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Bergoglio piazza uno dei suoi uomini a Washington

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Papa Francesco ha nominato il cardinale Robert McElroy, vescovo di San Diego, alla guida dell’arcidiocesi di Washington DC, ha annunciato il Vaticano il 6 gennaio 2025. Il prelato settantenne succede al cardinale Wilton Gregory. L’arcidiocesi di Washington conta più di mezzo milione di cattolici.

 

Nato a San Francisco il 5 febbraio 1954, il vescovo McElroy è cresciuto nella contea di San Mateo. Fu ordinato sacerdote nel 1980 e servì come vescovo ausiliare sotto l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone a partire dal 2010. Nel 2015, Papa Francesco lo nominò alla guida della diocesi di San Diego. È stato elevato al cardinalato durante il concistoro dell’agosto 2022.

 

Nel corso del suo quasi decennio come vescovo della diocesi più a sud della California, il cardinale McElroy si è espresso su una serie di questioni controverse. È considerato il cardinale americano il cui pensiero è più vicino a quello di Papa Francesco.

 

Convinto progressista, il cardinale McElroy è ora pronto ad assumere la guida del territorio ecclesiastico della capitale della nazione, proprio nel momento in cui Donald Trump presterà giuramento per un secondo mandato come presidente degli Stati Uniti.

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Un passato eloquente

Poco dopo l’insediamento del presidente Trump per il suo primo mandato nel 2017, Robert McElroy disse a un raduno di gruppi religiosi che se Trump era il candidato della «disruption», allora una simile disruption era necessaria per costruire una società migliore.

 

«Ora dobbiamo diventare tutti dei perturbatori», ha affermato, riferendosi all’uso della forza militare per espellere i migranti clandestini. In effetti, è proprio sul tema dell’immigrazione che il vescovo McElroy si è espresso più apertamente.

 

Durante una veglia di preghiera interreligiosa fuori dal tribunale federale nel centro di San Diego nel 2021, il prelato ha denunciato l’incapacità del Congresso di creare canali di legalizzazione per alcuni degli 11 milioni di migranti clandestini degli Stati Uniti.

 

«Non possiamo più restare a guardare mentre i nostri processi politici… distruggono i sogni e le speranze dei rifugiati e degli immigrati che non solo sono venuti qui e hanno vissuto qui, ma che hanno anche contribuito a costruire la nostra nazione e a renderla migliore», ha affermato.

 

McElroy ha spesso criticato anche la priorità data all’aborto rispetto ad altre preoccupazioni sociali, come la pena di morte, la protezione dei migranti e l’ambiente.

 

Negli ultimi anni, il prelato ha sostenuto che negare la comunione ai politici cattolici pro-aborto equivale a usare l’Eucaristia come arma per fini politici. Il 5 maggio 2021 ha denunciato quella che ha definito «una teologia dell’indegnità» nel ricevere l’Eucaristia, affermando che coloro che la praticano si concentrano troppo sulla disciplina.

 

Il cardinale McElroy sostiene inoltre il diaconato femminile nella Chiesa ed è un forte sostenitore dei cattolici che si identificano come LGBTQIA+.

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La reazione del vescovo Strickland alla nomina del cardinale McElroy

L’ex vescovo di Tyler (Texas), monsignor Joseph Strickland, destituito da Francesco nel 2023, ha reagito alla nomina di questo cardinale dichiaratamente progressista su Duc in altum, il blog del vaticanista Aldo Maria Valli,  che introduce il suo intervento con questa presentazione molto pertinente:

 

«Era il gennaio di due anni fa quando su America, la rivista dei gesuiti degli Stati Uniti, usciva un articolo dell’allora vescovo di San Diego, il cardinale Robert McElroy, che era una vera e propria summa di tutto l’armamentario ideologico della “chiesa in uscita” tanto cara a Bergoglio, a partire dal sì alla Comunione per i divorziati risposati, i coniugi sposati solo civilmente e le persone Lgbt che non hanno rinunciato al loro stile di vita».

 

«E ora McElroy è passato all’incasso. Bergoglio lo ha infatti nominato vescovo di Washington, dove all’inizio degli anni Duemila regnò il mostro predatore McCarrick. La nomina da parte di Bergoglio di un prelato fortemente anti-Trump arriva subito dopo che il presidente eletto ha annunciato la scelta di Brian Burch, apertamente critico nei confronti di Francesco, come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede».

