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Storia
Chi sono i nazionalisti integralisti ucraini?
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Chi conosce la storia dei nazionalisti integralisti ucraini, i «nazisti» secondo la terminologia del Cremlino? Ha inizio durante la prima guerra mondiale, prosegue nella seconda guerra mondiale, poi durante la guerra fredda e, oggi, con l’operazione militare russa. Molti documenti sono stati distrutti e l’Ucraina moderna vieta, pena la reclusione, di menzionarne i crimini. Ma la storia non si cancella: queste persone hanno massacrato almeno quattro milioni di compatrioti e hanno concepito l’architettura della soluzione finale, ossia dell’uccisione di milioni di persone per l’appartenenza, reale o presunta, alle comunità ebraiche o zingare d’Europa.
Come maggior parte degli analisti e commentatori politici occidentali, anch’io fino al 2014 ignoravo l’esistenza dei neonazisti ucraini. Quando fu rovesciato il presidente eletto vivevo in Siria; credetti si trattasse di gruppuscoli violenti che avevano fatto irruzione sulla scena politica per dare manforte agli elementi filoeuropei.
Dopo l’intervento russo ho via via scoperto molti documenti e informazioni su questo movimento politico, che nel 2021 rappresentava un terzo delle forze armate ucraine. In questo articolo presento una sintesi delle mie ricerche.
Nei primissimi anni in cui ha avuto inizio questa storia, ossia anteriormente alla prima guerra mondiale, l’Ucraina era una vasta pianura da sempre contesa fra l’influenza tedesca e quella russa. All’epoca non era uno Stato indipendente, ma una provincia dell’impero zarista. Era abitata da tedeschi, bulgari, greci, polacchi, rumeni, russi, cechi, tatari e da una forte minoranza ebraica, supposta discendere dall’antico popolo Cazaro.
Un giovane poeta, Dmytro Dontsov, si appassionò ai movimenti dell’avanguardia artistica, ritenendo che avrebbero potuto far uscire il Paese dall’arretratezza sociale. All’impero zarista, immobile dalla morte della grande Caterina, Dontsov preferì l’impero tedesco, fulcro scientifico dell’Occidente.
Allo scoppio della Grande Guerra, Dontsov si trasformò in agente dei servizi segreti tedeschi. Emigrò in Svizzera, dove per loro conto pubblicò in diverse lingue il Bollettino delle nazionalità di Russia, incitandovi all’insurrezione le minoranze etniche dell’impero zarista per provocarne il crollo. I servizi segreti occidentali ne adottarono il modello per organizzare, l’estate scorsa a Praga, il Forum dei Popoli Liberi di Russia. (1)
Nel 1917 la rivoluzione bolscevica rovesciò la situazione. Gli amici di Dontsov si schierarono con la Rivoluzione russa, mentre lui rimase filotedesco. Nel periodo di anarchia che seguì, l’Ucraina fu divisa di fatto in tre distinti regimi: i nazionalisti di Symon Petliura (che s’imposero nella zona oggi controllata dall’amministrazione Zelensky); gli anarchici di Nestro Makhno (che si organizzarono in Novorossia, territorio che mai conobbe la servitù della gleba, sviluppato dal principe Potemkin); infine i bolscevichi (presenti soprattutto in Donbass). Il grido di battaglia dei sostenitori di Petliura era «Morte agli ebrei e ai bolscevichi!». Moltissimi i pogrom sanguinari da loro perpetrati.
Dmytro Dontsov tornò in Ucraina prima della disfatta tedesca e divenne il protetto di Symon Petliura. Dopo una fugace partecipazione alla Conferenza di pace di Parigi, abbandonò la delegazione ucraina, senza che se ne conosca la ragione. In Ucraina aiutò Petliura ad allearsi con la Polonia per schiacciare gli anarchici e i bolscevichi. Dopo la presa di Kiev da parte dei bolscevichi, Petliura e Dontsov negoziarono il Trattato di Varsavia (22 aprile 1920): le forze armate polacche s’impegnavano a respingere i bolscevichi e a liberare l’Ucraina in cambio della Galizia e della Volinia (proprio come oggi l’amministrazione Zelensky negozia l’entrata in guerra della Polonia in cambio degli stessi territori) (2).
La guerra fu un disastro.

Vladimir Jabotinsky, nato a Odessa, teorico del sionismo revisionista. Secondo lui Israele era una terra senza popolo per un Popolo senza terra.
Per rafforzare il proprio campo, Petliura negoziò in segreto con il fondatore dei battaglioni ebraici dell’esercito britannico (la Legione Ebraica), nonché amministratore dell’Organizzazione Sionista Mondiale (OSM), Vladimir Jabotinsky.
A settembre 1921 i due concordarono di fare fronte comune contro i bolscevichi, in cambio dell’impegno di Petliura a imporre alle proprie truppe il divieto di continuare i pogrom. La Legione Ebraica doveva diventare la «Gendarmeria ebraica». Ma, nonostante gli sforzi, Petliura non riuscì a tenere a bada i suoi, tanto più che il suo stretto collaboratore, Dontsov, continuava a incitare al massacro degli ebrei.
Alla fine, dopo la rivelazione dell’Accordo, l’Organizzazione Sionista Mondiale avversò il regime di Petliura.
Il 17 gennaio 1923 l’OSM istituì una commissione d’inchiesta sulle attività di Jabotinsky. Costui si rifiutò di giustificare il proprio operato e diede le dimissioni.

Symon Petliura s’impadronì del nord dell’Ucraina. Protettore dei nazionalisti integralisti, sacrificò Galizia e Volinia per combattere i russi.
Petliura fuggì prima in Polonia e poi in Francia, dove fu ucciso da un ebreo anarchico di Bessarabia (attuale Transnistria), che durante il processo assunse la piena responsabilità dell’assassinio, dichiarando di averlo commesso per vendicare le centinaia di migliaia di ebrei ammazzati dalle truppe di Petliura e Dontsov. Il processo ebbe grande risonanza. Il tribunale rimise in libertà l’omicida. In quest’occasione fu fondata la Lega contro i Pogrom, la futura LICRA (Lega Internazionale Contro il Razzismo e l’Antisemitismo).
I bolscevichi sconfissero non soltanto i nazionalisti, ma anche gli anarchici. S’imposero ovunque e decisero, non senza dibatterne, di unirsi all’Unione Sovietica.
