor Romano D’Alessandro, coordinatore infermieriestico della struttura nonché RAS (Responsabile attività sanitaria), che insieme al medico della struttura, il dottor Francesco Testa, alla direttrice Daniela Zaccarelli e a tutti i colleghi ha gestito e continua a gestire questo difficile momento.
Dott. D’Alessandro, qual è la situazione nella vostra struttura ad oggi?
Ad oggi, su 61 ospiti residenti all’interno della nostra struttura, non si registra alcun caso di contagio o di sospetto tale.
Potremmo quindi dire che siete una delle poche strutture ad aver tenuto fuori il COVID-19?
Per fortuna nostra sì. Certo dispiace sapere di così tanti contagi in tantissime altre strutture anche nella nostra provincia. La guardia però non va mai abbassata, nemmeno quando si è fatto tutto il possibile. Il nemico contro il quale combattiamo, oltre che invisibile, è davvero molto insidioso.
«Ad oggi, su 61 ospiti residenti all’interno della nostra struttura, non si registra alcun caso di contagio o di sospetto tale»
Quali strategie di prevenzione avete messo in atto e da quando esattamente?
Ricordo che le prime indicazioni dalla direzione generale arrivarono esattamente il 24 febbraio ed esse ci indicavano, da quel preciso momento, l’utilizzo obbligatorio per tutti i dipendenti (anche il personale amministrativo, compreso il centralinista) di mascherina chirurgica e guanti, nessuno escluso.
Il 28 febbraio è arrivato il protocollo-procedura ufficiale che metteva fine ad ogni tipo di ingresso, sia ingressi di nuovi pazienti provenienti da ospedale o dal domicilio, sia ingresso inteso come visite di familiari o fornitori — i quali hanno continuato ovviamente a rifornirci non entrando però mai personalmente in struttura ma depositando la merce all’esterno, ritirata e poi sistemata dal personale interno.
Le visite dei nostri ospiti sono state ridotte alle sole visite urgenti, dopo le quali, l’ospite che rientrava dall’ospedale, veniva ospitato in apposite camere di isolamento per 15 giorni. Anche le trasfusioni sono state sospese, e ci siamo attrezzati prontamente per farle all’interno della struttura.
«Le visite dei nostri ospiti sono state ridotte alle sole visite urgenti, dopo le quali, l’ospite che rientrava dall’ospedale, veniva ospitato in apposite camere di isolamento per 15 giorni»
Dal 3 marzo abbiamo iniziato a misurare la temperatura corporea a tutti gli operatori con termometro frontale a laser, molto costoso e difficile da trovare, ma alla fine non ci siamo arresi e siamo riusciti a procurarcelo. In questo senso, l’infermiere che smonta dal turno notturno aspetta la responsabile di reparto — la prima ad arrivare — all’ingresso, misurandole la temperatura.
La responsabile, a sua volta, attende tutti gli operatori del mattino e ad uno ad uno misura la TC. In egual modo avviene per i turni del pomeriggio e della notte, con un dipendente dedicato al rilievo della temperatura per i colleghi che entrano in turno.
Sempre all’ingresso, dopo aver rilevato la TC, vengono consegnati mascherina e guanti prima di poter accedere agli spogliatoi per indossare la divisa, firmando anche in questo caso un foglio volto ad attestare di aver ricevuto questi due dispostivi di protezione individuale all’ingresso. I guanti, ovviamente, saranno poi cambiati in reparto dopo ogni manovra, previo essersi lavati e disinfettati accuratamente le mani.
Non solo i guanti, ma tutti i DPI vengono cambiati continuamente, utilizzando anche tre camici monouso per volta, cioè uno sopra all’altro. Abbiamo poi distanziato il più possibile tutti gli ospiti sfruttando totalmente gli spazi interni.