 

«Sulla nomina di McElroy ecco un breve ma esaustivo commento del vescovo Joseph Strickland, l’unico dei vescovi americani che abbia avuto il coraggio di dire come stanno le cose».

 

Mons. Joseph Strickland dichiara così a Duc in altum: «Nel novembre scorso chiesi ai vescovi degli Stati Uniti: “Che cosa volete?”. Non sorprende che nessuno di loro mi abbia risposto. La nomina del corrotto cardinale McElroy a capo dell’arcidiocesi di Washington solleva di nuovo la questione. La sfacciata corruzione di papa Francesco e dei cardinali degli Stati Uniti diviene ora del tutto evidente con la nomina, nella stessa arcidiocesi, di un clone di quel McCarrick la cui malvagità regnava vent’anni fa».

 

«Tutti noi che amiamo Gesù Cristo e la sua Chiesa dobbiamo alzare la voce contro questi lupi che sono nella gerarchia. Di fronte a una corruzione così sfacciata non possiamo rimanere in silenzio. Ancora una volta invito dunque i miei fratelli vescovi a parlare per dire no a questo continuo indebolimento della Verità che è Gesù Cristo».

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Il cardinale McElroy e il cardinale predatore McCarrick

Il 7 gennaio, sul sito web Katholisches, il vaticanista Giuseppe Nardi ha ricordato l’affiliazione ideologica tra il nuovo cardinale di Washington e il suo predecessore McCarrick: «l’arcivescovado di Washington comprende la capitale federale Washington DC e quindi ha un’importanza eminentemente politica, perché è a Washington che si concentra il potere degli Stati Uniti (…)».

 

«Qui risiede anche il Nunzio Apostolico. L’importanza è espressa anche dal fatto che tutti gli arcivescovi di Washington hanno finora assunto la dignità cardinalizia, per mostrare al potere secolare il loro rango (…)».

 

«Lo stesso Theodore McCarrick ha ricoperto questa carica dal 2000 al 2006 e ha garantito, attraverso la sua abile rete di contatti, che la successione fosse assicurata per la sua tendenza [ideologica]. […] Il cardinale Donald Wuerl (arcivescovo dal 2006 al 2018) è succeduto a McCarrick, finché anche lui non è caduto e ha dovuto dimettersi a causa dello scandalo McCarrick e dello scandalo generale degli abusi sessuali».

 

«Papa Francesco ha assicurato la successione dei McCarrick Boys nominando il cardinale Wilton Gregory (arcivescovo di Washington dal 2019 al 2025)».

 

(…)

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Una nomina eminentemente politica

Giuseppe Nardi continua la sua analisi su Katholisches: «Francesco ha nominato il cardinale Robert McElroy – il prossimo McCarrick-Boy  – arcivescovo di Washington. McElroy è chiaramente identificato nella Chiesa e nel mondo. In passato ha difeso ciascuna delle “aperture” controverse e simboliche di Papa Francesco, in particolare quelle a favore dell’immigrazione, dell’omosessualità, dell’aborto e dell’agenda sul clima».

 

Il cardinale bergogliano ha reagito all’opposizione espressa contro l’autorizzazione delle benedizioni omosessuali, accusandola di essere un segno di «omofobia». Nel complesso, negli ultimi anni McElroy è stato costantemente presente quando si è trattato di richiedere e promuovere il riconoscimento dell’omosessualità.

 

«Sia per obbligo o per convinzione, probabilmente per entrambi, McElroy si è opposto con forza ai tentativi dell’episcopato americano di dichiarare scomunicato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ed escluderlo dalla comunione a causa delle sue politiche pro-aborto».

 

«Anche in questo le sue convinzioni erano in linea con quelle di Papa Francesco. [Perché] ciò su cui McElroy e Papa Francesco concordano ancora è il loro approccio sostanziale alla questione dell’aborto. Naturalmente sono contrari all’omicidio di bambini non ancora nati, ma non appena si tratta di una questione politica, su cui dovrebbero opporsi ai loro amici contrari alla vita di sinistra, non ci sono più disaccordi».

 

«Non bisogna sempre parlarne», così Francesco descriveva nel settembre 2013 la linea che stava imponendo alla Chiesa con il suo pontificato. Non appena avanzano richieste politiche, i gruppi per i diritti umani vengono visti come elementi di disturbo.