Dontsov pubblicò riviste letterarie che esercitarono grande fascino sui giovani. Seguitò ad auspicare un’Europa centrale dominata dalla Germania e si avvicinò al nazismo via via che il movimento si affermava.
Ben presto battezzò la propria dottrina «nazionalismo integralista ucraino», in riferimento al poeta francese Charles Maurras. Dontsov e Maurras partono dal medesimo assunto: cercare nella propria cultura gli elementi per l’affermazione di un nazionalismo moderno. Ma Maurras era germanofobo, Dontsov invece germanofilo.
L’espressione «nazionalismo integralista» è tuttora rivendicata dagli adepti di Dontsov, che dalla caduta del terzo Reich stanno attenti a ricusare il termine «nazismo», con cui i russi, non senza motivo, li definiscono.
Secondo Dontsov, il nazionalismo ucraino si caratterizza per:
– «l’affermazione della volontà di vivere, di potenza e di espansione» (promuove «Il diritto delle razze forti di organizzare popoli e nazioni per rafforzare la cultura e la civiltà esistenti»);
– «il desiderio di combattere e la consapevolezza di doverlo fare fino alle estreme conseguenze» (tesse le lodi della «violenza creatrice della minoranza capace d’iniziativa»).
Le sue peculiarità sono:
– «il fanatismo»;
– «l’immoralità».
Voltando le spalle al proprio passato, Dontsov divenne un ammiratore incondizionato del Führer. I suoi discepoli avevano fondato nel 1929 l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), la cui figura centrale era il colonnello Yevhen Konovalets, che definì Dontsov «dittatore spirituale della gioventù della Galizia».
Mentre nasceva una disputa con un altro intellettuale a proposito dell’estremismo di Dontsov, in guerra perenne contro tutti, Konovalets fu assassinato. L’OUN, finanziato dai servizi segreti tedeschi, si divise in due fazioni. L’organizzazione dei nazionalisti integralisti si chiamò OUN-B, dal nome del discepolo prediletto di Dontsov, Stepan Bandera.
Negli anni 1932-33 i commissari politici sovietici, per la maggior parte ebrei, istituirono, in Ucraina e in tutte le altre regioni dell’URSS, un’imposta sui raccolti. Questa politica, combinata a importanti e imprevedibili eventi climatici, provocò in molte regioni dell’Unione Sovietica, fra cui l’Ucraina, una gigantesca carestia, conosciuta con il nome di Holodomor. Al contrario di quanto afferma lo storico nazionalista integralista Lev Dobrianski, non si trattò di un piano dei russi per sterminare gli ucraini, dal momento che ne furono colpite anche altre regioni, ma di una gestione inadeguata delle risorse pubbliche in un momento di cambiamento climatico. La figlia di Dobrianski, Paula, divenne una delle collaboratrici del presidente George W. Bush; si batté senza esclusione di colpi per negare le università occidentali agli storici che non aderivano alla propaganda del padre. (3)
Nel 1934 Bandera, in quanto membro dei servizi segreti nazisti, nonché capo dell’OUN-B, organizzò l’assassinio del ministro dell’Interno polacco, Bronislaw Pieracki.
Dal 1939 i membri dell’OUN-B, organizzati in una formazione militare, l’UPA, furono addestrati in Germania dell’esercito tedesco, poi, sempre in Germania, dagli alleati giapponesi. Bandera propose a Dontsov di mettersi a capo dell’organizzazione, ma l’intellettuale rifiutò, preferendo il ruolo di leader a quello di comandante operativo.
I nazionalisti integralisti riconobbero l’invasione della Polonia, frutto del patto tedesco-sovietico. Come ha dimostrato Henry Kissinger, che certamente non può essere tacciato di simpatie sovietiche, l’URSS non voleva annettere la Polonia, ma neutralizzarne una parte per prepararsi allo scontro con il Reich. Lo scopo del cancelliere Hitler era invece avviare la conquista di uno «spazio vitale» in Europa centrale.
Sin dall’inizio della seconda guerra mondiale l’OUN-B si batté, su indicazione di Dontsov, a fianco dei nazisti, contro ebrei e sovietici.
La collaborazione tra nazionalisti integralisti ucraini e nazisti proseguì con continui massacri della maggioranza della popolazione ucraina ritenuta ebrea o comunista.
Nell’estate del 1941 l’Ucraina fu «liberata» dal III Reich, al motto «Slava Ukraïni!» (Gloria all’Ucraina), grido di battaglia oggi utilizzato dall’amministrazione Zelensky e dai Democratici Usa.
A Leopoli, non a Kiev, i nazionalisti integralisti proclamarono l’«indipendenza» dell’Ucraina dall’Unione Sovietica, alla presenza di rappresentanti nazisti e del clero greco-ortodosso, sull’esempio della Guardia di Hlinka in Slovacchia e degli Ustascia in Croazia. Formarono un governo sotto la leadership del Providnyk (guida) Bandera, di cui primo ministro fu l’amico Yaroslav Stetsko.
Si stima che i loro sostenitori in Ucraina fossero 1,5 milioni. Dunque i nazionalisti integralisti sono sempre stati esigua minoranza.

Celebrazione con dignitari nazisti dell’Ucraina indipendente. I tre ritratti alle spalle degli oratori sono di Stepan Bandera, Adolf Hitler e Yevhen Konovalets.
I nazisti si divisero tra la fazione guidata dal commissario del Reich per l’Ucraina, Erich Koch, per il quale gli ucraini erano sub-umani, e quella del ministro dei Territori occupati di Oriente, Alfred Rosenberg, per il quale i nazionalisti integralisti erano validi alleati.
Alla fine, il 5 luglio 1941 Bandera fu deportato a Berlino e messo in Ehrenhaft («onorevole detenzione»), ossia sottoposto a obbligo di residenza con rango elevato.
Tuttavia, il 13 settembre 1941, poiché membri dell’OUN-B avevano assassinato i capi della fazione rivale, l’OUN-M, i nazisti sanzionarono Bandera e la sua organizzazione. 48 dirigenti dell’OUN-B furono rinchiusi in un campo di prigionia, ad Auschwitz (all’epoca non ancora campo di sterminio, ma semplice prigione).