«Avere una direzione lombarda in questo senso ci ha aiutati molto, perché lì erano già preparati a far fronte a questo tipo di emergenza, pur con tutte le difficoltà»
Quindi siete partiti largamente in anticipo, anche rispetto all’emergenza inerente alle residenze per anziani, giusto?
Siamo sicuramente partiti prima di molte altre strutture grazie ad un protocollo sanitario aziendale interno al quale, come dicevo, ci siamo rigorosamente attenuti. Credo fosse indispensabile partire con grande anticipo senza sottovalutare nulla ma facendo, piuttosto, tutto ciò che di possibile si poteva fare per prevenire il contagio. Avere una direzione lombarda in questo senso ci ha aiutati molto, perché lì erano già preparati a far fronte a questo tipo di emergenza, pur con tutte le difficoltà.
Siete riusciti a sottoporre i vostri ospiti al tampone naso-faringeo?
Guardi, in realtà abbiamo avanzato domanda alla ASL già parecchio tempo fa, addirittura facendo richiesta di poter procedere privatamente attraverso un laboratorio privato. Non abbiamo però ancora ricevuto risposta.
Come mai secondo lei?
Non ne ho idea, ma potrei supporre che non avendo all’interno della nostra struttura casi sospetti ed essendo già chiusi a tutto, come spiegavo poc’anzi, da tantissimo tempo, l’urgenza dei tamponi da noi secondo l’ASL passi in secondo piano.
«Noi avevamo una scorta di 1000 camici e 600 mascherine già da prima che scoppiasse l’epidemia, oltre ovviamente ai guanti e agli occhiali»
Parliamo dei tanto discussi dispostivi di protezione individuale: come ve li siete procurati e con quanto anticipo?
Noi avevamo una scorta di 1000 camici e 600 mascherine già da prima che scoppiasse l’epidemia, oltre ovviamente ai guanti e agli occhiali. Poi dai primi di marzo ci siamo procurati altre 2000 mascherine chirurgiche per permetterne un ricambio costante ai nostri operatori. Nel mentre, per sicurezza, ci siamo procurati anche i tutoni idrorepellenti a alcune mascherine FFP2.
Certo trovare DPI in questo periodo non è stato affatto facile, ma partendo con largo anticipo e sondando le varie possibilità ci siamo riusciti.
A quali direttive avete fatto riferimento per proteggere la vostra struttura e i vostri ospiti?
Sempre e comunque al nostro protocollo sanitario aziendale interno, che a sua volta è stato specificamente redatto seguendo direttive ministeriali, dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato Tecnico Scientifico.
Il personale sanitario della vostra struttura è stato formato, come richiesto da alcuni rapporti redatti dall’Istituto Superiore di Sanità, per far fronte all’emergenza Covid?
Assolutamente sì. E non solo il personale sanitario ma tutti i dipendenti, anche il personale addetto alle pulizie e alla cucina.
«Ogni due settimane abbiamo continuato a ripetere, con le stesse modalità anti-assembramento e sempre ponendo l’attenzione sulle richieste degli operatori, gli incontri formativi»
In che modo?
Sempre i primi giorni di marzo la nostra azienda ci ha chiesto di formare una équipe multidisciplinare interna alla struttura dedicata alla formazione del personale sull’emergenza nCoV, fornendoci la documentazione necessaria. Come prima cosa, circa a metà marzo, abbiamo fissato un incontro formativo dividendo il personale in due gruppi per non creare assembramenti e potendo così garantire le distanze sociali fra i dipendenti.
Abbiamo dedicato mezza giornata a questo primo incontro formativo, dove si sono anzitutto ascoltate e raccolte le paure, i dubbi e le richieste dei dipendenti. Poi l’incontro è proseguito con una spiegazione generale rispetto all’infezione SARS-CoV-2 — cos’è, come si trasmette, quali complicanze può creare e via discorrendo.
