Spirito
Caso Casalgrande Alto, lettera dei fedeli cattolici tradizionali alla diocesi
In questi giorni la stampa parla di Casalgrande Alto, un piccolo comune in provincia Reggio Emilia, perché una comunità di fedeli cattolici ha deciso di resistere alla diocesi reggiana.
Da meno di un anno, due sacerdoti hanno deciso di radicarsi nell’altura di un piccolo monte per creare una comunità di cattolici ancorati alla tradizione immortale della Chiesa.
In poco tempo, la presenza di numerosi fedeli provenienti per la maggior parte da quegli ambienti parrocchiali – ormai invivibili sotto ogni aspetto – è aumentata a dismisura.
Ciò ha messo in allerta la Diocesi di Reggio-Emilia e Guastalla, che ha iniziato ad inviare messaggi pubblici per mettere all’angolo i due sacerdoti, «colpevoli» di celebrare la Messa in latino e di non credere a tutto ciò che stato decantato dal mainstream sulla pseudo-pandemia.
«Oltranzisti», «no-mask», «no-vax», «anti-papisti», e ora, addirittura, anche «scismatici»: sono solo alcune delle etichette affibbiate loro.
Con un recente comunicato, infatti, i due sacerdoti hanno deciso di rispondere alla Curia reggiana, comunicando la loro adesione all’opera della cosiddetta «Resistenza», a cui fa capo Mons. Richard N. Williamson, vescovo britannico consacrato ad Êcone nel 1988 da Mons. Marcel Lefebvre.
Questa pubblica dichiarazione ha spinto la Diocesi a rispondere subito gridando allo «scisma», richiamo piuttosto assurdo, e minacciando sanzioni canoniche.
Alcuni dei fedeli che frequentano la Messa a Casalgrande Alto, hanno deciso di rispondere alla Diocesi riemettendo in discussione ciò per cui la stessa Diocesi aveva messo in guardia con un esplicito comunicato del giugno scorso
Renovatio 21 pubblica la loro lettera.
In qualità di fedeli cattolici prima di tutto, e quindi senza alcun tipo di etichetta, ci sentiamo in dovere, dopo essere stati chiamati in causa già più volte, di entrare nel merito della questione sollevata dalla Curia Vescovile il 13 giugno scorso, a proposito dei cosiddetti «incontri in contesti privati in cui vengono replicati e guidati da don Claudio Crescimanno e don Andrea Maccabiani».
In quanto fedeli che frequentano e presenziano a questi c.d. incontri, che altro non sono che Riti Liturgici di Santa Romana Chiesa — oltre ai momenti formativi — ci preme precisare alcune questioni poste dal comunicato della Curia.
Non prima, però, di alcune altrettante doverose premesse:
1. Ci rallegra vedere sì tanto zelo per l’applicazione delle norme da parte della Curia reggiana; Curia che, storicamente e specialmente nei recenti anni passati, ha mostrato tuttavia il contrario, bypassando il tema della dottrina cattolica sull‘omosessualità attraverso la sintesi dell’ambiguità.
2. Nel suddetto comunicato, vi è scritto giustamente che «i compiti di un Vescovo comportano cura continua, allontanando per quanto possibile pericoli e minacce». Ebbene, ci chiediamo se questa premura valga veramente per tutto certi che, ad esempio, il Vescovo appena entrato — il quale certo non può avere responsabilità dirette per ciò che è successo prima del suo arrivo in Diocesi — non mancherà di togliere le chiese cattoliche agli scismatici ortodossi, o non esiterà a condannare la veglia contro la cosiddetta «omotransfobia» svoltasi il 6 giugno scorso proprio a Reggio Emilia, nella parrocchia di San Bartolomeo, in ottemperanza a ciò che venne iniziato nel 2018 in Regina Pacis. Una vera e propria veglia ideologica a stampo LGBT, avente come titolo «Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà», laddove la «libertà» ben sappiamo come venga intesa in questi contesti. Vogliamo inoltre auspicare che il Vescovo non mancherà di ribadire a tutti i fedeli della Diocesi l’esistenza dei Novissimi, trasmettendo l’integrità della Fede cattolica in ogni sua forma.