L’OUN-B fu riorganizzata sotto comando tedesco. Tutti i nazionalisti ucraini prestarono allora il seguente giuramento: «Figlio fedele della mia Patria, mi unisco volontariamente ai ranghi dell’Esercito di Liberazione Ucraino e con gioia giuro di combattere fedelmente il bolscevismo per l’onore del popolo. Questa battaglia la combatto a fianco della Germania e dei suoi alleati, contro un nemico comune. Con fedeltà e sottomissione incondizionata credo in Adolf Hitler quale dirigente e comandante supremo dell’Esercito di Liberazione. Sono disposto a sacrificare in ogni momento la mia vita per la verità».

Il giuramento dei membri dell’OUN di fedeltà al Führer Adolf Hitler.
I nazisti annunciarono di aver scoperto nelle prigioni molti corpi di vittime degli «ebrei bolscevichi». Fu così che i nazionalisti integralisti celebrarono la loro «indipendenza» assassinando oltre 30 mila ebrei e partecipando attivamente al massacro di Babij Jar: 33.771 ebrei di Kiev fucilati in due giorni, il 29 e 30 settembre 1941, dalle Einsatzgruppen dell’SS Reinhard Heydrich.
Nel trambusto, Dontsov scomparve. In realtà si era rifugiato a Praga, ove si era messo al servizio dell’ideatore della soluzione finale, Reinhard Heydrich, da poco nominato vicegovernatore di Boemia-Moravia.
Heydrich organizzò la Conferenza di Wannsee, che pianificò la «soluzione finale della questione degli ebrei e degli zingari» (4). In seguito istituì a Praga l’Istituto Reinhard Heydrich per coordinare la sistematica eliminazione di queste popolazioni in Europa.
L’ucraino Dontsov, che adesso viveva nel più gran lusso a Praga, ne divenne immediatamente amministratore. Dontsov fu quindi uno dei più importanti architetti del più grande massacro della storia. Heydrich fu assassinato a giugno 1942, ma Dontsov mantenne incarichi e privilegi.

Reinhard Heydrich pronuncia un discorso al castello di Praga. Era incaricato della gestione della Boemia-Moravia. In realtà il suo compito era coordinare la «soluzione finale» della questione degli ebrei e degli zingari. Dmytro Dontsov entrò a far parte dei collaboratori di Heydrich nel 1942; sovrintese ai massacri in tutta l’Europa, fino alla caduta del Reich. Il castello di Praga a ottobre scorso è stato sede della riunione contro la Russia della Comunità Politica Europea.
Stepan Bandera e il suo vice, Iaroslav Stetsko, furono sottoposti a obbligo di residenza nella sede dell’Ispettorato Generale per i Campi di Concentramento, a Oranienburg–Sachsenhausen, 30 chilometri da Berlino. Inviarono in assoluta libertà lettere ai propri sostenitori e ai dirigenti del Reich e non subirono alcuna restrizione.
A settembre 1944, mentre le forze armate del Reich si ritiravano e i sostenitori di Bandera cominciavano a rivoltarsi contro i tedeschi, Bandera e Stetsko furono liberati dai nazisti e ricollocati negli incarichi precedenti: ripresero la lotta armata contro ebrei e bolscevichi.
Ma ormai era troppo tardi. Il Reich crollò. Gli anglosassoni recuperarono Dontsov, Bandera e Stetsko. Dontsov, il teorico del nazionalismo integralista, fu trasferito in Canada; i due esperti del massacro furono invece mandati in Germania. L’MI6 e l’OSS (antesignano della CIA) riscrissero le loro biografie, cancellandone l’impegno a fianco dei nazisti e le responsabilità nella «soluzione finale».

Stepan Bandera in esilio, mentre celebra la memoria di Yevhen Konovalets.
Bandera e Stetsko furono sistemati a Monaco per organizzare le reti stay-behind anglosassoni in Unione Sovietica. Dal 1950 ebbero a disposizione un’importante emittente radiofonica, Radio Free Europe, che condividevano con i Fratelli Mussulmani di Said Ramadan (padre di Tariq).
La radio era finanziata dal National Committee for a Free Europe, emanazione della CIA: ne erano membri il direttore della radio Alan Dulles, il futuro presidente Dwight Eisenhower, il magnate della stampa Henry Luce, nonché il regista Cecil B. DeMilles. Lo presiedeva lo specialista di guerra psicologica, e futuro protettore degli Straussiani, Charles D. Jackson.
Quanto a Vladimir Jabotinsky, dopo aver abitato in Palestina, si rifugiò a New York, dove lo raggiunse Benzion Netanyahu (padre di Benjamin, attuale primo ministro israeliano). Insieme redassero i testi dottrinali del sionismo revisionista e l’Enciclopedia Ebraica.
Bandera e Stetsko viaggiarono molto. Organizzarono operazioni di sabotaggio in tutta l’Unione Sovietica, in particolare in Ucraina, e volantinaggi aerei. Allo scopo crearono il Blocco delle Nazioni Antisovietiche (ABN), che riuniva Paesi omologhi dell’Europa centrale (6).
L’agente britannico che faceva il doppio gioco, Kim Philby, informava in anticipo i sovietici delle azioni dei banderisti. Bandera incontrò Dontsov in Canada per chiedergli di mettersi a capo della lotta. L’intellettuale rifiutò nuovamente, preferendo dedicarsi ai propri scritti. Il suo pensiero andò alla deriva, involvendosi in un delirio mistico ispirato ai miti vichinghi variaghi: annunciava la battaglia finale dei cavalieri ucraini contro il dragone russo.
Bandera invece si alleò con il leader cinese Chiang Kai-Schek, che incontrò nel 1958. L’anno successivo Bandera fu assassinato a Monaco dal KGB.

Chiang Kai-Schek e Iaroslav Stetsko alla fondazione della Lega Anticomunista Mondiale.
Stetsko continuò la lotta per mezzo di Radio Free Europe e l’ABN. Andò negli Stati Uniti per testimoniare davanti alla Commissione per la repressione delle attività antiamericane, presieduta dal senatore Joseph McCarthy.
Nel 1967 fondò con Chiang Kai-Schek la Lega Anticomunista Mondiale (6). Alla Lega aderirono molti dittatori filostatunitensi di tutto il mondo; aveva due scuole di tortura, a Panama e a Taiwan. Ne fece parte anche Klaus Barbie, che assassinò Jean Moulin in Francia e poi Che Guevara in Bolivia.