 

Nella sessione plenaria dell’autunno 2019, quando la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha votato se mantenere il diritto alla vita dei nascituri come questione centrale, una maggioranza di due terzi ha votato a favore. Ma McElroy votò contro.

 

Giuseppe Nardi nota: «Ogni anno dell’attuale pontificato vede rafforzarsi la fazione bergogliana all’interno dell’episcopato americano. Francesco mette spietatamente al comando i suoi sostenitori e i suoi sostenitori ovunque possa. Ne fa parte anche la sede dell’arcivescovo di Washington».

 

E ha aggiunto: «ora comprendiamo perché Francesco ha ricevuto in udienza il 10 ottobre 2024, nell’ambito del sinodo sulla sinodalità a Roma, tre cardinali americani che aveva nominato padri sinodali, ma non il quarto che aveva anch’esso nominato».

 

«Ricevette infatti i cardinali Blase Cupich, arcivescovo di Chicago e la più potente figura bergogliana degli Stati Uniti, Joseph William Tobin , arcivescovo di Newark, e Robert McElroy, allora ancora vescovo di San Diego in California, una città piuttosto insignificante».

 

«Ciononostante, Francesco aveva nominato quattro McCarrick-Boys che indossavano la porpora come membri del sinodo sulla sinodalità, il quarto dei quali era Wilton Gregory. Quest’ultimo, pur essendo presente a Roma, sarebbe stato “impedito”. Il pubblico era chiaramente preoccupato per la successione del cardinale Gregory a Washington».

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Militante e determinato progressista

Giuseppe Nardi sottolinea la determinazione del cardinale McElroy nel suo attivismo progressista: «Sulla politica abortista e la ricezione della comunione: quando l’arcivescovo Salvatore Cordileone, in qualità di arcivescovo di San Francisco, dichiarò nel 2022 che Nancy Pelosi , una delle figure più influenti del Partito Democratico di sinistra, avrebbe dovuto essere considerata scomunicata ed esclusa dalla comunione a causa della sua politica pro-aborto, McElroy, suffraganeo della vicina metropolia, si oppose fermamente».

 

«McElroy non è un uomo che sussurra. Sta andando avanti. Possiamo contare su di lui. A Santa Marta lo si apprezza. Ora che Donald Trump ha compiuto il colpo di stato del secolo tornando alla Casa Bianca, papa Francesco vuole avere a Washington, per i prossimi quattro anni, un uomo anti-Trump che sia tanto sicuro di sé quanto determinato».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News.

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Il vescovo Strickland difende Miss California

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Renovatio 21 pubblica il messaggio apparso sul social network X del vescovo emerito di Tyler, Texas, monsignor Joseph Strickland in sostegno dell’ex Miss California Carrie Prejean Boller, espulsa dalla Commissione per la libertà religiosa dell’amministrazione Trump per essersi rifituata di sottomettere la sua fede cattolica alla dottrina sionista. La Prejean Boller dice che, alle prime avvisaglie di censura da parte della leader de facto della commissione, la «pastora» protestante fondamentalista e ultrasionista Paula White, il vescovo Barron e il cardinale neoeboraceno Dolan avevano in privato espresso solidarietà nei suoi confronti. Negli ultimi giorni invece sia i due alti membri della gerarchia cattolica americana avevano preso le distanze dalla Miss, criticandola aspramente. Monsignor Strickland aveva ancora due settimane fa pubblicato un accorato appello contro la montante forza anti-cattolica in USA, dove soprattutto i tradizionalisti sono ora accusati di antisemitismo.   Nei giorni scorsi sono venuto a conoscenza della rimozione della signora Carrie Prejean Boller dalla Commissione presidenziale per la libertà religiosa, insieme alle accuse pubbliche che ne sono seguite. Dopo aver esaminato la sua versione dei fatti e le circostanze che circondano questa vicenda, ritengo necessario esprimermi con chiarezza.   La signora Boller è stata trattata ingiustamente. Una donna cattolica, parlando in coscienza e in fedeltà agli insegnamenti della Chiesa, è stata pubblicamente criticata e rimossa dal suo incarico, senza che sia stata fornita alcuna motivazione chiara e fondata. Tale mancanza di trasparenza non rende giustizia. Danneggia la reputazione e mina la fiducia.