3. Un discreto numero di fedeli che frequentano la Santa Messa dai suddetti sacerdoti — a dire il vero la maggior parte — , viene da un lunghissimo percorso in parrocchia: il livello di saturazione (e vedremo dopo il perché), è arrivato ad un punto tale da rendere impossibile la permanenza nelle comunità parrocchiali, anzitutto per un vero e proprio rischio legato alla Fede. Il numero di fedeli che si staccano dalle parrocchie per ricercare luoghi o comunità in cui è custodito il senso del sacro, non potrà che continuare ad aumentare — e noi lo osserviamo di domenica in domenica.
Venendo ora agli specifici punti in cui i fedeli cattolici vengono messi in guardia dalla frequentazione degli «incontri» (la celebrazione della Santa Messa, gli annessi Riti Liturgici della Santa Chiesa e alcuni momenti formativi ed aggregativi), presieduti da don Crescimanno e don Maccabiani, osserviamo quanto segue:
1. Il Missale Romanum ante-riforma non è mai stato e mai potrà essere abolito da nessuna autorità ecclesiastica, per quanto nella fattispecie questo si sia tentato di fare. Esso è deposito della tradizione bimillenaria della Santa Chiesa Cattolica, e in quanto tale non ha bisogno di alcuna autorizzazione per essere celebrato. Trattasi della Messa di sempre, della Messa degli Apostoli, della Messa del Concilio di Trento per opporsi all’eresia protestante, oggi tanto corteggiata dalle gerarchie cattoliche. Il Missale Romanum ante-riforma è dunque la cosa più conforme alla tradizione della Chiesa Cattolica, nella sua ritualità cristocentrica e non antropocentrica, come lo è invece nel Messale riformato (esso sì, non conforme alla tradizione cattolica).
2. Per quanto concerne le confessioni, quanto scritto nella nota vescovile sarebbe totalmente corretto se la Chiesa Cattolica non versasse in uno «stato di necessità grave generale». Nella Chiesa persiste da oltre cinquant’anni una crisi conclamata: ogni ambiente della vita cattolica è divenuto problematico: dalla professione esterna e completa della fede senza ambiguità, passando per la liturgia, la vita sacramentale, la vita di preghiera, l’insegnamento della fede tanto nel catechismo quanto nella formazione dei sacerdoti, l’insegnamento morale conforme alla dottrina in tutti i suoi aspetti. Potremmo dire che oggi, per un cattolico è quasi impossibile continuare a vivere da cattolico nelle strutture ordinarie della Chiesa (questo ovviamente non inficiando l’indefettibilità della Santa Chiesa). A motivo di questo, anche le confessioni, come è esplicitamente concesso dai canoni (c. 882; nc. 976), possono essere amministrate da ogni sacerdote il quale può lecitamente e validamente assolvere il fedele in punto di morte, cioè nell’estrema necessità. E, quest’estrema necessità del singolo, è appunto equiparata alla grave necessità comune in cui i fedeli cattolici versano oggi.
Il fedele, infatti, oggi, non ha più le garanzie necessarie di essere confessato, istruito, guidato e assolto secondo la morale che ha sempre contraddistinto la prassi cattolica, con particolare riferimento al senso del peccato, al dramma del peccato mortale, alla conoscenza di ciò che è peccato, alla necessità della grazia per essere perdonati e salvarsi. Questa grave situazione di necessità generale comporta a confidare e anzi ad esser certi che la Chiesa, per mezzo del Signore Gesù Cristo, offre i suoi mezzi straordinari ai sacerdoti che, resistendo a questo imperante sfacelo, amministrano i santi sacramenti secondo la tradizione di sempre e quindi nella piena adesione al depositum fidei.
Dal canto nostro, non possiamo che essere solidali appoggiando chi resiste alla dilagante protestantizzazione della Chiesa, abusata da una visione totalmente deforme e contraria alla Fede cattolica, ricolma di ambiguità e di modernismo, ovvero «la sintesi di tutte le eresie» (Pascendi).