Ogni due settimane abbiamo continuato a ripetere, con le stesse modalità anti-assembramento e sempre ponendo l’attenzione sulle richieste degli operatori, gli incontri formativi. Alcuni di essi sono poi stati dedicati alla formazione sulle corrette pratiche di vestizione e spoliazione, inclusa la modalità corretta per apporre sul volto la mascherina FFP2.
Ad ogni operatore poi, di tanto in tanto, venivano consegnati alcuni fascicoli di approfondimento redatti dalla nostra direzione sanitaria, così come alcuni documenti aggiornati dei vari comitati scientifici. Dopo averlo ricevuto, ogni operatore era tenuto firmare un foglio che confermasse la ricezione del proprio personale fascicolo o documento. Inoltre la nostra azienda, attraverso una piattaforma internet, ha reso obbligatori a tutti gli operatori sanitari due corsi di formazione sulla prevenzione e sulla gestione dell’emergenza COVID.
«Oggi, a distanza di oramai due mesi, nelle telefonate con i familiari riceviamo ogni tipo di ringraziamento per aver fatto una scelta così coraggiosa, che certo è costata tanto sul piano emotivo, ma i parenti hanno capito che l’importante era preservare la salute dei propri cari»
Come hanno reagito i vostri ospiti alla chiusura della struttura e comunque ad un cambio così drastico della loro quotidianità?
Ovviamente per alcuni di loro è stato un evento traumatico, quantomeno inizialmente. Non è stato facile fargli comprendere che, per il loro bene, non avrebbero potuto incontrare i propri familiari per diverso tempo. Nondimeno hanno anche subito l’impossibilità di alcune particolari abitudini, come il poter andare dalla parrucchiera o dalla podologia — servizi che la nostra struttura garantisce internamente. Tutto questo è pesato molto a loro come a noi, ma alla fine pian piano hanno capito la situazione e le circostanze straordinarie alle quali eravamo tenuti a rispondere con serietà e prontezza.
E i familiari?
Anche per loro non è stato facile accettare una decisione così preventiva. In molti, soprattutto dopo il 28 febbraio, data in cui abbiamo bloccato totalmente l’ingresso ai visitatori, ci hanno chiamato chiedendoci spiegazioni nel merito di una decisione che a loro appariva, comprensibilmente, molto rigida.
Io e il nostro medico direttore sanitario abbiamo deciso di avvisare personalmente tutti i parenti, fornendo le informazioni necessarie che hanno motivato la scelta della nostra struttura. Oggi, a distanza di oramai due mesi, nelle telefonate con i familiari riceviamo ogni tipo di ringraziamento per aver fatto una scelta così coraggiosa, che certo è costata tanto sul piano emotivo, ma i parenti hanno capito che l’importante era preservare la salute dei propri cari.
E per ora — e speriamo per sempre — così è stato e ce ne hanno dato atto.
Visto il risultato, quindi, pensa sia valsa la pena adottare le rigide ed impegnative misure da voi messe in atto?
Certamente. Come ho già detto il prezzo da pagare è stato sicuramente alto sul piano emotivo, ma guardando al risultato posso fermamente dire che ne è valsa la pena.
«Il prezzo da pagare è stato sicuramente alto sul piano emotivo, ma guardando al risultato posso fermamente dire che ne è valsa la pena»
Per quanto andrete avanti così? Piano piano allenterete qualche misura o è ancora troppo presto?
È ancora troppo presto per ogni tipo di decisione o qualsivoglia allentamento delle misure preventive. Non dimentichiamoci che siamo ancora in piena pandemia, e che anche dopo il lockdown nazionale il 44% dei contagi ha avuto luogo all’interno residenze per anziani. Non si può in alcun modo allentare la presa. Continuerà il blocco degli ingressi fino a data da destinarsi, e anche dopo una recente videoconferenza di tre ore con i vertici sanitari della nostra azienda non ci sono state date direttive in merito ad eventuali cambiamenti.
Quale crede sia stato l’antidoto che ha salvato fino ad ora la vostra struttura?