Nel 1983 Stetsko venne ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Ronald Reagan e partecipò con il vicepresidente George Bush padre alle cerimonie delle «Nazioni prigioniere» (ossia occupate dai sovietici) di Lev Dobrianski. Finché morì nel 1986.
Ma la vicenda non finisce qui. La moglie, Slava Stetsko, si mise a capo delle organizzazioni del marito. Anch’ella andò in giro per il mondo per sostenere ogni lotta contro russi e cinesi; meglio: contro i comunisti. Al crollo dell’URSS, Slava Stetsko si limitò a cambiare il nome della Lega facendola diventare Lega per la Libertà e la Democrazia, denominazione che conserva a tutt’oggi. In seguito si dedicò a riaffermarsi in Ucraina.
Nel 1994 Slava Stetsko si presentò alle prime elezioni dell’Ucraina indipendente. Fu eletta alla Verkhovna Rada ma, essendole stata revocata la cittadinanza ucraina dai sovietici, non poté presentarsi. Non desistette: fece venire il presidente ucraino Leonid Kuchma a Monaco, dove lo incontrò nei locali della CIA per dettargli passaggi della nuova Costituzione, che ancora oggi all’art. 16 sancisce che «la preservazione del patrimonio genetico del popolo ucraino pertiene alla responsabilità dello Stato». L’Ucraina persiste a proclamare ancora la discriminazione razziale, come nei periodi più bui della seconda guerra mondiale.
Slava Stetsko fu rieletta nelle due successive legislature, di cui presiedette solennemente le sedute di apertura, il 19 marzo 1998 e il 14 maggio 2002.
Nel 2000 Lev Dobransky organizzò a Washington un grande convegno con molti ufficiali ucraini. Vi invitò lo Straussiano Paul Wolfowitz, ex collaboratore di Charles D. Jackson. Durante il simposio i nazionalisti integralisti si misero a disposizione degli Straussiani per distruggere la Russia (8).
L’8 maggio 2007, a Ternopol, per iniziativa della CIA i nazionalisti integralisti dell’Autodifesa del Popolo Ucraino e gli islamisti fondarono un Fronte Antimperialista antirusso, presieduto congiuntamente dall’emiro di Ichkeria, Dokka Umarov, e da Dmytro Yarosh (attuale consigliere speciale del capo delle forze armate ucraine). Vi presero parte organizzazioni di Lituania, Polonia, Ucraina e Russia, oltre ai separatisti di Crimea, Adighezia, Dagestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karachayevo-Cherkessia, Ossezia e Cecenia. Non potendovi partecipare a causa delle sanzioni internazionali, Umarov inviò un intervento scritto.
Retrospettivamente, i tatari di Crimea non riescono a spiegare la loro presenza alla riunione se non con il loro passato al servizio della CIA contro i sovietici.
Dopo la «rivoluzione arancione», il presidente filostatunitense Viktor Yushchenko creò un Istituto Dmytro Dontsov. Yushchenko è un esempio di ripulitura anglosassone: ha sempre affermato di non avere alcun rapporto con i nazionalisti integralisti. L’Istituto Dmytro Dontsov fu chiuso nel 2010 e riaperto dopo il colpo di Stato del 2014.
Il presidente Yushchenko poco prima della fine del suo mandato elevò il criminale contro l’umanità Stepan Bandera al titolo di «eroe della Nazione».
Nel 2011 i nazionalisti integralisti riuscirono a far approvare una legge che vieta di commemorare la fine della seconda guerra mondiale, perché vinta dai sovietici e persa dai banderisti. Ma il presidente Viktor Yanukovich rifiutò di promulgarla. Furiosi, i nazionalisti integralisti attaccarono il corteo dei veterani dell’Armata Rossa, caricando di botte dei vecchi. Due anni dopo le città di Leopoli e d’Ivano-Frankivsk abolirono le cerimonie della Vittoria e vietarono ogni manifestazione di esultanza.
Nel 2014 gli ucraini di Crimea e del Donbass rifiutarono di riconoscere il governo frutto di un colpo di Stato. La Crimea, che si era proclamata indipendente prima dell’Ucraina, espresse di nuovo la propria volontà e aderì alla Federazione di Russia. Il Donbass scelse un compromesso. I nazionalisti ucraini, guidati dal presidente Petro Poroshenko, smisero di provvedere ai servizi pubblici e bombardarono la popolazione. In otto anni assassinarono almeno 16 mila concittadini nell’indifferenza generale.
È così che dopo il colpo di Stato del 2014 le milizie nazionaliste integraliste furono incorporate nelle forze armate ucraine. Nel loro regolamento interno impongono a ogni combattente di leggere le opere di Dmytro Dontsov, in particolare il suo capolavoro, Націоналізм (Nazionalismo).
Ad aprile 2015 la Verkhovna Rada dichiarò i membri dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) «combattenti per l’indipendenza». La legge fu promulgata a dicembre 2018 dal presidente Poroshenko. Chi fece parte delle Waffen SS ebbe diritto a una pensione di vecchiaia retroattiva e a ogni genere di privilegio. La stessa legge stabilì che affermare che i militanti dell’OUN e i combattenti dell’UPA collaborarono con i nazisti e praticarono la pulizia etnica di ebrei e polacchi è reato. Se questo articolo fosse pubblicato in Ucraina manderebbe in prigione me per averlo scritto e voi per averlo letto.
Il 1° luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha promulgato una legge che pone le popolazioni autoctone dell’Ucraina sotto la protezione dei diritti dell’uomo. Diritti che, per difetto, i cittadini di origine russa non possono invocare davanti a un tribunale.
A febbraio 2022 le milizie nazionaliste integraliste, che rappresentavano un terzo delle forze armate del Paese, stavano pianificando un’invasione coordinata di Crimea e Donbass. Furono fermate dall’operazione militare russa, finalizzata a far applicare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e mettere fine al calvario delle popolazioni del Donbass.

La vice-prima ministra canadese, Chrystia Freeland, e i membri della sezione canadese dell’OUN durante una manifestazione di sostegno al presidente Zelensky. Freeland è candidata alla segreteria generale della Nato.
A marzo 2022 il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, rompendo con il «sionismo revisionista» di Benjamin Netanyahu (figlio del segretario di Jabotinsky) suggerì al presidente Volodymyr Zelensky di acconsentire alle richieste russe e di denazificare l’Ucraina (9).
