Cina
Cina, la «sinicizzazione» di una moschea dietro gli scontri fra polizia e gli Hui in Yunnan
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Nella contea di Tonghai dura repressione delle proteste sul piano di ristrutturazione, che vuole imporre la ricostruzione della cupola «in stile cinese». Attraverso i simboli le autorità rafforzano le maglie del controllo e della censura sulle religioni. Tagliate le comunicazioni, censurata su Weibo la ricerca «Najiaying Mosque». Rimosse le parole arabe sulle insegne dei negozi musulmani.
La comunità musulmana di una città del sud-ovest della Cina ha ingaggiato pesanti scontri con le forze dell’ordine per tutto il fine settimana, nel tentativo di bloccare la demolizione – disposta dalle autorità – della cupola di una moschea in stile arabo. Secondo il progetto voluto dall’amministrazione locale, la nuova volta dovrà essere realizzata secondo uno «stile cinese», scatenando l’ira dei fedeli islamici.
Gli agenti di polizia, in assetto anti-sommossa, hanno circondato il luogo di culto ostacolati dai musulmani (qui il video) che cercavano di impedirne l’intervento. Fonti locali riferiscono che il piano di ristrutturazione e rinnovamento della moschea stessa sia parte di un disegno più ampio di «sinicizzazione» – che riguarda anche i cristiani – in una prospettiva di rafforzamento del controllo delle religioni.
Gli scontri sono avvenuti all’esterno della moschea di Najiaying (纳家营清真寺), nella città di Nagu, nella contea di Tonghai, nella provincia dello Yunnan (云南省通海县纳古镇), area in cui l’etnia Hui musulmana è maggioranza rispetto al resto del Paese.
I fedeli islamici si sono dati appuntamento all’esterno del luogo di culto il 27 maggio, per cercare di bloccare le autorità che avevano disposto l’abbattimento della cupola. La gente del posto ha promosso sit-in all’esterno della moschea giorno e notte, nel tentativo di proteggerla.
I video circolati online mostrano gli agenti in tenuta anti-sommossa usare scudi per bloccare l’accesso ai manifestanti, mentre questi ultimi hanno iniziato a lanciare sassi e pietre contro la polizia. Alcuni manifestanti hanno rotto il blocco e hanno abbattuto le impalcature, installate in precedenza proprio per permettere i lavori di demolizione sulla facciata.
Il 28 maggio altri agenti a rinforzo sono arrivati nei pressi della moschea, mentre nuovi filmati venivano rilanciati in rete che mostravano decine di veicoli della polizia parcheggiati tutto attorno all’edificio.
La moschea di Najiaying risale al XIII secolo ed era un luogo di culto musulmano ispirato a un tempio in stile cinese. L’attuale edificio è frutto di un rinnovamento risalente al 2004, con la realizzazione di una cupola in stile arabo e quattro torri, in grado di contenere sino a 3 mila persone per la preghiera.
Oggi la moschea è un importante luogo di culto per la comunità musulmana locale, non solo per i fedeli ma per le stesse autorità che volevano riportarla allo stile cinese di un tempo nel quadro di un progetto più ampio di «sinicizzazione» di luoghi di culto e religioni. Secondo il Washington Post, il conflitto potrebbe affondare le radici in una sentenza del tribunale nel 2020 in base al quale parte della struttura dell’edificio era illegale.
Le autorità locali stanno esortando i manifestanti ad arrendersi alla polizia prima del 6 giugno, per beneficiare di una punizione più mite. Le chiamate ai telefoni in città sono rimaste senza risposta, mentre la polizia avrebbe inviato veicoli con dispositivi a bordo per disturbare le comunicazioni via cellulare che risulterebbero in gran parte tagliate o interrotte.
Nel frattempo, filmati e informazioni sulle ragioni della protesta sono censurati anche sui social network cinesi. La ricerca di «Najiaying Mosque» su Weibo, un servizio cinese simile a Twitter, non restituisce risultati.