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Ancor più preoccupante è la causa apparente: il fatto che abbia sollevato legittimi interrogativi sul sionismo e difeso la semplice verità che i cattolici non sono vincolati ad alcuna ideologia politica.   Vorrei essere chiaro. La Chiesa cattolica non insegna che il moderno Stato di Israele detenga un mandato divino che debba essere sostenuto da tutti i credenti. Né la Chiesa insegna che l’opposizione al sionismo politico sia intrinsecamente antisemita. Queste non sono dottrine della fede cattolica.   Allo stesso tempo, la Chiesa respinge inequivocabilmente ogni forma di odio verso il popolo ebraico. Ogni persona umana deve essere amata, difesa e trattata con dignità. Ma questa verità non deve essere distorta. Mettere in discussione le politiche o le azioni di una nazione moderna – qualsiasi nazione – non è odio. È una responsabilità morale quando è in gioco la vita di un innocente. Stiamo assistendo a grandi sofferenze in Terra Santa. Uomini, donne e bambini innocenti – soprattutto a Gaza – hanno subito immense devastazioni. Parlare a nome della vita umana, ovunque essa sia minacciata, non è estremismo politico. È fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo.   La signora Boller ha fatto ciò che molti oggi hanno paura di fare: ha parlato. Ha parlato a nome dei cattolici, sempre più pressati a conformarsi a narrazioni politiche che non rispecchiano la pienezza della nostra fede. Ha parlato per garantire che l’antisemitismo non venga erroneamente confuso con una legittima preoccupazione morale. Ha parlato a nome della dignità di ogni vita umana, sia ebraica che palestinese.   Per questo motivo, è stata descritta in modo errato.  

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È particolarmente scoraggiante quando un simile trattamento sembra provenire, in parte, da coloro che all’interno della Chiesa dovrebbero essere i primi a difendere i fedeli quando parlano con sincerità e in buona coscienza. I pastori sono chiamati a proteggere, non ad abbandonare; a chiarire, non a confondere; a stare con le pecore, specialmente quando sono sotto attacco.   Il silenzio di fronte all’ingiustizia non è prudenza. È una mancanza di carità e di verità. Pertanto, esprimo il mio sostegno alla signora Carrie Prejean Boller.   Ribadisco il suo diritto, in quanto cattolica e in quanto americana, di esprimersi con chiarezza su questioni di fede, moralità e vita pubblica senza essere ingiustamente etichettata o allontanata senza spiegazioni. Chiedo inoltre maggiore chiarezza ed equità da parte dei responsabili del suo allontanamento, affinché prevalga la verità e non le speculazioni.   Questo momento richiede coraggio. Non coraggio politico, ma coraggio cristiano: quel tipo di coraggio che si fonda saldamente sulla verità pur rimanendo radicato nella carità. Dobbiamo respingere l’odio in tutte le sue forme, ma dobbiamo anche respingere l’abuso di questa accusa per mettere a tacere coloro che parlano in difesa della vita e della verità morale.   Preghiamo per la pace in Terra Santa: per gli ebrei, per i palestinesi e per tutti coloro che soffrono. E preghiamo per la Chiesa, affinché parli sempre con chiarezza, carità e incrollabile fedeltà a Gesù Cristo, che è la Verità.   In Cristo,   Joseph E. Strickland Vescovo

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Leone XIV e la «Comunione Anglicana»

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Il 20 marzo 2026, Papa Leone XIV ha indirizzato un messaggio alla «Reverendissima e Onorevolissima Dame Sarah Mullally, Arcivescovo di Canterbury», in occasione della sua intronizzazione. Questa missiva solleva seri interrogativi a vari livelli che non devono rimanere senza risposta.

 

La lettera sottolinea le «responsabilità della Dame, non solo all’interno della Diocesi di Canterbury, ma anche in tutta la Chiesa d’Inghilterra e nella Comunione Anglicana». Ciò solleva immediatamente una prima domanda.

 

A quale «Comunione Anglicana» ci si riferisce?

 

Contesto storico

La Comunione Anglicana conta attualmente circa 85 milioni di membri distribuiti in 165 paesi e organizzati in oltre 40 province autonome. Storicamente, questa rete di chiese si è sviluppata dalla Chiesa d’Inghilterra dopo la Riforma inglese e si è espansa a livello globale grazie alla presenza coloniale britannica e all’opera missionaria.

 

Tuttavia, durante il secolo scorso, il centro demografico dell’anglicanesimo si è spostato considerevolmente verso l’Africa e alcune parti dell’Asia. Ciò è stato particolarmente vero in quanto il centro britannico è diventato sempre più liberale, mentre la periferia africana ha persistito in un conservatorismo sempre più ostile a Canterbury.