Imbaldanzito dall’insperato sostegno, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, osò evocare il caso del presidente ebreo dell’Ucraina: «Il popolo ebreo nella sua saggezza ha detto che gli antisemiti più veementi sono in genere loro stessi ebrei. Ogni famiglia ha la sua pecora nera, come si suol dire». Era troppo per gli israeliani, che si allarmano sempre quando si tenta di dividerli. L’omologo di Lavrov, Yair Lapid, ricordò che gli ebrei non hanno mai organizzato da sé l’olocausto di cui sono stati vittime.
Stretto fra la propria coscienza e le alleanze, lo Stato ebraico ribadì a non finire il proprio sostegno all’Ucraina, ma rifiutò di inviarle anche la benché minima arma.
Alla fine fu lo stato-maggiore a decidere: il ministro della Difesa, Benny Gantz chiuse ogni possibilità di sostegno in armi al successore dei massacratori degli ebrei.
Gli ucraini sono gli unici nazionalisti che si battono non per il loro popolo, non per la loro terra, ma per un’unica idea: annientare ebrei e russi.
Thierry Meyssan
Principali fonti:
– Ukrainian Nationalism in the age of extremes. An intellectual biography of Dmytro Dontsov, Trevor Erlacher, Harvard University Press (2021).
– Stepan Bandera, The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist. Fascism, Genocide, and Cult, Grzegorz Rossoliński-Liebe, Ibidem (2014).
NOTE
1) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.
2) «La Polonia e l’Ucraina», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 14 giugno 2022.
[3] «L’Holodomor, nouvel avatar de l’anticommunisme “européen”» (estratto di Le Choix de la défaite), Annie Lacroix-Riz (2010).
4) «The Wannsee Conference in 1942 and the National Socialist living space dystopia», Gerhard Wolf, Journal of Genocide Research, Vol 17 N°2 (2015). https://doi.org/10.1080/14623528.2015.1027074
5) Notiziari del Blocco delle Nazioni Antisovietiche sono disponibili nella Biblioteca di Réseau Voltaire. ABN Korrespondenz (auf Deutsch), ABN Correspondence (in english).
6) «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», di Thierry Meyssan, Traduzione Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 3 luglio 2016.
7) «Ucraina: la seconda guerra mondiale non è finita», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 aprile 2022.
9) «Israele sbalordito dai neonazisti ucraini», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 8 marzo 2022.
Fonte: «Chi sono i nazionalisti integralisti ucraini?», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 novembre 2022.
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Storia
La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano
Come spiega Annie Jacobsen nella sua opera Surprise, Kill, Vanish con l’inizio della Guerra Fredda il Medio Oriente subito si dimostrò essere uno dei teatri più caldi di quel momento storico. Seduto sopra il più vasto giacimento di petrolio del mondo, era di strategica importanza controllarlo affinché non cadesse nelle mani del proprio avversario. La spinta sovietica su quei territori era forte e gli Stati Uniti erano disposti a tutto pur di non cedere metri alla superpotenza avversaria.
La situazione era particolarmente complicata soprattutto per questioni religiose. Parecchi omicidi venivano portati avanti da fanatici che in Iran erano riusciti ad eliminare otto elementi di alto rango del governo. Si facevano chiamare Fedayyin-e-Islam, «coloro che si sacrificano per l’Islam«, fondamentalisti sciiti la cui missione era quella di estirpare dall’Iran gli elementi corrotti attraverso l’assassinio.
I fedayyin si erano formati sulla base degli Hashshashin, gruppo di guerrieri fondamentalisti sciiiti operativi nell’undicesimo secolo guidati dalla figura leggendaria di Hassan-i-Sabbah, dal cui nome deriva il termine «assassino».
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Solo pochi anni prima, nel 1949, i fedayyin avevano provato ad assassinare lo shah, Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980) per questioni religiose, ma, colpito alla bocca, alla schiena e centrato per tre volte al cappello, riuscì a salvarsi una volta giunto in ospedale. Lo shah, salito al trono con l’invasione anglo-sovietica dell’Iran del 1941, in seguito alla destituzione del padre Reza Shah Pahlavi (1878-1944) per timore che si alleasse con le forze dell’Asse, governò fin da giovanissimo secondo i voleri anglo-americani.
Gli alleati, con l’invasione raggiunsero il doppio scopo di mettere in sicurezza i giacimenti petroliferi e di assicurare un corridoio ai sovietici sotto l’attacco nazista dell’Operazione Barbarossa. La Russia, in forza dei molti russi rifugiatisi in Persia in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, ebbe sempre una presenza costante nel territorio. Con la fine del conflitto mondiale, in seguito alla dislocazione delle truppe sia inglesi che sovietiche nell’estate del 1946, i russi cercarono di ottenere concessioni per l’estrazione petrolifera ma inutilmente, in seguito anche alla strenua resistenza anglo-americana.
Dopo il tentativo di uccisione di Reza Pahlavi, nei media si videro accusati i Tudeh, il gruppo pro-sovietico presente in Iran, ai quali vennero confiscati i beni e in seguito arrestati a centinaia. I fedayyin allora risposero uccidendo il ministro della Corte Imperiale. Pahlavi nominò al suo posto, come primo ministro, un generale ardentemente anticomunista che venne ucciso con un colpo di pistola. Nelle stesse scale dell’università dove per poco non morì lo Shah, venne assassinato anche il ministro dell’Istruzione dodici giorni dopo il primo ministro. Pahlavi decretò la legge marziale.
Nei Paesi vicini accaddero fatti simili. Il Libano vide il suo primo ministro venire ucciso da un sicario. Tre giorni dopo il re della Giordania venne ucciso con tre colpi di pistola di fronte al figlio sedicenne.
Le proteste, dunque, esplosero a Teheran. Per dare un segnale forte alle folle, venne nominato primo ministro Mohammad Mossaddeq (1882-1967), un generale nazionalista che come prima cosa nazionalizzò il petrolio facendo infuriare gli inglesi, storicamente possessori della maggior raffineria del Paese, la Anglo-Iranian Petroleum Company. Come seconda, fece imprigionare il numero uno dei fedayyin, richiamando la vendetta del gruppo sciita.