Il professore di dogmatica alla facoltà protestante di Strasburgo, M. Siegeval, nel 1969 scrisse al vescovo della città una lettera nella quale constatava che «niente nella messa adesso rinnovata può veramente disturbare il cristiano evangelico».
Ebbene, come cattolici non ci è lecito frequentare un rito che offende Dio per esaltare l’uomo, facendo nostro e invitando tutti i sacerdoti di buona volontà a far proprio quell’accorato e coraggioso appello che il padre domenicano Roger-Thomas Calmel, grande teologo, fece nell’aprile del 1972 quando i protestanti di Taizé adotteranno le preghiere eucaristiche della nuova messa per i loro riti eretici:
«Che i sacerdoti cattolici rinuncino una volta per tutte a portare i travestimenti preparati da superiori traditori per far piacere a dei predicatori eretici. Che rifiutino di celebrare la messa con il Novus Ordo poiché questo Novus Ordo, con il suo smantellamento calcolato di formulari e di riti è diventato ciò che era destinato a divenire: un libro liturgico all’uso di ufficianti eretici che non credono alla messa e che non sono sacerdoti».
In conclusione, a motivo di quanto fin qui puntualizzato, la Curia Vescovile voglia definitivamente comprendere come sia impossibile, per noi, rinunciare al deposito della tradizione cattolica nella sua dottrina, nella sua liturgia, nella sua morale ed in tutto quello splendore spirituale e finanche materiale che oggi è stato smantellato e distrutto per abbracciare lo scientismo mondano e le logiche massonico-umanitarie che caratterizzano il pensiero moderno comune.
Non è una questione personale, ma una questione di retta coscienza: se obbedire agli uomini comporta anche solo una minima disobbedienza a Dio, la scelta da fare è una sola: obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini.
Va da sé che, qualunque provvedimento di natura canonica verrà preso, per la crisi e lo stato di necessità grave in cui versa la Santa Chiesa, sarà da considerarsi invalido a tutti gli effetti.
I fedeli cattolici
Spirito
L’ex presidente irlandese sostiene che il battesimo infantile viola i «diritti dei bambini»
L’ex presidente dell’Irlanda ha affermato che il battesimo infantile viola i diritti umani dei bambini. Lo riporta il quotidiano Irish Times, che ha pubblicato un estratto di un recente discorso tenuto da Mary McAleese all’University College Cork (UCC), in cui la cattolica eterodossa ha esposto la sua tesi contro il battesimo infantile.
«In tutto il mondo permane una severa restrizione sistematica, di lunga data e trascurata dei diritti dei bambini in materia di religione», ha scritto l’ex presidente dell’Irlanda.
«Limita i diritti dei bambini come stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti umani (DUDU) del 1948 e nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (UNCRC) del 1989, di cui sono Stati parte sia l’Irlanda che la Santa Sede, che governa la Chiesa cattolica ed è di fatto l’autore del diritto canonico».
La McAleese, che è stata presidente dell’Irlanda dal 1997 al 2011, ha sostenuto che i bambini sono limitati nella loro libertà religiosa dal battesimo infantile, al quale non possono acconsentire personalmente e attraverso il quale diventano «membri a vita» della Chiesa cattolica.
«I genitori cattolici hanno il rigoroso obbligo, sancito dal diritto canonico cattolico, di far battezzare i propri figli il prima possibile, per cui il battesimo dei bambini è normativo», ha affermato.
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«Non sto mettendo in discussione la pratica di routine del Battesimo infantile in sé, nella misura in cui il Battesimo riguarda effetti spirituali gratuiti che la Chiesa afferma essere indelebili, come la cancellazione del peccato originale, l’apertura alla possibilità della salvezza e il flusso della grazia di Dio».
Tuttavia, ha contestato «l’appartenenza a vita imposta senza il consenso consapevole» nell’istituzione della Chiesa cattolica.