Abbiamo una direzione sanitaria veramente preparata, decisa e competente. Allo stesso non posso mancare di fare i più doverosi complimenti e ringraziamenti a tutti gli operatori: medici, infermieri, operatori socio-sanitari, amministrazione, addetti alle pulizie e alla cucina, nonché a tutti i parenti dei nostri ospiti che hanno risposto in noi piena fiducia. A tutti loro va un sentito grazie con un monito, però: questa guerra non è ancora finita, dobbiamo continuare con massima serietà, professionalità ed attenzione il nostro lavoro perché la pandemia è tutt’altro che finita.
Cristiano Lugli
Epidemie
Giustizia per il COVID: impedire che si ripeta il «periodo più terribile della nostra vita»
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Cinque organizzazioni, tra cui Children’s Health Defense, hanno lanciato oggi la campagna COVID Justice per chiedere conto delle proprie azioni e garantire che il governo non utilizzi mai più un’emergenza di salute pubblica per violare i diritti costituzionali degli americani. La campagna include una petizione che chiede al Senato degli Stati Uniti di adottare una risoluzione COVID Justice.
Mascherine, lockdown, censura, obblighi vaccinali che mettono fine alla carriera e talvolta sono mortali : la risposta senza precedenti del governo degli Stati Uniti alla pandemia di COVID-19 ha prodotto «la più radicale sospensione delle libertà civili nella storia moderna», secondo i fondatori di COVIDJustice.org
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Cinque organizzazioni, tra cui Children’s Health Defense (CHD), hanno lanciato oggi la campagna COVID Justice per chiedere conto delle proprie azioni e garantire che il governo non utilizzi mai più un’emergenza sanitaria pubblica per violare i diritti costituzionali degli americani.
La campagna include una petizione che chiede al Senato degli Stati Uniti di adottare una risoluzione sulla giustizia COVID.
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La risoluzione proposta esorta il Senato a «confermare gli insegnamenti permanenti della risposta al COVID-19, a ripudiare alcune misure di emergenza in quanto incompatibili con la libertà costituzionale e a stabilire principi vincolanti per qualsiasi futura emergenza di sanità pubblica».
Michael Kane, direttore delle attività di advocacy del CHD, ha affermato che la risoluzione proposta è il risultato degli sforzi volti a riunire le organizzazioni per discutere «cosa possiamo fare, soprattutto a livello federale, per promuovere un programma condiviso sulla libertà medica, in particolare per quanto riguarda i vaccini».
«CHD e il nostro movimento hanno decine di alleati nella Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti che sostengono buone proposte di legge, ma al Senato non sembravamo avere un piano veramente coerente per portare avanti la nostra agenda», ha affermato Kane.
Jeffrey Tucker, presidente e fondatore del Brownstone Institute, ha contribuito a promuovere e redigere la COVID Justice Resolution. Ha dichiarato a The Defender che l’idea della risoluzione «è nata da un ardente desiderio di responsabilità, di una dichiarazione, di un risarcimento, di una conclusione al periodo più terribile della nostra vita».
«Non possiamo lasciar perdere senza una comprensione, una dichiarazione di consenso sul fatto che quanto accaduto sia sbagliato sotto ogni aspetto», ha detto Tucker. «Il silenzio sull’argomento è assordante. Le persone hanno un disperato bisogno di parlare e questa risoluzione glielo consente».
Leslie Manookian, presidente e fondatrice dell’Health Freedom Defense Fund, ha affermato che è mancata la responsabilità delle decisioni prese dai decisori politici durante la pandemia di COVID-19:
«I vaccini contro il COVID-19 hanno ferito e ucciso decine di persone, i bambini hanno sofferto, i giovani si sono suicidati, nuovi vaccini sperimentali sono stati imposti al pubblico con false affermazioni di “sicurezza ed efficacia”, eppure nessuno è stato ritenuto responsabile».