Le autorità cinesi stanno sostenendo il concetto di «sinicizzazione» per rafforzare il controllo del culto. Ai gruppi religiosi viene ordinato di predicare l’ideologia del Partito comunista cinese, incluso il pensiero di Xi Jinping, e di reinterpretare «i valori socialisti di base» come parte delle dottrine e dell’etica delle religioni.
Negli ultimi anni Pechino ha imposto maggiori restrizioni nello Xinjiang e si stima che circa un milione di cinesi di etnia musulmana – tra cui uiguri e kazaki – siano incarcerati nei campi di rieducazione. Le autorità hanno negato l’esistenza dei campi, affermando che quelle che vengono definite strutture di incarcerazione sono in realtà scuole per la formazione professionale e per contrastare l’estremismo (islamico).
Gli sforzi delle autorità di sinicizzazione su altri gruppi musulmani si sono diffusi nel silenzio al di fuori dello Xinjiang.
In passato, l’etnia Hui di lingua cinese era più tollerata, ma dal 2019 anch’esse sono state oggetto di maggiori controlli. Il governo ha rimosso le cupole e simboli come la mezzaluna crescente, convertendo le strutture nello Yunnan, Ningxia e Qinghai – dove vi è una consistente popolazione musulmana – in uno stile cinese.
Infine, i simboli islamici e le parole arabe sulle insegne dei negozi dei musulmani sono stati rimossi in tutto il Paese.
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Immagine screenshot da YouTube
Cina
L’editore cattolico Jimmy Lai condannato a 20 anni di carcere con la «legge sulla sicurezza nazionale» cinese
L’imprenditore cattolico e dissidente politico cinese Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere da un tribunale di Hong Kong. Lo riporta LifeSite.
Lunedì, la corte ha emesso la sentenza più severa finora in base alla legge sulla sicurezza nazionale, stabilendo che i suoi reati di sedizione e collusione con forze straniere erano «gravi» e «premeditati».
La battaglia legale tra Lai e il Partito Comunista Cinese (PCC) è durata più di cinque anni, poiché il magnate degli affari e fondatore del quotidiano Apple Daily è stato arrestato nell’agosto 2020 e dichiarato colpevole nel dicembre dello scorso anno di un’accusa di pubblicazione sediziosa e due di collusione con l’estero.
La Corte di Hong Kong ha sostenuto che la pena severa è stata emessa perché Lai era la «mente» dietro le cospirazioni internazionali. Lai ha ripetutamente negato le accuse e ha sostenuto di essere un prigioniero politico.
I sostenitori e i familiari del 78enne cattolico hanno avvertito che Lai potrebbe morire in prigione a causa delle sue condizioni di salute.
Suo figlio Sebastian ha dichiarato alla BBC che la condanna al carcere era «fondamentalmente una condanna a morte» e che suo padre era stato punito per aver difeso «le libertà di Hong Kong».
Il tribunale ha inoltre inflitto pene detentive a sei ex dipendenti senior dell’Apple Daily, a un attivista anti-PCC e a un assistente legale. Le pene detentive vanno da sei anni e tre mesi a 10 anni.
Dopo l’arresto di Lai nel 2020, diversi giornalisti di alto livello del suo quotidiano, l’Apple Daily, sono stati arrestati nei mesi successivi. Il quotidiano è stato infine costretto a chiudere nel giugno 2021, con l’ultima edizione che ha venduto un milione di copie.
La figlia di Lai, Claire, ha sottolineato che la loro fede è riposta in Dio. «Non smetteremo mai di lottare finché non sarà libero», ha affermato.
Le organizzazioni internazionali per i diritti umani e molti leader governativi in tutto il mondo hanno condannato la dura pena detentiva.
«Lo stato di diritto è stato completamente infranto a Hong Kong», ha dichiarato Jodie Ginsberg, CEO del Comitato per la Protezione dei Giornalisti. «La vergognosa decisione di oggi è l’ultimo chiodo sulla bara della libertà di stampa a Hong Kong. La comunità internazionale deve intensificare la pressione per la liberazione di Jimmy Lai se vogliamo che la libertà di stampa sia rispettata ovunque nel mondo».