«Nient’altro avrebbe potuto plasmare la mia vita in modo così potente o imporre restrizioni così formidabili ai miei inalienabili diritti umani intellettuali come quella breve cerimonia del Battesimo domenicale di 75 anni fa», ha detto la McAleessa a proposito del suo battesimo. «Fa lo stesso con i quasi 40.000 bambini battezzati ogni giorno in cinque continenti, iscrivendoli come membri a vita della Chiesa con una politica di non-uscita e senza il loro consenso».
La Chiesa cattolica insegna che il battesimo è necessario per la salvezza e che negare questo sacramento ai bambini mette in pericolo la loro anima e la loro salvezza eterna.
La McAleese ha già affermato in passato che il battesimo infantile viola i diritti umani del neonato. Nel 2019 aveva pubblicato uno studio intitolato Children’s Rights and Obligations in Canon Law, che esaminava l’applicazione del diritto canonico ai bambini e le potenziali violazioni dei cosiddetti «diritti dei bambini».
L’ex presidentessa irlandese si è dichiarata apertamente a favore dell’omosessualità e delle «donne prete» e ha criticato l’insegnamento cattolico sul matrimonio e sulla famiglia definendolo «omofobo» e “completamente contraddittorio con la comprensione moderna”.
Nel 2018, si è riferita alla Chiesa cattolica come a «uno degli ultimi grandi bastioni della misoginia».
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Immagine di Irish Defense Force via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Spirito
Il vescovo Barron mette in guardia contro la «sinodalità» permanente
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I sinodi, strumenti pastorali senza vocazione dottrinale
In un lungo messaggio pubblicato il 6 gennaio 2026 su X, il vescovo ha delineato la sua posizione: «i sinodi sono strumenti validi e utili per determinare strategie pastorali pratiche, ma non dovrebbero essere forum per il dibattito dottrinale». Il vescovo americano ha avvertito che «quando l’insegnamento consolidato diventa oggetto di una decisione sinodale, la Chiesa degenera nel relativismo e nell’insicurezza, come dimostra chiaramente il fallito Cammino sinodale in Germania». Questo riferimento al processo tedesco, che ha suscitato accese polemiche affrontando questioni dottrinali come il celibato sacerdotale e la benedizione delle coppie omosessuali, costituisce uno dei cardini della sua argomentazione. Per il vescovo Barron, l’esempio tedesco illustra esattamente ciò che deve essere evitato: la trasformazione di spazi di deliberazione pastorale in organismi di revisione dottrinale. Il vescovo ha aggiunto una riflessione personale sulle conseguenze del mantenimento di una mentalità conciliare permanente: «finché rimane in Concilio, la Chiesa è nel limbo, incerta di sé stessa, si torce le mani. È proprio la perpetuazione dello spirito del Vaticano II che ha portato a tanta esitazione e deviazione durante gli anni in cui sono cresciuto».Aiuta Renovatio 21
Una sinodalità limitata e temporanea
Avendo recentemente presieduto un sinodo locale nella sua diocesi, il vescovo Barron propone un modello alternativo: «se vogliamo perseguire la sinodalità, che sia dedicata all’esame dei mezzi pratici con cui la Chiesa può compiere più efficacemente il suo lavoro di adorazione di Dio, evangelizzazione e servizio ai poveri». La sua condizione fondamentale è chiara: «e che non sia una caratteristica definitiva e permanente della vita della Chiesa, affinché non ne perdiamo il vigore e la concentrazione». Le dichiarazioni di Barron assumono particolare importanza nel contesto del Concistoro tenutosi a Roma, dove più di 200 cardinali provenienti da tutto il mondo hanno discusso con il Papa, in particolare sulla sinodalità. L’intervento del vescovo americano rappresenta una delle voci più esplicite all’interno dell’episcopato in merito ai limiti da porre al processo sinodale. La sua esperienza diretta delle due sessioni del Sinodo sulla sinodalità gli conferisce l’autorevolezza necessaria per parlare di un processo che, a suo avviso, non dovrebbe trasformarsi in uno stato permanente di deliberazione ecclesiastica. Questa preoccupazione è in linea anche con la dura critica rivolta dal cardinale Joseph Zen durante il concistoro alla sinodalità, così come concepita da Papa Francesco, riportata su questo sito. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Difendere il patriarcato contro i princìpi infernali della Rivoluzione: omelia di mons. Viganò sulla famiglia come «cosmo divino»
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Invenerunt in Templo
Omelia nella Domenica tra l’Ottava dell’Epifania Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria
Et erat subditus illis.