«Non dobbiamo dimenticare ciò che hanno fatto alla gente e la Risoluzione sulla giustizia COVID è un passo nella giusta direzione».
Per Leah Wilson, co-fondatrice e direttrice esecutiva di Stand for Health Freedom, la risoluzione rappresenterebbe un passo significativo verso il ripristino del controllo locale e dell’autonomia individuale sui processi decisionali in ambito medico e sanitario.
«Crediamo che le persone più vicine a una decisione siano sempre le più attrezzate a prenderla: l’individuo, la famiglia e la comunità locale. Questi strati della società non sono un ostacolo alla sicurezza pubblica; sono il fondamento di una società resiliente. Le comunità forti non indeboliscono una nazione. La stabilizzano», ha affermato Wilson.
CHD, il Brownstone Institute, Stand for Health Freedom, l’Health Freedom Defense Fund e l’ Autism Action Network hanno co-sponsorizzato il lancio di COVIDJustice.org. La petizione rimarrà attiva a tempo indeterminato, ha affermato Kane.
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«Non si tratta di vendetta. Si tratta di chiarezza morale»
I gruppi hanno anche discusso la tempistica del lancio della campagna, in un momento in cui alcune iniziative dell’amministrazione Trump, tra cui il movimento Make America Healthy Again (MAHA), si trovano ad affrontare rischi derivanti da priorità contrastanti. Tra questi rischi rientrano il recente ordine esecutivo di Trump sul glifosato e i tentativi dell’American Academy of Pediatrics (AAP) di bloccare la riunione programmata questo mese del gruppo di consulenti sui vaccini dei Centers for Disease Control and Prevention.
«Vedere un’organizzazione commerciale privata, finanziata da Big Pharma, andare in tribunale per annullare una riunione programmata dal potere esecutivo del governo federale è scioccante e spaventoso. Era questa la ragione originale per cui avevamo scelto la data di lancio», ha affermato Kane.
Tucker ha affermato che la risoluzione «è un’autentica dichiarazione popolare, nel senso che proviene dal basso, come messaggio a chi sta in alto. Le nostre voci saranno ascoltate».
«La Costituzione non è stata scritta per i giorni di calma», ha detto Wilson. «È stata scritta specificamente per i momenti di crisi. Le emergenze sono proprio il momento in cui le protezioni contano di più, perché la paura è un’arma potente. Il nostro obiettivo è muoverci verso un futuro in cui alla paura non sia permesso di prevalere sui diritti e sulle responsabilità delle persone».
Wilson ha anche sottolineato l’imparzialità della campagna.
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«COVIDJustice.org rappresenta un’opportunità per gli americani di diverse convinzioni di riconoscere una preoccupazione comune: l’eccesso di potere del governo può verificarsi rapidamente quando manca la responsabilità. Questa non è una questione di parte. È una questione umana».
Tucker ha affermato che, sebbene alcune persone si siano lasciate alle spalle il COVID-19 e le politiche di quell’epoca, la campagna non è ancorata al passato, ma guarda al futuro.
«È davvero nel passato, finché non avremo scuse, ricoveri e qualche forma di risarcimento? Non ne sono così sicuro. La politica del lockdown fino alla vaccinazione è ancora in vigore presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Devo ancora vedere prove che non accadrà di nuovo. Le persone sono più germofobiche che mai», ha detto Tucker.
Secondo Tucker, le questioni irrisolte sulla risposta ufficiale alla pandemia di COVID-19 stanno ostacolando gli sforzi dei decisori politici e delle agenzie federali, tra cui il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) degli Stati Uniti, guidato da Robert F. Kennedy Jr.
«Il nuovo HHS ha incontrato difficoltà nell’attuare la riforma, in parte perché non ha ancora fatto i conti con quanto accaduto», ha affermato Tucker.