Nel 1953, il presidente americano Dwight «Ike» Eisenhower (1890-1969) organizzò un incontro con il Comitato di Strategia Psicologica (PSB). Lo scopo della riunione fu quello di discutere un piano per la creazione di una operazione coperta con lo scopo di mettere fine al governo di Mohammad Mossaddeq. Secondo Allen Dulles (1893-1969), direttore della CIA, se nulla si fosse fatto sicuramente l’Unione Sovietica ne avrebbe approfittato espandendo la sua sfera di influenza. Secondo la Jacobsen, Dulles spinse sull’acceleratore utilizzando la teoria dell’effetto domino. Se non si fosse intervenuti subito, i Comunisti avrebbero preso potere sul 60% delle riserve mondiali di petrolio.
La teoria del domino, una particolare versione della politica del contenimento, ipotizzava che la conquista comunista di uno Stato avrebbe provocato la caduta a catena degli Stati adiacenti, in un continuo processo di aggressione ed espansione che doveva essere bloccato, con fermezza, al suo primo manifestarsi. Questa teoria venne ampiamente utilizzata dai governi americani sotto nomi differenti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e con l’inizio dell’intenso confronto con l’Unione Sovietica, in particolare fu richiamata nel tragico caso dell’intervento in Vietnam.
Si può trovare nella «lezione di Monaco», concernente l’appeasement britannico verso l’escalation di Adolf Hitler (1889-1945) in Germania, un inevitabile precedente nell’immaginario politico americano. Il primo utilizzo del concetto dell’effetto domino venne da Harry Truman (1884-1972), che paragonò il pericolo delle guerre civili in Turchia e Grecia nel 1947 a una mela marcia che avrebbe ammorbato anche le mele adiacenti.
Il primo impiego dell’esatta metafora, invece, fu da parte di Eisenhower quando, alla conferenza di Ginevra del 1954, in seguito alla richiesta di aiuto in Indocina – il nome coloniale del Vietnam – da parte della Francia, dimostrò con queste parole il crescente timore di Washington che l’influenza comunista potesse espandersi in tutta la regione.
Il ministro della Difesa Charles Erwin Wilson (1890-1961) rincarò la dose e convinse Eisenhower a intervenire in Medio Oriente. Il militare ricordò le tre vie rimaste da poter percorrere. La prima, quella della diplomazia non aveva funzionato. La seconda, quella dell’intervento diretto era assolutamente sconsigliabile. La terza, l’ultima possibile, recitava lo stesso copione già visto in Corea e in Guatemala, la via dell’operazione coperta. Il presidente diede autorizzazione a proseguire e il 4 aprile del 1953 un milione di dollari fu inviato alla stazione di Teheran con l’obiettivo far cadere il primo ministro iraniano Mossaddeq.
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L’operazione rinominata Ajax, fu messa in atto nella terza settimana dell’agosto del 1953. Mossaddeq non fu assassinato, bensì arrestato per tradimento e condotto in prigione per tre anni prima di commutare la pena ai domiciliari morendo poi nel 1967. L’uomo della CIA, Fazlollah Zahedi (1892-1963), ufficiale militare, rimpiazzò Mossaddeq come primo ministro, preparando la strada alla venuta dello shah Reza Pahlavi e alla completa realizzazione del coup d’état.
Nel 1979 Pahlavi verrà spodestato da gruppi di soldati armati facenti parte dei fedayyin e seguaci dell’ayatollah Ruhollah Kohmeini (1902-1989) i quali diedero vita alla Rivoluzione Iraniana. Proprio questi soldati fecero parte di una politica, posteriormente decisamente suicida, messa in atto da parte della CIA. Come tattica per creare blocchi all’espansione degli «atei comunisti sovietici», si andavano a cercare le cellule paramilitari più religiosamente fondamentaliste fornendogli supporto materiale e addestramento militare.
Oggi a distanza di quasi cinquant’anni dalla presa del potere di Kohmeini, conseguenza dello sviluppo e sfruttamento di una di queste cellule paramilitari, stiamo assistendo nuovamente a tumulti nella capitale Teheran con un potenziale nuovo cambio di rotta anche nel nome della, ancora una volta, dinastia Pahlavi. In questo caso il movente indicato in superficie pare essere ideologico e religioso al contrario di come accadde negli anni cinquanta quando venne praticamente dichiarato ai media internazionali che si trattava di una questione prettamente petrolifera.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine da Wikimedia
Storia
Gli USA e le origini della catastrofe venezuelana
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Storia
Da quanto tempo l’industria controlla la regolamentazione dei vaccini?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Tra le tante incredibili rivelazioni degli ultimi cinque anni c’è l’entità del potere delle aziende farmaceutiche. Attraverso la pubblicità, sono state in grado di plasmare i contenuti dei media. Questo a sua volta ha influenzato le aziende di contenuti digitali, che dal 2020 in poi hanno risposto rimuovendo i post che mettevano in dubbio la sicurezza e l’efficacia dei vaccini contro il COVID.
Hanno conquistato università e riviste mediche con donazioni e altre forme di controllo finanziario. Infine, sono molto più decisivi nel guidare l’agenda dei governi di quanto avessimo mai immaginato. Per esempio, nel 2023 abbiamo scoperto che l’NIH[l’istituto di sanità pubblica americano, ndt] ha condiviso migliaia di brevetti con l’industria farmaceutica, per un valore di mercato che si avvicina a 1-2 miliardi di dollari. Tutto ciò è stato reso possibile dal Bayh-Dole Act del 1980, promosso come una forma di privatizzazione ma che ha finito solo per consolidare le peggiori corruzioni corporative.
Il controllo sui governi è stato consolidato con il National Childhood Vaccine Injury Act del 1986, che ha garantito uno scudo di responsabilità ai produttori di prodotti inclusi nella lista dei prodotti per l’infanzia. Ai danneggiati non è semplicemente consentito di ricorrere in tribunale. Nessun altro settore gode di un indennizzo così ampio ai sensi della legge.
Oggi, l’industria farmaceutica compete probabilmente con l’industria delle munizioni militari per il suo potere. Nessun’altra industria nella storia dell’umanità è riuscita a bloccare le economie di 194 Paesi per costringere la maggior parte della popolazione mondiale ad attendere la vaccinazione. Un tale potere fa sembrare la Compagnia delle Indie Orientali, contro cui si ribellarono i fondatori americani, un supermercato all’angolo, al confronto.