Lc 2,51
Dopo la manifestazione ai pastori nella Notte Santa e la pubblica manifestazione ai Re Magi nel giorno dell’Epifania, la liturgia di questa Domenica ci porta nell’intimità della Sacra Famiglia. L’istituzione di questa festa è relativamente recente: fu Leone XIII nel 1893 a istituirla per la terza Domenica dopo l’Epifania, e Benedetto XV, nel 1921, a fissarla alla Domenica tra l’Ottava.
Non dimentichiamo che in quegli anni la Chiesa Cattolica e la società erano reduci dalle persecuzioni dei governi liberali e massonici dell’Ottocento e dagli orrori della Grande Guerra. L’attacco alla società cristiana si stava concretizzando anzitutto contro la famiglia, e in particolare contro la famiglia cattolica. D’altra parte, questo piano dissolutore era stato da tempo teorizzato nelle Logge, trovando realizzazione col passare del tempo. A nostri giorni, l’ideologia woke di matrice satanica, considera la famiglia tradizionale e patriarcale come un ostacolo alla instaurazione del Nuovo Ordine globalista, e per questo impone la cancellazione dell’intera civiltà greca, romana e cristiana.
La festa che celebriamo oggi costituisce dunque la provvidenziale risposta con la quale la Santa Chiesa difende senza timore la famiglia naturale, elevata all’ordine soprannaturale con il Sacramento del Matrimonio istituito da Nostro Signore. A questa cellula indispensabile della società – cui nessuna autorità terrena potrà mai sostituire alcun surrogato senza meritare i più severi castighi di Dio – la saggezza dei Romani Pontefici ha additato come modello la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe: una famiglia che è santa in quanto composta non solo da Santi, ma dal Verbo di Dio fatto carne, dalla Semprevergine Madre di Dio e dal di Lei castissimo Sposo Giuseppe, della stirpe del Re Davide e Padre putativo di Nostro Signore.
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Una famiglia specialissima ma normale: speciale per i suoi membri, normale perché anche per essi vediamo valere quella gerarchia che il mondo moderno tanto aborrisce: una gerarchia che è ontologicamente patriarcale proprio perché fondata sulla divina Paternità dell’Eterno Padre, del Quale ci ha costituiti eredi Nostro Signore Gesù Cristo. Come figli di Dio nell’ordine della Grazia, diventiamo anche figli della Regina Crucis, di Colei che sul Calvario il Signore morente ci ha dato quale Madre di ciascuno di noi e dell’intero corpo ecclesiale, onde La invochiamo Mater Ecclesiæ.
La Sacra Famiglia è imago Ecclesiæ: dove vi è un Padre comune che la governa, una Santa Madre provvida che educa i suoi figli, e una innumerevole prole di Cristo che vede la luce nelle acque del Battesimo ed è condotta verso i pascoli eterni. È modello di un ordine, un κόσμος divino perfetto e valevole per tutti i tempi e tutti i luoghi: quello della famiglia naturale fondata sull’unione di un uomo e una donna e avente come scopo precipuo la propagazione dell’umanità e l’educazione dei figli.
Una famiglia che alle Nozze di Cana il divin Maestro ha elevato a immagine dell’amore di Cristo per la Chiesa, e che l’Apostolo Paolo ha mirabilmente delineato nell’Epistola agli Efesini (Ef 5, 22-33). Una famiglia che è per così dire trinitaria, in quanto mistica cooperatrice dell’azione creatrice di Dio Padre, dell’azione redentrice del Figlio e di quella santificatrice dello Spirito Santo. L’amore che unisce lo sposo alla sposa nel comunicare la vita è un tenue raggio di quell’Amore divino che unisce il Padre al Figlio; un Amore così perfetto e infinito da essere Dio Egli stesso, lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, e che è Signore e dà la vita.