«Le nazioni, come le famiglie, crescono quando sono disposte a valutare onestamente ciò che è accaduto. Questo è un concetto che qualsiasi entità di successo sposa», ha affermato Wilson. «Il coinvolgimento di Stand for Health Freedom in COVIDJustice.org non riguarda il rivivere il passato, né la vendetta. Riguarda la chiarezza morale».
Kane ha affermato che queste questioni irrisolte hanno spinto CHD e altri gruppi per la libertà medica a collaborare a questa e ad altre recenti iniziative.
«Non ho mai visto il nostro movimento procedere nella stessa direzione come ora», ha affermato. «Abbiamo la coalizione del Medical Freedom Act, la coalizione End the Vaccine Carveout e ora abbiamo CovidJustice.org. Mai nella storia del nostro movimento abbiamo visto questo livello di coordinamento. Questi sforzi collaborativi ci stanno aiutando a trovare una nuova forza».
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Le risoluzioni chiedono un limite di 30 giorni per le dichiarazioni di emergenza nazionale o statale
Secondo la risoluzione proposta:
«Molte misure adottate in nome della salute pubblica, sia a livello federale che nella maggior parte degli stati, non avevano prove sufficienti di efficacia, in alcuni casi erano arbitrarie, imponevano danni sproporzionati ai poveri e alle classi lavoratrici e violavano i principi fondamentali del governo limitato».
La risoluzione affronta le misure adottate durante la pandemia di COVID-19, come l’obbligo di vaccinazione e mascherine e i lockdown, l’introduzione dei «passaporti vaccinali», la chiusura di scuole, università e attività «non essenziali» e la censura di scienziati e altri che hanno messo in discussione le politiche istituzionali sul COVID-19.
Si propone inoltre di stabilire un limite futuro di 30 giorni per le dichiarazioni di emergenza nazionale o statale che non possono essere rinnovate «senza una nuova autorizzazione esplicita da parte di un voto del Congresso o della rispettiva legislatura statale».
La risoluzione chiede inoltre la fine dei protocolli ospedalieri «diretti dalle agenzie» che «violano il rapporto medico-paziente e calpestano i diritti individuali nelle cure mediche» e la tutela dell’autonomia corporea, dell’esercizio religioso e dei diritti dei bambini durante un’emergenza sanitaria pubblica.
La coalizione invita i governi federali e statali a sancire queste tutele nella legge. I gruppi chiedono inoltre al Government Accountability Office di «condurre audit annuali dei piani federali e statali di preparazione alle emergenze per garantire il rispetto dei principi qui contenuti».
Michael Nevradakis
Ph.D.
© 25 febbraio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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Epidemie
L’India si muove per contenere l’epidemia del mortale virus Nipah, oltre 100 persone in quarantena
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Epidemie
Kennedy: RFK Jr.: «la manipolazione psicologica dei pazienti affetti dalla malattia di Lyme è finita»
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il Segretario alla salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., ha convocato una tavola rotonda il 15 dicembre per celebrare un importante cambiamento nella politica federale sulla malattia di Lyme, impegnandosi a promuovere iniziative per migliorare la diagnosi, il trattamento e la copertura Medicare. Sottolineando decenni di negligenza, Kennedy ha affermato che l’incontro segna la fine del «gaslighting» [«manipolazione psicologica, ndt] dei pazienti affetti da malattia di Lyme.
La scorsa settimana, il Segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., ha segnalato un importante cambiamento nella politica federale sulla malattia di Lyme, dopo aver convocato una tavola rotonda di alto livello in cui si è riconosciuto che decenni di manipolazione psicologica nei confronti dei pazienti affetti da questa malattia cronica sono stati fatti.
Il dibattito di due ore, tenutosi il 15 dicembre, ha riunito pazienti, medici, ricercatori e legislatori per due incontri consecutivi. Le discussioni hanno portato a nuovi impegni per migliorare diagnosi, trattamento e copertura assicurativa.