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Si parla ampiamente di quanto l’industria farmaceutica abbia sofferto da quando il suo decantato prodotto è fallito. Ma non siamo ingenui. Il loro potere è ancora onnipresente in ogni settore della società. La lotta a livello statale per le terapie da banco – e per la libertà medica per i cittadini – rivela la portata delle sfide future. I riformatori che ora dirigono le agenzie a Washington combattono quotidianamente attraverso un groviglio di influenze che risale a molti decenni fa.
Quanto indietro nel tempo si estende questo potere? Il primo tentativo federale di promuovere la vaccinazione, per quanto primitivo e pericoloso, fu quello del presidente James Madison. Il «Decreto per incoraggiare la vaccinazione» del 1813 imponeva che i vaccini contro il vaiolo fossero distribuiti gratuitamente e consegnati correttamente a chiunque ne facesse richiesta. Mentre feriti e morti si accumulavano, e tra le grida di speculazione e corruzione, il Congresso agì con decisione nel 1822 per abrogare la legge.
Il punto di svolta nell’opinione pubblica fu quello che divenne noto come la tragedia di Tarboro. Il vaccinologo più stimato del Paese e custode ufficiale del vaccino, il dottor James Smith, inviò accidentalmente materiale contenente virus vivo del vaiolo invece del vaccino contro il vaiolo bovino a un medico di Tarboro, nella Carolina del Nord. Ciò causò un’epidemia locale di vaiolo, che infettò circa 60 persone e causò circa 10 decessi. Questo errore danneggiò la fiducia dell’opinione pubblica e del Congresso nella capacità del programma federale di gestire e distribuire in sicurezza il materiale vaccinale.
La grande promessa della vaccinazione, che sembrava far presagire la possibilità di eradicare scientificamente una malattia mortale sotto la guida di guaritori d’élite, era caduta in discredito.
Tuttavia, quando scoppiò la Guerra Civile nel 1861, si fece pressione affinché tutti i soldati venissero vaccinati per fermare le epidemie mortali di vaiolo. Ciò portò con sé una serie di feriti e morti. Lo storico Terry Reimer scrive:
«Risultati sfavorevoli derivanti da vaccinazioni, o vaccinazioni spurie, erano fin troppo comuni. Anche il vaccino puro, ottenuto dai dispensari ufficiali dell’esercito, a volte causava complicazioni. A volte, una conservazione difettosa delle croste poteva comprometterne l’efficacia. Come accade anche con i vaccini moderni, occasionalmente il vaccino non faceva effetto, non riuscendo a produrre la reazione maggiore nel sito di vaccinazione che ci si aspettava. In altri casi, il sito di vaccinazione diventava eccessivamente dolente e gonfio, e si sviluppavano pustole anomale, portando i chirurghi a dubitare dell’efficacia di tali vaccinazioni».
«Le complicazioni derivanti dall’uso di croste di un adulto vaccinato di recente erano ancora più deleterie. Poiché molte vaccinazioni avvenivano in ospedale, croste di uomini affetti da altre patologie venivano occasionalmente utilizzate involontariamente, diffondendo la malattia anziché prevenirla. Spesso, i soldati in ospedale o in prigione non venivano vaccinati finché il vaiolo non era già comparso nella struttura, aumentando i rischi per alcuni che altrimenti non sarebbero stati esposti alla malattia».
«Forse la peggiore, e purtroppo comune, forma di vaccinazione spuria era l’uso di croste di natura sifilitica. Ciò si verificava sia negli ospedali che tra i soldati che si autovaccinavano. Una diagnosi errata di una crosta o il prelievo di croste dal braccio di un soldato affetto da sifilide avrebbe diffuso la malattia a tutti i vaccinati da quella fonte. In un caso degno di nota, due brigate furono colpite da un’infezione da vaccino che si pensava fosse di natura sifilitica. Gli uomini erano così malati che le brigate non erano idonee al servizio militare. L’epidemia fu ricondotta a un singolo soldato che aveva ottenuto materiale vaccinale da una donna probabilmente affetta da sifilide».
«Il Dipartimento Medico Confederato tentò di vietare la vaccinazione tra soldati per limitare questi effetti dannosi. Persino i civili furono scoraggiati dall’autovaccinarsi, poiché le conseguenze di un vaccino falso si erano diffuse anche alla popolazione generale, generando sfiducia nel processo vaccinale».
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A questo punto della storia, eravamo già da un secolo e mezzo immersi nell’esperienza vaccinale, e certamente con risultati alterni a causa di metodi non sicuri e prodotti spuri. Ma non c’era modo di arrendersi. Tutt’altro. Le riviste mediche di fine Ottocento erano piene di ottimismo sulla capacità della scienza medica di curare tutte le malattie e persino di garantire la vita eterna, a condizione che le miscele e la somministrazione fossero migliorate.
«A quanto pare non c’è alcuna ragione intrinseca per cui l’uomo debba morire», scrisse in un editoriale l’American Druggist nel 1902, «a parte la nostra ignoranza delle condizioni che governano la reazione che avviene nel suo protoplasma». Questo problema può essere risolto con «la sintesi artificiale della materia vivente», con la vaccinazione in prima linea nel trovare la soluzione alla mortalità stessa. Sì, c’è sempre stata una dimensione religiosa nell’ethos di questa industria.
La svolta arrivò nel 1902 con il Biologics Control Act, il primo vero intervento del governo federale durante l’era progressista, che aprì la strada alla regolamentazione di tutti gli alimenti e i medicinali. In effetti, questa legge precedette di quattro anni il romanzo La giungla di Upton Sinclair, che ispirò l’approvazione del Federal Meat Inspection Act del 1906.
Nella tradizione popolare, il Meat Act fu approvato dal Congresso per tenere sotto controllo un’industria pericolosa e imporre rigorosi standard di sicurezza a tutela della salute pubblica. Ma, come ha dimostrato Murray Rothbard, il vero potere dietro l’approvazione della legge fu il cartello della carne stesso, che non solo favorì la cartellizzazione che annientò i concorrenti più piccoli, ma inferse anche un colpo fatale alla pratica tradizionale degli allevatori di macellare e lavorare la propria carne. Ancora oggi, i macellatori detengono tutto il potere normativo.