Secondo l’organizzazione Reporter senza frontiere, oltre 900 giornalisti di Hong Kong hanno perso il lavoro dall’entrata in vigore della controversa legge sulla sicurezza nazionale nel 2020.
Il deputato repubblicano John Moolenaar, presidente della Commissione speciale sulla Cina della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, ha affermato che se il presidente cinese Xi Jinping «vuole migliorare i suoi rapporti con gli Stati Uniti, deve iniziare liberando Jimmy Lai».
La portavoce per gli affari esteri dell’UE, Anitta Hipper, ha affermato che l’Unione «deplora» la condanna di Lai e chiede il suo «rilascio immediato e incondizionato».
Il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper ha affermato che Lai, che è anche cittadino britannico, è stato oggetto di un «procedimento penale motivato politicamente» e che il suo governo «si impegnerà rapidamente» con il governo cinese sulla questione.
Come riportato da Renovatio 21, la condanna per sedizione del Lai risale a due mesi fa.
L’anno passato il presidente americano Donald Trump aveva affermato di aver parlato dell’incarcerazione di Lai con il presidente cinese Xi Jinping.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Cina
Kabul, attentato contro obiettivi cinesi mentre Pechino rafforza presenza economica
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Cina
La Cina testa con successo un drone armato di fucile
Una delle principali aziende tecnologiche cinesi, Wuhan Guide Infrared, ha condotto con successo il test di un nuovo veicolo aereo senza pilota (UAV) armato di fucile, ottenendo una precisione mai registrata in precedenza.
Negli ultimi anni, le imprese cinesi hanno guidato lo sviluppo dei droni, con numerosi modelli civili che dominano ampiamente il mercato internazionale.
Secondo l’edizione di dicembre del Journal of Gun Launch and Control, il drone è stato realizzato in collaborazione con l’Accademia per le Operazioni Speciali dell’esercito cinese. Nel corso della prova, ha sparato 20 colpi singoli con il fucile d’ordinanza contro un bersaglio delle dimensioni di un essere umano posto a 100 metri di distanza, rimanendo librato a circa dieci metri dal suolo.
Il drone avrebbe conseguito un tasso di successo del 100%, con dieci proiettili concentrati in un raggio di 11 centimetri.
A differenza di sistemi analoghi, questo nuovo UAV non necessita di un’arma appositamente progettata o modificata, ma impiega il normale fucile d’assalto in dotazione all’esercito cinese, come riportato dalla pubblicazione.
Tali risultati eccezionali deriverebbero da algoritmi avanzati di stabilizzazione e puntamento, oltre a un innovativo sistema di fissaggio. Inoltre, gli ingegneri cinesi avrebbero creato un software dedicato che calibra l’angolo di tiro in funzione della distanza, delle stime del vento e di altri fattori, ottimizzato attraverso simulazioni informatiche.
Il limite attuale del sistema consiste nella capacità di sparare solo colpi singoli.
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In un altro sviluppo recente, lo scorso mese l’Aviation Industry Corporation of China (AVIC) ha annunciato il primo volo del suo drone pesante a reazione Jiutian (High Sky), in grado di trasportare e rilasciare fino a 100 piccoli UAV kamikaze guidati dall’Intelligenza Artificiale.
La «nave madre» del drone, con una capacità di carico utile massima di quasi sei tonnellate, era già stata mostrata in precedenza equipaggiata con diverse munizioni aria-superficie e aria-aria.
Secondo il produttore, il Jiutian può operare a quote fino a 15.000 metri e mantenere il volo per 12 ore consecutive.
Come riportato da Renovatio 21, la Cina negli anni passati aveva varato anche una nave portaerei per droni.
Nel frattempo, secondo quanto riportato dalla CNN lo scorso settembre citando un generale dell’esercito, le forze armate statunitensi stanno cercando di colmare il divario nelle tecnologie moderne dei droni.
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Immagine generata artificialmente
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