Il primo panel si è concentrato sulle esperienze dei pazienti, sulle diagnosi errate e sulle sfide cliniche quotidiane della malattia di Lyme cronica. Il secondo ha esplorato gli approcci scientifici e tecnologici emergenti, tra cui l’intelligenza artificiale (IA), gli strumenti diagnostici avanzati, le terapie immunitarie e l’analisi integrata dei dati.
Kennedy ha aperto la sessione descrivendo la malattia di Lyme come un problema di salute pubblica trascurato e al tempo stesso profondamente personale. Ha affermato che le zecche sono state una preoccupazione costante durante i decenni in cui ha cresciuto la sua famiglia vicino a Bedford, New York, e ha spiegato come la malattia abbia colpito diversi membri della sua famiglia.
«Ho contratto la malattia di Lyme intorno al 1986, quando era ancora molto, molto difficile persino diagnosticarla», ha detto Kennedy. Uno dei suoi figli ha poi sviluppato la paralisi di Bell e un altro figlio ha sofferto di malattia di Lyme cronica. Ha descritto la condizione come «una malattia invisibile» e ha affermato che le agenzie sanitarie federali hanno ignorato le preoccupazioni dei pazienti per decenni.
«Per molti anni, questa agenzia ha adottato una politica deliberata di rifiuto di interagire con la comunità affetta da Lyme», ha affermato Kennedy. Alcuni funzionari hanno liquidato i sintomi dei pazienti come psicosomatici e li hanno indirizzati a cure psichiatriche. «Non si può immaginare una combinazione peggioreÌ, ha affermato.
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«Questa malattia ha distrutto delle vite»
La malattia di Lyme è un’infezione batterica che si diffonde attraverso le punture di zecca. I Centers for Disease Control and Prevention stimano che ogni anno vengano diagnosticate e trattate 476.000 persone. I dati federali suggeriscono che nell’ultimo decennio tra i 5 e i 7 milioni di americani siano stati infettati.
Secondo il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS), gli attuali test basati sugli anticorpi spesso non rilevano le infezioni in fase iniziale e avanzata, ritardando il trattamento. Fino al 20% dei pazienti presenta sintomi persistenti che degenerano in patologie croniche e debilitanti.
I relatori hanno sottolineato ripetutamente che la malattia di Lyme non è una semplice infezione, ma una malattia complessa e multisistemica, spesso complicata da coinfezioni che possono imitare o scatenare altre condizioni, tra cui la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide e la fibromialgia.
«Conosco moltissime persone la cui vita è stata distrutta da questa malattia, che vanno da un medico all’altro nel tentativo di trovare qualcuno che possa curarle», ha detto Kennedy.
Ha descritto la tavola rotonda come un punto di svolta. «Questa giornata segna una pietra miliare per questa agenzia, in cui riconosciamo che si tratta di una malattia», ha affermato. «Uno dei motivi per cui abbiamo voluto ospitare questo incontro, come ho chiarito, è annunciare al mondo che il gaslighting sui pazienti affetti dalla malattia di Lyme è finito».
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L’Intelligenza Artificiale, i nuovi test e la copertura Medicare segnalano una rottura con la precedente politica sulla malattia di Lyme
Il secondo panel si è concentrato sull’innovazione, con ricercatori dell’HHS, dei National Institutes of Health e di istituzioni private che hanno illustrato nuovi strumenti diagnostici e approcci basati sui dati per il trattamento della malattia di Lyme.
I relatori hanno evidenziato i test di rilevamento diretto, l’apprendimento automatico per analizzare dati biologici complessi e le terapie progettate per affrontare sia le infezioni che le infiammazioni croniche.
Nel corso della sessione, Kennedy ha annunciato il rinnovo del LymeX Innovation Accelerator, un partenariato pubblico-privato lanciato nel 2020 e sostenuto dalla Steven & Alexandra Cohen Foundation.