Una famiglia, infine, che è al proprio interno gerarchica perché essa stessa e i suoi membri sono a loro volta inscritti nell’ordine che pone la Maestà di Dio al di sopra di ogni creatura.
In una famiglia in cui gli sposi e i figli amano il Signore e seguono i Suoi Comandamenti, l’amore tra i coniugi e l’amore reciproco tra genitori e figli certamente implica ma in qualche modo supera l’obbedienza, rendendo vive e vissute le parole di San Paolo: Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo (Col 3, 14-15).
Così, come obbediamo volentieri a Dio perché Lo sappiamo buono e misericordioso, allo stesso modo obbediamo ai genitori o chiediamo obbedienza ai nostri figli perché tra essi regna la carità, vincolo di perfezione. Al di sopra di tutto, dice San Paolo, vi sia la carità: ossia Dio, che è Carità (1Gv 4, 16). Rimanere nella carità è dunque rimanere in Dio: qui manet in caritate in Deo manet, et Deus in eo (ibid.).
Vi è anche una famiglia celeste, carissimi fedeli: la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana. Una famiglia in cui abbiamo Dio quale Padre, Nostro Signore quale fratello, la Vergine Immacolata come nostra Madre. In questa famiglia sono raccolti i Cattolici, Corpo Mistico sottomesso a Gesù Cristo Re e Pontefice, suo Capo divino. In questa società perfetta, che ha per scopo la santificazione delle anime nell’interregno tra l’Ascensione di Nostro Signore e la Sua gloriosa Venuta alla fine dei tempi, l’obbedienza al Padre celeste viene prima dell’obbedienza al padre terreno.
È per questo che vediamo il dodicenne Gesù, durante un pellegrinaggio a Gerusalemme, allontanarSi dai Genitori e rimanere nel tempio ad ascoltare e interrogare i dottori della Legge. Egli ricorda alla Madonna e a San Giuseppe di avere una missione da compiere: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49) Il Signore ricorda a noi, tanto come figli quanto come genitori, che lo scopo di una famiglia cattolica non si esaurisce nel propagare la specie ed educarla secondo la legge di natura, ma implica e impone la gravissima responsabilità di battezzare e istruire i figli nell’ unica vera Religione, usando la propria autorità di genitori per consentire loro di vivere virtuosamente e di evitare il peccato.
Implica e impone anche la capacità di comprendere quando il Signore chiama un’anima a servirLo nella vita sacerdotale o religiosa, dando ai genitori la possibilità di mutare in Grazie la loro umana sofferenza per il distacco da un proprio figlio che hanno amato e visto crescere, e che come Maria e Giuseppe ritroveranno nel tempio.
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I figli, se vorranno essere davvero obbedienti, dovranno comprendere che il modo più efficace per contrastare i principi infernali della Rivoluzione consiste nella difesa di quel patriarcato che si regge sul vero concetto di obbedienza, e non sulle sue deviazioni per eccesso – il servilismo – o per difetto – l’insubordinazione a qualsiasi autorità. Il Signore li ricompenserà per la loro santa obbedienza a ciò che legittimamente chiedono loro i genitori, e suggerirà loro come comportarsi virtuosamente qualora sia necessario disobbedire all’autorità paterna per non disobbedire a Dio.
Poniamoci sotto il patrocinio della Sacra Famiglia, e prendiamoci il tempo di recitare quotidianamente – se già non lo facciamo – quella cara preghiera a San Giuseppe composta da Papa Leone XIII, in cui troviamo compendiate le nostre speranze:
Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo scampasti alla morte la minacciata vita del Pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 11 Gennaio MMXXVI
Dominica infra Oct. Epiphaniæ
Sanctæ Familiæ Jesu, Mariæ, Joseph
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Immagine: Niccolò Frangipane (1555–1600), La Sacra Famiglia con San Giovannino (1585), Collezione privata.
Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia
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