Non è stato scritto molto sugli stessi sforzi intrapresi nell’industria dei vaccini e della farmacologia quattro anni prima. Ma è ragionevole supporre che le stesse forze fossero all’opera anche qui. Ci è voluto del tempo e l’Intelligenza Artificiale non è stata di alcun aiuto, ma alla fine abbiamo trovato l’articolo definitivo sull’argomento che si basa sulle risorse primarie per scoprire esattamente cosa stava succedendo. In effetti, il Biologics Control Act del 1902 fu interamente una creazione industriale, promossa dagli attori dominanti del mercato per schiacciare la concorrenza e approvata per alimentare lo scetticismo pubblico.
L’articolo in questione è Early Developments in the Regulation of Biologics di Terry S. Coleman, pubblicato sul Food and Drug Law Journal nel 2016. Questo straordinario articolo dimostra che la mano nascosta dietro la legge era l’industria stessa. La legge non limitava il commercio, ma piuttosto gli conferiva un’indispensabile spinta di credibilità.
L’inizio dell’atto fu una serie di decessi causati da vaccini, ampiamente pubblicizzati, nel 1901. A Camden, nel New Jersey, si verificarono 80 infezioni e 11 decessi per tetano riconducibili a un singolo vaccino avvelenato. Altri incidenti simili si verificarono a Filadelfia, Atlantic City, Cleveland e Bristol, in Pennsylvania.
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La reputazione del settore era in caduta libera. Bisognava fare qualcosa per rafforzare la quota di mercato. L’industria corse a Washington e fece tutto il possibile per ottenere la regolamentazione, spacciandosi per l’azienda che odiava la regolamentazione ma era disposta ad acconsentire.
«La storia del decreto del 1902 lo descrive generalmente semplicemente come una risposta del Congresso agli incidenti di St. Louis e Camden, come se la legge fosse il risultato di un qualche processo congressuale di routine». In realtà, «il 1902 Act fu un’iniziativa dei grandi produttori di prodotti biologici e fu promulgato con la segreta collaborazione del Servizio Sanitario Pubblico».
«L’industria biologica cercò di far approvare la legge del 1902 principalmente perché temeva che gli incidenti di contaminazione avrebbero spinto altri dipartimenti sanitari statali e locali a produrre i propri vaccini e antitossine, annientando il settore dei prodotti biologici commerciali (…) Alcune pubblicazioni mediche chiedevano anche ispezioni governative e licenze per i produttori di prodotti biologici. Il Journal of the American Medical Association scrisse in un editoriale che “se necessario, si dovrebbe adottare una legge che vieti la vendita o l’uso di qualsiasi antitossina non… testata e certificata da un’autorità competente”. Il New York Times chiese ispezioni e controlli più approfonditi sui produttori di prodotti biologici commerciali. Nell’ottobre del 1902, la Conferenza degli Enti Sanitari Statali e Provinciali del Nord America raccomandò che i vaccini fossero prodotti dai governi o da produttori privati ”sotto la più stretta supervisione di funzionari governativi qualificati».
Il principale produttore che ha promosso la legge è stato Parke-Davis. Questa è l’azienda che ha cercato di «ridurre la concorrenza stabilendo rigidi standard governativi che i piccoli produttori avrebbero avuto difficoltà a rispettare». Poco dopo l’entrata in vigore della legge, Parke-Davis ha scritto al Servizio Sanitario Pubblico con suggerimenti per la regolamentazione, affermando: «come forse saprete, le normative non possono essere troppo severe per noi».
Coleman commenta: «è impossibile distinguere il desiderio di normative severe per aumentare la fiducia del pubblico nei prodotti biologici dal desiderio che tali normative eliminino i concorrenti, ma è degno di nota il fatto che diversi produttori di prodotti biologici abbiano chiuso i battenti perché non sono stati in grado di superare le ispezioni PHS».
L’agenzia a cui fu assegnato il compito di regolamentare i vaccini dopo il 1902 fu l’Hygienic Laboratory all’interno del Public Health and Marine Hospital Service. Nel 1930, questo divenne il National Institutes of Health, oggi guidato da Jay Bhattacharya, con il mandato di svincolare la missione dell’agenzia dalle influenze dell’industria.
Per quanto riguarda Parke-Davis, fu acquisita nel 1970 da Warner-Lambert. Nel 2000, Pfizer acquisì Warner-Lambert con una fusione da 90 miliardi di dollari, la più grande acquisizione farmaceutica della storia fino a quel momento. Questo portò Parke-Davis sotto l’egida di Pfizer, dove l’azienda rimane ancora oggi.
Poi, nel 1905, l’industria ricevette il più grande dono possibile dalla Corte Suprema. Nel caso Jacobson contro Massachusetts, la Corte benedisse la vaccinazione obbligatoria sulla base del fatto che la salute pubblica deve sempre prevalere sulla libertà di coscienza. Eccoci qui, 123 anni dopo, e le implicazioni di questa legge del 1902 si fanno ancora sentire, con l’influenza schiacciante dei cartelli industriali che guidano gli sforzi di regolamentazione federale.
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Gli eventi del 2020-2023 hanno nuovamente sollevato profondi interrogativi sul potere di questo settore, innescando preoccupazioni circa infortuni e decessi dovuti all’obbligo di vaccinazione. A differenza del 1813, del 1902, del 1905 o del 1986, oggi il pubblico ha accesso a nuove fonti di informazione e libri best-seller che descrivono nel dettaglio tutti i modi in cui l’industria ha giocato a proprio piacimento con la scienza e la salute pubblica per rafforzare la propria posizione finanziaria.
L’industria ha tentato con tutte le sue forze di fermare questo flusso di informazioni utilizzando brutali strumenti di censura, etichettando ogni dubbio sui vaccini come disinformazione, cattiva informazione e cattiva informazione. Questi sforzi hanno avuto successo per un po’, finché le contestazioni al Primo Emendamento non hanno costretto le aziende digitali a cedere. Ora la situazione è chiara.
Inoltre, l’opinione pubblica convive con le profonde ferite e il trauma duraturo del periodo COVID, ben consapevole degli interessi industriali che hanno spinto per le politiche scioccanti che hanno soffocato i diritti umani e distrutto il funzionamento sociale, il tutto nell’interesse di promuovere una vaccinazione che non solo ha fallito, ma ha causato sofferenze senza precedenti. Finalmente, e dopo una così lunga lotta per la libertà di scelta, sembra che finalmente stia arrivando un certo grado di responsabilità per un settore che ha fatto affidamento sul sostegno del governo fin dalla sua nascita.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È anche editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown, e di migliaia di articoli pubblicati sulla stampa accademica e divulgativa. È relatore abituale di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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