Economia
Calo dei profitti industriali: dubbi sulla crescita del PIL cinese
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews.
Profitti delle maggiori industrie diminuiti del 2,4% tra gennaio e settembre. Il dato negativo si somma a quelli su occupazione, consumi e vendite al dettaglio. Rilevate discrepanze sull’ammontare degli investimenti fissi. Esperto del China Beige Book: Economia cinese più vicina al -5% di crescita.
Crescono i dubbi degli esperti sulla veridicità degli ultimi dati ufficiali sull’economia, che danno il prodotto interno lordo cinese in forte recupero
Crescono i dubbi degli esperti sulla veridicità degli ultimi dati ufficiali sull’economia, che danno il prodotto interno lordo cinese in forte recupero dopo la fase acuta della pandemia da COVID-19. Oltre alla crescita della disoccupazione giovanile in settembre (+4% su base annua) e al crollo dei consumi nei primi tre trimestri del 2020 (-6,6%), semina perplessità anche il calo dei profitti delle maggiori industrie del Paese.
Secondo i numeri pubblicati oggi dall’Ufficio nazionale di statistica, tra gennaio e settembre le aziende cinesi con entrate annue superiori a 20 milioni di yuan (2,5 milioni di euro) hanno registrato una riduzione dei profitti del 2,4% rispetto allo stesso periodo del 2019. Le imprese di Stato hanno avuto le perdite maggiori (-14,3%); più contenute quelle del settore privato (-0,5%).
Stando alle cifre delle autorità di Pechino, nel terzo trimestre dell’anno il Pil nazionale è cresciuto del 4,9%, in netta risalita rispetto al crollo dei primi tre mesi dell’anno (-6,8%), quando il Paese era nel pieno della crisi del coronavirus.
Diversi osservatori rilevano però delle discrepanze nelle statistiche fornite dal governo cinese, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti nel capitale fisso (costruzioni, infrastrutture, macchinari, ecc.)
Diversi osservatori rilevano però delle discrepanze nelle statistiche fornite dal governo cinese, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti nel capitale fisso (costruzioni, infrastrutture, macchinari, ecc.).
In base ai dati ufficiali, nei primi nove mesi dell’anno essi sono cresciuti dello 0,8%, per un totale di 43.653 miliardi di yuan (circa 5.530 miliardi di euro). Lo scorso anno il dato era stato superiore: 46mila miliardi di yuan (5.828 miliardi di euro).
L’Ufficio cinese di statistica si è giustificato dicendo che l’ammontare degli investimenti fissi tra gennaio e settembre 2019 è stato rivisto dopo il censimento economico dello scorso novembre: un dato che poi non è stato reso pubblico.
Se gli investimenti fissi sono in realtà calati come le vendite al dettaglio (e i consumi), nel terzo trimestre il Pil cinese è più vicino a un -5% che a un +5% di crescita
Per Derek Scissors, capo economista del China Beige Book di New York, se gli investimenti fissi sono in realtà calati come le vendite al dettaglio (e i consumi), nel terzo trimestre il Pil cinese è più vicino a un -5% che a un +5% di crescita.
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Economia
Xi chiede che lo yuan diventi la valuta di riserva globale
Il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che lo yuan (renminbi) deve acquisire lo status di valuta di riserva globale.
A seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, lo yuan è diventato la seconda valuta più impiegata per il finanziamento del commercio internazionale, superata solo dal dollaro. Le sanzioni imposte a Mosca hanno infatti spinto numerosi paesi a ricorrere sempre più spesso alle valute nazionali negli scambi bilaterali. Nonostante ciò, il ruolo dello yuan nelle riserve ufficiali delle banche centrali rimane ancora marginale.
In un articolo pubblicato sabato sulla rivista del Partito Comunista Qiushi, Xi ha scritto che Pechino necessita di «una moneta forte, ampiamente utilizzata nel commercio e negli investimenti internazionali, nei mercati valutari e dotata dello status di valuta di riserva globale».
Il leader cinese ha inoltre sottolineato la necessità di una «banca centrale potente» a sostegno dello yuan.
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Secondo Xi, tali trasformazioni sono indispensabili affinché la Cina possa diventare una vera «potenza finanziaria», dato che l’attuale sistema monetario del paese è «ampio, ma non sufficientemente forte».