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Una divisione che cova da quasi un secolo

La «famiglia anglicana», per usare la terminologia del messaggio, è ora in completo disordine, addirittura sull’orlo del collasso. E l’ascesa al trono di Dame Mullally non è una coincidenza in questa situazione. È vero che la divisione ha profonde radici storiche.

 

Nel 1930, la Conferenza di Lambeth dei vescovi anglicani approvò l’uso limitato della contraccezione, segnando una svolta significativa nella dottrina morale. Nei decenni successivi si sono verificati ulteriori cambiamenti: molte province anglicane hanno iniziato a ordinare donne e, nel 2014, la Chiesa d’Inghilterra ha approvato la nomina di donne vescovo.

 

Nel 2015, la Chiesa Episcopale degli Stati Uniti ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, rendendolo obbligatorio nel 2018. Altre chiese anglicane occidentali hanno adottato politiche simili e aperto l’ordinazione al clero dichiaratamente LGBT. Le province conservatrici, in particolare in Africa, hanno respinto questi cambiamenti.

 

Chiese come la Chiesa anglicana in Nigeria, Uganda, Kenya e Tanzania hanno mantenuto i loro insegnamenti tradizionali sul matrimonio e non consentono alle donne di servire come vescovi nelle loro giurisdizioni.

 

Le tensioni si sono riaccese nel 2025, quando Cherry Vann è stata eletta Arcivescovo del Galles. È diventata la prima donna arcivescovo nelle Chiese anglicane del Regno Unito e la prima vescova apertamente lesbica convivente con la sua compagna a ricoprire la carica di primate all’interno della Comunione anglicana.

 

Henry Ndukuba, primate della Chiesa di Nigeria – la più grande provincia anglicana del mondo – ha criticato la decisione, considerandola la prova che alcuni settori della Comunione stavano abbandonando quella che lui definiva la fede storica.

 

L’elemento più recente di questo scontro è stata l’elezione di Sarah Mullally ad Arcivescovo di Canterbury. Pur mantenendo la definizione di matrimonio come unione tra un uomo e una donna, l’Arcivescovo ha sostenuto proposte che consentissero la benedizione delle coppie dello stesso sesso e ha parlato della necessità che la Chiesa riconoscesse il danno subito dalle persone LGBT.

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La Conferenza Globale sul Futuro dell’Anglicanesimo (GAFCON)

La GAFCON, fondata a Gerusalemme nel 2008, è emersa da questa evoluzione. Il movimento è stato creato da vescovi conservatori che ritenevano che gli sviluppi dottrinali all’interno delle chiese anglicane occidentali, in particolare per quanto riguarda la sessualità e l’autorità ecclesiastica, andassero oltre ciò che consideravano l’insegnamento biblico.

 

Sebbene il movimento affermi di non essere una chiesa indipendente, la sua influenza è cresciuta costantemente. Alcune province e diocesi, fedeli alla propria prospettiva teologica, si sono già distanziate dalle strutture tradizionali della Comunione Anglicana. Il recente incontro ad Abuja ha semplicemente formalizzato una frammentazione già più o meno in atto.

 

Riunitisi nella capitale nigeriana durante la prima settimana di marzo, i leader del GAFCON hanno annunciato la creazione di un organo di governo globale destinato a rappresentare quella che il movimento considera la maggioranza degli anglicani fedeli alla dottrina «tradizionale» in tutto il mondo: il Consiglio Anglicano Mondiale.

 

Di fronte a questa situazione, Tom Middleton, direttore di Forward in Faith, un gruppo che rappresenta gli anglicani inglesi, ha dichiarato a OSV News che la Comunione Anglicana non esiste più come organizzazione coesa: «A differenza della Chiesa cattolica, è, nella migliore delle ipotesi, una federazione molto debole».

 

Pertanto, Dame Mullally ora rappresenta solo la Chiesa d’Inghilterra, certamente ricca di milioni, ma completamente esausta e sull’orlo dell’estinzione.

 

Una comunione impossibile

Un passaggio della lettera di Papa Leone XIV cita la Dichiarazione congiunta del 5 ottobre 2016: «Nonostante i molti progressi, i nostri predecessori immediati, Papa Francesco e l’Arcivescovo Justin Welby, hanno francamente riconosciuto che “nuove circostanze hanno generato nuovi disaccordi tra noi”».