Secondo l’HHS, il programma prevede oltre 10 milioni di dollari in finanziamenti per promuovere lo sviluppo di sistemi diagnostici di nuova generazione, con diversi team attualmente impegnati nella convalida clinica e nella revisione normativa.
Secondo l’HHS, il rinnovato impegno si concentrerà sull’innovazione incentrata sul paziente e sugli strumenti diagnostici basati sull’intelligenza artificiale «che supportano un rilevamento più precoce e accurato in tutte le fasi dell’infezione».
L’HHS ha inoltre inaugurato una pagina web sulla malattia di Lyme e delineato una strategia nazionale che mette in risalto i dati aperti, la ricerca trasparente e il coinvolgimento diretto dei pazienti.
In un importante aggiornamento delle norme, Mehmet Oz, amministratore dei Centers for Medicare and Medicaid Services, ha chiarito che Medicare coprirà esplicitamente l’assistenza per la malattia di Lyme cronica secondo le linee guida aggiornate sulla gestione delle cure croniche per condizioni complesse.
«Possiamo coprire la malattia di Lyme cronica. In realtà è già coperta», ha detto Oz. La malattia di Lyme cronica ha fattori scatenanti infettivi chiaramente identificabili, quindi «abbiamo aggiornato il nostro sito web per renderlo più chiaro», ha aggiunto.
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«Il peso è enorme» per i pazienti e le famiglie
I legislatori hanno accolto con favore il cambiamento. Il deputato repubblicano della Virginia Morgan Griffith, che ha dichiarato di soffrire della sindrome di Alpha-gal, nota anche come allergia alla carne rossa, legata all’esposizione alle zecche, ha definito la discussione un segno di serio impegno federale.
“La tavola rotonda di oggi dimostra che il Segretario Kennedy, il Dott. Oz e i legislatori si sono impegnati fermamente per affrontare la malattia di Lyme e altre malattie trasmesse dalle zecche negli Stati Uniti”, ha affermato Griffith nel comunicato stampa dell’HHS.
Le storie dei pazienti hanno evidenziato il costo umano della malattia di Lyme. Olivia Goodreau ha affermato di aver consultato 51 medici nell’arco di 18 mesi prima di ricevere una diagnosi di Lyme. La diagnosi è stata seguita da anni di test per identificare molteplici coinfezioni.
Samuel Sofie ha descritto le famiglie che prosciugano i propri risparmi alla ricerca di cure efficaci. «Alcuni pazienti passano anni a investire tutti i loro soldi nelle cure, ma non migliorano», ha detto Sofie.
Kennedy ha sottolineato che la malattia di Lyme contribuisce in modo significativo alle malattie croniche in tutto il Paese. «Il peso è enorme. E i costi economici non sono stati quantificati da nessuna parte, ma… ci sono costi collaterali di ogni tipo. Quando le persone non possono lavorare, le famiglie vengono distrutte. E ho visto la pressione che questo esercita sulle famiglie», ha affermato.
Il vicesegretario dell’HHS, Jim O’Neill, ha inquadrato la tavola rotonda come parte di un più ampio sforzo federale per affrontare le malattie croniche attraverso la tecnologia. «Questo evento dimostra che non aspettiamo il nuovo anno per agire», ha affermato.
I sostenitori hanno accolto con favore il cambiamento, ma hanno sottolineato la necessità di darne seguito. Dorothy Kupcha Leland, presidente di LymeDisease.org, ha scritto sul suo blog che la tavola rotonda ha affrontato esigenze di lunga data dei pazienti, tra cui test, trattamenti e copertura assicurativa migliori, ma ha avvertito che un cambiamento significativo richiederà una volontà politica costante, infrastrutture e finanziamenti.
«Non è stato un brutto modo per iniziare una conversazione tanto necessariaÌ, ha scritto. «Ma resta da vedere se ne uscirà qualcosa».
Lo staff di The Defender
© 22 dicembre 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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