La scorsa estate, il governatore della Banca popolare cinese Pan Gongsheng ha messo in guardia contro «un’eccessiva dipendenza» dal dollaro statunitense. Ha evidenziato la crescente influenza dello yuan e previsto che «in futuro il sistema monetario globale potrebbe evolversi verso un modello in cui poche valute sovrane coesistono, competono tra loro e si controllano e bilanciano reciprocamente».
La settimana scorsa l’Autorità federale tedesca di vigilanza finanziaria (BaFin) ha lanciato un allarme: lo status del dollaro come principale valuta di riserva mondiale potrebbe essere messo in discussione già nel 2026, a causa della scarsità di finanziamenti, degli shock geopolitici e della crescente politicizzazione della moneta americana.
L’avvertimento è giunto in un contesto di forte ribasso del Bloomberg Dollar Spot Index, che ha registrato il calo più marcato da aprile, dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump di imporre dazi doganali su scala globale.
Trump aveva in precedenza minimizzato le preoccupazioni sulla debolezza del dollaro, sostenendo che la valuta «sta andando alla grande» e che dovrebbe essere lasciata «trovare il proprio livello».
Stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale, nel terzo trimestre del 2025 il dollaro rappresentava circa il 57% delle riserve valutarie globali, l’euro il 20% e lo yuan appena l’1,93%.
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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
Dopo i record, oro e argento continuano a scendere
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Economia
L’UE attingerà al MES per le spese militari
Il direttore del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) ha dichiarato che i Paesi dell’Eurozona in difficoltà di liquidità possono ricorrere alle sue riserve, pari a 500 miliardi di euro, per finanziare un incremento della spesa militare. L’Unione Europea ha già provveduto a contrarre prestiti per decine di miliardi di euro al fine di potenziare i propri bilanci per la difesa e sostenere l’armamento dell’Ucraina.
In un’intervista rilasciata venerdì a Reuters, il direttore del MES Pierre Gramegna ha spiegato che il fondo – nato originariamente per soccorrere le economie più indebitate durante la crisi finanziaria – potrebbe essere impiegato per permettere ai Paesi di aumentare la spesa per la difesa ricorrendo al debito.
«In un’epoca di turbolenze geopolitiche, che hanno determinato un aumento generalizzato delle spese e dei costi per la difesa in tutti i Paesi, dobbiamo sfruttare al massimo il potenziale del MES», ha affermato Gramegna all’agenzia.
«Abbiamo gli strumenti a disposizione», ha aggiunto. «È nell’interesse superiore dell’Europa… utilizzarli pienamente».
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Durante la crisi finanziaria il MES ha agito come prestatore di ultima istanza e i suoi interventi sono stati subordinati a rigorose richieste di riforme economiche. I Paesi che hanno ricevuto i salvataggi – come Portogallo, Irlanda e Grecia – sono stati obbligati a ristrutturare il settore bancario e ad adottare misure di austerità in cambio degli aiuti.
Gramegna ha precisato che i Paesi che dovessero attingere al MES per finalità legate alla difesa non saranno soggetti a tali condizioni. Il fondo è accessibile esclusivamente agli Stati che adottano l’euro e qualsiasi utilizzo per scopi di difesa necessiterà dell’approvazione unanime dei 21 Paesi membri, inclusi quelli militarmente neutrali come Austria, Cipro, Malta e Irlanda.
Gli Stati europei membri della NATO stanno accelerando gli sforzi per elevare la spesa militare fino al 5% del PIL, soglia imposta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Parallelamente, l’UE sta incontrando difficoltà nel rilanciare l’industria della difesa continentale e nel reperire armi statunitensi per l’Ucraina, sempre più costose e difficili da ottenere.
Uno degli strumenti principali per perseguire contemporaneamente questi tre obiettivi è il programma SAFE (Security Action for Europe). Introdotto dalla Commissione Europea lo scorso anno, SAFE consente all’UE di raccogliere sui mercati globali 150 miliardi di euro da destinare a prestiti concessi agli Stati membri per progetti in ambito difesa.
Il primo ciclo di finanziamenti SAFE è già stato erogato e, secondo fonti riportate, la Commissione europea starebbe valutando il lancio di una seconda fase del programma entro l’anno in corso.
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Immagine di Serenapaliria via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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