 

Quali circostanze? Il testo della Dichiarazione specifica: questi disaccordi riguardano «in particolare l’ordinazione delle donne e questioni più recenti relative alla sessualità umana». Un osservatore ben informato, mons. Michael Nazir-Ali, che è entrato nella Chiesa cattolica nel 2021 ed è stato membro di due commissioni di dialogo cattolico-anglicane, condivide le sue riflessioni.

 

Ammette che un’unione con l’anglicanesimo non è più un’opzione. Aggiunge: «Dobbiamo ora essere cauti nel confrontare le dottrine e le pratiche anglicane con ciò che insegna la Chiesa cattolica», ha affermato. «Il fatto che gli anglicani siano così divisi è un invito ai cattolici a chiarire i propri principi».

 

Nel frattempo, mons. Nazir-Ali ha dichiarato che la forte «tendenza protestante» tra gli anglicani contemporanei ha reso la vita più difficile a coloro che sentono un’affinità con la tradizione cattolica, e ha previsto che le conversioni alla Chiesa cattolica continueranno.

 

Ha inoltre ribadito che la Chiesa cattolica non ha contestato la decisione di Papa Leone XIII, espressa nella sua lettera apostolica del 1896, Apostolicae curae, secondo cui le ordinazioni anglicane sono «assolutamente nulle».

 

È difficile credere che Papa Leone XIV non fosse a conoscenza di quanto appena riportato, soprattutto considerando che all’inizio della sua lettera dice al suo corrispondente: «vi state assumendo questi incarichi in un momento delicato della storia della famiglia anglicana».

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Qual è dunque lo scopo del titolo di arcivescovo conferito a Dame Mullally da Leone XIV?

Dato che Leone XIV non riconosce alcun potere d’ordine nella Chiesa anglicana, e ancor meno se detenuto da una donna, come ci ricorda la citazione della Dichiarazione congiunta tra Francesco e Justin Welby, qual è il significato del titolo di arcivescovo così generosamente conferito in questa corrispondenza?

 

I termini «responsabilità», la richiesta del «dono della sapienza» e l’ispirazione dello Spirito Santo difficilmente si conciliano con un potere puramente «politico». Piuttosto, suggeriscono che il titolo conferito da Leone XIV significhi il riconoscimento del potere giurisdizionale sulla Chiesa d’Inghilterra (nome dato alla Chiesa anglicana nel Regno Unito).

 

Ed è indubbiamente questo aspetto ad attirare l’attenzione: una Chiesa «sorella», guidata da una donna, offre un’idea chiara di come Leone XIV, seguendo Francesco, intendesse il potere giurisdizionale. La stessa idea emerge chiaramente nel documento finale del Gruppo di Studio 5, sulla «Partecipazione delle donne alla vita e al governo della Chiesa».

 

Questa situazione è una manna dal cielo per il femminismo «cattolico». La gerarchia, seguendo Francesco, sembra essersi radicata in questo femminismo. Dopo le nomine di donne a capo di dicasteri e le regolari promozioni femminili a incarichi di governo, negare a Dame Mullally il titolo legato alla sua elezione sarebbe un intollerabile passo indietro per il mondo e per i membri «sinodali» della Chiesa.

 

Ci troviamo quindi nell’assurda situazione di una donna a capo della diocesi di Canterbury, osteggiata dalla maggioranza degli anglicani – che vedono questa elezione come un tradimento dell’ideale riformista – ma sostenuta e incoraggiata dal Papa regnante. Quest’ultimo, inoltre, ha in programma di ricevere Dame Mullally in Vaticano alla fine di aprile, durante la sua visita a Roma.

 

In queste circostanze, l’assurdità dell’ecumenismo si manifesta con particolare acutezza, il che dovrebbe far riflettere tutti coloro che non sono ancora stati insensibilizzati dal modernismo dilagante. In ogni caso, si tratta di un’ulteriore manifestazione dello stato di necessità all’interno della Santa Chiesa.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Trapianti e magistero cattolico: da Pio XII a Leone XIV, tra retorica del dono e silenzio mortale

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Il recente discorso di papa Leone XIV ai partecipanti all’incontro promosso dal Centro Nazionale per i Trapianti si inserisce perfettamente nella linea ormai consolidata del magistero contemporaneo: esaltazione della donazione, richiamo alla solidarietà e alla fraternità.   Un linguaggio rassicurante ma tuttavia, proprio per questo, profondamente ipocrita. Colpisce anzitutto una scelta retorica precisa: il riferimento a don Carlo Gnocchi, presentato come figura simbolo della donazione. Un riferimento emotivamente efficace, ma concettualmente fuorviante. Don Gnocchi infatti donò le cornee, cioè un tipo di donazione che avviene dopo la morte reale del donatore e che quindi solleva problemi morali minori.   Nulla di paragonabile al prelievo di organi vitali come cuore, fegato e polmoni, che richiedono un organismo ancora perfuso, caldo, biologicamente integrato. Si crea così una sovrapposizione indebita: si evoca un gesto moralmente lecito per legittimare una pratica che solleva questioni ben più gravi.   Il discorso prosegue poi con il richiamo a Pio XII, citato come autorità morale che avrebbe aperto alla liceità dei trapianti. Anche qui, però, il riferimento è selettivo, dal momento che papa Leone cita ciò che è conveniente e omette ciò che è decisivo. Pio XII, infatti, affermò con chiarezza che la determinazione della morte non può essere affidata a criteri puramente utilitaristici o funzionali, ma deve fondarsi sulla certezza morale dell’avvenuta separazione dell’anima dal corpo. Anche se poi lo stesso Pio XII scelse di non entrare nel merito della definizione di morte, demandando di fatto la questione ai clinici.

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Ma è proprio qui che si apre una frattura: nel momento in cui la Chiesa rinuncia a definire in termini metafisici e antropologici, che cosa sia la morte, e affida tale determinazione alla medicina, apre inevitabilmente la strada a una deriva scientista. La morte diventa così un fatto tecnico, stabilito da protocolli, strumenti e commissioni mediche. Ed è esattamente ciò che è accaduto. Il criterio della morte cerebrale nasce e si afferma in questo spazio lasciato libero; uno spazio in cui la filosofia tace, la teologia arretra e la tecnica avanza.   Da quel momento, la morte non è più un evento naturale riconoscibile nella realtà dell’organismo, ma una definizione operativa funzionale a determinate pratiche mediche. E il discorso di Leone XIV si colloca pienamente dentro questo paradigma in cui si esalta la donazione, si incoraggia la ricerca, si richiama alla dignità della persona, ma si evita accuratamente di affrontare la questione decisiva: il cosiddetto donatore è davvero morto?   Non una parola su questo punto; non una riflessione sul criterio encefalico; non un confronto con le evidenze biologiche di organismi che, pur dichiarati morti, continuano a manifestare evidenti e incontestabili segni vitali. Il Vicario di Cristo parla di dono, ma tace sulla condizione che rende il dono moralmente lecito; invoca la cultura della vita, ma accetta senza riserve una definizione di morte costruita per rendere possibile la predazione di organi vitali e la soppressione dei comatosi.   Giovanni Paolo II ha legittimato il criterio encefalico con una formula prudente ma decisiva; Benedetto XVI e Francesco hanno proseguito sulla stessa linea, insistendo sul valore della donazione senza riaprire la questione di fondo. Leone XIV si limita a ribadire questo impianto, rafforzandolo con un linguaggio sempre più centrato sulla solidarietà e sulla fraternità.   Il risultato è una costruzione filosoficamente e teologicamente inconsistente che tende ad avallare una prassi che presuppone, senza dimostrarlo, che il donatore sia realmente morto. È una contraddizione che non viene risolta, ma ipocritamente coperta. E il linguaggio gioca un ruolo decisivo: si parla di «donazione», di «gesto d’amore», di «cultura della vita», affermazioni attraverso cui si tende ad orientare il giudizio morale, funzionando come un velo linguistico che occulta la realtà.   Già, perché il punto non è la generosità del gesto ma la verità della situazione. Se gli organi vitali vengono prelevati da un organismo che non è realmente morto, allora non siamo di fronte a una donazione, ma a un atto che pone problemi morali radicali. E finché il magistero continuerà a evitare questo nodo, limitandosi a nobilitare la pratica dei trapianti senza sottoporla al vaglio della metafisica della persona, continuerà a fungere da «stampella» dottrinale alle derive antiumane della società moderna.   In altri termini, il problema non è tanto ciò che viene detto, bensì ciò che viene sistematicamente taciuto. Ed è proprio su questi silenzi, più che sulle parole, che si misura la reale coerenza di un discorso che pretende di difendere la vita ma che in realtà la espone ai più feroci attacchi.  

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